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sabato 13 giugno 2026

LO SGUARDO DI GESU'


 Lo sguardo intelligente 

e commosso di Gesù

 è il paradigma 

della missione ecclesiale


Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola nella XI domenica del tempo ordinario (anno A)

Es 19,2-6a; Sal 99/100; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8

L’odierna pagina evangelica ci consegna il paradigma della missione ecclesiale. Il quale sembrerebbe impersonato dagli apostoli scelti e inviati per primi da Gesù ad annunciare la venuta del Regno di Dio. Da tutti loro, nessuno escluso: anche da «Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì».

Tramandare

È interessante, a tal proposito, notare la voce verbale usata dall’evangelista Matteo per dire che Giuda fu il traditore del suo Maestro: ho paradoùs autón, da paradoûnai, che vuol dire “trasmettere” e “tramandare” prima ancora che “tradire”. Del resto “tradire” equivale a fare una trasmissione distorta, non attendibile, di un insegnamento. Giuda tradì il suo Maestro non solo in quanto lo consegnò ai suoi uccisori (e nel greco neotestamentario pure “consegnare” è reso solitamente con paradoûnai) ma anche e soprattutto perché non ne comprese il messaggio e ne fraintese la missione messianica, presumendo probabilmente che Gesù avrebbe dovuto esercitare una leadership politica e persino militare, per guidare Israele alla riscossa contro i romani e i loro fiancheggiatori. Giuda non aveva capito la vera natura del Regno celeste e, di conseguenza, aveva fallito la missione – condivisa con gli altri apostoli – di predicarne l’avvento. Era stato un discepolo mediocre, non aveva ben appreso l’insegnamento del Maestro.

Gli inviati

Per compiere la missione ricevuta da Gesù, i suoi «apostoli» – da lui inviati, giacché questo significa letteralmente il termine apostoli – sono innanzitutto invitati a stare – come suoi «discepoli» – con il Maestro, a impararne la lezione, a lasciarsi avvincere dalla sua autorevolezza (nei vangeli si legge sempre exousía), a partecipare del suo potere (qui proprio exousía) di contrastare il Maligno e il male con cui gli «spiriti impuri» hanno contagiato il mondo. I discepoli sono chiamati, in particolare, ad assimilare il suo esemplare dedicarsi alle altrui debolezze, quelle fisiche non meno di quelle morali: «Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità».

Il rapporto che Gesù instaura con i suoi discepoli li prepara a essere apostoli, a svolgere la missione. Difatti, quello in cui il Maestro li coinvolge, non è un rapporto elitario, men che meno settario. Non è una relazione chiusa dentro la cerchia di coloro che sono stati scelti. È, piuttosto, aperta, estroversa, tesa giustappunto a tradursi in missione, a proiettarsi sulle strade, a perlustrare la realtà tutt’attorno, penetrandone ogni piega e ogni piaga.

In cammino

Gesù stesso sta continuamente in cammino, attraversa i villaggi e le città. Entra nelle case, si sofferma nelle sinagoghe e si concentra sui rotoli biblici che di volta in volta commenta, ma pure parla nelle piazze e slarga la vista sulle folle, percependone le preoccupazioni e intuendone le necessità, sentendo per questo «compassione» per le persone che va incontrando. Rivolge a tutti uno sguardo capace di oltrepassare le apparenze esteriori («idṑn», annota l’evangelista, usando una forma verbale che proviene da «horáō»: potremmo tradurlo come vedere oltre, guardando dentro): i suoi occhi scrutano e interpretano, scandagliano la realtà nel suo aspetto deteriorato e la ripensano per come dovrebbe davvero essere.

 Questa è la lezione di vita che Gesù propone ai suoi discepoli. Non è costituita soltanto da massime di cui un giorno ricordarsi. È un insegnamento vissuto più che impartito: ricco anche di gesti. Spesso, anzi, costituito da gesti non eclatanti, discreti, quasi impercettibili. È un insegnamento fatto di attenzione nei confronti di tutti: l’attenzione dello sguardo intelligente e dell’intima commozione. Per questo è un insegnamento difficile da apprendere. Per i discepoli, che si preparano a essere apostoli, si tratta d’imparare il modo di guardare di Gesù e, cosa ancor più straordinaria, di sperimentare il suo modo di commuoversi.

La missione

La missione, dunque, muove dalla persona di Gesù, dalla sua interiorità (splánchna nel contesto di questa pagina evangelica), dal suo cuore e dalla sua mente. Il vero paradigma della missione apostolica è impersonato da Gesù, prima e più che dagli apostoli. Per portare a termine la missione loro affidata dal Maestro, gli apostoli devono assomigliargli, facendo proprie queste sue singolari attitudini relazionali. Rispondere al suo appello non significa entrare nella sua corte e men che meno formare una sua coorte. Gesù non vuole un partito. Neppure un esercito. Al limite, nemmeno un seguito di alcun genere. Non trattiene presso di sé coloro che chiama. Vuole semmai compagni di strada, disposti a fare assieme a lui il suo stesso cammino lungo le vie del mondo. Per poi mandarli in ogni direzione, a due a due nel suo nome. Sarà lui a garantire loro la sua compagnia, poiché egli sarà sempre dove essi staranno – pregheranno e opereranno – uniti nel suo nome. Così potranno predicare – senza mai fermarsi, «strada facendo» – che «il Regno dei cieli è vicino». Dimostrando l’attendibilità di quest’annuncio con i segni messianici: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni».

Annuncio

Potrebbe sembrarci impossibile prolungare questa missione ai nostri giorni. Come guarire gli ammalati? Come far risorgere i defunti? Come sanare i lebbrosi? Come esorcizzare i diavoli? Come, perciò, rendere credibile l’annuncio del Regno? Interrogativi che potrebbero scoraggiarci. Ma che, invece, devono stimolarci a soppesare le parole del Maestro, per indovinarne il senso autentico. Possiamo e dobbiamo prenderci cura («therapeúein» nel testo greco di Matteo) delle ferite esteriori e di quelle interiori degli altri, delle loro tristezze non meno dei loro acciacchi. Possiamo e dobbiamo svegliare (questo vuol dire il verbo greco egheírō che troviamo in questo brano) chi sprofonda nella depressione reputando d’aver fallito su tutti i fronti, far vedere loro la luce in fondo al tunnel, aiutarli a capire che sono loro stessi la luce in fondo al tunnel. Possiamo e dobbiamo purificare le nostre comunità e la società intera dai pregiudizi che pesano su chi è scartato, estromesso, emarginato, rigettato, rifiutato, perseguitato, per cauterizzare così il tessuto ecclesiale e sociale che a causa di tali pregiudizi si riduce in brandelli. Possiamo e dobbiamo rintuzzare la violenza di Satana con la nostra umile preghiera al Signore, con il nostro sacrificio e con la nostra testimonianza possiamo e dobbiamo smascherare le forze occulte che vogliono strappare il mondo dalle mani paterne di Dio.

www.tuttavia.eu

 

 

 

martedì 9 giugno 2026

HOMO VIATOR

 


Mentre intorno a noi 

tutto scorre imperterrito, 

ci chiediamo quale sia 

il nostro posto. 

La fiducia nel futuro

 è un sintomo primordiale

 dell’essere umano,

 il vero cammino è interiore».

Homo Viator [PDF]

Per ognuno di noi la vita ha una direzione orizzontale e una direzione verticale. La direzione orizzontale riguarda la natura e la storia dentro cui ci ritroviamo inseriti e che ci trasportano in avanti come un interminabile tapis roulant. La direzione verticale riguarda noi stessi nella nostra singolarità, da quando siamo nati fino a quando moriremo scomparendo dal tapis roulant che continuerà a scorrere imperterrito. Le domande, a questo punto, sono due. 

La prima: che senso ha il continuo scorrere in avanti del tapis roulant della natura e della storia? La seconda: io, che vi sono comparso senza chiedere nulla, dove finirò? Qui mi soffermo sulla seconda, che riguarda il senso e lo stile di una singola esistenza. Le questioni sono quelle di sempre: da dove vengo, dove vado? Vengo dal nulla e vi tornerò, oppure vengo dall’essere e sarà lì che tornerò? Ma in che modo vi tornerò, se vi torno? E nel frattempo, cosa ci faccio qui? Come mi devo comportare? Qual è la maniera migliore per raggiungere quella felicità che tutti inseguono e pochi raggiungono? C’è un detto rinascimentale che accompagna la mia vita da tanti anni ormai e che spesso recito dentro di me in silenzio, con gli occhi socchiusi, ricavandone un senso di pace: “Vengo, non so da dove; sono, non so chi; muoio, non so quando; vado, non so dove: mi stupisco di essere lieto”. L’ignoranza che avvolge la nostra condizione (se pensata e accettata con serenità e persino con una punta di gratitudine verso l’ignoto mistero che ci ha portato all’esistenza) può generare la letizia interiore, nonché lo stupore nel ritrovarla dentro di noi: “Mi stupisco di essere lieto” …

Ci sono sciagure a non finire nel mondo, anche oggi le pagine di questo giornale ne sono piene, come lo erano ieri e come lo saranno domani. Ci sono infiniti motivi per disperare e la ragione lo sente, e per questo giustamente trasforma questo suo sentire in una serie di ragionamenti sulla vanità del mondo e della nostra vita al suo interno. In alcuni esseri umani, però, appare a volte un sentire ancora più forte della ragione, si tratta di un sentimento vitale che non si rassegna e che sperando guarda la ragione negli occhi e le dice: “Cara ragione, hai ragione nell’abbatterti, però qualcosa ti sfugge: ascolta meglio la musica della vita e forse capirai”.  

Questa voce senza parole, questo istinto primordiale di fiducia ancestrale verso la vita, conduce a camminare sul tapis roulant dell’esistenza in modo diverso. Appunto, con letizia. Ha scritto uno dei pionieri della psicanalisi, Carl Gustav Jung: “Mentre colui che nega va incontro al nulla, colui che ha posto la sua fede nell’archetipo segue i sentieri della vita e vive realmente fino alla morte. Entrambi, naturalmente, restano nell’incertezza; ma l’uno vive in contrasto con l’istinto, l’altro in accordo con esso, e la differenza è notevole, ed è a favore del secondo”. Vivere in accordo con l’istinto vitale significa ritenere che la domanda di senso che pervade il nostro ritrovarci sul tapis roulant non è vana, ma è destinata a trovare una risposta. 

Tale risposta però (questa è la mia profonda convinzione) non consiste in una dottrina, nell’annuncio di un evento esteriore del passato, come per esempio l’esodo dall’Egitto, o la morte e risurrezione di Cristo, o la rivelazione di Allah a Maometto o qualunque altro evento che fu e che non dipende da noi. No, tale risposta consiste nel lavoro interiore che qui e ora ognuno di noi può compiere. Di cosa si tratta?

Le testimonianze dell’umanità sono numerosissime, diverse tra loro per una serie di elementi, ma tutte concordi nella seguente indicazione: dentro di noi c’è una profondità scoprendo la quale siamo condotti al vero essere. La verità più autentica di noi, cioè, non ce la consegna il mondo esteriore ma la realtà interiore che ogni essere umano può attingere, se lavora su di sé. Come scrive Marco Aurelio, l’imperatore filosofo i cui pensieri sono per me un libro sacro: “Scava dentro di te, dentro è la fonte del bene, e può zampillare inesauribile, se continuerai a scavare”. Due secoli dopo sant’Agostino, quand’era ancora sotto l’influsso della filosofia classica (prima cioè degli sbandamenti che lo portarono a concepire l’umanità come “massa dannata” e l’interiorità irrimediabilmente corrotta dal peccato) scrive a sua volta: “La verità abita nell’uomo interiore”. E quando un giorno egli chiese al suo Dio: “Che cosa amo, quando amo te?”, la sua risposta fu: “La luce dell’uomo interiore che è in me”. Ma le testimonianze, come ho detto, sono numerose e universali: lo sciamanesimo, la religione egizia, l’hinduismo, il buddhismo, il jainismo, il taoismo, il confucianesimo, lo shintoismo, lo zoroastrismo, le religioni abramitiche… si può dire tutte le tradizioni spirituali dell’umanità sono concordi nell’indicare la profondità ontologica che costituisce la nostra interiorità. Oltre ad alcuni tra i più grandi filosofi (da Platone a Kant, da Hegel a Wittgenstein, da Hannah Arendt a Piero Martinetti), anche alcuni dei più grandi scienziati contemporanei ne danno testimonianza, tra cui Planck, Heisenberg, Schrödinger. Ha scritto quest’ultimo: “La teoria fisica nel suo stato presente suggerisce energicamente l’idea dell’indistruttibilità dello Spirito per opera del Tempo”. Esiste cioè qualcosa di “indistruttibile” dentro di noi, che resiste anche alla distruzione del tempo che sembra assoluta ma che non lo è; o meglio, che non lo può essere, se lavoriamo onestamente e con assiduità su di noi (perché se non lavoriamo, saremo spazzati via). 

Siamo capitati su questo tapis roulant che scorre imperterrito e da cui un giorno cadremo. Ma il vero viaggio non è quello esteriore che esso ci fa compiere, ma quello interiore che possiamo intraprendere da noi dentro di noi. Lo intuì anche Marcel Proust: “Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi.” Il rinnovamento dello sguardo però non può provenirci da nessun altro, può essere solo il frutto del nostro lavoro interiore che ci mette in contatto con l’eterno dentro di noi. 

Di tale lavoro, il 12 luglio 1942 nella sua Amsterdam sotto occupazione nazista e del tutto consapevole che presto per lei e i suoi cari sarebbe stata la fine, così scrisse una giovane donna ebrea di nome Etty Hillesum nel suo diario: “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio”. Questo piccolo pezzo di eternità che abita nella nostra profondità, chiamato in molti modi lungo la storia, ognuno a sua volta lo può denominare come meglio ritiene. Ciò che davvero conta è la sua scoperta e la sua custodia. 

https://www.vitomancuso.it/ 

martedì 12 maggio 2026

UN TAPIS ROULANT

 

Una donna cammina su un sentiero di pietra affiancato da un lungo tapis roulant meccanico che si estende verso un orizzonte luminoso e nebbioso all'alba. La donna guarda verso il cielo, simboleggiando la ricerca di senso oltre lo scorrere del tempo."Il tapis roulant


 della vita"


 

«Mentre intorno a noi tutto scorre imperterrito, ci chiediamo quale sia il nostro posto. La fiducia nel futuro è un sintomo primordiale dell’essere umano, il vero cammino è interiore».

-di Vito Mancuso


Per ognuno di noi la vita ha una direzione orizzontale e una direzione verticale. La direzione orizzontale riguarda la natura e la storia dentro cui ci ritroviamo inseriti e che ci trasportano in avanti come un interminabile tapis roulant. La direzione verticale riguarda noi stessi nella nostra singolarità, da quando siamo nati fino a quando moriremo scomparendo dal tapis roulant che continuerà a scorrere imperterrito. Le domande, a questo punto, sono due. La prima: che senso ha il continuo scorrere in avanti del tapis roulant della natura e della storia? La seconda: io, che vi sono comparso senza chiedere nulla, dove finirò? Qui mi soffermo sulla seconda, che riguarda il senso e lo stile di una singola esistenza. Le questioni sono quelle di sempre: da dove vengo, dove vado? Vengo dal nulla e vi tornerò, oppure vengo dall’essere e sarà lì che tornerò? Ma in che modo vi tornerò, se vi torno? E nel frattempo, cosa ci faccio qui? Come mi devo comportare? Qual è la maniera migliore per raggiungere quella felicità che tutti inseguono e pochi raggiungono? C’è un detto rinascimentale che accompagna la mia vita da tanti anni ormai e che spesso recito dentro di me in silenzio, con gli occhi socchiusi, ricavandone un senso di pace: “Vengo, non so da dove; sono, non so chi; muoio, non so quando; vado, non so dove: mi stupisco di essere lieto”. L’ignoranza che avvolge la nostra condizione (se pensata e accettata con serenità e persino con una punta di gratitudine verso l’ignoto mistero che ci ha portato all’esistenza) può generare la letizia interiore, nonché lo stupore nel ritrovarla dentro di noi: “Mi stupisco di essere lieto” … 

Ci sono sciagure a non finire nel mondo, anche oggi le pagine di questo giornale ne sono piene, come lo erano ieri e come lo saranno domani. Ci sono infiniti motivi per disperare e la ragione lo sente, e per questo giustamente trasforma questo suo sentire in una serie di ragionamenti sulla vanità del mondo e della nostra vita al suo interno. In alcuni esseri umani, però, appare a volte un sentire ancora più forte della ragione, si tratta di un sentimento vitale che non si rassegna e che sperando guarda la ragione negli occhi e le dice: “Cara ragione, hai ragione nell’abbatterti, però qualcosa ti sfugge: ascolta meglio la musica della vita e forse capirai”. 

Questa voce senza parole, questo istinto primordiale di fiducia ancestrale verso la vita, conduce a camminare sul tapis roulant dell’esistenza in modo diverso. Appunto, con letizia. Ha scritto uno dei pionieri della psicanalisi, Carl Gustav Jung: “Mentre colui che nega va incontro al nulla, colui che ha posto la sua fede nell’archetipo segue i sentieri della vita e vive realmente fino alla morte. Entrambi, naturalmente, restano nell’incertezza; ma l’uno vive in contrasto con l’istinto, l’altro in accordo con esso, e la differenza è notevole, ed è a favore del secondo”. Vivere in accordo con l’istinto vitale significa ritenere che la domanda di senso che pervade il nostro ritrovarci sul tapis roulant non è vana, ma è destinata a trovare una risposta. 

Tale risposta però (questa è la mia profonda convinzione) non consiste in una dottrina, nell’annuncio di un evento esteriore del passato, come per esempio l’esodo dall’Egitto, o la morte e risurrezione di Cristo, o la rivelazione di Allah a Maometto o qualunque altro evento che fu e che non dipende da noi. No, tale risposta consiste nel lavoro interiore che qui e ora ognuno di noi può compiere. Di cosa si tratta? 

Le testimonianze dell’umanità sono numerosissime, diverse tra loro per una serie di elementi, ma tutte concordi nella seguente indicazione: dentro di noi c’è una profondità scoprendo la quale siamo condotti al vero essere. La verità più autentica di noi, cioè, non ce la consegna il mondo esteriore ma la realtà interiore che ogni essere umano può attingere, se lavora su di sé. Come scrive Marco Aurelio, l’imperatore filosofo i cui pensieri sono per me un libro sacro: “Scava dentro di te, dentro è la fonte del bene, e può zampillare inesauribile, se continuerai a scavare”. Due secoli dopo sant’Agostino, quand’era ancora sotto l’influsso della filosofia classica (prima cioè degli sbandamenti che lo portarono a concepire l’umanità come “massa dannata” e l’interiorità irrimediabilmente corrotta dal peccato) scrive a sua volta: “La verità abita nell’uomo interiore”. E quando un giorno egli chiese al suo Dio: “Che cosa amo, quando amo te?”, la sua risposta fu: “La luce dell’uomo interiore che è in me”. Ma le testimonianze, come ho detto, sono numerose e universali: lo sciamanesimo, la religione egizia, l’hinduismo, il buddhismo, il jainismo, il taoismo, il confucianesimo, lo shintoismo, lo zoroastrismo, le religioni abramitiche… si può dire tutte le tradizioni spirituali dell’umanità sono concordi nell’indicare la profondità ontologica che costituisce la nostra interiorità. Oltre ad alcuni tra i più grandi filosofi (da Platone a Kant, da Hegel a Wittgenstein, da Hannah Arendt a Piero Martinetti), anche alcuni dei più grandi scienziati contemporanei ne danno testimonianza, tra cui Planck, Heisenberg, Schrödinger. Ha scritto quest’ultimo: “La teoria fisica nel suo stato presente suggerisce energicamente l’idea dell’indistruttibilità dello Spirito per opera del Tempo”. Esiste cioè qualcosa di “indistruttibile” dentro di noi, che resiste anche alla distruzione del tempo che sembra assoluta ma che non lo è; o meglio, che non lo può essere, se lavoriamo onestamente e con assiduità su di noi (perché se non lavoriamo, saremo spazzati via). 

Siamo capitati su questo tapis roulant che scorre imperterrito e da cui un giorno cadremo. Ma il vero viaggio non è quello esteriore che esso ci fa compiere, ma quello interiore che possiamo intraprendere da noi dentro di noi. Lo intuì anche Marcel Proust: “Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi.” Il rinnovamento dello sguardo però non può provenirci da nessun altro, può essere solo il frutto del nostro lavoro interiore che ci mette in contatto con l’eterno dentro di noi. Di tale lavoro, il 12 luglio 1942 nella sua Amsterdam sotto occupazione nazista e del tutto consapevole che presto per lei e i suoi cari sarebbe stata la fine, così scrisse una giovane donna ebrea di nome Etty Hillesum nel suo diario: “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio”. Questo piccolo pezzo di eternità che abita nella nostra profondità, chiamato in molti modi lungo la storia, ognuno a sua volta lo può denominare come meglio ritiene. Ciò che davvero conta è la sua scoperta e la sua custodia. 

 *Vito Mancuso, La Stampa


 

martedì 6 gennaio 2026

I MAGI E L'ARTE DEL DONO

 


La visita dei magi

 è una grande 

grammatica 

del dono.

 



-di Luigino Bruni

 Uomini saggi, astronomi e astrologi, venuti da est.  Non erano pastori, erano esperti di stelle e di scienza.

Erano uomini, dei maschi, ed erano capaci di fare doni: maschio è Erode, ieri e oggi; ma maschi sono anche i magi, che ci dicono che anche i maschi sanno fare doni.

Quegli uomini si misero in cammino inseguendo «una stella», per «adorare» un bambino (Mt 2,2).

Ecco i primi due elementi di questa grammatica del dono: c’è un cammino e c’è una stella. Cammino dice impegno e dice tempo, gli ingredienti fondamentali di ogni dono.

I regali non richiedono molto tempo, ne facciamo molti in poche ore di shopping; il dono no, è diverso.

Non c’è dono senza un cammino, senza un viaggio materiale o spirituale.

Ci si alza, si va a trovare quella persona che abbiamo deciso di onorare con la nostra visita e con il nostro dono.

Quasi tutto quello che volevamo dire a quella persona lo diciamo andandola a trovare.

Il primo dono dei magi fu il loro mettersi in cammino. Poi c’è la stella.

Nei doni, di certo in quelli più importanti, non si parte senza l’apparizione di una "stella" - senza una voce, un segno, una chiamata.

Ciò che siamo oggi dipende da molte cose, ma dipende soprattutto dai doni-stella che abbiamo ricevuto nella vita.

Dono chiama dono: ecco perché secondo il Vangelo (apocrifo) arabo dell’infanzia di Gesù «Maria donò loro alcune delle fasce del bambino Gesù».

I magi portano in dono «oro, incenso e mirra» (2,11).

Per dire regalità (oro), divinità (incenso), e corporeità (mirra).

La grammatica e la sintassi del dono continua a svelarsi.

In ogni incontro che nasce dal dono, ti incontro per dirti che hai la dignità di un re, che sei sacro come un Dio e che sei un essere umano, e quindi il tuo limite e la tua futura morte non sono maledizione e condanna, ma compito e destino. Questo significa onorare.

«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (2,11).

C’è anche Maria nel dono dei magi, una sorpresa e una gioia aggiunte alla loro gioia che era già grandissima.

E in Maria possiamo rivedere un’altra amica biblica dei magi: la regina di Saba, che partì da lontano, con molti doni, per conoscere e onorare la sapienza.

Il dono dei magi è l’altro Magnificat dei Vangeli, e la visita di Maria ad Elisabetta è l’episodio che più gli assomiglia. Maria accolse con fiducia i magi dentro casa, li fece entrare, li riconobbe come ospiti buoni, accettò il loro dono.

E infine l’ultima nota del dono. Anche i magi, come Maria con Elisabetta, dopo aver fatto il loro dono presero la via di casa.

È questa l’ultima nota del processo del dono, che si chiude col ripartire.

Il ritorno a casa

Chi conosce quest’arte sa che «fare ritorno a casa» è il capolavoro del dono, perché dice castità, la sorella gemella della gratuità.

Chi sa donare non occupa spazi, li libera. È discreto. Sa stare senza fretta, ma poi in fretta riparte.

Non si appropria del tempo della reciprocità. E porta via con sé una "grandissima gioia".

Questo bell’augurio di Buon Cammino e di Buona Epifania di Ignazio Punzi, formatore, psicologo e psicoterapeuta familiare, presidente dell’associazione “L’aratro e la stella”

 I MAGI NON ERANO CRICETI

Il giorno dell'Epifania non si può non porsi questa domanda: quando ci si mette in cammino?

Credo che occorrano almeno tre condizioni:

- quando si intuisce che qualcosa o qualcuno di veramente importante ancora ci manca

- quando si ha la consapevolezza che questo "qualcosa o qualcuno" non si trova nei luoghi in cui si abita o si frequentano

- e quando infine, come conseguenza delle prime due, si ha il coraggio di "uscire" e osare l'incontro con il nuovo.

Ci si mette in cammino se si obbedisce ad una assenza che preme dal profondo di noi stessi e si manifesta come invito a mettersi in cammino verso il non ancora, per terre sconosciute.

Si incontra la verità solo da nomadi, da stranieri.  Facciamocene una ragione.

Se non si accetta questo cambio di status, che è spirituale, emozionale e cognitivo, il cammino nel quotidiano, seppur faticoso, è più simile a quello del criceto nella ruota.

I criceti, però, non inaugurano nuove vie, ma smaltiscono solo il grasso accumulato nella loro stanzialità.

Se si vuole tracciare diritto il proprio solco, è più saggio uscire dalle proprie ruote e dalle proprie gabbie dove tutto è garantito e mettersi finalmente in cammino per territori inediti, attaccando l'aratro ad una stella, in cerca di una verità che ci renderà liberi.

In questo giorno di Epifania, facciamo nostra l'esortazione di don Tonino Bello a metterci in cammino senza più aspettare e senza paura, per fare "straripare la speranza.

Andiamo a Betlemme!

[ ...] Per noi, disperatamente in cerca di pace, ma disorientati da sussurri e grida che annunziano salvatori da tutte le parti, e costretti ad avanzare a tentoni dentro infiniti egoismi, ogni passo verso Betlemme sembra un salto nel buio.

Andiamo fino a Betlemme. È un viaggio lungo, faticoso, difficile, lo so.

Ma questo, che dobbiamo compiere «all'indietro», è l'unico viaggio che può farci andare «avanti» sulla strada della felicità.

Quella felicità che stiamo inseguendo da una vita, e che cerchiamo di tradurre col linguaggio dei presepi, in cui la limpidezza dei ruscelli, o il verde intenso del muschio, o i fiocchi di neve sugli abeti sono divenuti frammenti simbolici che imprigionano non si sa bene se le nostre nostalgie di trasparenze perdute, o i sogni di un futuro riscattato dall'ipoteca della morte.

Andiamo fino a Betlemme, come i pastori.

L'importante è muoversi.

Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro.

E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della onnipotenza di Dio.

Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove Egli continua a vivere in clandestinità.

A noi il compito di cercarlo.

E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita.

Mettiamoci in cammino, dunque, senza paura.

Il Natale di quest'anno ci fa trovare Gesù e, con Lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell'essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell'impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.

Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte e illuminato di stelle.

E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza.

 Famiglia Cristiana

Immagine



 


lunedì 5 gennaio 2026

SI MISERO IN CAMMINO

 

EPIFANIA


Meditazione 

di S.B. Card. Pizzaballa, 

Patriarca di Gerusalemme dei Latini


 Ogni bambino nasce per qualcuno: per una famiglia che lo attende, per una comunità che lo accoglie, che lo vedrà crescere, che crescerà insieme a lui e grazie a lui.

Anche Gesù è nato per qualcuno: ma non solo per qualcuno in particolare, perché Gesù è nato per tutti.

I brani di Vangelo che raccontano la sua nascita ci dicono proprio questo, che questo bambino non appartiene solo alla sua famiglia, né solo al suo clan, ma tutti, vicini e lontani, sono chiamati a partecipare all’evento della sua nascita, alla gioia e alla grazia della sua venuta al mondo.

Gesù è venuto per tutti, e coloro che si lasciano raggiungere dal dono della sua presenza sono chiamati, come abbiamo visto proprio domenica scorsa, a mettersi in cammino, a fare un percorso.

Una costante che si ritrova in tutte le storie di donne e uomini di fede è proprio questa: il mettersi in cammino, perché la fede stessa è un cammino, è una costante ricerca, una sempre nuova partenza.

È stato così anche per i Magi.

Abbiamo iniziato l’Avvento con un invito a vegliare per non lasciar passare invano il kairós, il momento favorevole, il tempo della grazia (Mc 13,33-37).

Potremmo dire che i Magi sono innanzitutto persone che hanno accolto questo invito, che non si sono lasciati sfuggire l’occasione della vita: hanno visto un segno, hanno compreso che questo segno era per loro, che li chiamava a partire e si sono messi in viaggio.

La stella che i Magi hanno visto, come tutte le stelle, non sta ferma nel cielo, ma percorre un cammino: Matteo dice che la stella precedeva i magi, fino a quando è arrivata sul lugo dove stava il bambino, e lì si è fermata (Mt 2,9).

Questo significa che se la stella si muove, se si vuole continuare a vederla bisogna muoversi insieme a lei, bisogna seguirla, mettersi in cammino. Se si sta fermi, la stella scompare, perché la stella non può fermarsi.

I magi hanno visto una stella nel cielo, e hanno solo desiderato non perdere quella luce, continuare a lasciarsi illuminare. E per questo hanno lasciato la loro terra e si sono fatti pellegrini, non sapendo fin dall’inizio dove sarebbero arrivati.

Per mettersi in cammino bisogna fidarsi.

Ma come si è presentata per loro quest’occasione?

L’occasione, il kairós, li ha raggiunti tramite, appunto, una stella, il che significa che i Magi sono persone che hanno alzato lo sguardo verso l’alto, che si sono aperti ad un orizzonte infinito.

Vegliare significa anche alzare lo sguardo, scrutare il cielo.

Il loro sguardo non è rimasto prigioniero dei loro confini, del loro mondo; non si sono accontentati, non si sono fermati.

Ogni cammino nasce da uno sguardo, da una visione che porta oltre.

Poi arrivano a Gerusalemme, e vi arrivano come umili persone che cercano.

Molte volte Gerusalemme è stata raggiunta da gente straniera, che veniva per combattere, per depredare, per impossessarsi della sua bellezza e dei suoi tesori.

I Magi vengono per cercare, per condividere un’inquietudine in un luogo e con delle persone che hanno la ricerca e l’attesa come vocazione, come senso della vita.

In cuore hanno una domanda, e questa è la loro vera ricchezza: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?” (Mt 2,2). Sono sapienti, ma sono anche alla ricerca di una sapienza più grande, sanno di non sapere tutto.

È questa mancanza che permette loro di mettersi in cammino, di fare domande, di fidarsi.

I Magi sanno che un Re è nato, ma non sanno dove, perché la stella non si è ancora posata su nessun luogo.

Dove nasce il Re e Signore, dove trovarlo, questa è la grande domanda di ogni uomo, il grande desiderio.

E il desiderio dei Magi si compie quando il loro cammino si incontra con la Rivelazione, quando i loro passi si fermano ad ascoltare la Parola, perché la Parola è l’epifania di Dio. Sarà la Parola a condurli a Betlemme, dove ritrovano la stella ad attenderli, perché tutto si ricapitola lì.

Infine, il cammino ha un ultimo passo necessario, ed è quello che porta i magi a prostrarsi davanti a quel bambino: forse, di tutto il cammino, questo è il passo più difficile.

Perché chiede di riconoscere che il Re è lui, non siamo noi. È lui il Signore della storia, e non noi.

Questo è il passo che Erode non può fare, perché gli richiederebbe il coraggio e l’umiltà di togliere la corona dalla propria testa per metterla sulla testa di quell’umile bambino appena nato.

Eppure, Gesù, nato per tutti, è nato per questo: per liberarci dall’illusione del potere, della violenza, di tutto ciò che non dà vita.

La vita vera sta tutta nel riconoscere la grandezza del segno di un piccolo di un bambino, venuto al mondo per dire che il desiderio di Dio è quello di camminare con noi.

+Pierbattista

Patriarcato L. di Gerusalemme




 

lunedì 23 giugno 2025

DANTE, PELLEGRINO DI SPERANZA

 


La speranza cristiana 
nella 

Divina Commedia


- di P. Giuseppe Oddone


 La nascita della Divina Commedia è collegata al primo giubileo della storia della Chiesa indetto nell’anno 1300. L’opera è scritta animata dal desiderio e dalla speranza di indicare alla Chiesa e alla società cristiana di quel tempo e di ogni tempo il cammino del rinnovamento personale e comunitario. Occorre anzitutto precisare che il termine speranza ha per Dante un doppio significato. Può essere semplicemente una passione umana che cerca di ottenere un bene terreno, un bene possibile, anche se difficile da raggiungere; esso mette in atto il dinamismo della volontà per ottenerlo: può essere la salute, o il denaro, o la conquista affettiva di una persona, o il potere e anche in un senso più ampio il benessere della società, della propria nazione, il raggiungimento della pace. Ma solitamente la speranza di Dante è la speranza tipicamente cristiana, la virtù infusa da Dio con il battesimo nella nostra volontà, indissolubilmente legata con la fede e l’ardore di carità, è la certezza che sorretti dall’onnipotenza misericordiosa di Dio possiamo raggiungere la salvezza eterna e migliorare la nostra vita personale e sociale. Anche i beni terreni infatti possono essere oggetto secondario della speranza, se favoriscono ed orientano verso il fine ultimo della creatura umana, che è Dio e la vita eterna con lui. 

 La speranza cristiana impegna nella vita presente, lega il tempo che viviamo all’eterno e lo proietta nella definitiva comunione con Dio. Dante smarrito nella selva oscura Dante inizia la Divina Commedia affermando che è entrato, praticamente senza rendersene conto, nella selva oscura del peccato, in una situazione di lontananza da Dio, in una forma di accecamento spirituale “ché la diritta via era smarrita” (Inferno, I, 1-9). Finalmente prende coscienza della sua situazione, spera di uscirne da solo, ma comprende ben presto che non può raggiungere la salvezza con le sue sole forze. Mentre ostacolato da tre fiere rovina nuovamente verso il fondo della selva del peccato, gli appare Virgilio (Inferno, 61-136). Egli spiega a Dante che una catena di mani soccorritrici giunge a lui dal mistero inaccessibile di Dio. E’ la Vergine Maria che prova dolore per la sua situazione e spezza il duro giudizio di condanna divina; Maria chiama Lucia, la martire siracusana che Dante ha in grande venerazione, Lucia convoca Beatrice, creatura celeste e insieme umana, perché donna calda di affetto per il suo amico smarrito; essa a sua volta va dal poeta più amato da Dante, Virgilio, nel primo cerchio dell’Inferno, perché a sua volta lo faccia uscire dalla selva oscura. Le tre donne benedette sono simbolo della grazia preveniente, della grazia illuminante, della grazia attuale e Virgilio dell’impegno umano nel cammino verso la piena libertà dagli aspetti negativi delle passioni terrene. Virgilio dichiara che Dante per volontà divina è destinato a compiere un altro viaggio, ha cioè una missione da compiere: indicare all’umanità peccatrice “che mal vive” un cammino di conversione e di redenzione, farsi pellegrino per prendere coscienza di tutta la realtà nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso, capire la libertà dell’uomo e come egli con le sue scelte possa fissarsi nel male e perdersi, oppure costruire nella vita terrena la sua felicità sia nella propria storia personale, che in quella sociale ed ecclesiale. I due poeti condividono questa certezza: il viaggio nell’ aldilà è voluto da Dio per indicare all’umanità corrotta e traviata la via della conversione e della salvezza terrena ed eterna (Inferno, II, 1-142). 

 Il cammino di Dante nell’Inferno sorretto dalla speranza

Non è un viaggio facile quello dell’Inferno, che insacca tutto il male del mondo, giudicato definitivamente da Dio, un mondo senza la virtù della speranza: “lasciate ogni speranza voi ch’entrate!” (Inferno III,9). Scendendo di girone in girone i due poeti si vedono spesso sbarrata la strada dai vari custodi infernali. E’ difficile per l’intelligenza dell’uomo capire la realtà negativa del male: essa tende a nascondersi per non farsi scoprire, per non essere illuminata. Dante comunque discende in questo mondo senza speranza con la speranza cristiana e con la protezione di Maria. Deve indagare le conseguenze del rifiuto di Dio perché questa è la volontà divina, che vince tutte resistenze: “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole” (Inferno III,95,96; V, 23-24) e la stessa Vergine è invocata nel Paradiso come “Regina, che puoi ciò che tu vuoli” (Paradiso XXXIII, 34-35) Vi sono tuttavia dei valori umani che rimangono anche nell’Inferno pur non avendo trovato la loro piena realizzazione. Quello che scoperto in Dio sta davanti a Dante dice praticamente: “Io sono te. Considera il rischio che corri se rifiuti la prospettiva della speranza cristiana e la grazia divina!”. Dante ammira la squisita gentilezza e la femminilità di Francesca, ma non può condividere la teoria dell’amore cortese libero da ogni vincolo morale (Inferno V, 73-142), ammira l’amore per Firenze in Farinata degli Uberti, ma comprende che non si può impostare la vita solo sulla passione politica (Inferno X, 22-93) esalta la fedeltà di Pier delle Vigne al suo signore “ che fu d’onor sì degno”, l’imperatore Federico II, ma non giustifica l’orgoglio che ha portato il suo ministro, ingiustamente accusato, al suicidio (Inferno XIII, 22-78) ricorda la capacità educativa e la cara immagine paterna di Brunetto Latini, ma non condivide la sua cultura esclusivamente laica (Inferno XV,22-96), apprezza la sete di conoscenza e di ricerca di Ulisse, ma comprende che senza la grazia divina questi valori sono insufficienti per la propria salvezza (Inferno XXVI 85-142), riflette e tace davanti al dolore disperato del conte Ugolino che narra come ha visto morire di fame i suoi figli innocenti nell’indifferenza del cielo e della terra: ” Ahi, dura terra perché non t’apristi!” (Inferno XXXIII, 66); al poeta non resta che esplodere in una terribile invettiva contro gli autori pisani di tale misfatto (Inferno XXXIII, 1-90). Nell’Inferno Dante è veramente il poeta del mondo terreno, con sua miseria e la sua grandezza, giudicato definitivamente da Dio. 

Dante pellegrino e poeta di speranza nel Purgatorio 

 Il Purgatorio è il regno della penitenza e della speranza: le anime devono espiare i loro peccati e risalire la montagna del Purgatorio; la loro è una pena temporale, nello stesso tempo una reale, mistica e gioiosa sofferenza, perché allietata dalla certezza dell’incontro definitivo con Dio. Anche per percorrere la salita del secondo regno, sempre guidato da Virgilio, che lo incoraggia ricordandogli la meta dell’incontro con Beatrice, Dante ha bisogno di un lasciapassare davanti a Catone, custode del Purgatorio: è la dichiarazione che Maria ha voluto per lui questo viaggio (Purgatorio I, 91-93). E così Dante riprende il suo cammino verso la piena libertà: riscopre la bellezza degli spazi aperti e del paesaggio marino, incontra numerosi personaggi che suscitano in lui uno stimolo di elevazione morale. L’amico Casella lo fa riflettere sulla musica, che deve avere una finalità non solo estetica ma anche morale (Purgatorio II, 76-133), Manfredi (Purgatorio III, 103-145) e Bonconte (Purgatorio V, 85-129) lo illuminano sulla misericordia infinita di Dio, Oderisi da Gubbio sulla vanità della gloria terrena (Purgatorio XI,73-117), Forese Donati sulla purificazione dell’amicizia (Purgatorio, XXIII, 37 -133), Bonagiunta da Lucca sulla poesia dello stilnovo (Purgatorio XXIV, 34-63), Guido Guinizzelli sulla letteratura del suo periodo (Purgatorio, XXVI, 91-132). In sintesi Dante recupera e purifica tante esperienze, non sempre del tutto positive, del suo passato di uomo e di poeta. Dopo aver superato faticosamente l’antipurgatorio che ospita coloro che si sono convertiti al termine della loro vita, il pellegrino Dante affronta la salita delle sette cornici ove sono espiati i sette vizi capitali: i sette P (peccati) gli sono incisi dall’angelo sulla fronte (Purgatorio, IX, 112 114) e si libera progressivamente, cornice dopo cornice, da ognuno di loro. Ma lo stimolo penitenziale comincia sempre per le anime e per Dante meditando un esempio di virtù vissuto dalla Vergine Maria e narrato nei Vangeli e si conclude con il canto o la proclamazione di una beatitudine, per significare che non si può raggiungere Dio se non si è imitata Maria ed assimilato lo spirito delle Beatitudini evangeliche. Dopo aver guidato il suo discepolo dalla schiavitù della selva oscura alla libertà, al pieno dominio di sé, Virgilio, fattagli superare l’ultima cornice dei lussuriosi, dichiara di aver terminato la sua missione (Purgatorio XXVII, 124-142). Per Dante subentra l’incontro dapprima con Matelda nella “selva spessa e viva” del Paradiso terrestre (Purgatorio XXVIII) e poi in una mistica processione l’incontro con Beatrice. Davanti alla donna amata il poeta in lacrime riconosce ancora i suoi errori (Purgatorio, XXX), poi immerso nelle acque purificatrici dei fiumi del Paradiso terrestre può finalmente contemplare gli occhi rilucenti di Beatrice e il suo sorriso (Purgatorio XXXI, 133-145), ormai “puro e disposto a salire le stelle” (Purgatorio XXXIII,145) Sono verità di fede, ben conosciute da Dante, la purificazione ultraterrena e l’utilità dei suffragi per i defunti. Ma le modalità di questa purificazione non le conosciamo. Pertanto tutta la rappresentazione della salita della montagna del Purgatorio e della sua struttura, il pellegrinaggio fino alla vetta del Purgatorio per raggiungere il Paradiso è creazione del genio poetico e cristiano di Dante. 

 Dante pellegrino e poeta della speranza nel Paradiso

 La virtù teologale della speranza, che ha informato e plasmato tutta la sua opera, è testimoniata indirettamente nel Paradiso, perché i beati hanno raggiunto il loro obiettivo: la salvezza e la comunione con Dio. Tuttavia Dante viene esaminato nel Paradiso sulle virtù teologali della fede, della speranza e della carità. San Pietro lo incorona dapprima poeta della fede (Paradiso XXIV, 34-154), poi San Giacomo dichiara che Dio per grazia gli ha concesso prima della morte di compiere il viaggio nel Paradiso per rafforzare in lui e negli altri la speranza, che sulla terra “bene innamora”, che riempie di amore per il bene e gli chiede di precisarne tre aspetti: che cosa essa è, come infiora la sua mente, ossia come fa fiorire la sua vita in una perenne primavera, e da quali fonti gli deriva (Paradiso XXV, 1-47). Beatrice lo previene e risponde alla seconda domanda con una dichiarazione sbalorditiva: la Chiesa militante (in pratica la Chiesa di tutti i tempi) non ha alcun figliolo con più speranza, come è scritto in Dio, sole che illumina tutti i beati del Paradiso: per questo a Dante è concesso di venire dalla terra alla Gerusalemme del cielo prima che sia conclusa la sua vita attiva in questo mondo. Dante viene praticamente dichiarato da Beatrice come il cristiano che supera nella virtù teologica della speranza tutti gli altri credenti, perché vuole orientare con la sua opera tutta la Chiesa, i cristiani e la società di ogni tempo verso un rinnovamento profondo, verso la prospettiva della comunione con Dio prima nell’impegno terreno e poi nella vita eterna (Paradiso XXV, 49-57). Il poeta risponde invece alle altre due domande e dà la definizione della speranza: essa è l’attesa certa della gloria del Paradiso, che è prodotta dalla grazia divina e dai meriti accumulati in vita: in pratica la virtù della speranza proietta e collega ogni giorno della vita terrena, tutto l’impegno della vita quotidiana animato dalla grazia nella gloria della vita futura, nella felicità eterna in Dio (Paradiso XXV, 64-69). Dante dichiara poi che la speranza viene a lui da molte stelle, ossia da molte fonti della Sacra Scrittura: è scesa nel suo cuore stilla dopo stilla, goccia dopo goccia, ed ora egli ne è talmente pieno che la riversa come una pioggia sugli altri. San Giacomo conferma questa affermazione, perché anche se racchiuso nella luce intensa di un fuoco ardente fa tremolare dentro di sé un raggio improvviso ed intenso come un fulmine. Infine il poeta, che si diletta e prova gioia nella speranza, dichiara qual è il suo oggetto specifico: la vita eterna, risorti con il nostro corpo, nella dolce vita della città del Paradiso (Paradiso XXV, 70-99). Esaminato poi sulla carità da San Giovanni dichiara ancora che la speranza, “quel che spera ogni fedel com’io” è uno degli stimoli, dei “morsi” con cui l’amore di Dio lo tiene vincolato a sé. (Paradiso XXVI, 55-66) Ecco dove porta la speranza: all’unione definitiva con Dio. II Paradiso di Dante è perciò traboccante di luce, di amore, di letizia che trascende ogni gioia terrena, cresce in ogni incontro ed esplode nel canto, nella danza, nel sorriso: gli eletti sono felici di donare tutto il loro essere alla volontà di Dio: “In la sua voluntade è nostra pace. Ell’è quel mar al qual tutto si move” (Paradiso III, 85-86) Il Paradiso è per Dante l’eterno sorriso di Dio: l’unico Dio sorride nella Trinità delle divine persone, in tre relazioni diverse con l’unica natura divina, è la Luce eterna che sola sussiste in se stessa (Unità di Dio), sola si comprende (Il Padre), ed è compresa e comprendendosi (il Verbo) si ama e si sorride (lo Spirito) (Paradiso XXXIII, 124-126); la Vergine Maria, che concederà a Dante di contemplare Dio, è la bellezza che ride nel cuore della candida rosa attorniata dagli angeli e dai santi (Paradiso XXXI,133-135), le anime sorridono ed ardono d’amore (Paradiso III, 67-69), nel sorriso e negli occhi di Beatrice c’è tutto il Paradiso (Paradiso XVIII, 19-21), anche tutto l’universo sorride perché trasformato in un mondo di pace, di amore, di ineffabile allegrezza (Paradiso XXVII, 4-9). L’ultimo canto del Paradiso precisa ulteriormente l’obiettivo della speranza: Dio, pur avendo un unico aspetto, “un semplice sembiante”, è contemplato dagli occhi del sommo poeta gradatamente dapprima nel mistero della sua unità, ove tutte le vicende della nostra vita terrena sono riunite con amore e trovano il loro senso definitivo, poi nella realtà della Trinità divina, infine nella visione della nostra natura umana assunta dal Verbo, ossia da Cristo, Verbo fatto uomo. Il mistero dell’incarnazione dice a Dante e a tutti noi che Dio e l’uomo sono indissolubilmente legati. E’ per il mistero dell’incarnazione, iniziato nel ventre di Maria che è fiorita la rosa del Paradiso (Paradiso XXXIII, 7-9); per questo stesso mistero Dante ha potuto compiere il suo viaggio e farsi pellegrino di speranza. Solo guardando a Cristo nella fede che potenzia la nostra intelligenza e folgorati dalla grazia, “l’Amor che muove il cielo e l’altre stelle” riempie di armonia il nostro desiderio di conoscenza e la nostra volontà nella speranza certa del definitivo incontro con Lui (Paradiso XXXIII, 85-145). 

 P. Giuseppe Oddone - Assistente Ecclesiastico Nazionale AIMC e UCIIM

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