martedì 18 dicembre 2018

ARTIGIANI DI PACE - Messaggio per la giornata mondiale della pace

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO
 PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
".....  Ognuno può apportare la propria pietra alla costruzione della casa comune. 
La vita politica autentica, che si fonda sul diritto e su un dialogo leale tra i soggetti, si rinnova con la convinzione che ogni donna, ogni uomo e ogni generazione racchiudono in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali. 
Una tale fiducia non è mai facile da vivere perché le relazioni umane sono complesse. 
In particolare, viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell'ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno. 
Oggi più che mai, le nostre società necessitano di “artigiani della pace” che possano essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre che vuole il bene e la felicità della famiglia umana..... "



lunedì 17 dicembre 2018

E' TEMPO DI UN IMPEGNO RESPONSABILE

Al servizio della costruzione di un’Europa 
migliore

di Donatella Porzi *
C’è bisogno dei cattolici, nella società e nella politica. Ce n’è bisogno perché da loro, da noi, attraverso i valori della dottrina sociale della Chiesa, potrà ripartire e riaffermarsi la democrazia e la libertà; valori che sono universali e non cozzano con i valori dei laici.
Queste sono riflessioni importanti, a dir poco fondamentali alla vigilia del centenario dell’appello ai 'Liberi e forti' di don Luigi Sturzo. Una pietra miliare della storia del cattolicesimo popolare e democratico, dal quale occorre ripartire per ricostruire le basi di quella che Giorgio La Pira, proprio come poi ha fatto papa Francesco, chiamava «politica con la P maiuscola».
Rileggendo le parole della Commissione provvisoria del Partito popolare Italiano, testo redatto nel gennaio 1919, si comprendono l’attualità e la straordinaria forza del programma di Sturzo, in cerca di un «reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali», rigettando «imperialismi e violente riscosse ». Sono inevitabili i parallelismi tra le situazioni politiche di allora con le attuali, fatte di lacerazioni e frammentazioni, che rispondono alle sfide globali con inappropriati particolarsmi, che curano i propri interessi e disgregano ciò che è stato faticosamente costruito. La crisi economica, i flussi migratori, il disagio sociale, il populismo lo scollamento tra le Istituzioni e tra queste e i cittadini, nonostante la garanzia di democratiche elezioni, non sono soltanto problemi italiani e men che meno della mia regione, l’Umbria. Si tratta di istanze che si stanno manifestando a livello europeo e alle quali va fornita una risposta adeguata.
Credo che il cardinale Gualtiero Bassetti, ormai da tempo, ci stia indicando la strada giusta: un impegno più attivo e coordinato dei cattolici in politica, perché i cattolici possono dare un contributo fondamentale alla democrazia europea. Lo ha fatto anche la scorsa settimana a Roma, nel bel convegno dal titolo 'La nostra Europa', organizzato da Acli, Azione Cattolica, Comunità di Sant’Egidio, Cisl, Confcooperative, Fuci e Istituto Don Sturzo. Un dibattito che proprio lei, direttore, ha moderato e concluso. E lo ha ribadito con l’ampia intervista che lo stesso presidente ha concesso al suo giornale e che è stata pubblicata domenica scorsa, 9 ottobre 2018.
I valori dei cattolici come la sussidiarietà, il popolarismo, la solidarietà, il rispetto, l’inclusione rappresentano le fondamenta per la costruzione di un’Europa più forte, di un’Europa dove nessuno si senta ospite e nessuno si senta zavorrato. Queste stesse parole, ricche di significato, mossero don Sturzo e i cattolici che si affacciavano sulla scena politica di inizio Novecento, ma sembrano perfette anche per noi, perché l’Europa e l’Italia di oggi, persino più di quelle di allora, hanno bisogno di carità, di responsabilità e di competenza. Non ne possiamo più di paure alimentate quotidianamente e ad arte, spesso con dati falsi, per scatenare 'guerre tra poveri', non servono i populismi che provocano tensioni invece che fornire soluzioni.
Credo che questa strada, indicata con fiducia nel ruolo autonomo e responsabile dei laici cattolici dal cardinal Bassetti, sia quella da seguire. Se saremo in grado di intraprenderla, ricostruendo una connessione tra tutti quelli che si riconoscono in questi valori di fondo, riusciremo a raggiungere la mèta, ovvero una democrazia europea fondata su scelte politiche prima che finanziarie, che tuteli i cittadini, che promuova la crescita sostenibile, che combatta la disoccupazione e la discriminazione, che ci renda più forti sulla scena mondiale. Non si tratta di un’operazione nostalgica, ma – appunto – di un’operazione politica 'con la P maiuscola', che infonda il coraggio di affrontare le situazioni nel rispetto, nel dibattito costruttivo, nella condivisione. L’alternativa a questa assunzione di responsabilità è l’irrilevanza o, persino, il precipitare nella spirale di nuove lotte intestine, come tra guelfi e ghibellini.
* Presidente del Consiglio regionale dell’Umbria
da: AVVENIRE


sabato 15 dicembre 2018

METTETEVI IN CAMMINO

IL BATTISTA E L’INVITO A METTERSI IN CAMMINO
Le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» [...] E [ai pubblicani] disse: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».   Luca 3, 10-18
 Una domanda ripetuta martella la prima parte del Vangelo di questa domenica: «Che cosa dobbiamo fare?». Per Luca, che scrive anche gli Atti degli Apostoli, è una domanda importante: tornerà negli Atti e rappresenterà la reazione feconda alla prima predicazione di Pietro, portando tremila persone al battesimo nel giorno di Pentecoste.
È la domanda di chi si mette in discussione, di chi chiede di cambiare vita. È un atteggiamento umile, e non va mai fatto cadere nel vuoto. Giovanni Battista, infatti, non resta muto, risponde. Ma quali sono le risposte sbagliate che si possono dare a questa istanza?
Si può replicare secondo due polarità opposte: la prima è imporre un compito esagerato, l’altra è non porre alcuna condizione.
Nel primo caso mi chiedi cosa puoi fare, e io ti schianto di richieste, compiti e rinunce. E ti scateno addosso tutta la furia moralista, virus latente del mondo religioso, e ti sommergo con la bile da sacrestia di chi forse non vede l’ora di mettere regole a chi gli capiti a tiro. Ma cosa provoco? Forse l’altro ci prova ad ascoltarmi, o forse no, ma prima o poi lascerà perdere, mollerà, rinuncerà. E forse lo perdiamo per sempre, perché se questa è la musica…
Oppure ti rispondo con la linea buonista, irenica, che canonizza tutto, e ti dico: niente, fratello mio, vai benissimo così, tutto risolto, non c’è niente da fare. Ma tu mi hai chiesto cosa fare perché hai capito che ti devi mettere in cammino, senti che le cose non vanno, hai percepito un dolore, non sei contento. Se ti rimando a casa così, allora era una barzelletta, io non avevo in realtà niente da dire di importante, la tua vita resta la stessa, dalle mie parti si fanno cose da quattro soldi e non ci torni più.
Al di là del fallimento c’è una menzogna teologica dietro a ognuna di queste risposte: nel primo caso è che la salvezza sia imperniata su quel che fa l’uomo, nel secondo caso che dipenda solo da Dio. False entrambe. Dio non può salvarmi senza che io metta la mia parte, ma la mia parte sarà sempre solo una parte, insufficiente di per sé.
Come risponde Giovanni Battista? Lui non è il Cristo, che arriverà poi, ma affinché la Sua Salvezza trovi una pista d’atterraggio ci vuole un’apertura da parte dell’uomo. E questa passa per le cose possibili. Giovanni situa folle, pubblicani e soldati ognuno nella propria realtà, non chiedendo l’impossibile e neanche il niente, ma proponendo qualcosa di serio eppure fattibile, praticabile. Non li scoraggia né li avalla: li mette in cammino.
Qui è il punto: mettersi in cammino partendo dalla lunghezza del proprio passo. Molti nei tempi forti come Avvento o Quaresima partono con programmi di grandi rinunce e finiscono nel nulla. Bisogna sempre iniziare da cose serie ma alla portata. Rinunciare a un vestito si può fare; non esigere più del dovuto e non estorcere nulla anche. Si comincia dal possibile e allora arriverà il Messia con l’impossibile. Se parto dal buono, arriverà il sublime. Se parto dall’acqua, arriverà lo Spirito Santo e il fuoco.
don Fabio Rosini - Famiglia Cristiana

CAMBIARE. UNA PAROLA MAGICA?

Progresso tecno-scientifico e consapevolezza

di Lorenzo Caselli *
Non v’è ambito della vita sociale che non sia percorso da grandi cambiamenti. Grandi cambiamenti, certo. Ma per quali fini? In nome di quale progetto? Per questi interrogativi non sempre esistono risposte adeguate e convincenti. Da ciò discendono paure, incertezze, difficoltà. La scienza è oggi una forza direttamente e immediatamente produttiva, potenzialmente in grado di trasformarsi in tecnologia, prodotto, organizzazione, sistema sociale. Il tutto secondo dinamiche autopropulsive e multidirezionali che creano, a loro volta, opportunità per l’ulteriore progredire della scienza e delle sue applicazioni secondo modalità non sempre prevedibili e programmabili.
Sorge però un grosso rischio. Quello di una sorta di neoscientismo secondo cui il progresso scientifico viene percepito e vissuto come il vero, unico, grande processo senza soggetti (tutt’al più questi rimangono sullo sfondo) e quindi, in definitiva, senza etica. Alcuni fatti spingono in tale direzione. Si pensi soltanto alla crescente dipendenza di ogni attività umana da supporti e mezzi tecnici (nel campo della medicina, dell’istruzione, della comunicazione, ecc.); alla crescente mediazione tecnica nei rapporti interpersonali (mediazione che si realizza attraverso piattaforme e algoritmi); alla organizzazione sistemico-complessa del produrre, del consumare, del vivere. Si tratta di sistemi nel cui ambito i soggetti talvolta finiscono con il diventare oggetti, appendici di nuove 'catene di montaggio' invisibili e imprendibili. Soggetti che sempre più appaiono sottomessi all’avvenimento scientifico-tecnologico (si pensi alla sua spettacolarizzazione); spossessati del reale, ovvero senza alcuna capacità di presa rispetto a una situazione che non si comprende; progressivamente privati dell’esperienza spazio-temporale. Spazio e tempo vengono diluiti nella 'fiction' fino a far perdere la memoria del passato e il gusto per la scommessa del futuro.
L’uomo d’oggi si presenta ricco di strumenti, ma povero di fini e di valori. Questa inversione tra mezzi e fini caratterizza – a ben vedere – le moderne forme di alienazione nell’ambito delle quali l’uomo perde il senso profondo di sé in rapporto agli altri uomini e alla natura. Si priva cioè della possibilità di una 'buona vita'. Cosa fare allora? Sui terreni della scienza e della tecnologia occorre riacquistare in progettualità, responsabilità, partecipazione riscoprendo i legami con l’etica, la cultura, la politica. Occorre un’escalation di consapevolezza. Consapevolezza che stanno radicalmente cambiando i nostri modi di vivere; di rapporto con noi stessi, con gli altri, con l’ambiente. Consapevolezza che il mondo diventa sempre più interdipendente. Consapevolezza di problemi e di sfide inedite cui occorre far fronte nella prospettiva di un bene comune globale, di tutti e di ciascuno. Il sapere non può che essere al servizio dell’uomo, di ogni uomo, di tutto l’uomo. Potremmo parlare, a questo proposito, di costitutiva umanità dell’agire scientifico e delle sua applicazioni. Tale costitutiva umanità va colta ed esplicitata in tutte le sue dimensioni etiche, politiche, culturali. Ne consegue che la crescita degli strumenti e dei mezzi (poco importa se raffinati e sofisticati) non può essere contrabbandata per crescita umana tout court; che la ragione tecnocratica ed efficentistica non può annullare la ragione umanistica; che la modernità non può esaurirsi in un mero assemblaggio di innovazioni tecnico-scientifiche trainate dalla sola domanda di mercato. Il mondo dei valori, l’uomo nella sua totalità non possono essere messi tra parentesi.
Il sapere scientifico-tecnologico e le sue potenzialità, la comunicazione con i suoi connotati di interdipendenza planetaria, ma anche la paura di processi incontrollabili e incommensurabili in termini di rischio collegato alla fragilità dei sistemi complessi, quasi per assurdo, uniscono in comunità la globalità degli uomini. Qui sta il punto di forza su cui far leva per capovolgere situazioni dominate da ingiustizia ed esclusione che non possono più essere accettate al livello di giudizio della comunità globale. È in quest’ottica che occorre ripensare il senso della ricerca scientifica e tecnologica cogliendone altresì i legami con la gestione dell’economia, con il fare politica, con il fare cultura.
* Professore emerito Università di Genova
da www.Avvenire.it  


venerdì 14 dicembre 2018

E' COSI' DIFFICILE APPRENDERE? - Seminario Nazionale AIMC


Il fine della scuola è quello di garantire il successo formativo di tutti gli studenti e, per fare questo, è chiamata a mettere in relazione metodi radicalmente nuovi di apprendimento, che permettano a ciascun alunno di maturare in tutte le dimensioni: cognitiva, affettiva, relazionale, corporea, etica, estetica, religiosa e spirituale.
Accedendo all’interiorità del soggetto, l’insegnante sarà in grado di realizzare interventi didattici personalizzati che, superando i percorsi formali dell’individualizzazione, risultino più rispondenti alle inclinazioni personali degli studenti.
L’AIMC, da sempre impegnata nell’attività di accompagnamento alla professionalità dei docenti, propone un percorso formativo incentrato sulla “didattica mentalista” dal titolo:

è COSI’ DIFFICILE APPRENDERE?”

Si tratta di una pratica pedagogica metacognitiva, che ha come obiettivo la valorizzazione della persona-alunno nelle sue componenti più “nascoste”, ma ugualmente fondamentali: la mente, gli affetti e la motivazione che agiscono direttamente sull’alunno, fornendogli indicazioni precise su come operare sul piano mentale

Scarica:  PROGRAMMA


giovedì 13 dicembre 2018

STRAGE IN DISCOTECA E PENSIERO UNICO


di Massimo Recalcati

       Ho con il territorio di Ancona un rapporto personale di grande affetto che dura negli anni. Corinaldo è un piccolo e bellissimo borgo marchigiano oggi sommerso dal dolore. Potrei leggere la drammatica vicenda che ci ha tutti turbati come la conferma tragica delle mie tesi sulla crisi diffusa del discorso educativo, sull’evaporazione del padre, sulla lunga notte di Itaca che ci circonda, sulla diffusione di un godimento nocivo alla vita. 
       Osservo invece con un certo sconcerto che quella maledetta discoteca ci fotografa: spietatamente, crudelmente, traumaticamente. Nessuno di noi è salvo. La caccia al colpevole, l’attribuzione delle responsabilità per l’accaduto — pure, sottolineo, giusta e necessaria —, i giudizi di condanna nei confronti di quei genitori e dei loro ragazzi sembrano aver innanzitutto dimenticato che questo tempo è ancora il tempo del dolore. Alcuni ragazzi sono gravi, le loro famiglie col fiato sospeso, il corpo straziato dei morti giace senza sepoltura. 
     Eppure non c’è il silenzio necessario a ogni lutto, ma un livore accusatorio che impressiona. Non tra i ragazzi, ma tra gli adulti. Genitori e cosiddetti immancabili esperti, dalle tribune dei media e dei social, spiegano come dovrebbero comportarsi i veri genitori, quelli seriamente responsabili del proprio ruolo educativo. Altri commentatori accusano invece l’artista di inneggiare, nelle sue canzoni, allo sballo e alla dissipazione, accanendosi con le autorità che non avrebbero adempiuto ai loro ruoli nel garantire la sicurezza della struttura. In questo modo il rispetto per il lavoro doloroso del lutto di famiglie spezzate dal dolore e dalla perdita viene brutalmente calpestato. 
     Non c’è senso della comunità, condivisione, solidarietà, presenza, ma, come avviene tristemente e non casualmente anche nella nostra vita politica, l’attribuzione proiettiva e feroce della colpa che è sempre dell’altro. Non ci accorgiamo di essere come quelli che gettano spray urticante negli occhi dei vicini per accaparrarci un po’ di spazio o un oggetto di valore? È evidente che una seria riflessione sul tema dell’educazione si deve fare, ma non ora, non adesso, non in questi termini trascurando i tempi psichici che l’elaborazione simbolica di ogni lutto esige. Trascurando il dramma della bambina di 11 anni che ha chiesto a sua madre di essere accompagnata al concerto prima di vederla morta. Chi ha cura dei suoi pensieri? Chi, prima di giudicare pubblicamente sua madre, pensa, anche solo per un attimo, a come sta questa bambina, a quali sensi di colpa possono tormentarla? 
       Lo sappiamo: la ragione ultima, quella più decisiva, all’origine della tragedia è, oltre alla presenza, sempre minoritaria, di una microcriminalità giovanile, la spinta al profitto che ha generato il fenomeno fatale e determinante del sovraffollamento dei locali. 
        Ma noi siamo davvero indenni da questa spinta? Noi adulti diamo testimonianza di quanto, per esempio, la lettura e la cultura, l’amore e la solidarietà, valgano più dell’accesso a un guadagno facile o dell’inganno del prossimo? Sappiamo dare testimonianza ai nostri figli che la Legge del mercato non è la sola Legge possibile per l’umano? Siamo in grado di farlo? 
      L’educazione è una cosa seria: non è l’apprendimento di regole esterne, né si può ridurre al sentimento del loro rispetto. Il grande compito del processo educativo è quello di rendere possibile l’incorporazione del senso umano della Legge che è irriducibile a ogni regola. Il corteo paternalista delle voci che richiamano il rispetto delle regole e dell’autorità sembra purtroppo manifestarsi come “pensiero unico”. 
     Una lunga tradizione disciplinare (pre-Sessantotto) gli dà vigore: meglio prendersela con la cattiva musica che suscita cattivi modelli che con il modello di vita che noi stessi proponiamo. Infatti: quale modello di vita siamo stati e siamo in grado di offrire ai nostri figli? Gli consegniamo in eredità un mondo senza prospettive, senza lavoro, un corpo morto e vorremmo che loro fossero la manifestazione grata, vitale e positiva del desiderio. 
     Quando, chiediamoci, i limiti che oggi gli adulti responsabili invocano, acquistano davvero senso? In un tempo come il nostro che discredita continuamente i limiti essi possono esistere solo se gli adulti per primi ne danno testimonianza credibile facendoli esistere innanzitutto nella loro stessa vita. Questo è l’essenziale. Essenziale non è il giudizio di condanna; essenziale è sempre da quale pulpito viene la predica.


Fonte; La Repubblica, 11 dicembre 2018




sabato 8 dicembre 2018

SCENDE LA PAROLA....... A NOI VEDERLA E SENTIRLA

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 3, 1-6
1Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilene, 2sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 3Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, 4com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel desertoPreparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri5Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassatole vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. 6Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!
        A noi vederla Scende, la Parola. Si fa spazio fra gli eventi, con garbo, senza rumore, senza urlare, senza spingere. La si sente a fatica tanto è assalita da mille inutili parole. Sguaiate, rabbiose, che sovrastano e incutono timore. In questo mondo connesso, accessibile, servito ogni mattina a colazione con la sua litania di eventi, di violenza, di crisi, di catastrofi naturali, di guerre seriali, dimenticate, usurate. Anche le emozioni paiono consumarsi, oggi siamo turbati dai bambini morti di fame nell’assurda guerra di Siria, ma domani già guardiamo perplessi alle case divorate dal fuoco in California, o dalla carovana di disperati che spinge al confine messicano. 
       Durano poco, le emozioni. E fanno i conti con la quotidianità, con le mille piccole sfide che dobbiamo affrontare: il lavoro che manca, le città che scivolano nel caos, la politica che non sa bene cosa fare. E i grandi nomi, i salvatori della Patria via l’uno, l’altro. Qualcuno getta la spugna, si disconnette, si rinchiude nella sua bolla, già felice di portare a casa la pelle alla fine di una giornata. Altri, come dicevamo domenica scorsa, si disperano, muoiono di paura, si spengono disconnettendo la mente e l’anima. Altri ancora, basta farsi un giro nelle nostre città illuminate che di anno in anno anticipano il Natale di mesi, ormai, corrono a comprare qualche regalo. 
         E Dio che fa? Storia e storie Interviene Dio. Ancora. No, non si è stancato. Non è distratto. Né si rassegna a diventare uno dei tanti. Né si nasconde dentro le nostre chiese. Né si lascia andare allo sconforto nel vedere come abbiamo gettato dalla finestra la sua eredità. Fa a modo suo. Intesse la Storia nelle nostre storie. Chiede uno sguardo diverso. Chiede di non aspettare una fine, ma di intessere un inizio, costi quel che costi. Luca, grande amico, grande storico, che cerca, da profeta, di leggere i segni dei tempi, ci incoraggia. Nell’anno diciasettesimo dopo l’assalto alle torri gemelli, mentre la Siria era ancora divorata dalla guerra civile e il mondo islamico rinvigoriva la storica lotta fra sciiti e sunniti, quando Junker era presidente dell’Unione Europea e Vladmir Putin della Russia (ancora!), in America trionfava Trump e la Cina spadroneggiava sui mercati, regnante Francesco papa testimone del Vangelo anche se osteggiato, durante il governo italiano giallo-verde, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 
        La parola di Dio scende su un piccolo profeta nel deserto, evitaando con cura tutti i potenti dell’epoca, tutti i grandi agli occhi del mondo, e bisogna scovarla, andare nel deserto, cioè zittire le nostra paure e le tante opinioni, per poterla ascoltare. Già Baruc Già Baruc, segretario di Geremia, nella prima lettura si rivolge al popolo disperso in Babilonia e vede un ritorno in grande stile nella Gerusalemme dei padri. Parla a degli straccioni senza speranza, a dei deportati che si trascinano come schiavi in attesa di morire. E sogna. Così è, amici, la Storia di Dio si sovrappone alla piccola e violenta storia degli uomini e la trasfigura. Nessuno di noi conoscerebbe Erode se non avesse ucciso il Battista. Il procuratore Pilato viene nominato ogni domenica nella professione di fede non per la sua audacia politica e militare, ma per aver ucciso un falegname esaltato che si prese per Dio. E che lo era. E noi, a che storia vogliamo appartenere? Le energie, i sogni, l’audacia che mettiamo per chi o cosa la mettiamo? Per la fragile storia degli uomini? O per quella di Dio? Lavori in corso Entrare nella storia altra significa, anzitutto, aprirsi allo stupore di Dio, attenderlo ed accoglierlo per ciò che egli è, non per ciò che vorremmo che fosse. 
         L’avvento non aggiunge degli impegni alla nostra scarsa fede e alla nostra poca disponibilità alla preghiera, ma un tempo in cui ci è chiesto di accorgerci, di preparare la strada, di spalancare il cuore. Citando Isaia, Giovanni è molto preciso sulle cose da fare: raddrizzare i sentieri, riempire i burroni, spianare le montagne. Raddrizzare i sentieri, cioè avere un pensiero semplice, lineare, senza troppi giri di testa. La fede è esperienza personale che nasce nella fiducia, che diventa abbandono. La fede va interrogata, nutrita, è intellegibile, ragionevole. Ma ad un certo punto diventa salto, ragionevole salto tra le braccia di questo Dio. Abbiamo bisogno di pensieri veri nella nostra vita, di pensieri positivi e buoni per poter accogliere la luce. Riempire i burroni delle nostre fragilità. Tutti noi portiamo nel cuore dei crateri più o meno grandi, più o meno insidiosi, delle fatiche più o meno superate. Ebbene: occorre stare attenti a non lasciarci travolgere dalle nostre fragilità o, peggio, mascherarle. Ognuno di noi porta delle tenebre nel cuore: l’importante è che non ci parlino, l’importante è non dar loro retta. Spianare le montagne. In un mondo basato sull’immagine conta più l’apparenza della sostanza. Bene il fitness, ottimo il body-building per stare in forma. 
          È bene curare il proprio modo di vestire. Ma occorre aprire qualche palestra di spirit-building, qualche estetista del cuore e dell’anima! Essenzialità, verità, desiderio: questi gli strumenti per trovare un sentiero verso Dio. E questo già ci procura gioia, l’attesa già ci scuote dentro, ci apre lo stupore… gioia come quella che san Paolo prova per la sua comunità greca di Filippi, come quella che il salmista descrive per il ritorno dei prigionieri da Babilonia a Gerusalemme. La storia la scrivono i violenti.
          La Storia la cambia Dio. E la abita. A noi vederla.