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giovedì 25 dicembre 2025

LA LUCE SPLENDE NELLE TENEBRE

 


Mi sento emozionato,

caro Gesù, 


nel farti gli auguri 

di buon compleanno.


In ogni Natale tu sei il festeggiato, ma quante volte noi ci appropriamo della festa... e ti lasciamo nell'angolo di un vago ricordo: senza impegno, senza cuore e senza ospitalità sincera!

Da più di duemila anni, a ogni Natale, noi ci scambiamo gli auguri perché avvertiamo che la tua nascita è anche la nostra nascita: la nascita della speranza, la nascita della vita, la nascita dell'amore, la nascita di Dio nella grotta della nostra povertà.

Però — quanto mi dispiace doverlo riconoscere! — il tuo Natale è minacciato da un falso natale, che prepotentemente ci invade e ci insidia e ci narcotizza fino al punto da non vedere più e non sentire più il richiamo del vero Natale: il tuo Natale!

Ma la gente sa che la Luce sei tu? E se interiormente gli uomini restano al buio, a che serve addobbare la notte con variopinte luminarie? Non è una beffa, o Gesù? Non è un tradimento del Natale?

Tante domande, caro Gesù, si affollano nel mio cuore e diventano un invito forte alla conversione.

E noi cristiani mandiamo luce con la nostra vita? E le famiglie e le parrocchie rassomigliano veramente a Betlemme?

Si vede la stella cometa nei nostri occhi pieni di bontà?

Dalle case e dai luoghi di divertimento in questi giorni escono musiche che vorrebbero essere invito alla gioia. Ma di quale gioia si tratta?

Gli uomini hanno scambiato il piacere con la gioia: quale mistificazione! 

Il piacere è il solletico della carne e, pertanto, sparisce subito e va continuamente e insaziabilmente ripetuto; la gioia, invece, è il fremito dell'anima che giunge a Betlemme e vede Dio e resta affascinata e coinvolta nella festa dell'amore puro.

Sarà questa la nostra gioia? Sarà questo il nostro Natale?

Gesù, come vorrei che fosse così!

Ma c'è un altro pensiero che mi turba e mi fa sentire tanto distante il nostro natale dal tuo Natale. A Natale, o Gesù, tu non hai fatto il cenone e non hai prenotato una stanza in un lussuoso albergo di una rinomata stazione sciistica: tu sei nato povero, tu hai scelto l'umiltà di una grotta e le braccia di Maria («la poverella», amava chiamarla Francesco d'Assisi, un grande esperto del Natale vero!). Come sarebbe bello se a Natale, invece di riempire le case di cose inutili, le svuotassimo per condividere con chi non ha, per fare l’esperienza meravigliosa del dono, per vivere il Natale insieme a te, o Gesù! Questo sarebbe il vero regalo natalizio!

A questo punto io ti auguro ancora con tutto il cuore: buon compleanno, Gesù! Ma ho paura che la tua festa non sia la nostra festa. 

 Card. Angelo Comastri -
da: "La nascita di Gesù", ed. San Paolo
Estratto dal Primo Capitolo, Perché il 25 Dicembre?

 

C'è luce per chiunque voglia vederla.

Natale, più che un giorno, è una luce che illumina tutti i giorni. 

Sappiamo che Gesù non è nato il 25 dicembre: la data esatta della sua nascita non ci è stata tramandata dagli evangelisti. Essi non ebbero la preoccupazione di fissare la notizia di tanti particolari storici, ma di annunciare il fatto e di viverlo e di farlo vivere.

Perché allora è stato scelto il 25 dicembre per ricordare la nascita di Gesù?

Anticamente, nel mese di dicembre, i popoli pagani celebravano la festa del Sole nascente. Infatti, verso la fine di questo mese, le giornate cominciano ad allungarsi e la luce lentamente vince le tenebre.

Gli antichi cristiani dissero: «Noi non celebreremo la festa del dio Sole. Per noi il sole è Cristo e la sua nascita è l'inizio del vero trionfo della luce sulle tenebre».

Così, con una decisione coraggiosa e significativa, il 25 dicembre divenne per i cristiani la festa della nascita di Gesù, la festa della luce che vince le tenebre.

Del resto Zaccaria, parlando della imminente venuta del Messia, aveva detto: «Verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Lc 1,78-79).

Ognuno di noi possa oggi sentire la verità delle parole di Paul Claudel: «Io so che non la mia notte, ma il giorno è vero».

Sì, il giorno è cominciato e c'è luce per chiunque voglia vederla.

- Don Severino Gallo - 
dall' Omelia di Natale, 25 dicembre 2014 


 

mercoledì 24 dicembre 2025

UN NEONATO INFREDDOLITO

 


Dove nasce

 Gesù oggi


Chi crede nella divinità 

di Cristo è chiamato

 a ricordare che

 duemila anni fa il Creatore delle galassie

 ha assunto la nostra inerme umanità

 nella sua forma più estrema, quella di un neonato infreddolito,

 rischiando di morire assiderato come  i bambini di Gaza.

-di Giuseppe Savagnone 

Dal Natale al solstizio d’inverno

Del Natale, in questi giorni, come ogni anno, sono piene le nostre strade, con le vetrine illuminate, gli addobbi più o meno ricchi, la folla di persone che escono per comprare. Ma in questa festa – forse la più sentita dell’anno – chi è assente è proprio festeggiato. Sembra essere sparito Gesù.

Il problema, in realtà, non è nuovo. Da sempre il Natale è stato esposto al rischio di vedere subordinata la sua valenza propriamente religiosa a una costellazione di valori umani che da un lato ne erano l’espressione, dall’altro però lo banalizzavano, diventando così la festa del buonismo, della famiglia e dello scambio dei regali. E tuttavia le tracce del suo originario significato rimanevano in una fede diffusa, anche se spesso abitudinaria e tradizionalista, che faceva riempire  le chiese per la veglia natalizia .

Da quando  il consumismo si è impadronito delle festività cristiane per trasformarle in occasioni di marketing, anche il Natale ha progressivamente  perduto il suo riferimento alla nascita del Salvatore. In alcuni paesi europei anche la dizione è stata cambiata in quella di “festa del solstizio d’inverno”, rinunziando perfino alla menzione dell’evento celebrato nella tradizione cristiana.

Nella stessa direzione vanno – di sicuro senza averne l’intenzione – gli odierni tentativi di rinnovare lo stesso cristianesimo rinunziando all’unicità e irripetibilità  di quell’evento. Dio non sarebbe “Altro” dal mondo. È la tesi di chi sostiene che «il  Logos incarnato non va inteso nella sua esclusività dell’uomo Gesù ma comprende e si estende a tutto il creato» (P. Gamberini).

E, a questo punto, non avrebbe neppure senso parlare di un momento della storia in cui è nato il Salvatore. E, del resto, non ce ne sarebbe bisogno. Per gli essere umani «il mezzo salvifico è l’etica, è la vita buona, è la vita giusta. Questa etica professata e vissuta non fa altro che esprimere una logica eterna», (V. Mancuso), immanente alla realtà del mondo e d cui dobbiamo solo prendere coscienza, non l’irrompere di qualcosa di nuovo, di Qualcuno che “viene” tra noi. 

In questa visione ormai diffusa, di cui la perdita di significato del Natale è espressione, ad essere in gioco non è solo il nostro modo di guardare a Cristo, ma quello di vedere noi stessi e la nostra vita. Essa rispecchia, infatti, una idea –  propria dell’antichità e riproposta, alle origini dell’epoca post-moderna, da Nietzsche – , secondo cui la salvezza non può venire dalla storia, concepita, sul modello della natura, come un “eterno ritorno”, ma deve avere una portata cosmica. Non c’ è posto, in quest’ottica, per  l’unicità e la novità di un evento in cui Dio si manifesta, perché Egli ci parla nell’universalità dei fenomeni e della nostra coscienza.  

I cristiani, utilizzando per la celebrazione della nascita di Gesù,  la festa pagana del Natalis Solis invicti, che cadeva ciclicamente alla fine di dicembre,  hanno sancito precisamente la rivoluzione culturale e spirituale che oggi si sta cercando – con successo – di annullare.

 Chi lo fa non si rende conto che sostituire la festa del solstizio d’inverno al Natale significa sostituire una visione immutabile del destino umano alla fiducia che qualcosa di radicalmente nuovo possa accadere, anzi sia già accaduto in quella lontana notte di duemila anni fa, e operi ormai incessantemente, pur senza rumore, per trasformare la nostra vita a livello sia personale che comunitario.

Ma davvero Dio è venuto nella nostra storia?

Certo, bisogna ammettere che per credere nel Natale oggi bisogna avere molto coraggio. Del Messia i profeti avevano parlato come di colui che avrebbe, a nome di Dio, instaurato un regno di pace e di giustizia destinato a durare per sempre. Come si legge nel libro di Isaia:

«Egli sarà giudice fra le genti/e arbitro fra molti popoli./Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,/ delle loro lance faranno falci;/una nazione non alzerà più la spada/contro un’altra nazione,/non impareranno più l’arte della guerra» (Is 2,4).

Se si guarda a questa promessa alla luce della escalation della violenza  e dell’ingiustizia di cui siamo stati spettatori in questi mesi e dilaganti anche in questo periodo natalizio, –  si è portati a condividere un racconto della tradizione ebraica, in cui  si narra che un pio ebreo un giorno si recò dal proprio rabbi per confessargli di avere la terribile tentazione di farsi cristiano. «E se fosse davvero venuto?».

Il rabbi, dice il racconto, rimase in silenzio. Con una mano, scostò la tenda e guardò fuori. In strada un povero mendicante cencioso chiedeva l’elemosina, , un uomo picchiava un bambino, un ricco in abiti di lusso passava impettito, riverito da tutti. Lasciò ricadere la tenda e disse: «No, non è venuto».

Possiamo ancora credere nel Natale oggi, dopo quello che è successo a, che continua a succedere, in Ucraina, a Gaza? Non siamo costretti anche noi, come il saggio rabbi ebreo, a constatare con rassegnata tristezza: «No, non è venuto»?

A metterci in guardia dall’equivoco è la festa, subito seguente a quella del Natale, in cui si ricorda la strage degli innocenti. Il vangelo non ha mai avallato l’illusione che la nascita di Gesù dovesse eliminare il male dalla storia con un colpo di bacchetta magica. E le stesse condizioni di questa nascita, nella emarginazione e nella povertà, con la successiva fuga in Egitto, da povero rifugiato, la smentivano evidentemente.

Il Natale non segna l’avvento del Messia vittorioso atteso dalla maggior parte degli ebrei. In tutta la sua missione Gesù ha voluto prendere decisamente le distanze da questa figura. E la parabola del grano e della zizzania, destinati a crescere insieme fino alla fine dei tempi, è più eloquente di qualunque filosofia della storia.

Dio è venuto tra noi mettendosi dalla parte dei civili ucraini torturati e uccisi a Bucha, dei palestinesi bombardati, cacciati dalla loro terra, massacrati, degli sfollati del Sudan, dei migranti trattenuti nei campi di tensione libici o annegati nel Mediterraneo.

Il silenzio del Natale

Ma il Natale significa che nella profondità della storia operano ormai forze che non fanno rumore – come sono quelle della verità e dell’amore – e che, a dispetto  della loro apparente irrilevanza, continuano l’evento salvifico della venuta di Dio nel nostro mondo.

Oggi siamo tentati di credere che la storia stia dando ragione ai terroristi, agli arroganti, ai narcisisti, e che la sola possibilità di opporsi a loro  è di farlo con lo stesso spirito di odio e di violenza. Il Natale ci sfida a rifiutare questa logica. In realtà, la sola cosa peggiore di un mondo dove i fanatici e i prepotenti dilagano sarebbe un mondo dove, per combatterli, noi stessi ci riduciamo a diventare come loro.

Chi crede nella divinità di Cristo è chiamato a ricordare che duemila anni fa il Creatore delle galassie ha assunto la nostra inerme umanità nella sua forma più estrema, quella di un neonato infreddolito, rischiando di morire assiderato come  i bambini di Gaza.

Gesù ancora oggi nasce là, tra i poveri ucraini senza riscaldamento nel rigido inverno del loro paese, nelle tendopoli allagate della Striscia, negli sforzi dei medici e degli operatori umanitari che a rischio della vita restano accanto a questi disperati cercando di mantenerli in vita. In questa miseria, in questa impotenza – non nei trionfi dei grandi della terra – , si manifesta tutta la gloria di Dio.

Perciò non dobbiamo meravigliarci se, anche a Natale, il chiasso del circo mediatico e dei proclami dei politici domina incontrastato. Le cose grandi maturano nel silenzio. Nel silenzio Dio si è fatto uomo. E là ci chiede di incontrarlo e di continuare, con i nostri poveri sforzi, la sua incarnazione.

 www.tuttavia.eu

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martedì 23 dicembre 2025

NATALE CON BONHOEFFER


 IL MIRACOLO
DELL'AMORE
DI DIO

«Soprattutto una cosa: non dovete pensare che io mi lasci abbattere da questo Natale in solitudine». Così Dietrich Bonhoeffer scriveva ai genitori il 17 dicembre 1943 dal carcere berlinese di Tegel, dove era stato rinchiuso con l’accusa di cospirazione contro il regime nazista. Fu messo in isolamento in una cella sudicia senza che nessuno gli rivolgesse la parola. La lettera continuava: «Guardando la cosa da un punto di vista cristiano, non può essere un problema particolare trascorrere un Natale nella cella di una prigione. Molti in questa casa celebreranno probabilmente un Natale più ricco di significato e più autentico di quanto non avvenga dove di questa festa non si conserva che il nome. Un prigioniero capisce meglio di qualunque altro che miseria, sofferenza, povertà, solitudine, mancanza di aiuto e colpa hanno agli occhi di Dio un significato completamente diverso che nel giudizio degli uomini; che Dio volge lo sguardo proprio verso coloro da cui gli uomini sono soliti distoglierlo; che Cristo nacque in una stalla perché non aveva trovato posto nell’albergo; tutto questo per un prigioniero è veramente un lieto annunzio» (D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Cinisello Balsamo [MI], Ed. Paoline, 1988, 324).

Rimase nel carcere di Tegel 18 mesi. Nell’ottobre del 1944 fu trasferito nel carcere della Gestapo in Prinz-Albrecht-Strasse per essere poi internato, il 7 febbraio 1945, nel campo di concentramento di Buchenwald. Il 9 aprile, nel campo di sterminio di Flossenburg, fu impiccato perché giudicato reo di cospirazione contro il Führer. Aveva 39 anni. Intuendo prossima la morte aveva detto: «È la fine – per me l’inizio della vita».

* * *

Il Natale in prigione

Nella lettera citata aveva affermato di voler ricordare il Natale in prigione «con un certo orgoglio». Si riferiva soprattutto all’orgoglio di sapersi nella sequela di Cristo, nato «in una stalla perché non aveva trovato posto nell’albergo». Neanche per D. Bonhoeffer, pastore della Confessione luterana, nemico dichiarato del regime nazista, c’era posto nella società dominante. Rifiutato come Cristo, e come Cristo giudicato colpevole. Per chi, come lui, aveva scelto Cristo come signore, centro e ideale della sua vita, l’essere «trattato come un pericoloso criminale», carcerato e ridotto al silenzio, autenticava la sua fede cristiana. Questa condizione — l’assimilazione a Cristo —, approfondita e sviluppata nei suoi elementi essenziali, costituisce l’anima della sua concezione religiosa: «L’uomo che Dio accoglie, giudica e fa risorgere a nuova vita è Gesù Cristo, e in lui l’umanità intera: siamo noi. Soltanto la persona di Gesù Cristo affronta vittoriosamente il mondo. Da questa persona, nasce e prende forma un mondo riconciliato con Dio» (D. Bonhoeffer, Etica, Milano, Bompiani, 1969, 69).

Nella nascita di Gesù Cristo, Dio si abbassa e si rivela: «Cristo nella mangiatoia […]. Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro […]. Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono “perduto”, lì egli dice “salvato”; dove gli uomini dicono “no”, lì egli dice “sì”. Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente incomparabile. Dove gli uomini dicono “spregevole”, lì Dio esclama “beato”. Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, proprio lì Dio ci è vicino come mai lo era stato prima, lì egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del suo amore, della sua vicinanza e della sua grazia» («Sermone della 3a domenica di Avvento», in D. Bonhoeffer, Riconoscere Dio al centro della vita, Brescia, Queriniana, 2004, 12 s; d’ora in poi RD).

* * *

Il Natale permette di comprendere questo miracolo.

Bonhoeffer lo ha compreso in maniera così viva da considerarlo la realtà della sua vita. Nella cella del carcere di Tegel ha appeso a un chiodo la corona dell’Avvento e attaccato la Natività del Lippi. La meditazione su Maria e sul Bambino della mangiatoia lo inonda di serenità; ricorda i Lieder cantati in famiglia, soprattutto questi versi: La mangiatoia splende luminosa e chiara, / la notte porta una luce nuova, / la tenebra non deve entrare, / la fede resta sempre nella luce (Resistenza e resa, cit., 214). Allora quel «buco» di prigione diventa una finestra spalancata sull’universo della fede, e l’oscurità è assorbita dalla luce di un mistero non semplicemente da ricordare, ma da celebrare.

«Il fatto che Dio elegge Maria a suo strumento, il fatto che Dio vuole venire personalmente in questo mondo nella mangiatoia di Betlemme, non è un idillio familiare, bensì è l’inizio di una conversione totale, di un riordinamento di tutte le cose di questa terra. Se vogliamo partecipare a questo evento dell’Avvento e del Natale, non possiamo stare semplicemente a guardare come spettatori in un teatro e godere delle belle immagini che ci passano davanti, bensì dobbiamo lasciarci coinvolgere nell’azione che qui si svolge, in questo capovolgimento di tutte le cose, dobbiamo recitare anche noi su questo palcoscenico; qui lo spettatore è sempre anche un attore del dramma, e noi non possiamo sottrarci» (RD, 14).

A questo punto Bonhoeffer si chiede il significato della scena offertaci dal Natale. Che cosa accade a Natale? «Il giudizio del mondo e la redenzione del mondo: ecco ciò che qui accade. Ed è lo stesso Bambin Gesù nella mangiatoia a compiere il giudizio e la redenzione del mondo». La conseguenza è perentoria: «Non possiamo accostarci alla sua mangiatoia come ci accostiamo alla culla di un altro bambino: a colui che vuole accostarsi alla sua mangiatoia succede qualcosa, perché da essa può allontanarsi di nuovo solo giudicato o redento, deve qui crollare oppure conoscere che la misericordia di Dio è a lui rivolta» (RD, 15).

Un Natale pagano

Celebrare il Natale «in maniera paganamente distaccata», considerarlo una «bella e pia leggenda», pensare che il discorso natalizio sia semplicemente «un modo di dire»: tutto ciò significa sganciarsi dalla Rivelazione e dalla Redenzione. Dio si fa bambino «non per trastullarsi, per giocare», ma per rivelarci che «il trono di Dio nel mondo non è nei troni umani, ma negli abissi e nelle profondità umane, nella mangiatoia». Attorno al suo trono non ha voluto i grandi della terra, ma personaggi oscuri e sconosciuti «che non si stancano di guardare questo miracolo e vogliono vivere completamente della misericordia di Dio». La mangiatoia e la croce sono le due realtà che determinano il destino dell’umanità. Dinanzi ad esse il coraggio dei grandi di questo mondo si dissolve, e al suo posto subentra la paura. In verità «nessun violento osa avvicinarsi alla mangiatoia, e neppure il re Erode l’ha fatto. Appunto perché qui vacillano i troni, cadono i violenti, precipitano i superbi, perché Dio è con gli infimi […]. Davanti a Maria, alla serva, alla mangiatoia di Cristo, davanti al Dio della bassezza il forte cade, non ha alcun diritto, alcuna speranza, è giudicato».

Tali considerazioni inducono a un leale esame di coscienza. «Alla luce della mangiatoia», che cosa è alto e che cosa è basso nella vita umana? Abbiamo lo stesso criterio del Signore nel formulare un giudizio in merito? «Ognuno di noi vive con persone che diciamo altolocate e con persone che diciamo di basso rango. Ognuno di noi ha sempre qualcuno che sta più in basso di lui. Ci aiuterà questo Natale a imparare ancora una volta a cambiare radicalmente idea su questo punto, a cambiare mentalità e a sapere che la nostra via, nella misura in cui deve essere una via verso Dio, non ci conduce verso l’alto, bensì in maniera molto reale verso il basso, verso i piccoli, e a sapere che ogni cammino tendente solo verso l’alto finisce necessariamente in maniera spaventosa?». La conclusione di Bonhoeffer è perentoria: «Dio non permette che ci si prenda gioco di lui (Gal 6,7). Non permette che celebriamo anno dopo anno il Natale senza fare sul serio. Egli mantiene sicuramente la sua parola, e a Natale, quando entrerà, con la sua gloria e con la sua potenza nella mangiatoia, rovescerà i violenti dai troni se finalmente, finalmente non si convertiranno» (RD, 18).

* * *

Un bambino è nato per noi

Nell’altro sermone-meditazione del Natale 1940 Bonhoeffer si sofferma sul testo di Isaia (9,5-6): «Un bambino è nato per noi» e sugli appellativi con il quale il profeta lo qualifica. I toni elevati sono percorsi da brividi di commozione per la consapevolezza che l’oggi del profeta è anche il nostro oggi. Anche nel nostro tempo, così appesantito da colpe e da miserie, nasce un bambino che realizza la nostra redenzione. «La mia vita dipende adesso unicamente dal fatto che questo bambino è nato, che questo figlio ci è dato, che questo discendente di uomini, che questo Figlio di Dio mi appartiene, dal fatto che lo conosco, ce l’ho, lo amo, dal fatto che sono suo e che egli è mio» (RD, 26).

Dinanzi all’affermazione che «sulle deboli spalle di questo neonato poggia la sovranità su tutto il mondo», l’uomo del nostro tempo, sicuro di sé, forse riderà beffardamente; ma i credenti sanno che il Bambino di Betlemme è «Dio in forma umana». Sanno anche che la sovranità che poggia sulle sue spalle «consiste nel portare pazientemente gli uomini e la loro colpa. E tale portare comincia nella mangiatoia, comincia lì dove il Verbo eterno di Dio ha assunto la carne umana e l’ha portata».

Quali nomi dà il profeta a questo Bambino? Consigliere ammirabile: «Dal consiglio eterno di Dio è scaturita la nascita del bambino salvatore», che col suo amore ci conquista e ci salva. «Questo Figlio di Dio, dal momento che è il suo consigliere ammirabile, è anche una fonte di tutti i miracoli e di tutti i consigli». Dio potente: «Qui egli è povero come noi, misero e inerme come noi, un uomo di sangue e carne come noi, nostro fratello. E tuttavia è Dio, tuttavia è potente. Dov’è la divinità, dov’è la potenza di questo bambino? Nell’amore divino con cui divenne uguale a noi. La sua miseria nella mangiatoia è la sua potenza». Padre per sempre: in questo bambino si rivela l’amore eterno del Padre perché «il Figlio è una cosa sola con il Padre […]. Nato nel tempo, egli porta con sé l’eternità sulla terra». Principe della pace: «Dove Dio viene agli uomini e si unisce ad essi per amore, lì tra Dio e l’uomo, e tra uomo e uomo è conclusa la pace. Se temi l’ira di Dio, va’ dal bambino nella mangiatoia e lasciati ivi donare la pace di Dio. Se sei in lite con tuo fratello e lo odi, vieni e vedi come Dio è diventato per puro amore nostro fratello e ci vuole riconciliare fra di noi. Nel mondo regna la violenza, questo bambino è il principe della pace. Dov’egli è, lì regna la pace» (RD, 30).

* * *

Coraggio e fede profonda

Occorreva coraggio e fede profonda per scrivere queste parole quando l’esercito hitleriano avanzava vittorioso su molte nazioni europee, convinto che Gott mit Uns, che Dio era con la razza ariana, che Dio era il Terzo Reich. Mentre molti intellettuali, scienziati e artisti erano emigrati perché consapevoli della fine di ogni libertà della cultura, lui — Bonhoeffer — era rientrato in Germania dagli Stati Uniti per aiutare la sua nazione a ritrovare la propria anima, la propria libertà, soprattutto a ricordarle dove si trovano le radici della pace. Karl Barth, suo maestro, aveva denunciato l’inconciliabilità del nazismo con il cristianesimo e abbandonato la Germania; Bonhoeffer, superando ogni timore, aveva deciso di restare accanto alla «Chiesa confessante» (die bekennende Kirche) di netta opposizione al nazismo. Al Terzo Reich opponeva il regno di Dio.

«Soltanto dove non si permette a Gesù di regnare, dove l’ostinazione, il dispetto, l’odio e l’avidità umana possono scatenarsi sfrenatamente non può esserci pace. Gesù non vuole il suo regno di pace con la violenza, bensì dona la sua pace mirabile a coloro che gli si sottomettono volontariamente e lo lasciano regnare sopra di sé […]. Un regno di pace e di giustizia, desiderio inappagato degli uomini, è cominciato con la nascita del bambino divino. Noi siamo chiamati a tal regno, e lo possiamo trovare se riceviamo nella Chiesa, nella comunità dei credenti, la parola e il sacramento del Signore Gesù Cristo, se ci sottoponiamo alla sua sovranità, se riconosciamo nel bambino posto nella mangiatoia il nostro salvatore e redentore e ci lasciamo da lui donare una nuova vita nell’amore» (RD, 32 s). Al Gott mit Uns dei nazisti il pastore luterano oppone il «Dio con noi, Gesù-Emanuele» del Natale.

* * *

Dio si fa uomo per amore degli uomini.

 Celebriamo questo Natale in un periodo storico in qualche momento minacciato dalla strategia dell’orrore, sotto i cieli dell’insicurezza e dello sgomento anche se senza le tragedie immani della seconda guerra mondiale. Alcuni pensatori e scrittori, da tempo, hanno intonato il De profundis per l’umanità. Bonhoeffer è vissuto in tempi molto più oscuri del nostro. Invece del De profundis ha invitato gli uomini del suo tempo a contemplare la mangiatoia di Betlemme per poter intonare l’inno della speranza nonostante il grigiore dei tempi. Due suoi pensieri ne scandiscono le note: «La figura di colui che riconcilia, dell’Uomo-Dio Gesù Cristo, si interpone fra Dio e il mondo, e occupa il centro di tutti gli eventi. In lui è svelato il segreto del mondo e in lui si rivela il segreto di Dio. Nessun abisso del male può rimanere occulto a colui mediante il quale il mondo è riconciliato con Dio. Ma l’abisso dell’amore di Dio abbraccia anche la più abissale iniquità». «Dio si fa uomo per amore degli uomini. Non cerca il più perfetto degli uomini per unirsi a lui, ma assume la natura umana così com’è. Gesù Cristo non è un’umanità eccelsa trasfigurata, ma il “sì” di Dio all’uomo reale; non il “sì” spassionato del giudice ma il “sì” misericordioso del compagno di sofferenze. In questo “sì” è racchiusa la vita intera e l’intera speranza del mondo» (Etica, cit., 62 s).

   Civiltà Cattolica

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sabato 20 dicembre 2025

E' NATALE. AUGURI!


 A tutti gli associati AIMC

Auguri di un lieto e Santo Natale!


- di P. Giuseppe Oddone, Assistente Nazionale

Vi rivolgo con fraterno affetto l’augurio di un lieto e Santo Natale, riportando questi pensieri, che esprimono bene il mistero di Dio che viene ad abitare tra noi, per trasformare la nostra vita. Essi interpretano bene la fede cristiana, nella tradizione religiosa viva fin dai primi tempi della Chiesa.

Il mistero del Natale, dell’Incarnazione del Figlio di Dio, ci proietta alla sorgente di tutta la vicenda umana di Gesù, concepito nel grembo di Maria, nato a Betlemme, vissuto a Nazareth nel nascondimento, annunciatore dell’avvento del Regno di Dio nella sua persona, morto sulla croce a Gerusalemme e risorto ed asceso al cielo.

Il Santo Natale si può considerare anche come il punto estremo dell’abbassamento di Dio fino al vagito di un neonato bisognoso di tutto e nello stesso tempo il più alto per la nostra comprensione del Suo amore.

Ma il Santo Natale non è solo un brivido per la nostra intelligenza e una folgorazione di grazia, è anche un momento di dolcezza e di gioia interiore, un momento di fraternità e di pace, perché ci rivela Dio che ci viene incontro, che si abbassa fino ad un bambino che non sa parlare, che si fa carne, essere fragile e debole, Lui che è la Parola eterna del Padre e l’Onnipotente. Egli viene a chiedere il nostro amore per renderci partecipi della sua vita immortale, diventa figlio della nostra terra, per darci la vita del cielo, per comunicarci la sua stessa natura.

Sant’Agostino ci invita a Natale a “salire e scendere sul figlio dell’uomo”. Parafrasando diversi passi delle sue opere possiamo dire con lui al Verbo che si è fatto carne:

Gesù ti sei racchiuso nel grembo di Maria, Tu che né cielo né terra possono contenere perché sei come Dio immenso ed infinito!

Sei nato a Betlemme, una sperduta città della Giudea, perché non confidiamo in nessuna potenza politica della terra!

Sei nato da Maria Vergine, perché non ci insuperbiamo della nobiltà della nostra famiglia o della nostra stirpe!

Sei nato in un presepe, povero, Tu al quale appartengono tutte le cose, perché non

confidiamo nella nostra ricchezza!

Sei nato nel tempo, figlio di Maria, Tu che sei nato dal Padre prima di tutti i tempi!

Sei nato nella notte, Tu che sei la nostra luce!

Sei sorretto dalle braccia di tua madre, Tu che ci hai creato e sorreggi il cielo e la terra!

Hai avuto fame, sei nutrito da Maria, hai succhiato il latte materno da una vena di carne, Tu che sei il nostro cibo!

Hai dormito sul seno di Maria, Tu che non dormi mai, perché come dice la Scrittura vegli su ognuno di noi e su tutto Israele!

Hai pianto, Tu che sei la nostra gioia!

Hai vagito, incapace di parlare, Tu che sei la Parola eterna del Padre!

Piccolo e vagente ti riconosciamo, ma onnipotente ti adoriamo!

Possa davvero il Santo Natale essere per noi credenti una festa che ci invita a gioire insieme nelle nostre famiglie e comunità, a salire e scendere con la nostra intelligenza ed il nostro amore sul Figlio dell’Uomo, su Gesù Bambino, Verbo fatto carne, che inserisce la nostra natura e la nostra storia nel mistero trinitario dell’unico Dio!

Rinnoviamo in questa festa così cara a tutto il popolo cristiano il nostro impegno, la nostra fede, la nostra professionalità, testimoniando nella vita e nell’insegnamento l’amore per Cristo, Colui che dà valore e pienezza di vita a chi lo accoglie nel proprio cuore!

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giovedì 18 dicembre 2025

IL NATALE COME DECISIONE

Immagine che contiene dipinto, vestiti, arte, persona

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Nella contemplazione sull’Incarnazione presente nel libro degli Esercizi spirituali (ES), sant’Ignazio di Loyola immagina la Santissima Trinità che guarda il mondo e l’umanità. Che cosa vedono le tre persone divine secondo sant’Ignazio? Una grande diversità: «sia nei vestiti sia nei gesti; alcuni bianchi, altri neri; alcuni in pace e altri in guerra; chi piangendo e chi ridendo; alcuni sani, altri malati; alcuni che nascono, altri che muoiono ecc.» (ES 106). 

Le tre persone divine vedono anche che «tutti andavano all’inferno» (ES 102) e, dopo aver visto tutto questo, prendono una decisione: «fare» la redenzione dell’umanità, ovvero, ancora nelle parole del cavaliere di Loyola, «decidono nella loro eternità che la seconda persona si faccia uomo per salvare il genere umano» (ES 102). 

Il Natale ha quindi origine in una decisione del Dio uno e trino. Potremmo dire che la redenzione dell’umanità ha origine da un processo di discernimento delle persone divine: hanno visto e hanno deciso! E quello che hanno visto e deciso «nella loro eternità» rimane attuale e reale anche oggi: la nostra immensa varietà di culture e di situazioni è raggiunta amorevolmente dallo stesso smisurato e inesauribile desiderio salvifico di Dio.  

E noi, nel Natale che ci apprestiamo a celebrare, quale decisione vogliamo prendere? E come vogliamo prepararla? Dobbiamo guardare attorno a noi, ma anche al di là della nostra cerchia più ristretta. Prolunghiamo lo sguardo attento delle persone divine e chiediamoci: oggi, dove c’è pace e dove c’è guerra? Chi piange e chi ride? Chi è sano e chi è malato? Chi nasce e chi muore? Identificate le risposte a queste domande, quali decisioni prendiamo e quali responsabilità, anche piccole, assumiamo?

Innanzitutto, accogliamo con tutto il cuore la decisione divina che ci salva. Rendiamola presente con i nostri atteggiamenti e scelte, con le nostre priorità riordinate e con i nostri criteri rivisti alla luce del Vangelo e dell’orizzonte di eternità al quale siamo chiamati. Sì, il Natale di quest’anno è anche una decisione nostra. Dio viene a farci compagnia, e noi, diventati fratelli e sorelle, decidiamo di portare il Natale a chi piange, a chi è in guerra, a chi è malato, a chi muore, ai più poveri, a chi è vittima dell’odio o della vendetta. Decidiamo di accogliere la chiamata di Cristo a prendere parte alla sua missione di pace, di comunione e di riconciliazione. A tutti, senza eccezione, egli vuole dire: Dilexi te, «Io ti ho amato» (Ap 3,9). 

Decidiamo, infine, che l’impegno a identificare e a diventare segni di speranza rimarrà anche dopo l’Anno giubilare che sta per concludersi, e che non dimenticheremo che spes non confundit, la «speranza non delude» (Rm 5,5). Non a caso papa Leone XIV ha intitolato una sua recente lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza.

Civiltà Cattolica

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lunedì 15 dicembre 2025

VENIRE ALLA LUCE

 

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-di Alessandro D’Avenia

 

Il Pantone Color Institute ha scelto per il 2026 un colore paradossale: il bianco.

Per identificarlo lo ha infatti dovuto rappresentare con una donna che danza tra le nubi: «Cloud Dancer». Non quindi un bianco sparato, ma una tonalità ariosa e pacifica come le nubi dei giorni sereni, che invoca calma in una vita maltrattata da un eccesso di stimoli, paure, rumori, fretta... È ora di dare «una mano di bianco» a quest'anima nostra così usurata. Il bianco inaugura, viene prima del colore, come la biacca sulle tele dei pittori. È indossato da chi ha, almeno negli intenti, purezza e virtù: papi, spose, medici, neonati, cuochi, tennisti (a Wimbledon), defunti (in Oriente) e, nell'antica Roma, ragazzi tra 14 e 18 anni e politici in campagna elettorale, «candidato» era infatti chi indossava una veste bianca (candida) in segno di onestà. 

 Un rumore si dice bianco perché contiene tutte le frequenze, smorza gli altri rumori e calma anima e corpo. Sul ponte purtroppo non sventola la bandiera bianca, in compenso prenotiamo le settimane bianche. Notti e balene se sono bianche diventano memorabili. Diciamo bianco il vino che in realtà non lo è, ma il rosso e il bianco, sangue e latte, sono i colori della vita e per questo i primi a esser nominati in quasi tutte le culture. Mettere nero su bianco è chiarezza, avere carta bianca è libertà. E bianco è il Natale anche perché la luce torna a prevalere sul buio. Bianco viene infatti da una radice antica per «splendore». E noi, splendiamo? 

 Bianca è la luce dei fotoni che in 8 minuti dal Sole incontra le cose terrestri, colorandosi delle frequenze che ciascuna riflette (il colore di una cosa è proprio quello che essa restituisce alla luce, una specie di grazie che ognuna pronuncia apparendo), quindi un oggetto è bianco quando riflette quasi tutta la luce che lo investe, non trattiene nulla, come le nubi, la neve, il latte, i cigni, le ninfee e la Luna che infatti catturano artisti e bambini. L'esperienza del bianco è esperienza radicale, del venire alla luce e quindi del venire alla vita. 

 Qualche giorno fa mentre passeggiavo in una tersa notte stellata stesa su maestose montagne innevate, la Luna, che gli antichi chiamavano Selene, cioè la Splendente, piena per l'ultima volta nell'anno, faceva brillare la neve in un crescendo di quel bianco che per Kandinsky colpisce gli uomini come un grande assoluto. Nel cielo danzava in bianca coreografia anche Orione, costellazione invernale, visibile da quasi ogni punto della Terra e nota, con miti diversi, a quasi tutti i popoli della Storia. Per i Greci antichi era il coraggioso Cacciatore che sfida il Toro o lo Scorpione, costellazioni a cui contende la volta celeste. 

 Sotto un cielo così è difficile avere pensieri cattivi, e forse per questo le città di notte sono spesso malvagie o tristi, perché ci rubano il bianco di Luna e stelle, bianco che risveglia in noi il desiderio (distanza de- dalle stelle -sidera) di vita, spazio vuoto che chiede pienezza, mancanza non assenza. Lo sapeva il presidente della Repubblica CecaVáclav Havel, che nel 2002 firmò una legge per proteggere il cielo stellato, imponendo limiti alla luce artificiale emessa verso l'alto. 

Per Havel, che era un artista, la politica era un potenziamento della libertà dei cittadini, e quindi della loro ricerca di senso che sempre comincia dalla bellezza: senza cielo stellato è impossibile avere un'anima, sentire la gratuità della vita, come il giovane Werther di Goethe che tentenna di fronte al suicidio perché non vuole perdere lo spettacolo delle stelle. 

 «Fill in the blanks» (riempi gli spazi) mi chiedevano gli esercizi scolastici d'inglese, e in quella lingua infatti la radice di «bianco» ha dato la parola «blank», un vuoto da riempire. Bianco è lo spazio in cui la vita chiede compiutezza, attesa di colori. L'esperienza del bianco è questa: io non mi basto, e non bastarsi è l'origine di ogni ricerca e quindi di ogni compimento, difficile da accettare in una cultura del «pienessere», dal tempo (ri-)pieno di bambini derubati dell'immaginazione che cresce solo nel vuoto, all'ego di adulti pieni di sé e quindi vuoti d'amore. 

 Chi è pieno non crea altra vita, la consuma o si consuma. Un paradosso che Cristo delinea in una di quelle sue pazze definizioni di felicità: «Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati», perché può essere felice solo chi cerca la verità (giustizia ne è sinonimo nella lingua evangelica) e trasforma il desiderio in azione creativa. Crea chi sa stare nel vuoto, nel bianco, come lo scrittore nella pagina, il pittore nella tela, il musico nel silenzio, l'innamorato nella distanza, lo scienziato nell'ignoto, l'uomo nella preghiera... La vita è già in noi, come lo sono i colori nella luce, ma come i colori emergono quando la luce incontra un limite, così la vita si colora grazie ai nostri limiti, intesi come ciò che ci rende unici. 

 L'odierna fortuna dell'armocromia tradisce un profondo bisogno spirituale: rivogliamo i nostri colori in un quotidiano spesso grigio e uniforme in cui non c'è spazio per diventare chi siamo ma solo chi ci dicono o obbligano ad essere. 

 Il bianco ce lo chiede con la sua luce: «Ricomincia, prepara i colori». È il colore del desiderio, che è quella inesauribile mancanza che ci rende incapaci di accontentarci di niente che non sia «per sempre», cioè infinito, e ci spinge quindi a cercare e creare sempre il nuovo: «ancora» è l'avverbio del desiderio. 

 Desideriamo senza poter esaurire il desiderio, perché il desiderio non è di qualcosa di preciso, perché è l'energia stessa che ci rende vivi, ci spinge a mettere vita nella vita, a diventare vivi. 

Agostino per questo diceva che vivere è esercizio del desiderio: «C’è una preghiera interiore che non conosce interruzione, ed è il desiderio. Se non vuoi interrompere la preghiera, non smettere mai di desiderare. Continuo è il tuo desiderio, e continua sarà la tua voce... non sempre esso giunge alle orecchie degli uomini, ma non resta mai lontano dalle orecchie di Dio». 

 Perché il bianco del 2026 non resti una metafora, una trovata pubblicitaria, un colore da indossare e basta, usiamolo come colore dell'anima. Il Natale è allora l'occasione per riscoprire che cosa ci impedisce di venire alla luce e quindi alla vita, per questo è bianco, non per la neve e le luci artificiali, che sono solo metafore mondane della verità, ma perché illumina, anche con dolore, gli angoli bui della nostra vita: disamore, paure, fallimenti, tristezze, rabbia, fatiche, inquietudine, ferite, tradimenti, delusioni... Ma è proprio grazie a questo buio che può brillare la vita che noi da soli non ci siamo dati e non possiamo darci, ed è questa Vita che è luce invincibile che festeggiamo: «In lui è la vita e la vita è la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1).

 Corriere della Sera

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martedì 9 dicembre 2025

DI CHE NATALE SEI ?

 

 Nascere è divino. Ma quando questa fiducia nella “natività” diventa debole, allora la morte diventa una passione, come nella storia è accaduto a tutte le culture in crisi.


Il 4 dicembre di 50 anni fa moriva la filosofa ebrea Hannah Arendt, autrice di queste righe:

«Il corso della vita umana diretto verso la morte ci condurrebbe alla rovina e alla distruzione se non fosse per la facoltà di interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che ci ricorda che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare» (Vita activa - La condizione umana). Era il 1958, bisognava fare i conti con il più grande cimitero a cielo aperto della storia umana costruito dai totalitarismi e partire da nuove basi: “Il miracolo che preserva il mondo dalla sua naturale rovina è in definitiva il fatto della natalità, in cui è radicata la facoltà di agire”. 

Arendt non usa nascita ma natalità per riferirsi alla capacità umana di introdurre l'inatteso nella storia, di cui il nascere è il primo atto. Dal momento che in italiano natalità fa pensare soltanto alla demografia, mi servirei di “natività”, da noi usato per la nascita di Cristo, perché dà il giusto peso al concetto di “inizio”: avresti potuto non esserci e invece ci sei, questo cambia la storia. Come sarebbe il mondo se tu non fossi nato? Quale novità sei e fai solo tu? Per capirlo consiglio di riguardare La vita è meravigliosa di Frank Capra, in cui a George Bailey, che vuole suicidarsi, viene concesso di vedere in anticipo come andrebbe il mondo senza di lui: che cosa cambierebbe se tu non ci fossi? Questo manca nella nostra cultura e quindi nell'educazione: non ci si percepisce come iniziatori ma come consumatori. Abbiamo bisogno di “natività”: come recuperarla?

 Arendt si ispira a un passo di Agostino: “Creatus est homo ut esset initium” (Confessioni XI, 31: “L'uomo è stato creato per essere un inizio”), in cui riflette sulla creazione del tempo da parte di un Dio fuori dal tempo, sostenendo che l'uomo è causa del tempo proprio perché nasce, inizia ad esserci. Persino Dio, nella narrazione cristiana, nasce, e così dà un nuovo corso alla storia da dentro la storia, come è dato fare a tutti e ciascuno di noi. 

 Nascere è divino. Ma quando questa fiducia nella “natività” diventa debole, allora la morte diventa una passione, come nella storia è accaduto a tutte le culture in crisi. Lo mostrano oggi guerre e riarmi, il tasso di suicidi dei giovani (seconda causa di morte in Occidente), la crisi della natalità e la distruzione del creato. Il recente suicidio delle gemelle Kessler racconta che la gioia di cui erano simbolo era provvisoria quanto uno spettacolo. Lo aveva intuito Leopardi nel suo Dialogo tra la Moda e la Morte in cui la prima scopre di essere sorella minore della seconda. Qual è invece la sorella minore della “natività”? Non ciò che passa, la moda, ma ciò resta, la vita. Qualche giorno fa ho contemplato al Museo diocesano di Milano l'opera in esposizione per Natale, una bellissima natività di Lorenzo Lotto, abitualmente alla Pinacoteca Nazionale di Siena, raccontata da una prospettiva curiosa: il bagno di Gesù Bambino

 Il quadro (1521) del geniale e inquieto pittore rinascimentale lascia da parte architetture complesse e regine in drappi eleganti, e rappresenta la quotidianità di una casa contadina (allora l'artista lavorava a Bergamo): una levatrice, un uomo sgomento, una donna che in un angolo riscalda un panno, una tazza con il cucchiaio, il paiolo della polenta usato come vaschetta, il bambino nudo che si ritrae dall'acqua fredda e ha ancora, dettaglio più unico che raro, un pezzetto del cordone ombelicale. Al centro della scena (il quadro nel tempo si è rovinato ed è stato tagliato celandone il vero fulcro geometrico) c'è il volto luminoso e gioioso della giovane madre.

 È il bagno di un neonato, niente di più, eppure è un capolavoro che ha 500 anni. Perché? Perché ci fa vedere lo straordinario dell'ordinario, la “natività” di ciascuno è un miracolo, cambia il corso della storia. Il cordone ombelicale lo ricorda con realismo scandaloso: se ci guardiamo la pancia scopriamo di non esserci fatti da soli come crede l'eroe del nostro tempo, il self-made man, l'uomo della potenza, che non crede di aver ricevuto nulla e quindi tutto consuma. 

 Nella narrazione evangelica infatti nessuno si accorge della nascita di Dio, perché non c'è niente di straordinario, e proprio questo è straordinario: è nato, ha l'ombelico, fa il compleanno, come tutti noi. Una cultura costruita sulla natività è piena di energia vitale perché ha fiducia nell'azione umana come capacità di dare inizio a una storia nuova, sempre Agostino diceva che non sono i tempi a essere buoni o cattivi, ma noi. E quel bambino ha infatti cambiato la storia se siamo ancora qui a festeggiare. Guardarsi l'ombelico, in senso letterale, aiuta a posizionarsi: non sono apparso dal nulla, sono stato dato a me e al mondo, ho ricevuto la vita per fare altra vita, sono un inizio. 

 Ma di che cosa? Festeggiare il Natale (la “natività”), credenti o no, significa ricordarsi che siamo fatti per cominciare e non per finire, per dare la vita e non per lottare contro la morte. Siamo esseri che sanno di dover morire, ma ancora di più che sanno di dover nascere: si nasce una prima volta il giorno del parto ma poi bisogna nascere continuamente dando inizio a cose che solo noi possiamo inaugurare e nessuno al posto nostro. 

 Se i Greci privilegiavano l'ombra intendendo con “i mortali” gli uomini, noi, privilegiando (il venire al-) la luce, dovremmo chiamarci “i natali”, cioè coloro che, per il fatto di esser nati, sono chiamati a nascere di più e a far nascere di più. Il Natale è l'unico compleanno in cui i regali non si fanno al festeggiato ma agli invitati, perché è il compleanno di tutti i compleanni: un Dio che dà la vita agli uomini, non vuole la loro. 

 Una cultura della natività non rende il bambino un idolo (cosa che serve in realtà all'egoismo e al compiacimento dell'adulto), ma il protagonista di un inizio, cioè lo vuole consapevole e quindi responsabile della vita ricevuta perché ne faccia altra, e non ne sia un mero consumatore come vedo fare a tanti bambini e adolescenti che vivono come se tutto fosse dovuto e non donato. Per questo una ragazza che fa il bagno al suo bambino può essere il soggetto di un capolavoro come quello di Lotto, perché contiene ciò che c'è da sapere sulla vita per farne un'opera d'arte: perché sei venuto al mondo? Di che cosa sei inizio? Quale tempo si inaugura con te? 

Se tu sparissi che cosa mancherebbe alla storia umana? Tu, che natale sei?

Alzogliocchiversoilcielo

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