di
Donald Trump
Dietro le sceneggiate
Consapevolmente o no,
Donald Trump sta determinando – con le sue esibizioni istrionesche – l’effetto
che tutti i prestigiatori e gli illusionisti si propongono: distrarre
l’attenzione del pubblico da ciò che realmente sta accadendo. In realtà, dietro
i comportamenti imprevedibili e sconclusionati del capo della Casa Bianca è
possibile individuare un ben preciso progetto, che va molto al di là
dell’economia e della politica, perché esprime un modello di civiltà che non
solo mira a “fare di nuovo grande l’America”, ma si propone di riscattare tutto
l’Occidente dalla sua presunta decadenza.
Di esso ovviamente Trump
non è l’inventore. Lo ha attinto dalle zone profonde degli Stati Uniti che lo
coltivano da sempre e che hanno puntato sul tycoon per dargli
finalmente voce e tradurlo in pratica. Gli analisti più attenti ne individuano
tre assi portanti.
Il primo è
l’appropriazione della tradizione dell’Impero Romano. In questa rilettura –
ovviamente discutibile e riduttiva – gli attributi fondamentali di questa
tradizione sarebbero l’autorità indiscussa e carismatica di un leader, la
virilità, la capacità di imporre la propria volontà, contro la decadente
esaltazione del principio democratico, dell’uguaglianza, del rispetto degli
avversari e della cura dei più deboli.
Non è un caso che, per
festeggiare il suo ottantesimo compleanno, Trump abbia organizzato, in un’arena
allestita davanti alla Casa Bianca, un grande torneo di arti marziali miste,
costato 60 milioni di dollari, sul modello dei giochi romani dei gladiatori.
Quale cristianesimo?
Il secondo asse è il
recupero dei “valori giudaico-cristiani”, di cui l’amministrazione Trump esalta
il ruolo pubblico, in alternativa alla visione illuminista e al principio di
laicità. È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche nell’elezione
del presidente. E questi, in risposta, ha istituito un Ufficio della Fede,
chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White, che da anni è una sua
fidata consulente spirituale e che è sostenitrice della “teologia della
prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e
successo personale.
È chiaro che in questa
valorizzazione del cristianesimo non trovano alcun posto la fraternità,
l’attenzione ai poveri, la rinunzia alla violenza. Ma c’è di più. La
prospettiva “giudaico-cristiana”, coniugata con l’esaltazione di una romanità
in cui l’imperatore veniva divinizzato, ha finito per esprimersi in un’ambigua
assimilazione del capo politico alla figura del Messia, come appare in un post
che chiaramente ritrae Trump con fattezze che ricordano Gesù Cristo.
Il terzo asse è quello
economico-finanziario. Il tycoon ha mescolato economia e
politica fin dalle sue rivendicazioni nei confronti della Groenlandia, e poi
nella guerra dei dazi e nell’operazione con cui ha spogliato il Venezuela delle
sue risorse petrolifere. E anche parlando dell’attuale conflitto con l’Iran ha
detto ai giornalisti: «Se dipendesse da me prenderei il petrolio iraniano,
guadagneremmo un sacco di soldi». Per non parlare della sua tendenza a
finalizzare le sue scelte istituzionali agli interessi della sua famiglia e dei
suoi amici, con un palese conflitto di interessi.
Lo scontro di civiltà e
l’attacco all’Europa
Il presidente americano
sembra credere alla profezia fatta nel 1996 dal politologo statunitense Samuel
P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine
mondiale. «La mia ipotesi – scriveva lo studioso – è che la fonte di
conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente
né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di
conflitto principale saranno legate alla cultura. (…). Lo scontro di civiltà
dominerà la politica mondiale».
In questo scontro il
primo bersaglio di Trump è l’Europa. Si è fatto suo portavoce il suo vice, J.
D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza
di Monaco: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è
la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno; ciò che mi
preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni
dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti
d’America».
Quali siano questi valori
lo si capisce dalle contestazioni mosse da Vance nel suo discorso. Al primo
posto l’identità etnica e religiosa, minacciata da una politica migratoria che,
a quella data, vedeva i governi europei ancora abbastanza aperti all’accoglienza.
Poi, la libertà di espressione, che Vance ha accusato l’Europa di violare,
probabilmente in riferimento all’esclusione dalla Conferenza del partito
neonazista Alternative für Deutschland, i cui dirigenti egli
ha incontrato dopo il suo intervento. Un noto analista ha commentato: «Trump
vede le democrazie liberali europee non come partner, ma come avversari in un
conflitto di civiltà».
Su questa linea, nella
nuova National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca
nel dicembre 2025 l’Europa era descritta come «civiltà in declino», che
«rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni» se le tendenze attuali
non verranno invertite.
Verso la nascita di un
nuovo Occidente?
L’auspicata inversione in
realtà in parte sta avvenendo. Le politiche migratorie dei governi europei si
sono progressivamente avvicinate al modello statunitense. E i “cordoni
sanitari” con cui le democrazie avevano sempre isolato i partiti di estrema destra,
i loro slogan, i loro simboli, sono ormai solo un ricordo, in uno scenario che
vede questi partiti ormai al potere, come in Italia, o candidati ad arrivarci
prossimamente, come in Germania, in Francia, in Spagna, nella stessa
Inghilterra.
Né sembra che la civiltà
europea nata dall’Illuminismo e fondata sulla democrazia liberale sia in grado
di opporsi a questa dilagante deriva. I governi europei, incapaci di trovare
linee politiche veramente comuni, sono stati costretti non solo a chiudere gli
occhi sulle ripetute violazioni del diritto internazionale, non solo ad
accettare i diktat trumpiani per quanto riguarda l’aumento delle spese militari
e i dazi, ma a subire i continui, pesanti attacchi verbali, anche personali,
nei confronti dei loro leader (l’ultimo quello a Giorgia Meloni). Almeno sul
fronte europeo, lo scontro di civiltà sembra destinato a segnare la totale
vittoria del modello americano.
Anche perché Trump e i
suoi collaboratori – primo fra tutti Musk – sostengono attivamente, con i loro
enormi mezzi finanziari e tecnologici, l’affermazione politica e culturale di
chi lavora per questa “civiltà”. Come conferma il fatto che, nei giorni scorsi,
il Dipartimento di Stato americano abbia offerto finanziamenti fino a 3 milioni
di dollari a organizzazioni europee allineate al movimento MAGA con l’obiettivo
dichiarato di «coltivare legami di civiltà» tra Stati Uniti e vecchio
continente. I beneficiari dovranno affrontare «le sfide su sovranità nazionale,
migrazione, censura e lawfare in linea con una filosofia
politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni».
Ritornano in mente le
parole di Giorgia Meloni a Trump, durante la visita alla Casa Bianca dello
scorso 17 aprile 2025: «Il mio obiettivo – aveva detto – è rendere di nuovo
grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando
parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e
io voglio rendere più forte questa civiltà». Ora l’obiettivo è vicino a essere
raggiunto. Anche se forse la nostra premier, dopo poco più di un anno, ha
motivo di porsi qualche domanda.
Ma ad interrogarsi
dovrebbero essere innanzi tutto quei leader che, a parole europeisti,
continuano a impedire il passaggio dall’unità puramente economica a quella
politica; e quegli esponenti di una cultura che ha rinnegato l’anima cristiana
dell’Europa, senza però riuscire a trovarne un’altra capace di dar vita a una
civiltà alternativa a quella di Trump.
Lo scontro con la civiltà
iraniana
L’altro fronte dello
scontro di civiltà promosso da Trump è l’Iran, emblema di un islamismo che non
si piega all’egemonia occidentale. E qui in particolare è emersa la riduzione
della dimensione religiosa alle logiche di un sovranismo imperialista. Ha fatto
il giro del mondo il video in cui un gruppo di leader evangelici, radunato
nello Studio Ovale, invoca su Trump l’illuminazione divina a sostegno alle sue
decisioni militari.
E il Segretario alla
Guerra Peter Hegseth ha più volte fatto appello a una “missione” data da Dio
stesso agli Stati Uniti in questo conflitto: «La provvidenza del nostro Dio
onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a
termine questa missione…». Da qui l’invito a pregare per il successo militare:
«Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa
battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in
ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre
chiese, nel nome di Gesù Cristo…».
In realtà l’attacco
sferrato contro la Repubblica islamica muoveva dalla premessa che si potesse
riprodurre nei confronti di quest’ultima il “modello Venezuela”: assedio
militare con grande dispiegamento di forze, fulmineo attacco con decapitazione
dei vertici del regime e loro sostituzione con un personaggio manovrabile.
Recentemente abbiamo appreso da rivelazioni giornalistiche che si era puntato
sull’ex presidente Ahmadinejad perché svolgesse il ruolo che Delcy Rodríguez ha
assunto in Venezuela.
Ma il piano non ha
funzionato. Per il semplice motivo che l’Iran non è il Venezuela. Si capisce
l’ironia della risposta iraniana alle reiterate minacce americane: «Quando voi
vivevate ancora nelle caverne alla ricerca del fuoco, noi stavamo già incidendo
i diritti umani sul cilindro di Ciro. Abbiamo resistito alla tempesta di
Alessandro e alle invasioni mongole e siamo rimasti; perché l’Iran non è solo
un Paese, è una civiltà».
Il capo della Casa Bianca
ha mostrato di accettare questa sfida, dicendosi pronto a portare lo scontro ai
suoi esiti estremi. Come quando, il 7 aprile scorso, annunciò l’ultimatum,
poi revocato: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più
riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente
succederà».
Da più parti gli è stato
fatto notare che non bastano i missili di uno Stato nato 250 anni fa a
cancellare una civiltà che risale al 650 a. C. e che è anteriore di
millequattrocento anni alla nascita dell’impero arabo e dell’islam (l’Iran,
ricordiamolo, non fa parte del mondo arabo e la sua lingua è il farsi). Oggi se
ne parla molto solo riferendosi alla sistematica violazione dei diritti umani –
soprattutto di quelli delle donne – da parte del regime degli ayatollah.
Ed è verissimo che, dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, l’adozione
della Sharia, la legge coranica, rivela sia la grave incapacità di
questa civiltà di evolversi in dialogo con altre culture, sia la volontà di
trincerarsi in un fanatico fondamentalismo.
Ma a chi ne trae la
conclusione che quello in corso è lo scontro tra la civiltà (occidentale) e la
barbarie bisognerebbe ricordare che nel 1953, sotto lo scià Reza Pahlevi, il
primo ministro Mohammad Mossaddeq, democraticamente eletto, fu destituito da un
colpo di Stato organizzato dalla Cia e dai servizi segreti inglesi, per aver
nazionalizzato l’industria petrolifera, allora di proprietà britannica. E le
parole di Trump sul petrolio iraniano, in analogia con la vicenda del
Venezuela, fanno intravedere quale tipo di civiltà l’Occidente intenda
esportare.
Di sicuro, però, non è il
modello iraniano l’alternativa su cui puntare per fermare l’avanzare della
civiltà trumpiana. Devono essere gli Stati Uniti e l’Europa a trovare in sé
stessi le risorse per inventarsene una. E le notizie che vengono dagli Usa, con
l’elezione di Mamdani a sindaco di New York e quella, alle primarie, di
esponenti democratici finalmente aperti al sociale, fanno sperare.
Proprio la cultura
europea sembra essere ancora incapace di una vera creatività. Ma non è detta
l’ultima parola.
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