sabato 18 luglio 2026

UNA NUOVA CIVILTA' ?

 


La nuova civiltà 


di 


Donald Trump




-di Giuseppe Savagnone 

Dietro le sceneggiate

Consapevolmente o no, Donald Trump sta determinando – con le sue esibizioni istrionesche – l’effetto che tutti i prestigiatori e gli illusionisti si propongono: distrarre l’attenzione del pubblico da ciò che realmente sta accadendo. In realtà, dietro i comportamenti imprevedibili e sconclusionati del capo della Casa Bianca è possibile individuare un ben preciso progetto, che va molto al di là dell’economia e della politica, perché esprime un modello di civiltà che non solo mira a “fare di nuovo grande l’America”, ma si propone di riscattare tutto l’Occidente dalla sua presunta decadenza.

Di esso ovviamente Trump non è l’inventore. Lo ha attinto dalle zone profonde degli Stati Uniti che lo coltivano da sempre e che hanno puntato sul tycoon per dargli finalmente voce e tradurlo in pratica. Gli analisti più attenti ne individuano tre assi portanti.

Il primo è l’appropriazione della tradizione dell’Impero Romano. In questa rilettura – ovviamente discutibile e riduttiva – gli attributi fondamentali di questa tradizione sarebbero l’autorità indiscussa e carismatica di un leader, la virilità, la capacità di imporre la propria volontà, contro la decadente esaltazione del principio democratico, dell’uguaglianza, del rispetto degli avversari e della cura dei più deboli.

Non è un caso che, per festeggiare il suo ottantesimo compleanno, Trump abbia organizzato, in un’arena allestita davanti alla Casa Bianca, un grande torneo di arti marziali miste, costato 60 milioni di dollari, sul modello dei giochi romani dei gladiatori.

Quale cristianesimo?

Il secondo asse è il recupero dei “valori giudaico-cristiani”, di cui l’amministrazione Trump esalta il ruolo pubblico, in alternativa alla visione illuminista e al principio di laicità. È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche nell’elezione del presidente. E questi, in risposta, ha istituito un Ufficio della Fede, chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White, che da anni è una sua fidata consulente spirituale e che è sostenitrice della “teologia della prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale.

È chiaro che in questa valorizzazione del cristianesimo non trovano alcun posto la fraternità, l’attenzione ai poveri, la rinunzia alla violenza. Ma c’è di più. La prospettiva “giudaico-cristiana”, coniugata con l’esaltazione di una romanità in cui l’imperatore veniva divinizzato, ha finito per esprimersi in un’ambigua assimilazione del capo politico alla figura del Messia, come appare in un post che chiaramente ritrae Trump con fattezze che ricordano Gesù Cristo.

Il terzo asse è quello economico-finanziario. Il tycoon ha mescolato economia e politica fin dalle sue rivendicazioni nei confronti della Groenlandia, e poi nella guerra dei dazi e nell’operazione con cui ha spogliato il Venezuela delle sue risorse petrolifere. E anche parlando dell’attuale conflitto con l’Iran ha detto ai giornalisti: «Se dipendesse da me prenderei il petrolio iraniano, guadagneremmo un sacco di soldi». Per non parlare della sua tendenza a finalizzare le sue scelte istituzionali agli interessi della sua famiglia e dei suoi amici, con un palese conflitto di interessi.

Lo scontro di civiltà e l’attacco all’Europa

Il presidente americano sembra credere alla profezia fatta nel 1996 dal politologo statunitense Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. «La mia ipotesi – scriveva lo studioso – è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. (…). Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale».

In questo scontro il primo bersaglio di Trump è l’Europa. Si è fatto suo portavoce il suo vice, J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno; ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Quali siano questi valori lo si capisce dalle contestazioni mosse da Vance nel suo discorso. Al primo posto l’identità etnica e religiosa, minacciata da una politica migratoria che, a quella data, vedeva i governi europei ancora abbastanza aperti all’accoglienza. Poi, la libertà di espressione, che Vance ha accusato l’Europa di violare, probabilmente in riferimento all’esclusione dalla Conferenza del partito neonazista Alternative für Deutschland, i cui dirigenti egli ha incontrato dopo il suo intervento. Un noto analista ha commentato: «Trump vede le democrazie liberali europee non come partner, ma come avversari in un conflitto di civiltà».

Su questa linea, nella nuova National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025 l’Europa era descritta come «civiltà in declino», che «rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni» se le tendenze attuali non verranno invertite.

Verso la nascita di un nuovo Occidente?

L’auspicata inversione in realtà in parte sta avvenendo. Le politiche migratorie dei governi europei si sono progressivamente avvicinate al modello statunitense. E i “cordoni sanitari” con cui le democrazie avevano sempre isolato i partiti di estrema destra, i loro slogan, i loro simboli, sono ormai solo un ricordo, in uno scenario che vede questi partiti ormai al potere, come in Italia, o candidati ad arrivarci prossimamente, come in Germania, in Francia, in Spagna, nella stessa Inghilterra.

Né sembra che la civiltà europea nata dall’Illuminismo e fondata sulla democrazia liberale sia in grado di opporsi a questa dilagante deriva. I governi europei, incapaci di trovare linee politiche veramente comuni, sono stati costretti non solo a chiudere gli occhi sulle ripetute violazioni del diritto internazionale, non solo ad accettare i diktat trumpiani per quanto riguarda l’aumento delle spese militari e i dazi, ma a subire i continui, pesanti attacchi verbali, anche personali, nei confronti dei loro leader (l’ultimo quello a Giorgia Meloni). Almeno sul fronte europeo, lo scontro di civiltà sembra destinato a segnare la totale vittoria del modello americano.

Anche perché Trump e i suoi collaboratori – primo fra tutti Musk – sostengono attivamente, con i loro enormi mezzi finanziari e tecnologici, l’affermazione politica e culturale di chi lavora per questa “civiltà”. Come conferma il fatto che, nei giorni scorsi, il Dipartimento di Stato americano abbia offerto finanziamenti fino a 3 milioni di dollari a organizzazioni europee allineate al movimento MAGA con l’obiettivo dichiarato di «coltivare legami di civiltà» tra Stati Uniti e vecchio continente. I beneficiari dovranno affrontare «le sfide su sovranità nazionale, migrazione, censura e lawfare in linea con una filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni».

Ritornano in mente le parole di Giorgia Meloni a Trump, durante la visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile 2025: «Il mio obiettivo – aveva detto – è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà». Ora l’obiettivo è vicino a essere raggiunto. Anche se forse la nostra premier, dopo poco più di un anno, ha motivo di porsi qualche domanda.

Ma ad interrogarsi dovrebbero essere innanzi tutto quei leader che, a parole europeisti, continuano a impedire il passaggio dall’unità puramente economica a quella politica; e quegli esponenti di una cultura che ha rinnegato l’anima cristiana dell’Europa, senza però riuscire a trovarne un’altra capace di dar vita a una civiltà alternativa a quella di Trump.

Lo scontro con la civiltà iraniana

L’altro fronte dello scontro di civiltà promosso da Trump è l’Iran, emblema di un islamismo che non si piega all’egemonia occidentale. E qui in particolare è emersa la riduzione della dimensione religiosa alle logiche di un sovranismo imperialista. Ha fatto il giro del mondo il video in cui un gruppo di leader evangelici, radunato nello Studio Ovale, invoca su Trump l’illuminazione divina a sostegno alle sue decisioni militari.

E il Segretario alla Guerra Peter Hegseth ha più volte fatto appello a una “missione” data da Dio stesso agli Stati Uniti in questo conflitto: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…». Da qui l’invito a pregare per il successo militare: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…».

In realtà l’attacco sferrato contro la Repubblica islamica muoveva dalla premessa che si potesse riprodurre nei confronti di quest’ultima il “modello Venezuela”: assedio militare con grande dispiegamento di forze, fulmineo attacco con decapitazione dei vertici del regime e loro sostituzione con un personaggio manovrabile. Recentemente abbiamo appreso da rivelazioni giornalistiche che si era puntato sull’ex presidente Ahmadinejad perché svolgesse il ruolo che Delcy Rodríguez ha assunto in Venezuela.

Ma il piano non ha funzionato. Per il semplice motivo che l’Iran non è il Venezuela. Si capisce l’ironia della risposta iraniana alle reiterate minacce americane: «Quando voi vivevate ancora nelle caverne alla ricerca del fuoco, noi stavamo già incidendo i diritti umani sul cilindro di Ciro. Abbiamo resistito alla tempesta di Alessandro e alle invasioni mongole e siamo rimasti; perché l’Iran non è solo un Paese, è una civiltà».

Il capo della Casa Bianca ha mostrato di accettare questa sfida, dicendosi pronto a portare lo scontro ai suoi esiti estremi. Come quando, il 7 aprile scorso, annunciò l’ultimatum, poi revocato: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà».

Da più parti gli è stato fatto notare che non bastano i missili di uno Stato nato 250 anni fa a cancellare una civiltà che risale al 650 a. C. e che è anteriore di millequattrocento anni alla nascita dell’impero arabo e dell’islam (l’Iran, ricordiamolo, non fa parte del mondo arabo e la sua lingua è il farsi). Oggi se ne parla molto solo riferendosi alla sistematica violazione dei diritti umani – soprattutto di quelli delle donne – da parte del regime degli ayatollah. Ed è verissimo che, dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, l’adozione della Sharia, la legge coranica, rivela sia la grave incapacità di questa civiltà di evolversi in dialogo con altre culture, sia la volontà di trincerarsi in un fanatico fondamentalismo.

Ma a chi ne trae la conclusione che quello in corso è lo scontro tra la civiltà (occidentale) e la barbarie bisognerebbe ricordare che nel 1953, sotto lo scià Reza Pahlevi, il primo ministro Mohammad Mossaddeq, democraticamente eletto, fu destituito da un colpo di Stato organizzato dalla Cia e dai servizi segreti inglesi, per aver nazionalizzato l’industria petrolifera, allora di proprietà britannica. E le parole di Trump sul petrolio iraniano, in analogia con la vicenda del Venezuela, fanno intravedere quale tipo di civiltà l’Occidente intenda esportare.

Di sicuro, però, non è il modello iraniano l’alternativa su cui puntare per fermare l’avanzare della civiltà trumpiana. Devono essere gli Stati Uniti e l’Europa a trovare in sé stessi le risorse per inventarsene una. E le notizie che vengono dagli Usa, con l’elezione di Mamdani a sindaco di New York e quella, alle primarie, di esponenti democratici finalmente aperti al sociale, fanno sperare.

Proprio la cultura europea sembra essere ancora incapace di una vera creatività. Ma non è detta l’ultima parola.

www.tuttavia.eu

 

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