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mercoledì 16 ottobre 2024

IL BULLISMO PER RIEMPIRE IL VUOTO

  



Bullismo, gesto estremo

 per riempire 

vuoti interiori


Che ruolo abbiamo nel percorso di crescita dei nostri ragazzi? Quali sono le radici del bullismo? Quali sono gli effetti di questi comportamenti sui ragazzi più fragili? Domande a cui, dopo il suicidio del ragazzo di Senigallia, provano a dare risposta Ivano Zoppi, direttore di Fondazione Carolina e Antonella Brighi, autrice insieme a Annalisa Guarini del libro “Cyberbullismo a scuola. Percorso di prevenzione per muoversi consapevolmente in rete

 

Leonardo, 15 anni, non c’è più. Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre si è tolto la vita in un casolare nelle campagne di Senigallia, in provincia di Ancona. Aveva confidato ai genitori di essere oggetto di vessazioni da parte di alcuni coetanei. Ma neanche il sostegno della famiglia è bastato a evitare che arrivasse a compiere un gesto così estremo.

 Davanti a Leonardo, e ai tanti ragazzi come lui, è inevitabile interrogarsi sul ruolo che, come adulti, abbiamo nel percorso di crescita dei nostri ragazzi. Su quali sono le radici del bullismo, del bisogno di prendere di mira un coetaneo senza comprendere le conseguenze. Sugli effetti di questi comportamenti.

 «Con il loro gesto questi ragazzi riempiono dei vuoti interiori», spiega Ivano Zoppi, direttore di Fondazione Carolina che aiuta i ragazzi che, sempre più in tenera età, si fanno del male tra loro usando la rete in maniera distorta e inconsapevole. «Sono ragazzi che hanno bisogno di affermarsi e di essere considerati. Credono che attraverso il loro gesto possano essere visti dagli altri. La nostra esperienza ci fa dire che il comportamento di questi ragazzi riflette un fallimento della comunità educante che non è più in grado di trasmettere loro il valore di quello che sono, nella loro unicità, a prescindere dal giudizio degli altri. Come adulti abbiamo il dovere di ricominciare a educare i ragazzi a gestire le emozioni a cominciare dalla rabbia che non sanno più elaborare».

 Reale e virtuale come vasi comunicanti

La vita relazionale dei ragazzi è sempre più vissuta in maniera fluida tra gli spazi reali e quelli virtuali e questa condizione sta cambiando la percezione delle loro emozioni. Secondo Antonella Brighi, autrice insieme a Annalisa Guarini del libro “Cyberbullismo a scuola. Percorso di prevenzione per muoversi consapevolmente in rete” edito da Erickson: «la comunicazione sui social non permette di vedere le reazioni del nostro interlocutore alle nostre azioni. Viene meno il vissuto empatico, non ci identifichiamo più nell’altra persona. Invece, nella vita reale percepiamo immediatamente cosa le nostre azioni provocano nell’altra persona. Nella rete si ha quasi la sensazione di poter fare le cose senza dover tener conto delle conseguenze. Possiamo dire che il mondo online genera una sospensione dalle regole morali che normalmente ci dovrebbero essere. Il problema è che questo modello di comportamento viene trasferito dai ragazzi anche nella vita reale».

 Dunque, i contesti reali e virtuali diventano come dei vasi comunicanti non distinti nella mente degli adolescenti. È così che la vittima senza accorgersene rischia di ritrovarsi schiacciati da «una moltitudine di persone che gli rimando l’immagine di fallito, sbagliato e che è meglio che “si tolga dalla faccia della terra”», prosegue Brighi, «tutto questo è devastante per la mente di un ragazzo sia che questo accada nella vita reale che in rete. A schiacciare è spesso la vergogna dell’esposizione del sé a un’audience praticamente infinita».

 Bullismo: il ruolo di chi guarda

Le dinamiche di bullismo o cyberbullismo non coinvolgono solo la persona che agisce e quella che subisce. Fondamentale è il ruolo di chi assiste perché spiega Brighi: «chi è spettatore di un atto di sopraffazione su un amico, sia esso nella vita reale o in rete, può avvisare l’insegnate, bloccare un’immagine che circola nelle chat e essere vicino alla vittima. Gli spettatori possono avere un ruolo importante per fermare questi atti di violenza».

 Il ruolo della scuola e della comunità educante

Per prevenire il bullismo è importante che le scuole sappiano offrire percorsi di insegnamento flessibile, spazi di ascolto e figure di riferimento specializzate. Come spiega Brighi: «la letteratura in materia ci dice che gli interventi che funzionano bene sono quelli sistemici ossia quelli che coinvolgono tutte le figure presenti a scuola. Non sono sufficienti gli interventi fatti per risolvere il singolo episodio. Servono strategie a lungo termine».

 Ma per affrontare fattivamente il fenomeno del bullismo, e in generale degli atti di violenza tra coetanei, la nostra società deve rendere prioritario il tema educativo. Lo ribadisce più volte Ivano Zoppi che conclude: «dobbiamo metterci in ascolto dei ragazzi. Dobbiamo imparare a chiedergli come stanno, come si sentono. Queste sono domande che ci responsabilizzano come adulti ossia ci impongono di ascoltare e dedicare tempo ai ragazzi. Invece spesso abbiamo già la risposta da dare senza ascoltare il bisogno che ci manifestano».

 www.vita.it 

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sabato 30 dicembre 2023

IL VIRTUALE SPIETATO


 Paolo Crepet "Il virtuale è spietato con i nostri ragazzi. 

E oggi i genitori vogliono essere più giovani dei figli"

Intervista a Paolo Crepet a cura di Walter Veltroni

 

Come vedi l’esplodere del disagio tra i ragazzi del nostro tempo?

 «Coesistono due fenomeni: da una parte la tendenza all’autoisolamento, la diffusa perdita di speranze, la difficoltà di vedere il futuro. Ma non è solo questo, il senso di rinuncia convive con un atteggiamento opposto: la rabbia, la violenza, la prepotenza del bullismo. Non è un fenomeno nuovo, se ci si pensa. Negli anni in cui eravamo giovani una parte dei ragazzi precipitò, fino a morirne, nell’eroina, la cui improvvisa esplosione è un fenomeno mai indagato davvero, e un’altra nel terrorismo che, in fondo, era una forma di indifferenza e di cinismo nei confronti della vita altrui. E persino della propria. Se si vuole il racconto più drammatico di quella condizione di disagio bisognerebbe rileggere le lettere a Lotta Continua. In quel tempo esisteva, infatti, una diffusa e coinvolgente partecipazione politica e civile. Ciò che manca, oggi. Sia chiaro, comunque: un adolescente non inquieto è inquietante».

 Quanto ha pesato la pandemia?

 «È stato un big bang. Ha prodotto disagio per il modo in cui è stata gestita: chiusura delle scuole, didattica a distanza, conseguente chiusura in casa dei ragazzi, isolati dal contesto sociale. È stata dura per tutti, ma per loro è stata un’esperienza afflittiva. A scuola si va certo per imparare, certo perché è un dovere. Ma si va anche perché c’è un cortile, un corridoio, una ricreazione. Lì si trovano gli amici, gli amori, si costruisce la ragnatela fondamentale, la prima, dei rapporti sociali. I ragazzi sono stati rinchiusi nel loro cellulare. Quando una ragazza di un liceo di Bologna alla quale è stato tolto il cellulare ti dice, due settimane dopo, “Non è male, questo esperimento, finalmente siamo tornati a parlare” ci sta parlando di una possibilità. Se io prendo una ragazza di sedici anni e la chiudo con le cuffiette, con una visione del mondo che passa solo attraverso lo schermo, è chiaro che qualcosa in quella esperienza umana accade. Dovremmo studiarla bene».

 Cosa pensi degli sviluppi tecnologici annunciati, come il visore Apple e l’intelligenza artificiale?

 «Tim Cook ha ragione a dire che il visore sarà una rivoluzione. La terza tappa: il computer, l’Iphone, ora il visore. Ma il visore porta a un mondo prevalentemente virtuale. La prima cosa che mi viene in mente è la follia. Il mondo della psicosi è sempre stato descritto come un mondo altro, in cui tu costruisci una tua vita virtuale. Parli da solo, pensi da solo. È l’uomo sull’albero di Amarcord di Fellini. Mondi altri, costruiti per sfuggire a quello reale. Che inquieta, fa soffrire. Il virtuale è stare su quell’albero».

 Il nostro tempo è causa di infelicità?

 «Mi viene in mente il caso del “ragazzo selvaggio” magnificamente raccontato nel film di Francois Truffaut. Un adolescente trovato nel bosco dove aveva trascorso i primi dodici anni della sua vita che si cerca di riportare nel mondo civile. Siamo in pieno illuminismo e la domanda che si fanno i medici che lo curano è: la civiltà porta felicità?».

 Nel caso del ragazzo la risposta è no. Non riuscì mai a integrarsi, morì infelice.

 «Perché citare questo caso? Perché questo è il tema. E se le tecnologie, nel separarci e relegarci in un mondo virtuale costruissero la nostra infelicità? “Think different” diceva Apple: era un messaggio di libertà, di innovazione, era una promessa di libertà e di felicità. È stato davvero così? Gran parte del disagio giovanile nasce o si alimenta in relazione con questi strumenti. Torniamo all’illuminismo: libertè, egalitè, fraternitè. Cos’è la fraternitè, Facebook? E cos’è la libertè, il metaverso? Tutto questo crea appagamento, dipendenza o maggiore libertà? Forse è venuto il momento di ragionarne senza le catene dell’ovvio o del politicamente corretto imposte dallo spirito del tempo».

 Cosa è del conflitto generazionale?

 «Mia mamma non amava i Beatles. Ai genitori di oggi piacciono i Maneskin. Il conflitto è diventato una sorta di baratto. La rivoluzione dei ragazzi è stata taciuta dalla comunità, che l’ha avvolta in un conservatorismo estremo. Pasolini sarebbe molto preoccupato, la sua denuncia del consumismo si è inverata. Oggi il nonno compra le stesse cose dei suoi nipoti, non è mai successo nella storia umana. Quella cesura era un fatto salutare, ognuno viveva il tempo giusto della sua esistenza. Oggi i genitori vogliono essere più giovani dei figli, tutto questo appiattisce e amicalizza un rapporto che invece deve essere fondato sul riconoscimento dei ruoli. Non esiste più il capitano, il punto di riferimento. È forse il compimento del ‘68, dalla rivolta antiautoritaria. Ma ora una generazione che ha contestato i padri è diventata serva dei propri figli. Non è capace di dire i no, di orientare senza usare l’autoritarismo, ma l’esperienza. C’è un armistizio: io ti faccio fare quello che vuoi, tu non mi infliggi la tensione di un conflitto. Ma così si spegne il desiderio di autonomia, l’ansia di recidere i cordoni, l’affermazione piena della propria identità. Il conflitto generazionale è sparito. E non è un bene».

 Ma ti sembra che si sia spento il desiderio, da quello sessuale a quello di cambiare il mondo?

 «Se hai tutto, non cerchi nulla. Una delle applicazioni di intelligenza artificiale più usate dai ragazzi si chiama “Replica”. Non è assurdo? Ogni generazione ha cercato di creare, non di replicare. Si voleva non ribadire, ma stupire, non accettare il frullato di quello che c’è, ma l’invenzione del nuovo. Noi stiamo diventando soli e ne siamo contenti. Abbiamo smesso di parlarci. Nelle scuole, in famiglia, nelle sezioni, nelle parrocchie, nei circoli o nelle piazze. Se vogliamo salvarci dobbiamo disallinearci, dobbiamo rinunciare all’ovvio, vivere la vita da un punto di vista originale. Non dobbiamo replicare, dobbiamo inventare».

 E la sessualità?

 «Oggi è vissuta senza desiderio. I ragazzi che frequentano giovanissimi i siti porno aumentano la fruizione ma finiscono col banalizzare il meraviglioso mistero del sesso. L’erotismo è scoperta, non fruizione. Casanova diceva “L’erotismo è l’attesa” e invece ora è tutto spiattellato. Troppo e troppo presto. Celebriamo la libertà sessuale uccidendo l’erotismo».

 È giusto, come ha proposto Ammaniti, non dare ai ragazzi il cellulare prima dei dodici anni?

 «So per certo che bisogna far venire ai ragazzi la voglia di fare a meno di un uso parossistico del cellulare. Bisogna inventare altri interessi, il bisogno di relazione e di scambio. Possibile che la tradizione educativa italiana — Montessori, Lodi, Don Milani — non produca una cultura del desiderio di conoscenza e di profondità? Io ai ragazzi di quell’età non darei il cellulare, farei insieme a loro le ricerche per aiutarli a decifrare i codici della comunicazione digitale. Così come non capisco come si possa, da parte dei genitori, pensare di geolocalizzare i figli. Se ne comprime la libertà per placare le proprie ansie. Tutte ansie individuali. Bisogna fare insieme, non da soli».

 Nell’esperienza delle generazioni precedenti l’unico momento di giudizio sociale era la scuola. Spesso duro ma contenuto nelle dimensioni. Ora ogni adolescente può essere destrutturato da un giudizio che diventa subito universale. Di qui il bisogno costante di conferme della propria autostima. È così?

 «L’esposizione permanente, l’esistenza di un proprio pubblico, quello dei follower, il carattere virale di ogni forma di comunicazione costituiscono motivo di stress e di ansia. La scuola educava anche a conoscere le sconfitte, a far fronte a momenti di difficoltà e di delusione. La dimensione limitata del giudizio, quello delle mura di una classe, ti consentiva di ripartire, se eri caduto. Ora tutto è universale, rapido, spietato. Bisogna riconquistare una giusta dimensione del tempo, uscire dalla fretta del momento. Io credo che questa generazione smarrita cerchi ragioni per sognare e tornare a sperare. Dal buio si esce cercando la via. C’è bisogno di parole, di conflitti sani, di visioni che appassionino. Invece ci circonda il silenzio. Sembra, in questo tempo, che si possa solo aspettare Godot. Ma Godot non c’è».

 

Fonte: Corriere della Sera


Alzogliocchiversoilcielo


venerdì 31 marzo 2023

INTELLIGENZE ARTIFICIALI, AGENTIVE E STRABILIANTI


MACCHINE CHE PRENDONO POTERE 

e

IL GIUSTO VALORE DELL’UOMO

 

-  di PAOLO BENANTI

 

Il mondo delle intelligenze artificiali (AI) è in subbuglio. La settimana scorsa OpenAi, leader in questo settore, ha rivelato all’umanità intera l’ultima sua creazione: Gpt-4. Un prodotto dalla sigla incomprensibile ma che in pochissimo tempo ha riempito le colonne dei giornali e le pagine dei blog. I risultati che hanno ottenuto a OpenAi sono senz'altro strabilianti. Se leggiamo il documento tecnico che è stato pubblicato al momento del rilascio vediamo capacità inimmaginabili. Gpt-4 può partire da una domanda testuale associata a un’immagine, mostra di saper riconoscere cosa ci sia nell'immagine e di unire i diversi elementi in un quadro di senso: risolvere un problema matematico o rispondere su cosa ci sia di strano in una foto. Gpt-4 accetta richieste che consistono sia in immagini che in testo, il che – parallelamente all'impostazione di solo testo – consente all'utente di specificare qualsiasi compito di visione o di linguaggio. In particolare, il modello genera output di testo, dati input costituiti da testo e immagini interlacciati in modo arbitrario. Su una serie di domini – tra cui documenti con testo e fotografie, diagrammi o schermate – Gpt-4 mostra capacità simili a quelle degli input di solo testo. Abbiamo un modello che, figurativamente, unisce “udito”, nel senso che sente la nostra richiesta scritta, e “vista”, mostrando una “percezione artificiale” di un’immagine.

 La cosa più strabiliante è che Gpt-4 sa fare cose che i ricercatori non si aspettavano che sapesse fare. Sempre nel documento citato leggiamo: « Nei modelli più potenti emergono spesso nuove capacità. Alcune di esse sono particolarmente interessanti: la capacità di creare e agire su piani a lungo termine, di accumulare potere e risorse (“ricerca di potere”) e di mostrare un comportamento sempre più “agentivo”. In questo contesto, per “agentivo” non si intende l’umanizzazione dei modelli linguistici o il riferimento alla senzienza, ma piuttosto sistemi caratterizzati dalla capacità di raggiungere obiettivi che potrebbero non essere stati specificati concretamente e che non sono apparsi nell'addestramento, di concentrarsi sul raggiungimento di obiettivi specifici e quantificabili e di fare piani a lungo termine».

 Se guardiamo la fonte citata nelle note al testo, si legge, senza mezzi termini: «Usiamo il termine agentività per sottolineare il fatto sempre più evidente che i sistemi di ML [machine learning] non sono completamente sotto il controllo umano».

 Quindi i ricercatori si accorgono che il modo stesso con cui hanno addestrato il sistema – non solo l'utilizzo di dati ma il premiare alcune risposte e punirne altre mediante interazione con uomini e l'uso di modelli di ricompensa basati su regole – trasmette al modello due elementi: la capacità di adottare strategie a lungo termine e la ricerca di potere e risorse nella sua interazione con l’input. Gli ingegneri che hanno sviluppato Gpt-4 ci dicono che il sistema potrebbe avere un suo «piano interno e potrebbe agire per acquisire le risorse e i modi per ottenerlo ». Tutto questo non perché sia una sorta di genio del male ma probabilmente perché, nell’apprendimento per rinforzo gli addestratori nel “premiare” o “punire” Gpt-4 emettono giudizi, e questi non sono mai solo costruiti su una cosa in sé ma su una cosa in merito a un fine. Intuitivamente, potremmo pensare che il sistema incorpori questi “microframmenti” di finalità delle valutazioni nel processo di rinforzo facendo emergere una finalità globale in una maniera analoga a quella con cui fa emergere informazioni dai dati.

 Se questo è quello che sappiamo di Gpt-4, Google con il suo PaLM – un sistema dello stesso tipo – sembra aver raggiunto risultati ancora più potenti e strabilianti, tali da ritardarne il rilascio pubblico per la paura degli effetti.

 Ma quanto vale tutto questo? Da un punto di vista commerciale tantissimo. Microsoft, acquisite le licenze del sistema, sta lanciando una serie di prodotti in cui Gpt-4 aiuterà l’utente a fare i suoi compiti. Chiama questi sistemi Copilot.

 Dobbiamo abituarci all’idea di una trasformazione di ogni campo del lavoro in cui avremo un copilota che ci guida e ci assiste in ogni ambito della vita? Al di là dei problemi sociali, la domanda che sorge, allora, è quanto vale l’uomo in questa nuova stagione caratterizzata dalle AI.

 A questa domanda ha risposto nei giorni scorsi papa Francesco, che parlando ai partecipanti ai Minerva Dialogues – un tavolo di confronto in cui sono presenti molti attori di primo piano in questo mondo – ha detto: « Il concetto di dignità umana – questo è il centro – ci impone di riconoscere e rispettare il fatto che il valore fondamentale di una persona non può essere misurato da un complesso di dati. [...] Non possiamo permettere che gli algoritmi limitino o condizionino il rispetto della dignità umana, né che escludano la compassione, la misericordia, il perdono e, soprattutto, l’apertura alla speranza di un cambiamento della persona».

 Se la macchina vale in senso economico, l’uomo ha un valore che non è misurabile né in valori numerici dei dati né in quelli economici in un bilancio. La dignità umana, al centro dell’algoretica, ci chiede quali relazioni e quale società vogliamo.

www.avvenire.it


venerdì 4 marzo 2022

SCUOLA. OLTRE IL VIRTUALE

 I ragazzi hanno bisogno delle lezioni in presenza. 

La realtà materiale delle cose va riconquistata.

 E il mondo digitale va capito e affrontato

(LaPresse)

- di Alessandro Artini

La scuola in presenza non comporta solamente una didattica più appropriata e più proficua per gli apprendimenti, ma molto altro. Certamente essa rappresenta il contesto più efficace per la socializzazione, che sappiamo attuarsi nello spazio della prossimalità. La socializzazione (che riguarda i comportamenti, i valori, gli orientamenti e che è diversa dal semplice “fare amicizia”) è un ingrediente essenziale per la crescita degli alunni, ma è anche indispensabile per gli apprendimenti, perché si impara meglio con gli altri, scambiandosi conoscenze e dubbi, sostenendosi reciprocamente per gli eventuali errori.

Tuttavia, c’è un aspetto, che spesso viene trascurato. La scuola è anche il luogo delle cose, seppur disadorne, essenziali e talvolta malconce, e delle suppellettili che accompagnano la vita degli alunni e costeggiano le loro biografie. Non importa se le aule non sono moderne e confortevoli (certamente è indispensabile che siano sicure, se non belle), ma ciò che conta è che il “clima” delle scuole alimenti il tepore delle anime, così da favorire l’accendersi della passione per la conoscenza. Quel “clima”, che si qualifica come organizzativo, si nutre anche delle cose presenti nelle aule, che costruiscono la familiarità degli alunni con gli ambienti scolastici.

Già, le cose… Ma che importanza possono avere esse per gli alunni? Io, che sono andato a scuola intorno alla metà dell’altro secolo, ricordo ancora il banco di legno a due posti, nel quale ho trascorso gli anni del liceo con lo stesso compagno di classe. Ricordo, seppur con qualche trepidazione, la lavagna, sulla quale avvenivano le interrogazioni. Ebbene, penso che anche per i nostri ragazzi ci sia bisogno della realtà materiale delle cose, diverse da quelle della loro cameretta o della cucina, dove per mesi si è svolta la Dad.

Ma le cose, osserva il filosofo coreano Byung-Chul Han, di formazione tedesca, hanno smesso di vivere nel nostro mondo reale. Anziché quello delle cose, noi oggi viviamo il mondo digitale di Google e dei cloud, che prelevano i dati della nostra vita e ce li ammanniscono sotto veste di informazioni. Queste ultime, poi, ci investono quotidianamente con dei flussi potenti e ininterrotti, al punto che le nostre vite ne vengono influenzate fortemente.

Ormai a causa di questa infomania, le nostre energie libidiche hanno abbandonato il mondo delle cose per riversarsi sul mondo delle non-cose. Infatti, le cose, filtrate dal cellulare e dai processi d’informatizzazione, non sono più tali, perché sono diventate informatori che ci sorvegliano e ci influenzano (infomi). Sono diventate non-cose, elargitrici di informazioni atte a guidare la nostra vita e – come suggerisce Shoshana Zuboff – la controllano, estraendo ricchezza dai dati che noi volenterosamente cediamo (Internet of things) alle grandi aziende che gestiscono i social. Rispetto alle informazioni, non ne abbiamo più il possesso, ma, eventualmente, l’accesso. Così entriamo nella rete e dolcemente ne subiamo gli algoritmi. E l’eros, che nutre la passione per il sapere, si stempera in una blanda affettività, che è quella degli smartphone.

Mentre le cose sono distanti da noi e per questo ce ne dobbiamo appropriare, il telefonino annulla la distanza di queste ultime e, tra le nostre mani, annacqua e blandisce lo stupore del reale, gestito con la digitazione. Mentre il possesso connota il modo profondo con cui gli uomini entrano in rapporto con le cose, che nella loro materialità sono oppositive e per questo stimolano il senso umano di appropriazione, le non-cose non si oppongono, ma suasivamente dilagano nella nostra vita. Tuttavia, senza la corporeità oppositiva delle prime gli uomini perdono il comune senso della realtà; il mondo delle seconde sopraffà il reale, i fatti e perfino la biologia, conducendoci in un’altra realtà, densa di informazioni, ma sfuggente e nebulosa.

Lo smartphone è paradigmatico, poiché annulla la distanza dal mondo, mostrandone ingannevolmente la prossimità. Tra le nostre mani.

Questi – dal punto di vista di Byung-Chul Han – sono i mutamenti del mondo della vita (Umbrüche der Lebenswelt, come suggerisce il titolo), che riguardano noi tutti, ma particolarmente gli adolescenti, sempre più connessi alla rete ma sempre più soli, secondo lo psichiatra Manfred Spitzer. Una folla solitaria, per usare una celebre immagine sociologica. Certamente il ripristino della vita autentica deve attraversare il territorio del frastuono delle informazioni per approdare al silenzio. È nel contatto con le cose, che si attua il recupero di una nuova relazionalità e identità. Tutto ciò spiega l’esigenza di un ritorno alla scuola in presenza. Spiega altresì le ragioni di validità di un’esperienza come quella dell’alternanza scuola-lavoro, nel corso della quale i giovani apprendono l’uso lavorativo delle cose.

Tuttavia, la legittima critica al mondo digitale non può prescindere da una serie di distinguo, dacché l’esigenza di un recupero dello zoccolo duro del reale non può porre sullo stesso piano esperienze mediatizzate diverse. Un conto sono quelle che Bauman definiva come comunità-gruccia, create nella rete, ad esempio, attorno alle celebrities; ben altro è la partecipazione, seppur filtrata dalla televisione, a un evento come l’attuale guerra in Ucraina. Non tutte le esperienze mediate hanno pari valore e i sentimenti che proviamo per quella vicenda, che sono di paura, di commozione e di solidarietà, assumono la veste di una “quasi interazione”, carica di dignità e autenticità.

Qualsiasi percorso finalizzato alla crescita (e al superamento delle difficoltà adolescenziali che, secondo lo psicologo americano Philip Zimbardo, sono particolarmente evidenti nei maschi) non può prescindere da questa distinzione, perché, nella postmodernità, accade che la più parte delle nostre esperienze sia di questo tipo, mentre si riduce il “faccia a faccia”, che ha caratterizzato l’interazione umana nei secoli. Molte conversazioni, al cellulare o in chat, avvengono simultaneamente, sebbene gli interlocutori siano spazialmente lontani. John B. Thompson osserva che l’avvento delle telecomunicazioni ormai ha prodotto lo sganciamento di spazio e tempo. La simultaneità, infatti, è despazializzata.

Questo è quello che accade anche con la Dad, che appartiene a pieno titolo all’esperienza postmoderna.

Certamente la didattica a distanza deve essere regolata, sicuramente ridimensionata, ma non rimossa. Adesso, che siamo tutti in presenza e non vi sono rischi di fraintendimenti, potremmo anche parlarne. Sempre che il ministero intenda promuovere un tale dibattito.

 

Il Sussidiario

 

sabato 22 gennaio 2022

RAPPORTI A DISTANZA

RELAZIONI VIRTUALI


 - di Giuseppe Savagnone *

- Un paradosso

In questi due anni di pandemia stiamo assistendo a un curioso paradosso. Da un lato il Covid ci ha insegnato che «nessun uomo è un’isola», perché nessuno può dirsi esclusivo proprietario del proprio corpo e padrone di farne quello che vuole, senza risponderne agli altri, come l’enfasi sui diritti individuali ci aveva per lungo tempo portati a credere e come si ostinano oggi a sostenere i no-vax.

Dall’altro, però, ci fa percepire questa evidente interdipendenza più nei suoi aspetti negativi – come una minaccia reciproca di contagio – che in quelli gioiosi e costruttivi. Dalla coscienza che la libertà è sempre anche responsabilità sono emerse soprattutto la percezione della nostra reciproca vulnerabilità e la paura del male che possiamo farci involontariamente a vicenda trasmettendo il virus. Da qui la tendenza a rinunziare ai nostri rapporti umani, o almeno a rarefarli e diluirli drasticamente, secondo la formula del “distanziamento sociale”.

Il nuovo ruolo del virtuale nei rapporti umani

Così, l’effetto più immediatamente percepibile della pandemia sulla nostra vita è l’indebolimento delle relazioni, temporaneamente sospese o trasferite su Internet. Persone legate da comuni interessi di affari preferiscono vedersi e negoziare on line. Convegni culturali, originariamente programmati “in presenza”, vengono trasformati in webinar. Perfino gruppi e comunità spirituali trasferiscono i loro incontri su Zoom o altre piattaforme dove vedersi senza pericolo. Emblematico il caso della trasmissione online dell’eucaristia su Tv2000 o a cura delle singole parrocchie. Non si è trattato solo delle assemblee liturgiche. Smartworking, DaD, sono diventati termini di uso comune.

E sicuramente, nella misura in cui il virtuale, sotto l’impulso della pandemia, tende a sostituire le relazioni umane “in presenza”, si hanno dei guadagni. Ma vale la pena di interrogarsi anche sui rischi. Nella consapevolezza che le modalità tecniche della comunicazione tra gli esseri umani – come del resto tutti mezzi della tecnologia – non sono mai puramente strumentali e non lasciano immutati i soggetti che se ne servono.

Noi siamo animali culturali e, a differenza di tutti gli altri, siamo in grado, in una certa misura, di trasformare la nostra natura con i prodotti della nostra creatività. In un tempo che ha visto una impressionante accelerazione di questa produzione, la trasformazione degli esseri umani diventa sempre più evidente.

«La domanda», perciò, come osserva acutamente Umberto Galimberti, «non è più: “Che cosa possiamo fare noi con la tecnica?”, ma: “Che cosa la tecnica può fare di noi?”». Riferita al virtuale e ai suoi effetti sulle relazioni umane, questa domanda è particolarmente inquietante. Sappiamo quali effetti decisivi per la nostra identità abbia avuto, nel remoto passato, il passaggio dalla comunicazione orale a quella scritta.

L’avvento della scrittura come rivoluzione antropologica

Per millenni l’oralità aveva determinato un approccio alla realtà che è profondamente cambiato quando è subentrata la nuova tecnica della scrittura. «Apprendimento e conoscenza in una cultura orale significano identificazione stretta, empatica, con il conosciuto. La scrittura separa chi conosce da ciò che viene conosciuto, stabilendo così le condizioni per l’oggettività, il distacco personale» (W. Ong).

Chi vuol raccontare una storia, oppure semplicemente una barzelletta, tende a identificarsi nei personaggi della narrazione, imitarne i toni di voce, i gesti. Soggetto e oggetto non sono nettamente distinguibili. La scrittura, invece, pone una chiara distanza tra chi comunica e ciò che sta comunicando. Nascono così, allo stesso tempo, l’oggettività e la soggettività. Nel momento in cui si distingue da ciò di cui scrive, il soggetto lo coglie come diverso da sé e dotato di una propria specifica struttura.

Reciprocamente, nel fare questo, egli percepisce la propria soggettività, sviluppando così un atteggiamento di introspezione che nelle culture orali era assente. Secondo molti studiosi senza la scrittura non sarebbe mai nata la scienza moderna, e neppure quel tipo di interiorità, complessa e problematica, che ha caratterizzato tutto lo sviluppo della civiltà occidentale.

Ma l’avvento della scrittura ha avuto un profondo influsso anche sulle relazioni umane. Chi vuole raccontare qualcosa raduna intorno a sé un piccolo crocchio di ascoltatori. Così era nel clan quando, la sera, gli anziani, seduti vicino ai fuochi, ripetevano le antiche narrazioni che avevano a loro volta ricevuto dai loro padri. Chi invece vuole scrivere – una lettera, una relazione – o desidera leggerle, chiede che per favore lo si lasci solo.

Qualcuno si è spinto fino ad affermare che l’individuo è nato con la scrittura. Certo è che il diffondersi del mezzo scritto, con l’invenzione della stampa, nel XV secolo, fornì uno strumento decisivo all’affermarsi della dottrina luterana del libero esame e dell’individualismo protestante, impensabile se non vi fosse stato una Bibbia disponibile per ogni credente.

La problematicità del virtuale

Per fortuna, la scrittura non ha mai soppiantato la comunicazione orale. Ma, ai nostri giorni, l’avvento del virtuale si presenta più problematico. Lo è già per il fatto che, mentre sia la comunicazione orale che quella scritta non nascondono il loro essere degli intermediari, e dunque dei semplici mezzi, per accostarsi al mondo e agli altri, quella virtuale si presenta come autoreferenziale, pretendendo di sostituire, e non di rappresentare, ciò che comunica. Non per nulla si parla di “realtà” virtuale.

Ad essere minacciata direttamente non è tanto la corporeità, che viene comunque rappresentata sugli schermi, ma la sua fisicità. Su Skype o su Zoom vediamo il volto dell’altro, anche se è lontanissimo fisicamente, così come in televisione possiamo seguire eventi che si svolgono in altri continenti. Il guadagno innegabile è l’abbattimento di tutte le barriere spazio-temporali che, nel mondo fisico, impediscono o almeno ostacolano la comunicazione tra gli esseri umani.

Al tempo stesso, però, questa apertura potenzialmente illimitata a persone e a situazioni, che un tempo la lontananza spaziale rendeva irraggiungibili, determina un eccesso insostenibile di stimoli. Partecipare in diretta alle vicende di tutto il pianeta ci potrebbe fare impazzire. Per questo il virtuale si avvale della mediazione dello schermo. Con questo termine si può intendere sia la superficie su cui si delineano delle immagini, consentendo la comunicazione, sia un filtro, un riparo che si frappone fra i nostri organi sensoriali e qualcosa che potrebbe ferirli (come quando si dice: “farsi schermo con la mani”).

Lo schermo della tv, del tablet, del computer o dello smartphone ci fanno cogliere in modo immensamente più ampio la realtà. Ma, proprio per questo, essi devono difenderci da essa, consentendoci di convivere con la sua complessità e la sua violenza grazie al fatto che, dietro lo schermo, ne siamo soltanto spettatori.

Il pericolo, però, è una specie di anestesia che alla lunga può condizionare le persone nel loro atteggiamento di fondo verso la realtà, spingendole ad affrontare tutta la vita come uno spettacolo o un gioco. Questo è particolarmente vero quando sono in gioco i rapporti umani. Non bisogna certo dimenticare i vantaggi che, specialmente in questo tempo di pandemia, sono derivati ad essi dall’uso di Internet. Ma, così come sui social si è “amici”, senza conoscersi se non per il volto che si è deciso di assumere agli occhi degli altri, su Zoom si può evitare di essere visti nascondendosi dietro una icona.

La “persona” ritorna ad avere il significato latino originario di “maschera”. Il risultato può essere la banalizzazione del mistero delle persone. Esposte in vetrina, esse diventano, paradossalmente, invisibili. Come ha scritto Philippe Breton, oggi «si mostra tutto ciò che è visibile, ma al tempo stesso non si vede mai nulla, o perlomeno nulla di ciò che è essenziale»

 * Scrittore ed editorialista. Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.

www.tuttavia.eu.


Immagine: Photo by Chris Montgomery on Unsplash


venerdì 25 settembre 2020

QUANDO DI VIRTUALE C'ERA SOLO LA TV

 La serie con il fantasma del Louvre ha reso il piccolo schermo un medium di oscurità e inquietudini. 

Gli stessi sentimenti su cui molti leader mondiali di oggi fanno affidamento per creare nemici da additare, muri da alzare, alleati da tradire e popoli interi da temere. 

Come avvoltoi della nostra libertà

                                         Luigi Sanlorenzo

Le favole più belle sono quelle che più fanno paura. Fin dalla preistoria i cavernicoli si riunivano davanti ad un fuoco precario per raccontare di belve feroci a cui erano riusciti a sfuggire o che erano stati capaci di affrontare utilizzando in entrambi i casi quell’unica risorsa che li distingueva da essi e che più tardi qualcuno avrebbe chiamato logos cioè calcolo, pensiero, ragione. 

Quel rito ancestrale fu per millenni l’unica forma di educazione per i più piccoli e per i giovani che presto sarebbero stati ammessi alla comunità degli adulti, dopo complessi riti di passaggio. L’elemento emozionale che teneva il filo della narrazione era sempre la paura che cresceva, episodio dopo episodio, sino a raggiungere il parossismo da cui, quasi sempre, il lieto fine avrebbe liberato con un sospiro di sollievo, preludio di una notte serena. Poiché da sempre l’uomo ha bisogno di guardare il buio per amare la luce mobilitando il meglio di sé. Oggi qualcosa sembra essersi rotto e diventa urgente porvi rimedio.

Attraverso le favole, anche le più granguignolesche, le giovani generazioni apprendevano la differenza tra ciò che era bene e ciò che era male, tra ciò che condannava e ciò che salvava, formando così quel nucleo morale (dal latino mos-moris) che diventava appunto il costume e poi, stratificandosi nel tempo, la cultura di un determinato gruppo sociale. Sorrido quando spesso vedo utilizzare con disinvoltura i termini “etica” e “morale” scambiandoli a piacimento.

Mentre la morale è una pratica messa in atto attraverso manifestazioni sociali molteplici e visibili, l’etica (dal greco ethos) è la riflessione filosofica che cerca di darne una spiegazione razionale. Ma questo nei talk show non lo sanno e spesso la morale diventa moralismo, assoggettandosi al destino di tutti gli “ismi” e così l’etica va a farsi benedire altrove. Qualche volta accade anche in qualche liceo classico romano che nonostante sia intitolato a Socrate, che ammoniva contro i luoghi comuni e il conformismo spacciati per Sapere, ama farne strame.

Dalle favole di ogni tempo e cultura, sia che attingessero al mito che all’esperienza traslitterata nel racconto, si traeva infatti la morale e non l’etica, sfizio che millenni dopo solo Aristotele si sarebbe potuto togliere. Se lo poteva permettere. I grandi sommovimenti della storia, le grandi trasgressioni, le rivoluzioni culturali hanno influito sulla morale e mai sull’etica che, anche quando è violata, resta immutata perché connessa all’intrinseca natura dell’uomo, come abbiamo imparato da un curioso signore sulla cui puntualità si regolavano gli orologi della città di Köningsberg, oggi Kaliningrad. Si chiamava Immanuel Kant e non vendeva sogni ma solide proposizioni che amava chiamare “imperativi categorici”. Gli dobbiamo parecchio.

Nella cultura contadina la favola fu ancora, fino a poco più di cento anni fa, collettiva. Prendeva la forma del filò; il racconto era rigorosamente separato dal pasto serale e narrato nei fienili o nelle stalle dove nelle sere d’inverno si radunavano uomini e donne, bambini e vecchi a cui di solito toccava la parte del narratore dovuta perché più ricca ne era l’esperienza e quindi, ancora una volta, la morale. Di quei momenti ci rimangono i ritratti nelle sequenze di grandi film italiani quali Novecento di Bernardo Bertolucci del 1976 e L’albero degli zoccoli, di Ermanno Olmi del 1978. 

Nella società borghese la favola divenne più intimistica, il racconto deputato ai genitori, o per i più ricchi a balie e governanti, in camerette dedicate ai bambini e generalmente letta da testi antichi e contemporanei la cui lista degli autori farebbe venire le vertigini anche all’uomo di Alessandria che pure ne raccontò, ad un pubblico già più vasto, di colte ed indimenticabili. Favole si raccontavano ai più piccoli perfino nei rifugi antiaerei confidando che la paura e l’immancabile lieto fine di quelle, esorcizzassero il pericolo reale che incombeva su tutti. Pare che funzionasse.

Poi venne la televisione e il racconto tornò ad essere collettivo. All’inizio tra la folla del bar di quartiere, poi condominiale a casa dei primi utenti, infine domestico dove alcuni programmi dell’unico apparecchio presente in salotto a poco a poco spostarono per i più grandicelli anche il ferreo comandamento di andare a letto “dopo Carosello”.

Si derogava alla regola per consentire la visione degli sceneggiati televisivi ritenuti istruttivi e non pochi appresero de I Promessi Sposi, con la regia di Sandro Bolchi nel 1967 o dell’Odissea con Irene Papas, introdotta in ogni puntata dalla voce roca del poeta Giuseppe Ungaretti nel 1968. Avremmo dovuto attendere “La conversazione su Tiresia” interpretata da Andrea Camilleri, per rivivere, cinquant’anni dopo, le medesime emozioni e ancora oggi molti non sanno che dietro le quinte della migliore RAI a partire dagli anni ‘60 c’era già, ben mimetizzato tra i titoli di coda, il suo genio di sceneggiatore.

Visitai il museo del Louvre per la prima volta nel 1966. Avevo dieci anni e non era ancora il tempo di viaggi low cost o di tour virtuali. Il salario medio mensile non superava le centomila lire e un biglietto aereo da Roma a Parigi e ritorno poteva costare anche un milione, figuriamoci poi da Palermo. Il treno impiegava oltre tre giorni e soltanto in estate qualche padre avventuroso intraprendeva interminabili viaggi in automobile, una millecento FIAT costava 975.000 lire, che i giovani passeggeri non avrebbero mai dimenticato.

Eppure visitai il Louvre, lo ricordo come fosse ieri, steso pancia a terra sul marmo del pavimento, in quel caldo luglio, davanti ad un apparecchio Telefunken che resse fieramente sino all’avvento della tv a colori. La Pyramid di Ieoh Ming Pei sarebbe stata inaugurata da François Mitterrand ventidue anni dopo ma il mistero aleggiava da sempre nella Cour Napoléon sprigionandosi dalla sezione del museo egizio e delle altre che custodiscono i reperti mesopotamici.

Un ambientazione straordinaria per lo scrittore massone Arthur Bérnéde che nel 1925 scrisse il romanzo Belphégor di cui curò anche la sceneggiatura nel film diretto due anni dopo da Henri Desfontaines. La fama del testo sarebbe stata raggiunta soltanto nel 1965 con la miniserie televisiva Belphégor ou le fantom du Louvre prodotta dalla ORTF con la regia di Claude Barma. Il successo fu strepitoso. Fu seguito da dieci milioni di telespettatori su quarantotto milioni di francesi, di cui solo il 40% possedeva un apparecchio televisivo. La RAI poté mandarlo in onda l’anno successivo. Lo share fu immenso al punto di spostarne la messa in onda dal secondo canale, che non tutti ricevevano, alla prima rete nazionale. Juliette Grecò, la cui scomparsa avvenuta giovedì scorso ha ispirato questo articolo e di cui molti scriveranno più e meglio di me, ne fu l’indiscussa, seppur velata, protagonista. 

Con Belfagor, un nuovo genere televisivo aveva fatto irruzione nel palinsesto televisivo “canonico” sotto l‘egida del Presidente dell’Ente Pietro Quaroni, ex diplomatico tenuto in paesi lontani dal Ministero degli Esteri fascista, che non osò però privarsi delle sue competenze, grande esperto di politica internazionale, poliglotta e brillante conferenziere. Altri tempi, altri presidenti.

L’Italia era quella del secondo governo presieduto da Aldo Moro e già aperto a sinistra in cui, fino ad allora, gli sceneggiati televisivi avevano sostanzialmente ricalcato la grande letteratura già consacrata. Da Il Dottor Antonio a Piccole Donne a Cime Tempestose, Jane Aire, Orgoglio e pregiudizio, Capitan Fracassa, Canne al vento, L’isola del Tesoro, Il Piccolo Lord, la Pisana, Una tragedia americana, Il mulino del Po, Mastro Don Gesualdo, La cittadella, I miserabili, Il giornalino di Gian Burrasca, Le inchieste del commissario Maigret, La Donna di fiori, Scaramouche e quel I Grandi Camaleonti di cui ho scritto pochi giorni fa a motivo della grande attualità del tema. 

Realizzazioni televisive di grande pregio, sovente firmate da Anton Giulio Majano, Daniele D’Anza, Edmo Fenoglio, il già citato Sandro Bolchi e Lina Wertmuller, tra i registi più noti. I personaggi erano interpretati dai migliori attori italiani, per alcuni dei quali furono il promettente esordio. In un’intervista rilasciata alla trasmissione Storie della Letteratura per RAI Scuola Andrea Camilleri ebbe così a commentare il decennio di produzione di sceneggiati 1955-1965: «I primi sceneggiati sembrano essere una biblioteca di raffinata cultura. Molti di essi sono capolavori della letteratura mondiale che vengono adattati per la televisione e questo faceva sì che, quasi contemporaneamente, gli editori rieditassero quei libri e quindi c’era già una rispondenza nella lettura e nell’allargamento della visione culturale degli italiani»

Da quell’estate del 1966 un’inquietudine nuova cominciò a farsi strada nella televisione, come nel cinema italiano, forse figlia di quella ripresa dell’esistenzialismo del primo ‘900 che dopo anni di isolamento culturale cominciava a filtrare anche in Italia attraverso la diffusione ad un più ampio pubblico e nelle università degli scritti di Albert Camus, Simone de Beauvoir, Frankz Kafka, Emil Cioran, Nicola Abbagnano, dell’indimenticato maestro Emanuele Severino e soprattutto di Jean Paul Sarte, per il quale Juliette Grecò divenne presto una musa e Saint-Germain- des-Pres il nuovo Parnaso, che lo portò al climax con la pubblicazione nel 1945 di una propria famosa lezione dal titolo “L’esistenzialismo è un umanismo”.

Mi sottraggo alla tentazione di approfondire il tema che ci porterebbe lontano, per analizzare invece il rapporto tra la comparsa televisiva di Belfagor e il mutamento della società italiana relativamente al nuovo sentimento della paura con cui facciamo i conti giornalmente. 

Per oltre 20 anni la società italiana si era data da fare per la ricostruzione concentrando attenzione ed attività su temi di estrema concretezza e pragmatismo. C’era un Paese da rifondare, industrie da riaprire, case da costruire, milioni di persone da alfabetizzare. L’esserci riusciti con l’aiuto dei fondi del Piano Marshall e, soprattutto con l’impegno dei lavoratori e il risparmio delle famiglie aveva tenuto lontano altre suggestioni, evitato le troppe domande inquietanti che pure restavano ctonie e represse, in attesa di una nuova eruzione.

La diffidenza verso le ideologie di cui si erano sperimentate le peggiori atrocità, il ruolo consolatorio di una religiosità in prevalenza cattolica, resa più vicina ai credenti con le intuizioni profetiche del Concilio Vaticano II, avevano tenuto lontani i demoni del dubbio e quei temi che proprio l’esistenzialismo invitava ad analizzare: la condizione umana, la paura della morte, l’oblio dell’essere e soprattutto la dimensione irrazionale, oltre i confini della rassicurate pratica religiosa, proveniente da altri mondi, da altre religioni e da altre culture che già si erano presentate negli Stati Uniti con i fermenti della Beat Generation e di cui ho già scritto a proposito di Carlos Castaneda e del Giovane Holden di J.D. Salinger.

Il 5 settembre scorso su Bergamonews, Claudio Carminati ha scritto: «Belfagor non è propriamente un giallo ma più un misto tra poliziesco ed horror ma quando la RAI lo trasmise la paura entrò in milioni di case e, con un po’ di retorica, la televisione non fu più la stessa; da medium consolatorio e pedagogico divenne anche il possibile veicolo di oscurità e inquietudini. I Rosacroce e le sette segrete, l’esoterismo, l’alchimia, l’antico Egitto, una donna adulta che ha una relazione con uno studentello, le droghe che rendono gli individui automi, i maestri del terrore e misteriosi pietre radioattive, il tutto avvolto in una pericolosa nebbia sulfurea e diabolica. Chi, in qualunque anno sia stato nuovamente trasmesso e vedendolo da piccolo non è saltato nel letto dei genitori dopo una puntata? Chi pur adulto non è stato colto dal timore e dell’ansia nell’attraversare le stanze buie della propria casa dopo aver visto una passeggiata del fantasma nei corridoi semibui del Louvre sottolineata dalle note di violino composte da Antoine Duhamel? Belfagor rimarrà per sempre l’inimitabile e irripetibile emblema delle nostre più profonde inquietudini».

Quando ci si rese conto che quei nuovi sentimenti attraevano e ammaliavano i telespettatori in cerca di nuove emozioni, anche la televisione cercò di seguire l’onda con sceneggiati quali il Segno del Comando con Ugo Pagliai, Carla Gravina e la regia di Daniele D’Anza nel 1971, A come Andromeda con Luigi Vannucchi, Paola Pitagora e Massimo Girotti (sì, proprio il padre del Don Matteo televisivo) per la regia di Vittorio Cottafavi nel 1972 ed il misterioso Extra del 1976 del medesimo D’Anza dei cui misteriosi retroscena il regista non volle mai parlare. Morì prematuramente nel 1984. La serie non fu mai replicata. 

Ma il tempo degli sceneggiati italiani ormai era finito. Il pubblico vedeva ogni sera i reportage della Guerra del Vietnam e Oriana Fallaci, inviata di guerra con l’elmetto, ne raccontava le atrocità insieme alla rivoluzione teocratica in Iran ed alla strage dei curdi iracheni, avvelenati dalle armi chimiche di Saddam Hussein. L’orrore era diventato familiare in televisione, occorreva cercarlo altrove. 

E fu trovato nel cinema americano con l’Esorcista di William Friedrich del 1975 ed i suoi numerosi prequel sequel, nelle serie di X-Files, dirette discendenti di Ai confini della Realtà del 1959, nel cinema italiano di Dario Argento, Lucio Fulci, Mario Bava e perfino del mite Pupi Avati con la Casa dalle finestre che ridono del 1976, che inaugurarono un fortunato filone della paura ancora variamente rappresentato dai disaster moovies e, da ultimo, dai film su epidemie, pandemie ed altre sventure batteriologiche che oggi appaiono tristemente profetiche.

Di quest’ultima paura che sta cambiando il mondo lo psicoanalista Massimo Recalcati ha scritto su La Stampa del 7 maggio scorso: «È necessario abitare il tempo dell’incertezza e della paura per trovare un varco nell’incertezza e nella paura. In questo contesto di precarietà un punto mi pare certo: alla potenza inimmaginabile del trauma che ha devastato le nostre vite, bisogna rispondere con una potenza reattiva altrettanto inimmaginabile. La politica per prima. Non si pieghi alla scienza come in passato con la magistratura o con l’economia, ma sia capace d’invenzione, di pensieri grandi. Di parole all’altezza del dramma che stiamo vivendo. Impari dall’arte a trasformare le ferite in poesia, a rispondere al trauma con forme di esistenza nuove».

Già, la politica. Ma sarà in grado? «Ultimo venne il corvo» ripeterebbe oggi Italo Calvino, se solo fosse ancora tra noi. Sempre meno nascosti dalle penne nere oggi intravediamo i volti di molti leaders del Pianeta che hanno fatto della paura l’arma più abietta. Disseminano il panico creando nemici da additare, muri da alzare, armi da accumulare, alleati da tradire, popoli interi da temere. Usano la menzogna con antichi e nuovi strumenti di comunicazione e hanno un solo sogno: rinchiudere gli individui in un’intricata matassa di odio e di risentimento di cui solo essi pensano di possedere il bandolo. Promettono come Hasan-i Sabbah, il Vecchio della Montagna nella fortezza di Alamut, agli infelici e feroci Hashishiyyun che ne eseguivano gli ordini intontiti dalla droga, il paradiso in terra, una volta sterminati i nemici.

Gli avvoltoi della nostra libertà ci sono sempre stati, con volti e modalità multiformi, fin dal tempo di quelle caverne con il ricordo delle quali ho voluto iniziare questo viaggio nelle paure di ieri e di oggi. È possibile smascherali e sconfiggerli con un buon fuoco intorno a cui raccontare le storie che cambiano il mondo e dove, inevitabilmente, essi sono attesi da una brutta fine mentre noi da una notte senza più incubi. Ha funzionato, me l’hanno raccontato e non ho mai sognato Belfagor.

https://www.linkiesta.it/2020/09/belfagor-politica-louvre/



sabato 1 agosto 2020

LA CHIESA DOPO IL CORONAVIRUS



Un invito che nasce da una comprensibile inquietudine

-         Giuseppe Savagnone
-          
La lettera nella quale, in questi giorni, la Presidenza della CEI ha invitato i vescovi italiani a «porre le condizioni con cui aprirsi a nuove forme di presenza ecclesiale», in vista della ripartenza autunnale, non è casuale. Essa nasce da una preoccupazione, neppure troppo velata, di fronte alla constatazione che, dopo il lockdown, il ritorno alla celebrazione dell’Eucaristia con il popolo è stato «segnato anche da un certo smarrimento (in particolare, una diffusa assenza dei bambini e dei ragazzi), che richiede di essere ascoltato».
Dopo le accese proteste, soprattutto di quella parte del mondo cattolico più attaccata ai riti e alle devozioni, contro la sospensione della celebrazione delle liturgie eucaristiche; dopo che la stessa Presidenza della CEI aveva reagito con durezza contro il protrarsi di questa sospensione, arrivando a prospettare una violazione del diritto di libertà religiosa; dopo che si erano studiate minuziosamente le misure per conciliare la tutela della salute e il corretto svolgimento delle funzioni – dopo tutto questo, sembra che le chiese, ora che sono state riaperte, restino mezze vuote, perché molti – soprattutto i giovani – continuano a disertarle.
I limiti del virtuale
Possibile che una interruzione di poche settimane abbia sviato i fedeli dalla frequenza domenicale, ancora così radicata nel costume? O forse, più sottilmente, sono stati i vantaggi di una partecipazione virtuale a indurre molti a continuare a seguire la messa in Tv? Solo che in questo modo l’assemblea liturgica perderebbe istituzionalmente – e non solo per l’emergenza del lockdown – la sua ricchezza umana integrale, che comporta anche la dimensione fisica, e soprattutto il riferimento al banchetto eucaristico, in cui i fedeli si nutrono, del corpo e del sangue di Cristo, «vero cibo e vera bevanda».
Si capisce l’inquietudine della Presidenza della CEI, anche in riferimento a una ripresa che, in autunno, dovrebbe confrontarsi col problema della presenza fisica dei ragazzi nelle classi di catechismo e negli oratori.
L’urgenza dell’ascolto
È significativo, tuttavia, che la lettera accenni quasi di sfuggita alle difficoltà, insistendo piuttosto sulla necessità, da parte delle nostre comunità, di «aprirsi a nuove forme di presenza ecclesiale». Segno di una consapevolezza che il problema è più profondo del mancato ritorno in chiesa ed esige non tanto delle sterili recriminazioni, quanto un «ascolto» intelligente di ciò che sta accadendo nella nostra società.
La crisi c’era già prima del lockdown
In verità, dei germi di crisi erano già abbastanza evidenti anche prima del coronavirus. I giovani di cui oggi viene notata l’assenza erano a loro volta i superstiti di generazioni che da tempo, ormai, avevano abbandonato la pratica religiosa. Dalle più recenti inchieste risulta che oggi, in Italia, quasi metà dei giovani dai 18 ai 29 anni non credono in Dio, o perché pensano che non esista, o perché sono del tutto indifferenti al problema, o perché ci credono a intermittenza, qualche volta sì qualche volta no, o perché, pur ammettendo l’esistenza di una forza superiore, escludono che sia Dio. Colpisce l’accelerazione impressionante del fenomeno se si pensa che negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso gli atei erano tra il 10 e il 15% della popolazione giovanile.
Qualcosa deve cambiare
Fa riflettere il fatto che l’80% dei giovani «non credenti» è passato per il battesimo e la prima comunione, circa i due terzi per la cresima. I tre quarti hanno frequentato il catechismo. Sono perciò giovani che hanno abbandonato dopo l’iniziazione cristiana. È il fallimento del catechismo come viene praticato quasi ovunque. La grande fuga dei ragazzi si verifica di solito a conclusione di esso, come se i sacramenti che dovrebbero introdurli nella pienezza della vita cristiana fossero invece quelli del congedo da essa e dalla Chiesa.
I segni di un tramonto, ma anche la prospettiva di un nuovo inizio
Il tempo del coronavirus ha dunque solo evidenziato una crisi su cui forse si erano troppo a lungo chiusi gli occhi. Ma, se è vero che esso mette in risalto i segni di un tramonto, c’è da chiedersi se non mostri, al tempo stesso, alcuni elementi che potrebbero favorire un nuovo inizio, consentendo il superamento di alcuni schemi che ingabbiavano la pastorale, soprattutto giovanile.
Oltre i muri
Proprio la crisi della pratica religiosa tradizionale, quella che si svolge tra le mura dei templi, rimette in discussione uno di questi schemi, secondo cui si consideravano “veri cristiani” solo i cattolici “praticanti”, e “praticanti” solo quelli che andavano in chiesa la domenica. Il confinamento ci ha costretti a relativizzare, insieme al luogo fisico, le mura di divisione che separavano nettamente chi sta “dentro” e chi sta “fuori”. Nello spazio della rete tutti sono in grado di collegarsi a tutti e di partecipare anche se non l’avevano mai fatto. I confini sono saltati.
La rete come metafora: la “terra di mezzo”
Ma non è questa anche una potente metafora di uno stile ecclesiale diverso, dove “cattolico” torni a significare un’apertura illimitata alla totalità dei valori umani e quindi a tutti coloro che, anche per vie diverse da quelle dell’ortodossia ecclesiale, sono alla ricerca di un senso della vita?
Non per nulla sono i giovani i più capaci di utilizzare i nuovi mezzi di comunicazione. Lo spazio senza barriere della rete esprime bene la loro condizione, che non è quella di chi sta “dentro” la Chiesa , ma neppure quella di chi sta “fuori”. Più che di atei e di credenti bisognerebbe, perciò, parlare di giovani che abitano quella che un sociologo, Alessandro Castegnaro, ha definito una «terra di mezzo» tra credenza e incredulità e che, se non vanno in chiesa, non è perché abbiano definitivamente rifiutato la fede, ma perché non riescono più a riconoscersi nel modo tradizionale di proporla.
La Chiesa che può accogliere i giovani
Certo, guardando questi giovani ci si potrebbe chiedere: «Che cosa cercano? Cercano Dio?». In realtà, come scrive Castegnaro, «cercano innanzi tutto se stessi, cercano di non perdersi, cercano di ritrovarsi (…). Ma cercare se stessi non ha proprio niente a che fare con la ricerca di Dio?».
Ad essi può rispondere solo una Chiesa capace di accoglierli con le loro inquietudini, una Chiesa che apra lo spazio per «portare avanti le proprie esplorazioni, condurre incursioni, fare esperienze a partire dal bisogno di comprendere se stessi e dalla personale ricerca di senso».
Una partecipazione senza appartenenza
Questi giovani hanno bisogno di una partecipazione senza appartenenze rigide, di una proposta fatta in un linguaggio nuovo, non “ecclesiastico”, che, invece di riflettere certezze già precostituite, si sforzi di esprimere la complessità della vita e sia per questo comprensibile a tutti.
Non è il linguaggio che il coronavirus ci ha costretti a usare, in una liturgia del quotidiano che si è svolta tra casa nostra – luogo di condivisione, a volte faticosa, tra diversi, alle prese con le incombenze e le necessità della vita familiare – e le piattaforme del web, aperte senza limiti al mondo? Perché non imparare da questa esperienza un approccio non “sacrale”, meno che mai “clericale”, alla nostra fede, valorizzando la sua portata pienamente umana?
Discepoli della Sapienza
Una nota teologa, Serena Noceti, segnalava a questo proposito l’attualità della tradizione sapienziale, che attraversa tutta la Sacra Scrittura. Mentre la Torah, la Legge, enuncia le richieste di Jahvè al suo popolo e i libri profetici fanno percepire l’irruzione bruciante della Trascendenza nella nostra storia, i libri sapienziali insegnano a leggere la presenza di Dio nelle vicende della vita e della morte.
Sono i libri della riflessione sul quotidiano – Proverbi, Sapienza, Siracide –, ma anche i più drammatici della Bibbia – Qohelet, Giobbe. Qui non si parte dalle certezze, ma dalle domande – non quelle del catechismo, confezionate in vista delle risposte –; non dalla fede, ma dal grido che, come scrive Recalcati, è «il luogo primario della umanizzazione della vita». «Ma cos’è un grido? Nell’umano esprime l’esigenza della vita di entrare nell’ordine del senso, esprime la vita come appello rivolto all’Altro. Il grido cerca nella solitudine della notte una risposta nell’Altro. In questo senso, ancora prima di imparare a pregare e ancora di più nel tempo in cui pregare non è più come respirare, noi siamo una preghiera rivolta all’Altro».
Accogliamo i “gridi perduti nella notte”!
Forse da qui bisogna ripartire, con i giovani ma anche con gli adulti, ricordando che le nostra certezze di fede, se sono autentiche, non sono ereditarie, ma hanno richiesto una conquista: «Siamo stati tutti dei gridi perduti nella notte». Lasciamo entrare nelle nostre riunioni gli abitanti della “terra di mezzo” senza chiedere loro il passaporto. Anzi, rendendo queste riunioni, anche quando potranno essere fatte in presenza, fluide e accessibili come lo sono state le liturgie della rete (alle messe del papa, durante il lockdown, partecipavano tanti che in chiesa non andrebbero mai!).
La promessa che qualcosa di nuovo nascerà
Il coronavirus ci ha messo alla prova e forse sta accelerando la fine non solo di una società, ma anche di un certo modo di vivere la Chiesa. Ma noi, i cristiani, non dobbiamo aver paura del rinnovamento. Ciò che muore apre la strada a ciò che sta nascendo. E noi crediamo di dover avere un ruolo, con la nostra inventiva e i nostri poveri sforzi, nell’adempimento della promessa che sta a conclusione della Sacra Scrittura: «E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Ap 21,5).