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domenica 19 luglio 2026

ATTESA E MEMORIA

 


LA FORZA NUDA

 DELLA PAROLA


 In questa notevole raccolta dei Radiodrammi che Beckett ha composto per la BBC nel corso di un ventennio spicca la forza nuda della parola.

- -di Massimo Recalcati 

 La scelta dello strumento radiofonico serve per operare un azzeramento delle immagini. Non a caso lo scrittore irlandese ha vietato espressamente ogni loro adattamento visivo: in un tempo dominato dal consumo avido di immagini quale è il nostro è una delle ragioni della formidabile inattualità di questa raccolta. Tra questi radiodrammi spiccano in particolare due opere degne di essere annoverate tra le più riuscite di Beckett: Tutti quelli che cadono e Braci. Essi costituiscono un allargamento e una ripresa dei temi che avevano caratterizzato la celebre pièce di Aspettando Godot

Il primo riporta nel titolo il Salmo 145, che recita: «Il Signore sostiene tutti quelli che cadono e rialza tutti quelli che si sono piegati». Beckett però spezza volutamente questo titolo sopprimendo la sua pars construens. Il cadere diviene così la cifra fondamentale della condizione umana che nessun Dio può guarire. Nessuno può salvarsi, nessuno può emanciparsi dal peso insopportabile dell’esistenza. Non a caso la forza di gravità si imprime come l’espressione del carattere assurdo e privo di senso dell’esistenza che diviene proprio per questa ragione un peso da trascinare faticosamente. Il viaggio della signora Rooney verso la stazione ferroviaria è una via crucis. Si tratta di una donna anziana e malata che fatica a camminare. Il suo corpo è preda di un lento e inesorabile declino. Non è il corpo che dice “Si!” alla vita, come accade a Molly, la formidabile protagonista femminile dell’Ulisse di Joyce, ma un corpo in disfacimento, carne afflitta, piagata, «distrutta nei polmoni, nel cuore e nel fegato». Inoltre la sua vita appare incarcerata anche da un lutto irrisolto per una figlia morta bambina. Nel suo viaggio verso la stazione in attesa del ritorno a casa del marito cieco, anche le macchine sembrano ostacolare il suo movimento: biciclette, furgoni e treni appaiono guasti o in ritardo. 

Beckett sapientemente accentua questa difficoltà di moto (grande tema di tutta la sua letteratura) introducendo la presenza innovativa dei suoni, come quelli dei faticosi e lenti passi sulla ghiaia della signora Rooney, dei versi degli animali, del vento e della pioggia che sembra accentuino la dimensione leopardianamente ostile della natura. Beckett esigeva un controllo ossessivo della resa acustica di questi suoni che avevano il compito di enfatizzare la condizione derelitta dell’esistenza, la sua colpevolezza fondamentale. Come in Aspettando Godot anche in questo testo l’attesa è protagonista. Il treno è in grave ritardo a causa della morte di un bambino caduto dal vagone e finito sotto le rotaie. Beckett non svela la causa di questa caduta. Aggiunge solo alcuni vaghi elementi che possono identificare il colpevole proprio nel marito della signora Ronney che, per esempio, dichiara apertamente di odiare i bambini e di volerne uccidere almeno uno: «Stroncare in boccio un piccolo disastro». 

 Ma il punto decisivo di questo drammatico incidente è l’interruzione della catena della filiazione. Altro grande tema beckettiano. Il bambino morto evoca l’assenza di Legge che caratterizza la vita. È un tema biblico che evoca la figura molto cara a Beckett di Giobbe. La colpa che affligge l’essere umano non dipende dalla sua azione né dalla sua intenzione perché è una colpa ontologica che coincide con l’esistenza stessa. La giustizia non si esercita secondo una logica razionalmente retributiva che premia il giusto e sanziona il reo. C’è piuttosto qualcosa di imperscrutabile che caratterizza la stessa Legge di Dio, la quale può colpire senza ragione apparente anche la vita dell’uomo più devoto o quella, come accade in questo caso, di un bambino innocente. 

In Braci questi temi ritornano ma alla luce nuova del tema della memoria. Al centro un uomo, Henry, solo di fronte al rumore incessante delle onde. Il fantasma del padre morto suicida in mare lo opprime. «Chi c’è accanto a me, adesso?», si chiede in uno spazio mentale occupato dai frammenti traumatici del suo passato. Anche in questo caso il processo di filiazione non appare generativo ma assomiglia ad una catena che può trasmettere solo dolore. Un paio d’anni prima in Finale di partita Beckett mostrava le figure dei genitori (Nagg e Nell) ridotti a due troncherini richiusi in due bidoni della spazzatura. In Braci Henry cammina ai bordi del mare invocando il riconoscimento del padre che non avverrà mai. 

Attesa e memoria, come confermano questi due radiodrammi, costituiscono due facce di uno stesso foglio. Si tratta di attendere ciò che non verrà mai e di ricordare ciò che è per sempre escluso dalla presenza. In questo senso essi possono essere letti davvero come due radicalizzazioni della problematica già presente in Aspettando Godot. In tutte e tre le opere l’essere umano è orientato verso qualcosa che resta confinato nell’assenza. L’attesa non si può mai soddisfare e la memoria non può più restituirci ciò che è stato. Restano sole le parole e le voci – resta solo la scrittura; le sole forme di redenzione e di resistenza possibili.

La Repubblica 

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giovedì 11 giugno 2026

VISIONE E ATTESA

 

Il rettore della Sagrada Familia: la visita del Papa ci invita ad "alzare gli occhi"Riscoprire 

il senso dell'attesa


Con l’inaugurazione della Torre di Gesù che renderà la basilica di Gaudí la più alta del mondo, si compie un gesto simbolico profetico. L’architetta Curti, esperta dell’artista: “Ha voluto creare un’arte dell'incontro, riportare la capacità di vedere il trascendente. Il lavoro che c'è dietro ci invita a gustare la pazienza con cui si costruisce l'amore”



-di Antonella Palermo - Inviata a Barcellona

Guardare in alto è più rischioso che guardarsi i piedi, ma è in questo rischio che si gioca l’esserci, in questo squilibrarsi che si avverte il brivido di un corpo che vive, che non si accomoda in posture inerti, che non guarda al proprio ombelico ma si sbilancia fuori da sé. Accade quando si entra nella Sagrada Familia, attrazione internazionale simbolo di Barcellona, 15 mila visitatori al giorno da ogni parte del mondo, patrimonio Unesco consacrata come basilica nel 2010 da Benedetto XVI. Qui si ha la possibilità di recuperare, al di là delle proprie appartenenze, la capacità di stupirsi. Qui Leone XIV presiede la celebrazione eucaristica la sera del 10 giugno, dopo aver pregato nella cripta sulla tomba di Antoni Gaudì, l’artefice di questa imponente costruzione, nel centenario della morte. E qui, dopo la Messa, inaugurerà la Torre di Gesù Cristo che la farà svettare come chiesa più alta del mondo.

Recuperare lo stupore

Sarà una bambina cieca a introdurre, dinanzi al Pontefice, il rito di benedizione della Torre. Con un plastico tra le mani sarà lei a ‘toccare’ la torre condividendo questa esperienza al Papa. Lei la vedrà con le mani. Lei si meraviglierà per prima. Un’iniziativa dal forte valore simbolico intrapresa di concerto con l’associazione Once, la più grande realtà in Spagna che si occupa di non vedenti e che collabora con la Sagrada per progetti di accessibilità dell’opera d’arte anche ai disabili. Perché entrare in questo tempio, in effetti, è compiere un percorso multisensoriale, tornare in qualche modo a percepirsi vivi, mobili, capaci di attraversare soglie, di tornare all’origine. Era ciò che animava l’architetto catalano, convinto che qui stesse l’originalità di un artista, di avvicinarsi continuamente all’origine, Dio. Una vicinanza che non allontana dagli uomini, anzi, ne rinforza il legame.

La bellezza come via, non fine a sé stessa

Alla vigilia dell’arrivo del Papa, il fiume umano che entra in questo cuore pulsante della città è ininterrotto. “Gaudí ha vissuto per creare un'opera che potesse esprimere la bellezza non fine a sé stessa, quanto invece una bellezza capace di suscitare meraviglia”, sottolinea Chiara Curti, massima esperta del genio catalano. Architetta milanese, vive e insegna a Barcellona presso l’Ateneu Sant Pacià, dove tiene corsi su Modernismo, Gaudí e architettura cristiana. Diverse le pubblicazioni dedicate al tempio dell’espiazione, tra cui “La Sagrada Família. Cattedrale della Luce” (Triangle Books, tradotto in sei lingue) e “Il mio Gaudí. La biografia scritta dai suoi amici” (Triangle Books, tradotto in quattro lingue). 

Gaudì, collaboratore della creazione divina

Quando ha finito la prima torre campanaria, si racconta che Gaudí abbia chiesto in giro come fosse venuta: l’orologiaio gli disse che era bella, che portava un'allegria del cuore e Gaudí era felice perché era andato a segno un suo desiderio profondo. “Leone è un papa sommamente attento alla bellezza – osserva Curti -, e si incontrerà con questo Gaudì che sempre si è presentato come un collaboratore del creatore, una persona che aveva ben chiaro di non possedere l’opera, che era un'opera ispirata da custodire. Lui si è proposto sempre come colui che la poteva curare la Sagrada Familìa, come un giardiniere in un grande bosco, quel bosco che tutte le cattedrali in realtà sono, grandi boschi di colonne”.

Gaudì ha voluto riportare quella capacità di vedere il trascendente, secondo il tipico atteggiamento dell'uomo medievale che quando entrava in una cattedrale si riconosceva proprio dentro un bosco: “Noi contemporanei, invece, siamo molto più razionalisti, vediamo solo delle colonne. Gaudì ha voluto riportarci questo uomo che è capace di vedere qualcosa dietro ogni realtà, di trasfigurare tutta la realtà. Sì, perché se io sono proprietario una cosa la posso anche buttare via, invece se sono il custode posso solamente farla migliorare”.

Un’opera aperta, corale, sempre nuova

Gaudì cominciò a lavorare alla facciata della Natività nell’anno in cui Leone XIII scrisse la Rerum novarum. E oggi Leone XIV, che ha appena dato alla luce la sua Magnifica humanitas, arriva qui a inaugurare il nuovo tassello della Torre di Gesù. Una sorprendente ricorrenza che Curti evidenzia mettendo in risalto le due rivoluzioni storiche di cui l’arte di Gaudì continua a parlarci: quella industriale di cui Barcellona era stata antesignana nel campo del tessile, e quella contemporanea legata all’Intelligenza Artificiale. In gioco c’è sempre un rinnovamento dell’uomo: all’epoca di Gaudì si trattava di liberare l’operaio dall’anonimato e dal logorio della catena di montaggio, dalla massificazione della società; oggi, si tratta ugualmente di ri-nascere, di ritrovare una riserva di umanità, al di là di ogni tentazione di individualismo.

LA persona

“Gaudì sempre mette l'accento sulla persona – sostiene Curti -, sembra quasi che la sua opera sia una scusa per poter creare un’arte dell'incontro, dove ogni persona che lavora con lui può introdurre dentro questa cattedrale il proprio segno creativo”. Un vero maestro che non impone il suo progetto perché altri semplicemente lo eseguano, ma un maestro che insegna una mentalità, un approccio inedito e in qualche modo sovversivo, perché l'altro sia libero di poter fare l’opera: uno dei motivi per cui le opere di Gaudì sono tutte diverse. Era lo stile di Gaudì quello di partire dalla vita e non dai preconcetti, incline come era a ribaltare l’approccio cattedratico di certi intellettuali, cosa che gli valse anche discrete antipatie. Così che alla fine la scuola che lasciò in eredità non fu un ‘gaudinismo’ di maniera ma “la scuola della carità”.

Il fascino del non-finito, dell’attesa paziente e del desiderio

Entrare nella Sagrada Familia è entrare in “un cantiere espiatorio che alimenta il senso che non finisca mai”. In fondo, “tutta la storia dell'uomo è stata questa relazione col cosmo, con Dio, con la luce, sempre è stata una relazione che non poteva iniziare e finire rapidamente, ma che si è misurata con il tempo e finalmente con l'eternità”, precisa ancora la professoressa Curti. “Non sappiamo quando la Sagrada finirà e neanche come”, e non sembra essere questo l’elemento importante. Manca tutta la facciata principale, che dovrebbe arrivare ad essere circa tre volte più grande delle altre due, quella della Natività e quella della Passione. Per costruire questa facciata è necessario demolire un edificio costruito abusivamente negli anni Settanta, dove dentro vivono quaranta famiglie. Non sarà impresa facile. “Oggi non siamo capaci dell'attesa, invece la Sagrada Familia ci chiama ad avere questa possibilità di saper desiderare ancora. Nel momento in cui io finisco una cosa, già non c'entra più niente con me; al contrario, mettendo l'accento sul costruire - ché è quello che sta facendo Papa Leone – implica che non è finita per niente, che dobbiamo impegnarci a essere noi stessi i costruttori anche delle nostre vite”.

 

Vatican News 


 

sabato 30 novembre 2024

ATTESA e SPERANZA


Risollevatevi  
e alzate il capo»


Prima domenica di Avvento

Ger 33,14-16; Sal 24 (25); 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36

 Commento di Ester Abbattista*

 Con questa domenica inizia il tempo di Avvento e anche un nuovo anno liturgico, l’anno C, in cui sarà il Vangelo di Luca ad accompagnarci nelle riflessioni domenicali.

Come per domenica scorsa, anche il testo di questa domenica non è tra i più semplici, proprio per il suo stile apocalittico a cui non siamo più così abituati. Lo erano di più i primi lettori del testo evangelico, che coglievano in quelle parole un messaggio di speranza e l’annuncio di un imminente ritorno del Signore: l’arrivo glorioso di un re universale, circondato dalle sue schiere angeliche, che, venuto dal cielo, ristabilisce la giustizia e la pace.

L’attesa di questa venuta, inoltre, proprio secondo il testo di Luca, non è qualcosa di passivo, ma implica una partecipazione attiva: «Risollevatevi e alzate il capo». In questo modo ciò che sembra essere catastrofico in realtà si rivela vitale: la speranza può rinascere perché quello che si sta avvicinando non ha più nulla di spaventoso: «Perché la vostra liberazione si avvicina».

 La salvezza attesa

L’idea è che la salvezza attesa, che la prossima venuta realizzerà in pieno, è una liberazione personale e sociale, il rinnovamento del corpo e dell’anima, la fine di ogni iniquità e oppressione, l’instaurazione della giustizia e della pace e, non in ultimo, il capovolgimento di ogni realtà di male e di morte. E a tutto questo bisogna prepararsi fin da ora: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso».

Se tutto questo poteva essere percepito come un futuro immediato subito dopo la morte e risurrezione di Gesù e nei primi anni di vita del suo movimento – che fin dagli inizi aveva assunto un carattere missionario espandendosi in tutto il Mediterraneo –, con il passare dei decenni, dei secoli, finisce con l’essere percepito molto poco o forse per nulla.

Il cosiddetto ritardo della parusia, cioè del ritorno del Messia glorioso e dell’instaurazione definitiva del regno di Dio, ha avuto un effetto di «declino» sulla dimensione dell’attesa/speranza da parte dei credenti, il cui orizzonte non è più proteso verso il compimento, la definitiva venuta, la pienezza, ma verso il prossimo presente, spesso e volentieri appesantito da uno sguardo rivolto verso il basso, incapace di guardare un «oltre» al di là del proprio confine; che si tratti di un confine relativo alla propria persona o alle proprie categorie di giudizio o, addirittura, alle proprie «verità di fede».

Persino l’Avvento, questo tempo liturgico che dovrebbe ricordare al credente la definitiva venuta del Signore e risvegliare così la dimensione dell’attesa e della vigilanza, si è ormai ridotto, nella convinzione di tanti, a un semplice preludio alla festa del Natale. Un Natale visto non più come il segno storico della prima venuta, di cui far memoria proprio perché fondante l’attesa del compimento e della definitiva venuta, ma come un evento in sé, concluso e, purtroppo, ormai sradicato dal suo contesto storico-religioso, ridotto a mero strumento ideologico o ad appuntamento consumistico.

Alzare lo sguardo

In realtà anche oggi, come in ogni momento della storia, abbiamo bisogno di alzare lo sguardo e di recuperare questa dimensione della vigilanza, proprio perché è questo il respiro vitale che può alimentare la nostra fede e allargare i confini dei nostri orizzonti, dei nostri giudizi e delle nostre scelte, ricevendo e accogliendo quel coraggio di cui abbiamo tanto bisogno.

L’Avvento, dunque, come tempo di speranza e di attesa, è un tempo santo, che ci ricorda l’«oltre» di Dio, che spalanca davanti a noi l’ultimo e definitivo orizzonte non solo della nostra vita e della nostra realtà, ma di tutte le vite e della storia dell’umanità, tutta intera.

Come postilla, una riflessione su queste due parole: attesa e speranza. In ebraico attendere e sperare sono uniti insieme da un’unica radice verbale, proprio perché non si può sperare in qualcosa se allo stesso tempo non la si attende, e non si può attende qualcosa se non si spera che avvenga.

 L’Avvento, allora, ci ricorda proprio questo: la fede è uno sperare/attendere che si basa su una certezza: il Messia, il Salvatore del mondo, è venuto e verrà in pienezza.

 *Biblista, Facoltà Teologica del Triveneto

 Il Regno

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sabato 30 dicembre 2023

IL VIRTUALE SPIETATO


 Paolo Crepet "Il virtuale è spietato con i nostri ragazzi. 

E oggi i genitori vogliono essere più giovani dei figli"

Intervista a Paolo Crepet a cura di Walter Veltroni

 

Come vedi l’esplodere del disagio tra i ragazzi del nostro tempo?

 «Coesistono due fenomeni: da una parte la tendenza all’autoisolamento, la diffusa perdita di speranze, la difficoltà di vedere il futuro. Ma non è solo questo, il senso di rinuncia convive con un atteggiamento opposto: la rabbia, la violenza, la prepotenza del bullismo. Non è un fenomeno nuovo, se ci si pensa. Negli anni in cui eravamo giovani una parte dei ragazzi precipitò, fino a morirne, nell’eroina, la cui improvvisa esplosione è un fenomeno mai indagato davvero, e un’altra nel terrorismo che, in fondo, era una forma di indifferenza e di cinismo nei confronti della vita altrui. E persino della propria. Se si vuole il racconto più drammatico di quella condizione di disagio bisognerebbe rileggere le lettere a Lotta Continua. In quel tempo esisteva, infatti, una diffusa e coinvolgente partecipazione politica e civile. Ciò che manca, oggi. Sia chiaro, comunque: un adolescente non inquieto è inquietante».

 Quanto ha pesato la pandemia?

 «È stato un big bang. Ha prodotto disagio per il modo in cui è stata gestita: chiusura delle scuole, didattica a distanza, conseguente chiusura in casa dei ragazzi, isolati dal contesto sociale. È stata dura per tutti, ma per loro è stata un’esperienza afflittiva. A scuola si va certo per imparare, certo perché è un dovere. Ma si va anche perché c’è un cortile, un corridoio, una ricreazione. Lì si trovano gli amici, gli amori, si costruisce la ragnatela fondamentale, la prima, dei rapporti sociali. I ragazzi sono stati rinchiusi nel loro cellulare. Quando una ragazza di un liceo di Bologna alla quale è stato tolto il cellulare ti dice, due settimane dopo, “Non è male, questo esperimento, finalmente siamo tornati a parlare” ci sta parlando di una possibilità. Se io prendo una ragazza di sedici anni e la chiudo con le cuffiette, con una visione del mondo che passa solo attraverso lo schermo, è chiaro che qualcosa in quella esperienza umana accade. Dovremmo studiarla bene».

 Cosa pensi degli sviluppi tecnologici annunciati, come il visore Apple e l’intelligenza artificiale?

 «Tim Cook ha ragione a dire che il visore sarà una rivoluzione. La terza tappa: il computer, l’Iphone, ora il visore. Ma il visore porta a un mondo prevalentemente virtuale. La prima cosa che mi viene in mente è la follia. Il mondo della psicosi è sempre stato descritto come un mondo altro, in cui tu costruisci una tua vita virtuale. Parli da solo, pensi da solo. È l’uomo sull’albero di Amarcord di Fellini. Mondi altri, costruiti per sfuggire a quello reale. Che inquieta, fa soffrire. Il virtuale è stare su quell’albero».

 Il nostro tempo è causa di infelicità?

 «Mi viene in mente il caso del “ragazzo selvaggio” magnificamente raccontato nel film di Francois Truffaut. Un adolescente trovato nel bosco dove aveva trascorso i primi dodici anni della sua vita che si cerca di riportare nel mondo civile. Siamo in pieno illuminismo e la domanda che si fanno i medici che lo curano è: la civiltà porta felicità?».

 Nel caso del ragazzo la risposta è no. Non riuscì mai a integrarsi, morì infelice.

 «Perché citare questo caso? Perché questo è il tema. E se le tecnologie, nel separarci e relegarci in un mondo virtuale costruissero la nostra infelicità? “Think different” diceva Apple: era un messaggio di libertà, di innovazione, era una promessa di libertà e di felicità. È stato davvero così? Gran parte del disagio giovanile nasce o si alimenta in relazione con questi strumenti. Torniamo all’illuminismo: libertè, egalitè, fraternitè. Cos’è la fraternitè, Facebook? E cos’è la libertè, il metaverso? Tutto questo crea appagamento, dipendenza o maggiore libertà? Forse è venuto il momento di ragionarne senza le catene dell’ovvio o del politicamente corretto imposte dallo spirito del tempo».

 Cosa è del conflitto generazionale?

 «Mia mamma non amava i Beatles. Ai genitori di oggi piacciono i Maneskin. Il conflitto è diventato una sorta di baratto. La rivoluzione dei ragazzi è stata taciuta dalla comunità, che l’ha avvolta in un conservatorismo estremo. Pasolini sarebbe molto preoccupato, la sua denuncia del consumismo si è inverata. Oggi il nonno compra le stesse cose dei suoi nipoti, non è mai successo nella storia umana. Quella cesura era un fatto salutare, ognuno viveva il tempo giusto della sua esistenza. Oggi i genitori vogliono essere più giovani dei figli, tutto questo appiattisce e amicalizza un rapporto che invece deve essere fondato sul riconoscimento dei ruoli. Non esiste più il capitano, il punto di riferimento. È forse il compimento del ‘68, dalla rivolta antiautoritaria. Ma ora una generazione che ha contestato i padri è diventata serva dei propri figli. Non è capace di dire i no, di orientare senza usare l’autoritarismo, ma l’esperienza. C’è un armistizio: io ti faccio fare quello che vuoi, tu non mi infliggi la tensione di un conflitto. Ma così si spegne il desiderio di autonomia, l’ansia di recidere i cordoni, l’affermazione piena della propria identità. Il conflitto generazionale è sparito. E non è un bene».

 Ma ti sembra che si sia spento il desiderio, da quello sessuale a quello di cambiare il mondo?

 «Se hai tutto, non cerchi nulla. Una delle applicazioni di intelligenza artificiale più usate dai ragazzi si chiama “Replica”. Non è assurdo? Ogni generazione ha cercato di creare, non di replicare. Si voleva non ribadire, ma stupire, non accettare il frullato di quello che c’è, ma l’invenzione del nuovo. Noi stiamo diventando soli e ne siamo contenti. Abbiamo smesso di parlarci. Nelle scuole, in famiglia, nelle sezioni, nelle parrocchie, nei circoli o nelle piazze. Se vogliamo salvarci dobbiamo disallinearci, dobbiamo rinunciare all’ovvio, vivere la vita da un punto di vista originale. Non dobbiamo replicare, dobbiamo inventare».

 E la sessualità?

 «Oggi è vissuta senza desiderio. I ragazzi che frequentano giovanissimi i siti porno aumentano la fruizione ma finiscono col banalizzare il meraviglioso mistero del sesso. L’erotismo è scoperta, non fruizione. Casanova diceva “L’erotismo è l’attesa” e invece ora è tutto spiattellato. Troppo e troppo presto. Celebriamo la libertà sessuale uccidendo l’erotismo».

 È giusto, come ha proposto Ammaniti, non dare ai ragazzi il cellulare prima dei dodici anni?

 «So per certo che bisogna far venire ai ragazzi la voglia di fare a meno di un uso parossistico del cellulare. Bisogna inventare altri interessi, il bisogno di relazione e di scambio. Possibile che la tradizione educativa italiana — Montessori, Lodi, Don Milani — non produca una cultura del desiderio di conoscenza e di profondità? Io ai ragazzi di quell’età non darei il cellulare, farei insieme a loro le ricerche per aiutarli a decifrare i codici della comunicazione digitale. Così come non capisco come si possa, da parte dei genitori, pensare di geolocalizzare i figli. Se ne comprime la libertà per placare le proprie ansie. Tutte ansie individuali. Bisogna fare insieme, non da soli».

 Nell’esperienza delle generazioni precedenti l’unico momento di giudizio sociale era la scuola. Spesso duro ma contenuto nelle dimensioni. Ora ogni adolescente può essere destrutturato da un giudizio che diventa subito universale. Di qui il bisogno costante di conferme della propria autostima. È così?

 «L’esposizione permanente, l’esistenza di un proprio pubblico, quello dei follower, il carattere virale di ogni forma di comunicazione costituiscono motivo di stress e di ansia. La scuola educava anche a conoscere le sconfitte, a far fronte a momenti di difficoltà e di delusione. La dimensione limitata del giudizio, quello delle mura di una classe, ti consentiva di ripartire, se eri caduto. Ora tutto è universale, rapido, spietato. Bisogna riconquistare una giusta dimensione del tempo, uscire dalla fretta del momento. Io credo che questa generazione smarrita cerchi ragioni per sognare e tornare a sperare. Dal buio si esce cercando la via. C’è bisogno di parole, di conflitti sani, di visioni che appassionino. Invece ci circonda il silenzio. Sembra, in questo tempo, che si possa solo aspettare Godot. Ma Godot non c’è».

 

Fonte: Corriere della Sera


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venerdì 20 ottobre 2023

L'ARTE DELL'ATTESA

 Imparare ad Aspettare: Un Tesoro Nascosto

 Viviamo in un mondo sempre più veloce, dove l'attesa sembra una virtù dimenticata. Ma come possiamo insegnare ai nostri bambini l'importanza di pazientare? Ecco perché il ruolo degli educatori, dai genitori agli insegnanti, è fondamentale.

 Perché l'attesa è così preziosa?

 Attendere è un'arte che spesso sottovalutiamo. Significa riscoprire il valore delle cose, sviluppare l'autodisciplina, apprezzare davvero ciò che sta accadendo e ciò che verrà. Se trascuriamo l'educazione all'attesa, rischiamo di lasciare spazio alla frustrazione e all'insoddisfazione, due emozioni che possono influenzare profondamente la crescita dei nostri bambini.

 Come possiamo insegnare ai bambini abituati all'istante?

 Nell'educazione, la pratica è essenziale: "Se ascolto, dimentico; se guardo, capisco; se faccio, imparo." Un bambino impara a camminare bilanciandosi, a vestirsi mettendosi i vestiti ogni giorno e, allo stesso modo, impara ad attendere quando ha una buona ragione per farlo.

Limitare le attese dei nostri figli, fargli trovare sempre tutto pronto, accontentare ogni loro desiderio, non significa dargli un di più, al contrario li priviamo del gusto del “sognare” nell’attesa, del faticare nell’attesa, del condividere nell’attesa stati d’animo e desideri.

Saper vivere e gestire l’attesa ci prepara al cambiamento, ci permette di prendere la giusta distanza dalle cose e farci capire ciò che può essere davvero importante per ognuno di noi.

L'educazione all'attesa, infatti, significa educare alla consapevolezza, all'autodisciplina e al riconoscimento che ogni cosa ha bisogno del suo tempo per realizzarsi. Ma significa anche insegnare a riflettere, a dare il giusto valore alle cose e a rispettare i tempi e i bisogni degli altri. Un bambino che sa attendere apprezzerà di più ciò che desidera e, quando lo otterrà, avrà guadagnato una nuova fiducia in se stesso. Questi sono elementi fondamentali nella costruzione del futuro adulto.

 E se l'educazione all'attesa fosse collegata alla natura?

 Ecco dove entrano in gioco, ad esempio, la coltivazione delle piante e l'allevamento delle farfalle. Osservare una pianta crescere giorno dopo giorno fino a fiorire è un'esperienza che insegna la pazienza. Ma l'allevamento delle farfalle va oltre. La metamorfosi richiede settimane, un processo lento che sfugge al nostro controllo diretto. Il bambino non può far altro che accettare l'attesa per godersi il momento magico della liberazione della farfalla. Vedere una farfalla spiccare il primo volo dopo tanto tempo è un'emozione unica che insegna il valore dell'attesa e la bellezza della vita.

 L'arte dell'attesa è una lezione preziosa che può plasmare i nostri bambini (e anche gli adulti !)  persone consapevoli e fiduciose.

Da Facebook

sabato 24 giugno 2023

IL TEMPO DELL'ATTESA


 Crepet: “Abbiamo insegnato ai giovani a vivere in un mondo che corre, non ad aspettare”

“Un omaggio all’attesa nell’epoca di Whatsapp”. Così lo psichiatra Paolo Crepet ha definito la traccia proposta per l’esame di maturità, ispirata a un articolo del critico letterario Marco Belpoliti.

 “C’è un tempo per ogni cosa, e non è mai un tempo immediato”. E subito dopo si pone – e ci pone – un interrogativo: oggi, nell’era di WhatsApp, del botta e risposta, “chi ha tempo di attendere e di sopportare la noia?”.

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Crepet vede l’attesa non come un ostacolo, ma come un’acquisizione preziosa della mentalità romantica, un concetto che risente di un’evoluzione moderna.

 L’accelerazione, l’urgenza di efficienza, sono influenze profonde dell’era tecnologica sulla mentalità contemporanea. “Abbiamo insegnato ai giovani a vivere in un mondo che corre, non ad aspettare” sostiene Crepet. E cita la transizione dalla penna stilografica alla macchina da scrivere come esempio di questa evoluzione costante verso la rapidità, al costo della lentezza meditativa di un tempo.

 Non è solo una questione di tecnologia, argomenta Crepet, ma un cambiamento nel cuore del nostro modo di vivere. L’attesa, valorizzata durante l’epoca del Romanticismo, è stata sostituita da un bisogno d’immediatezza nel presente. E non si tratta solo di rapidità, ma di sacrificare la qualità sull’altare della velocità.

 E cosa significa tutto ciò per i giovani di oggi? Crepet sottolinea la difficoltà che i ragazzi hanno nel comprendere il valore dell’attesa, una competenza che hanno perso nel mare dell’immediatezza. Crepet ricorda un’esperienza in cui insegnava a dei bambini a rallentare, un’esperienza sia gioiosa che dolorosa, in quanto i bambini faticavano a sottrarsi al ritmo frenetico della loro vita quotidiana.

 Crepet osserva che il concetto di attesa è diventato contro natura in un mondo che ci chiede di correre continuamente. “Non lo sopporteremmo, e non solo per una questione fisica, ma per una questione di disponibilità mentale”. E lamenta la perdita dei tempi di attesa, simboli della nostra cultura, come il gioco di carte nei bar, ora considerati un lusso che non possiamo permetterci.

 Orizzonte Scuola

sabato 30 novembre 2019

BENVENUTI IN AVVENTO. ARRIVA GESU' !

Dal Vangelo secondo Matteo - (Mt 24,37-44)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Il commento al Vangelo di domenica 1 Dicembre 2019 –  a cura di Paolo Curtaz:

Arriva
Arriva il diluvio, e facciamo finta di niente. Oppure è già arrivato, l’acqua ci arriva alle ginocchia, e speriamo che smetta di piovere.  O saliamo su un gradino facendo finta di niente.
Arriva il diluvio e pensiamo di non esserne coinvolti, la colpa è degli altri, e poi cosa mai potrei fare? Meglio trovarsi un rifugio protetto, arrampicarsi su un albero, che so.
Arriva il diluvio.
Diluvio di parole grevi, di rabbia, di contrapposizioni, di sospetti, di ignoranza, di frasi gridate, di disinteresse, di disonestà, di narcisismo.
Arriva il diluvio. E possiamo continuare a non vedere, a mangiare e bere, a flirtare, a figliare, come ai tempi di Noè.
Guardando con commiserazione qualche esaltato che si costruisce una gigantesca arca per galleggiare a trovare una terra nuova. E immaginare che ci sia qualche interesse nascosto. Qualche affare losco e putrescente.
Arriva il diluvio e possiamo fingere. E scomparire.
Oppure.
Oppure fermarci a riflettere. Oppure alzare lo sguardo. Oppure trovare una soluzione.
Oppure dedicarsi qualche tempo per fare spazio, per accogliere una Parola che giunge da lontano e porta lontano. Per accogliere un vagito.
Benvenuti in Avvento.
Arriva il Signore.
Non siamo qui a far finta che poi nasce Gesù.  È nato nella Storia, tornerà nella gloria e qui, in mezzo, ci siamo noi.
Ci diamo un tempo per fermarci, per lasciare che la nostra anima ci raggiunga, per smettere di far finta di niente. Ancora una volta.
Ancora un Natale. Per nascere. Per rinascere. Per farlo nascere ancora e ancora questo Cristo, questo Dio, questo atteso.
Questo Dio che chiede ancora di nascere in ciascuno di noi. In noi che da tanti anni lo accogliamo e che rischiamo di abituarci allo stupore. In chi vi ha rinunciato, travolto dal dolore o dal peccato. In chi crede di credere e ancora non ha incontrato il Dio bellissimo di Gesù. In questa Chiesa talora stanca e spenta, confusa e affannata.  Sì, abbiamo bisogno di una scrollata. Di una profezia.
Profezie
Arriva la pace. L’arte della guerra si è fatta precisa e scientifica, Isaia.
E preferiamo forgiare armi, fondendo gli aratri. E deponiamo le falci, per affilare le lance.
Dopo tanti anni di odio e di guerra, nonostante tutto, nonostante le cataste di cadaveri dell’ultimo secolo, l’uomo non cambia. Le diversità diventano divisione, le opinioni altrui una minaccia, il modo di vedere le cose un ostacolo. L’altro è avversario, nemico, pericolo.
In Siria come in Libia, nell’agone politico come sugli spalti degli stadi, come, che tristezza sconfinata, fra i cattolici. Diversità non come opportunità ma come sfida e aggressività.
Cosa vede Isaia? Non il futuro, ma interpreta il presente. Accogliere Dio, accogliere questo Dio, il nostro Dio, il Dio di Israele definitivamente manifestatosi in Gesù, vediamo oltre, non dopo.
Oltre le nostre divisioni, oltre le nostre piccole battaglie, oltre l’evidenza.
È una sfida, certo.
Ma come ricorda Paolo ai Romani: la notte è avanzata, indossiamo le armi della luce.  Più è buio, più splendo della luce del Vangelo.
Arriva Dio.
L’Avvento ci viene donato per alzare lo sguardo. Per costruire l’Arca. Per indossare Cristo.
Gesù viene, continuamente, nelle nostre vite. Nella quotidianità del lavoro, della donna che macina, dell’uomo che lavora nei campi. Viene furtivamente, il Signore e ci avverte: uno è preso, l’altro lasciato.
Uno incontra Dio, l’altro no. Uno è riempito, l’altro non si fa trovare.
E leggendo questa pagina, che non capiamo, che pensiamo parli di disgrazie e di fine del mondo, gridiamo: speriamo di essere lasciati!
No, affatto: speriamo di essere presi. Presi dall’amore. Rapiti dall’amore. Riempiti.
Dio è discreto, modesto, quasi timido, non impone la sua presenza, come la brezza della sera è la sua venuta. A noi è chiesto di spalancare il cuore, di aprire gli occhi, di lasciar emergere il desiderio.
Viene come un ladro, perché sa che siamo preziosi.
Sa che dentro la cassaforte del nostro cuore brilla il diamante del desiderio e dell’amore ancora da scoprire, ancora da donare.
Prende, rapisce, svuota. Perché, come ci siamo ripetuti nelle ultime domeniche, solo dalla consapevolezza del nulla scaturisce il desiderio, si innesca la ricerca.
Voglio essere preso, Signore, ancora.
Arriva. Ci sei?
Stai sveglio, amico che leggi. Svegliati.  Smettila di fare la vittima. Smettila di proiettare addosso a Dio le tue paranoie.  Viene, davvero, oggi, adesso.
Trovati il modo di esserci. Stai sveglio nella tua anima. Prega, ama, medita.
Ritagliati uno spazio quotidiano alla preghiera, per meditare la Parola. Magar regalati una domenica pomeriggio per fare un paio d’ore di silenzio e di preghiera, fai una piccola deviazione andando al lavoro per entrare in una chiesa.
Se vissuti bene, aiutano anche i simboli del Natale cristiano: prepara un presepe, addobba un albero, partecipa alla novena. Fai qualcosa, una piccola cosa, per chiederti se Cristo è nato in te, per non lasciarti travolgere dal diluvio di parole e cose che ognuno vive.
Come dice splendidamente Bonhoeffer: «Nessuno possiede Dio in modo tale da non doverlo più attendere. Eppure non può attendere Dio chi non sapesse che Dio ha già atteso lungamente lui»




mercoledì 22 febbraio 2017

EDUCARE: LA CURA e L'ATTESA

Educatori, 
compagni di cordata

di DANIELA POZZOLI

 Educare i giovani è «uno sport di squadra »: nel secondo giorno del XV Convegno nazionale di pastorale giovanile («La cura e l’attesa. Il buon educatore e la comunità cristiana»), in corso a Bologna fino a giovedì, la figura dell’educatore prende sempre più forma attraverso le parole dei relatori.
E il pubblico, formato da 700 incaricati di pastorale giovanile arrivati da tutta Italia, riempie i taccuni. Sono qui per ascoltare gli esperti, ma anche per scambiarsi esperienze e modi diversi di affrontare il proprio compito. Tra un piatto di pasta al forno alla bolognese e un dessert ipercalorico perché come ripete spesso l’«anima » di questo incontro, don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale di pastorale giovanile: «I convegni si fanno anche a tavola».
L’educatore è una persona che «impara a sua volta dai ragazzi», come sostiene il vescovo di Vigevano, Maurizio Gervasoni, che ha celebrato la Messa di apertura dei lavori di oggi, «è colui che oltre a portare la testimonianza della sua vita – ha spiegato – ascolta le persone e si prende cura degli altri, lasciandosi da questi anche istruire. Perché ogni testimone mi permette di allargare la mia esperienza di vita e di mettermi in gioco».
Questo adulto ha altre caratteristiche che lo contraddistinguono: sa parlare al plurale e non dice mai «i miei ragazzi», ma coinvolge anche altre figure; sa pronunciare dei «no» al momento giusto perché non teme di essere meno amato; è paziente e non pretende subito di vedere i risultati che purtroppo spesso non arrivano; è «regista», cioè accompagna i giovani, ne favorisce la crescita, li conduce dentro a una trama; è «medico» perché li ascolta, loro che sono come vasi d’argilla, e li tocca con un abbraccio o una pacca sulla spalla per far sentire la sua presenza; ma è anche la persona che li allena ad amare il sentiero.
Perché, come ha spiegato l’arcivescovo di Modena-Nonantola, Erio Castellucci, facendo riferimento al suo passato scout, solo facendosi compagni di vita è possibile essere adulti credibili. «Quando andavo in route di strada – ha ricordato – mi spendevo nel motivare il significato del sentiero. Davanti a un cammino, spesso ripido, dicevo ai ragazzi: 'Vedete quella meta? Non è la stessa cosa raggiungerla a piedi sudando e faticando o arrivarci in seggiovia belli riposati. Se ce la sudiamo la gusteremo di più, sarà nostra per sempre'. Non li ho mai convinti, questo è sicuro, ma sono certo che sia così». L’educatore insomma non è chi, stando seduto, indica il cammino, suggerisce come non finire fuori strada o come rialzarsi: «È piuttosto chi cammina a fianco dei ragazzi – riprende Castelucci –, tiene il loro passo, li incoraggia, raccontando la sua fatica perché è un atto educativo anche comunicare le proprie difficoltà, i propri fallimenti e dubbi. I ragazzi hanno bisogno di sentire che i loro educatori non sono dei supereroi, ma donne e uomini che credono nella meta, nel Vangelo di Gesù e, anche se facendo fatica, cercano di raggiungerla». (Su questo tema è intervenuta la pedagogista Chiara Scardicchio di cui diamo conto nell’intervista qui di fianco).
Chi educa si muove per conto dalla comunità cristiana e «la comunità che educa – riprende l’arcivescovo di Modena – è costituita da tutti i collaboratori pastorali: anche i volontari del Centro d’ascolto o gli animatori della liturgia. A questo livello occorre vincere una tentazione: l’apertura della caccia, dove la specie più ambita è quella dei giovani e dove tutti chiedono di arruolarli nelle loro fila. Ma la pastorale non può diventare una campagna di arruolamento, è piuttosto un gruppo di giovani che, attraverso un discernimento guidato, intreccerà la sua attività con i diversi ambiti della comunità.
L’Agesci, per fare un esempio, invita i ragazzi a fare servizio anche fuori dall’associazione per riportare poi nel gruppo scout la ricchezza delle esperienze vissute». Sarebbe molto facile adottare con i giovani, tira le somme Castellucci, «una pastorale degli scacchi: bianco o nero, giusto o sbagliato, regolare o irregolare. Ma è una pastorale statica che ha come unica preoccupazione collocare e classificare, mentre qui si tratta non di giudicare, ma di accompagnare nella vita».

La pedagogista.
«Porre domande e saper stimolare la ricerca»
Racconta di essere stata una «secchiona», ma di aver dovuto ripensare la propria esistenza per vivere nel migliore di modi una maternità difficile dopo la nascita della figlia Serena, affetta da autismo. Chiara Scardicchio, barese, pedagogista e ricercatrice all’università degli studi di Foggia, non si nasconde: «I libri e la cultura erano la mia coperta di linus, ma non servono a niente se non ci si interroga su chi siamo. E questo a volte avviene, come nel mio caso, all’interno di un percorso fatto di dolore, redenzione, bellezza che al momento ti spiazza ma poi ti fa risorgere». Scardicchio, mamma e pedagogista, non ha ricette da offrire alla platea di addetti ai lavori che la ascolta attenta nell’hotel bolognese che ospita il convegno nazionale di pastorale giovanile. Può solo testimoniare che il «buon educatore », tema dell’incontro, è una persona «in continua ricerca», onesta con se stessa e coraggiosa.
«L’educatore deve essere innanzitutto un adulto – spiega la ricercatrice che si occupa dal 1997 di progettazione e formazione negli ambienti dell’educazione e della cura –, mentre spesso, soprattutto in oratorio, si tratta di ragazzi troppo giovani. Deve avere competenze particolari, la prima è saper lavorare su se stesso con autenticità. Una persona che sappia guardare alla propria storia e alle proprie sofferenze e che nutra un desiderio appassionato di non smettere di cercare». In questo «mestiere» così difficile, per Scardicchio però il cuore non basta. «Cruciale per la crescita di un ragazzo – prosegue – è fargli domande senza però fornirgli risposte già pronte, perché significa sottovalutarlo. Invece un buon educatore-ricercatore è chi cammina al loro fianco, impara a osservare e soprattutto li sprona alla ricerca ».
Anche essere presi solo da obbiettivi pratici da realizzare è un errore. «Noi adulti – dice ancora – siamo credibili non quando siamo perfetti ma quando siamo in grado di vedere la nostra fragilità e di lavorare su di essa». Progettare dunque è il verbo. «Significa movimento, smottamento, innamoramento – conclude –. Innamorarsi della realtà coincide con il rischio e con la creazione. Col desiderio di ingravidare, col proprio slancio, il reale. È questo il senso della pedagogia fertile che fonda ogni progettazione».
Daniela Pozzoli

Da AVVENIRE, 22.02.2017