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giovedì 15 ottobre 2026

LA SPERANZA E LA CURA

 


Leone, 

Agostino

 e la fragilità





-di PAOLA MULLER

Leone XIV ha annunciato con poche parole che sarebbe stato ricoverato. I medici hanno individuato un nodulo al polmone e gli hanno consigliato di rimuoverlo. Ha ascoltato il loro parere, ha deciso di sottoporsi all’intervento e ha chiesto di pregare per lui. L’intervento è andato bene, «il decorso procede regolare», verranno fatti ulteriori accertamenti e già da ieri il Papa mangia e cammina. In questa successione di gesti, così semplice, c’è qualcosa che ci riguarda tutti.

Siamo abituati a vedere il Papa mentre sostiene gli altri: ascolta, benedice, incoraggia, richiama alla pace. Ora è lui ad affidarsi alle cure altrui. Non perde nulla della sua responsabilità; la vive anche così, riconoscendo di avere un corpo che ha bisogno di attenzione e di riposo. La malattia interrompe i programmi di chiunque, anche del vescovo di Roma. E per un Papa agostiniano, viene spontaneo tornare alle pagine in cui il vescovo di Ippona parla della fragilità del corpo, senza reticenze né retorica.

Agostino lo sapeva per esperienza. Nelle Confessioni (5.9.16) racconta di essere stato colpito a Roma da una febbre così grave da portarlo vicino alla morte. Anni dopo, a Milano, furono proprio i polmoni a cedere (9.2.4). Il respiro si faceva faticoso, il petto doleva, la voce non reggeva più lo sforzo delle lezioni; anche questo disturbo contribuì alla decisione di lasciare la cattedra di retorica. Da vescovo, in una lettera all’amico Profuturo ( Ep. 38, 1), confida di essere costretto a letto, incapace di camminare, di stare in piedi e perfino di sedersi per il dolore. La sua vita, come la nostra, non si svolgeva al riparo dalle condizioni del corpo.

Per questo sarebbe un errore cercare nella malattia di una persona un messaggio nascosto o una lezione da impartire agli altri. Prima di ogni interpretazione c’è qualcuno che sta male e desidera guarire.

Agostino non chiede al malato di fingere una forza che non ha. Nella Città di Dio (14.9) discute dell’ideale stoico dell’impassibilità: se essa significasse non provare più alcun turbamento, osserva, chi non giudicherebbe questa insensibilità peggiore di ogni vizio? Cristo stesso ha conosciuto la tristezza e l’angoscia e nella preghiera del Getsemani Agostino sente risuonare la voce delle membra più deboli del suo corpo, che egli ha voluto prendere su di sé. Per questo la serenità che a volte affiora nei suoi scritti non ha nulla di eroico. Nella stessa lettera a Profuturo, dopo aver descritto i suoi dolori, aggiunge semplicemente: «Ma anche così, poiché piace al Signore, che altro dire se non che stiamo bene?». È la pace di chi non nega il male e, insieme, non se ne lascia definire.

C’è poi, nelle Confessioni (9.4.12), un episodio quasi domestico che illumina il gesto di Leone XIV. Nei giorni di Cassiciaco un mal di denti tormentava Agostino al punto da impedirgli di parlare. Scrisse allora su una tavoletta di cera una richiesta agli amici presenti: che pregassero per lui. Racconta che, appena si furono inginocchiati, il dolore scomparve e rimase stupito. Prima ancora dell’esito, conta il gesto: chi soffre non si chiude nella propria sofferenza, ma chiede agli altri di portarla con sé davanti a Dio. Il suo biografo Possidio ricorda che il vescovo, quando un malato lo chiamava perché pregasse per lui, andava «senza indugio» ( Vita Augustini 27).

È significativo che Agostino, pur parlando continuamente di Cristo come medico dell’anima, osservi con attenzione anche i medici in carne e ossa. Nella Città di Dio (22.8.3) si raccontano le cure, l’intervento chirurgico e la paura di Innocenzo, un uomo di Cartagine conosciuto personalmente, che, dopo una prima dolorosa operazione, temeva di non sopravvivere alla seconda. Agostino era presente: non sorvola né sul dolore né sulla competenza di chi lo assiste. La preghiera, nel suo racconto, entra in una vicenda in cui i medici hanno già lavorato e continuano a prendersi cura del paziente. Anche oggi pregare per Leone XIV significa chiedere la sua guarigione e accompagnare con gratitudine il lavoro di quanti lo curano.

Nella lettera a Proba ( Ep. 130), Agostino affronta una domanda molto concreta: per che cosa possiamo pregare? La salute del corpo è tra i beni che possiamo chiedere e, accanto ad essa, egli pone l’amicizia, cioè il bisogno di persone che ci restino accanto. Non c’è nulla di poco spirituale nel desiderare di stare bene, di poter respirare senza fatica, di tornare a casa. Chi è malato non ha il dovere di mostrarsi superiore alla propria paura. Può dirla, affidarsi a chi sa curarlo, chiedere agli altri di restargli vicino.

Agostino distingue la salute del corpo dalla salvezza piena che la fede attende. Il latino usa una sola parola, salus, e non è un caso: la guarigione che chiediamo per l’oggi è come un anticipo di quella definitiva. «Un grande medico è venuto dal cielo, perché sulla terra giaceva un grande malato», dice in un sermone ( Serm. 87.11.13).

Questa distinzione, però, non diminuisce il valore delle cure presenti. Ci ricorda piuttosto che nessuna persona coincide con la propria malattia e che la speranza non si misura in base alla capacità di prevedere un esito. Ci sono giorni in cui sperare prende la forma modesta di un esame, di una terapia, di una mano competente. Il ricovero del Papa rende visibile una condizione che tante famiglie conoscono bene. Per una volta, Leone XIV è dalla parte di chi attende una visita, ascolta un medico, consegna ad altri una parte della propria giornata. La Chiesa che prega per lui può ricordare, insieme a lui, anche chi attraversa la stessa esperienza senza l’attenzione del mondo. È forse questo il modo più fedele di accogliere la sua richiesta: augurargli di guarire e allargare la nostra vicinanza a tutti coloro che hanno bisogno di essere curati.

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venerdì 28 agosto 2026

AGOSTINO E LA PACE


 Alla scuola 

di sant'Agostino

 per un'autentica coscienza di pace


Per il vescovo di Ippona ogni uomo anela ad un'esistenza pacifica. “La pace degli uomini è l'ordinata concordia”, scrive ne La città di Dio, nella quale definisce "la pace dello Stato come "ordinata concordia del comandare e obbedire dei cittadini". Per Leone XIV è un messaggio attuale e da riscoprire quello del “dottore della Grazia”, perché invita ciascuno a riconoscere la propria dignità e quella di tutti gli altri e a vivere come fratelli

-di Tiziana Campisi - Città del Vaticano

Padre della Chiesa,  conosciuto come filosofo e teologo, per il suo ministero episcopale a Ippona, l’odierna Annaba, in Algeria — che lo ha rivelato pastore saggio, sapiente predicatore e studioso appassionato delle Scritture — e per le sue svariate opere, nelle quali ha saputo far dialogare fede e ragione, ha aperto la sua interiorità e ha fornito un enorme contributo allo sviluppo della dottrina cristiana. Sant’Agostino, di cui oggi ricorre la memoria liturgica, è nato a Thagaste il 13 novembre 354 ed è morto a Hippo Regius il 28 agosto 430. Fra i più grandi testimoni della fede cattolica, è tuttora "una figura di grande rilievo", come ha detto Leone XIV parlando con i giornalisti, in volo da Algeri a Yaoundé, il 15 aprile scorso, durante il viaggio apostolico in Africa. Perché "i suoi scritti, il suo insegnamento, la sua spiritualità, il suo invito a cercare Dio e a cercare la verità sono elementi di cui c’è grande bisogno nel nostro tempo". Per il Pontefice, insomma, quello del "dottore della Grazia" è "un messaggio che è molto attuale", per i "credenti in Gesù Cristo ma anche per ogni persona", perché invita ciascun individuo a riconoscere la propria dignità e quella di tutti gli uomini, a porsi con umiltà di fronte agli interrogativi esistenziali e a confrontarsi con gli altri.

Con Agostino costruire ponti

Religioso dell’Ordine di Sant’Agostino, tornando in Algeria, dove era già stato quando era priore generale, il Papa ha voluto rimettere in luce quella “visione” che il santo di Tagaste “offre in termini di ricerca di Dio” e impegno “per costruire comunità” e promuovere “l’unità tra tutti i popoli” e il loro “rispetto”, riconoscendo le “differenze”. Perché il vescovo di Ippona, “oggi, da un lontano passato”, parla ancora; in particolare “di tradizione”, “della vita della Chiesa”, di come la Chiesa sia “cresciuta nei primi secoli”. E proprio nel segno di Agostino, ha spiegato il Pontefice a cronisti e operatori dei media, ad Algeri c’è stata l’“opportunità di continuare a costruire ponti, a promuovere il dialogo”, ad esempio con la visita alla Grande Moschea. Per Leone un evento significativo, perché ha dimostrato che, sebbene ci siano “credenze diverse, modi diversi di pregare e modi diversi di vivere, possiamo convivere in pace”.

Pace, ordine e concordia

 “Cercate tutti la pace”, “quella pace che tutti cerchiamo anche in questa carne mortale e fragile, anche in questa più che illusoria vanità”, quel bene “così grande”, esorta il vescovo di Ippona in un suo discorso (25,7) scorgendo il medesimo anelito in ogni uomo, tanto da evidenziare, ne La città di Dio (XIX, 11), che pure “negli eventi posti nel divenire di questo mondo, abitualmente nulla si ode di più gradito, nulla si desidera di più attraente, infine nulla si consegue di più bello” quanto “il bene della pace”, così caro a chiunque. E “abbiate a cuore la pace in casa, nel lavoro, con la moglie, con i figli, con i servi, con gli amici e con i nemici”, lo spinge a dire il suo cuore di presule ai fedeli della sua diocesi nell’Esposizione sul Salmo 147(15). Non ritenendola un’idea astratta la pace, ma strettamente legata all’ordine e alla concordia. “La pace degli uomini è l'ordinata concordia” scrive infatti (La città di Dio XIX,13,1), e ancora: “La pace dello Stato è l'ordinata concordia del comandare e obbedire dei cittadini, la pace della città celeste è l'unione sommamente ordinata e concorde di essere felici di Dio e scambievolmente in Dio, la pace dell'universo è la tranquillità dell'ordine. L'ordine è l'assetto di cose eguali e diseguali che assegna a ciascuno il proprio posto”.

Sviluppare una coscienza di pace

L’eco di queste parole è emersa recentemente. Durante l’udienza generale del 19 agosto scorso, il Papa, salutando pellegrini e fedeli, ha sollecitato tutti "a sviluppare sempre in se stessi un’autentica coscienza di pace", incoraggiando ogni persona a maturare e mantenere nel proprio cuore sentimenti di pace, affinché l’armonia interiore divenga concordia con gli altri e ricerca del bene comune. “Abbiate la sincera consapevolezza che la pace è un bene prezioso e grande”, ha esortato. Leone ha anche specificato che “per realizzarla” serve “un forte e costante impegno”, “seguendo con onestà e verità le vie che la costruiscono e la confermano nella società”.

Vivere come fratelli

Già di ritorno dal suo primo viaggio internazionale, quello in Türkiye e in Libano con pellegrinaggio a İznik in occasione del 1700° anniversario del primo Concilio di Nicea, il 2 dicembre 2025, il Papa, l’aveva manifestata la volontà di impegnarsi nella promozione della pace, esprimendo il desiderio di “continuare il discorso di dialogo, di costruzione di ponti fra il mondo cristiano e il mondo musulmano” iniziato come superiore dell’ordine agostiniano, ricominciando da Pontefice “dai luoghi della vita di sant’Agostino, che “aiuta molto come ponte”. Un viaggio, quello compiuto dal 13 al 15 aprile di quest’anno, che Leone ha voluto vivere “come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale”, come ha raccontato all’udienza generale del 29 aprile, e che gli ha permesso di “ripartire dalle radici” della propria “identità spirituale” e di “attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano”.

La visita in Algeria è stata, insomma un’occasione “per mettersi alla scuola di Sant’Agostino” e per “toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso”.

Vatican News

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giovedì 28 agosto 2025

ABITARE IL TEMPO

 


SENZA

 DOMINARLO


Tutta l’attualità 

di Sant’Agostino


 

-         di PAOLA MULLER

Ci sono parole che attraversano i secoli senza perdere freschezza. Una di queste è la voce di Agostino: inquieta, appassionata, capace di interrogare l’uomo di ogni tempo. Non un maestro che offre formule, ma un “compagno di viaggio” che ha conosciuto crisi culturali, smarrimento politico, crolli di certezze. E che non ha mai temuto le domande più radicali: sul male, sull’identità, sulla libertà, sulla morte. Le ha prese sul serio. Le ha accolte. Le ha trasformate in ricerca e in preghiera.

Ecco perché Agostino parla ancora oggi.

Non ci invita a soffocare gli interrogativi, ma a custodirli come motore della vita interiore. I dubbi non sono nemici della fede o della ragione: sono tappe necessarie di un cammino verso la verità.

Tra i tratti più moderni del suo pensiero c’è l’appello all’interiorità. Agostino invita a “rientrare in se stessi”: non per rifugiarsi, ma per compiere un esercizio di autenticità. L’uomo non può ritrovarsi senza ascoltarsi, discernere, riconoscere in sé un desiderio che lo supera. Questa prospettiva parla con forza al nostro presente, che rischia di perdersi nel rumore esterno e nella frammentazione digitale. La vera unità non nasce dal moltiplicare esperienze, ma dal raccoglierle in un centro interiore, dove la vita acquista consistenza. Non interiorità come fuga, ma come autenticità.

La riflessione sulla libertà è di sorprendente attualità. Agostino la visse nella forma più drammatica: possibilità di scegliere, ma anche di sbagliare. Attratto dalle passioni, segnato dalla debolezza della volontà, comprese che la libertà non è arbitrio, ma responsabilità. È liberazione dal disordine interiore, resa possibile dall’apertura alla grazia.

Oggi, quando la libertà è ridotta a consumo o a pura opzione individuale, la sua visione resta luminosa: non libertà di fare qualsiasi cosa, ma libertà di scegliere il bene. Agostino è anche il pensatore del tempo. Nelle Confessioni lo descrive come intreccio di memoria, attenzione e attesa: il passato che vive nel ricordo, il presente che sfugge, il futuro che si apre alla speranza. Così svela la fragilità dell’uomo, incapace di trattenere ciò che è stato e di possedere ciò che sarà. In un’epoca dominata dalla fretta e dall’ansia di controllo, il suo messaggio è liberatorio: il tempo non si domina, si abita. Non tempo da possedere, ma tempo da vivere come occasione di crescita, come spazio di relazione, come attesa di un compimento che ci trascende. Proprio perché conosce a fondo la vulnerabilità dell’uomo, Agostino apre alla possibilità di una salvezza che non nasce dalle sole forze individuali, ma dal dono. Non evasione, ma invito a guardare la realtà con occhi nuovi. Non fuga dal mondo, ma responsabilità nel viverlo, riconoscendo che ogni frammento di bene, ogni desiderio di verità, ogni esperienza di amore rimanda a un’origine e a un destino più grande.

L’attualità di Agostino non sta nel fornirci soluzioni preconfezionate, ma in un metodo e in uno stile: affrontare le domande decisive e cercare risposte capaci di unire pensiero e vita. Il suo invito a non accontentarsi, a coltivare interiorità, a vivere la libertà come responsabilità, a considerare il tempo come attesa di senso resta un’eredità preziosa per oggi. In un mondo segnato da precarietà e paura, la sua voce risuona come parola che ridona fiducia. Ci ricorda che la bellezza non è consumo. La felicità non è possesso. La verità non è arbitrio. Sono vie che conducono all’amore, alla comunione, al dono.

Agostino insegna che non si vive da soli: la città terrena e la città di Dio si intrecciano, e il compito dell’uomo è discernere e orientarsi. Il suo pensiero non è un archivio del passato, ma una bussola per il futuro. Forse la sua lezione più attuale è questa: non smettere di cercare, non accontentarsi dell’immediato, non ridurre la vita a consumo. In un tempo che sembra senza radici e senza speranza, Agostino invita a guardare oltre: a scorgere, nella fragilità del vivere, la pienezza della felicità promessa. 

E la sua voce, ancora oggi, ci raggiunge come un invito: «Inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te».

 www.avvenire.it

 

 

 

 

 

venerdì 8 agosto 2025

DE MAGISTRO

 


Un libro 

sulla pedagogia, 

"Il maestro" 

di sant'Agostino


Di Antonio Tarallo

E dopo aver “incontrato” alcune figure di santità dell’ordine di sant’Agostino, AciStampa vi invita a seguire un viaggio tra le maggiori (e minori) opere del vescovo santo d’Ippona. Un viaggio, veloce, tra le pagine immortali che hanno fatto la storia della filosofia e della teologia. Della Chiesa. E’ un percorso che vuole affrontare alcuni titoli della vastissima opera di sant’Agostino. Una sorta di ”ouverture” al suo pensiero che non conosce tempo e luogo: un pensiero universale al quale più volte papa Leone XIV sta attingendo per le sue omelie e discorsi. 

Il "De Magistro" ("Il maestro") è uno degli ultimi scritti di Agostino in forma di dialogo. Il dialogo si svolge tra Agostino e suo figlio Adeodato ed è probabile che si basi su una conversazione effettivamente avvenuta.

I temi, come sempre, sono assai vasti: primo, fra tutti, l’uso del linguaggio nella dialettica (soprattutto il rapporto tra i segni e i significati. Il secondo riguarda la natura dell'apprendere e dell'insegnare. Insegnamento: tema cardine che, in una certa misura, è l’origine del titolo stesso del libro. “De magistro”, appunto: il maestro. Agostino cerca, allora, didefinire come e da chi l'uomo possa apprendere la verità. E la verità è l’unica strada per la felicità. Ma sorge, dunque, una domanda: questa verità è possibile apprenderla dagli altri uomini, dai loro discorsi, o dall’esperienza (quella sensibile)? 

A questo quesito Agostino risponde che l’unico maestro, l’unico vero maestro, è quello “interiore”, il Cristo-Logos che è in noi. Da ciò ne deriva tutto il discorso filosofico e teologico sulla vera natura dell’anima.

Citando san Paolo, Agostino afferma che iI Cristo, cioè l'immutabile Virtù di Dio è l'eterna Sapienza". La vera Sapienza, dunque, non riguarda il sapere delle parole che possono rivelarsi vane e ingannevoli. È il Maestro interiore che solamente può mostrare a tutti la verità. 

 

Aci Stampa

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giovedì 24 luglio 2025

PERCHE' IL MALE ?

 


Perché il male? E da dove viene? 

Da Agostino una risposta di libertà

L’errore nel cammino umano si configura come una privazione del bene, una sua distorsione, perché tutto ciò che Dio crea è buono. E decisivo diventa il libero arbitrio

L’elezione di Leone XIV ha rilanciato l’interesse non solo sulla dottrina sociale della Chiesa ma prima ancora per sant’Agostino, il padre della Chiesa del IV secolo di cui Prevost è figlio spirituale come religioso della famiglia agostiniana, a lungo priore generale. Se c’è un tratto che spicca nel pensiero di papa Leone è il saldo, esplicito e costante radicamento nel pensiero del vescovo di Ippona, che nelle parole di Prevost ci sta mostrando tutta la sua eccezionale attualità. Paola Muller, profonda conoscitrice del pensiero di Agostino, docente di Filosofia medioevale all’Università Cattolica di Milano, ci accompagna in un viaggio nei grandi temi cari ad Agostino (e a Leone).

-       di PAOLA MULLER

«Da dove viene il male?» ( unde malum?).

Non è solo un interrogativo speculativo: per Agostino è un grido esistenziale, un’inquietudine radicale che scava nel cuore dell’uomo. La domanda attraversa tutta la sua ricerca – e forse anche la nostra. La sua riflessione sul male non è solo dottrina, ma esperienza. Nelle Confessioni, Agostino racconta come la sua vita sia stata segnata da un lungo e faticoso cammino attraverso l’errore. Il male non è solo una questione metafisica, ma un dramma personale, una via crucis dell’anima.

Il suo tentativo di rispondere alla domanda “unde malum?” è anche una confessione: non solo intellettuale, ma esistenziale. È il racconto di un uomo che ha cercato la verità passando per l’errore e che ha compreso che solo nel ritorno a Dio c’è la guarigione. La posta in gioco è altissima: se Dio è buono e onnipotente, perché esiste il male? E se il male esiste, possiamo ancora dire che Dio sia buono e onnipotente? L a teodicea – parola coniata da Leibniz molti secoli dopo – è già, in nuce, nel pensiero di Agostino. Giustificare Dio, ovvero “sollevarlo” dall’accusa di essere autore del male, è il compito che egli si assume nel momento in cui prende definitivamente le distanze dal manicheismo, una religione dualista che affermava l’esistenza di due principi eterni e contrapposti: il Bene e il Male, la Luce e le Tenebre. Secondo i manichei, il male esiste perché c’è una forza negativa che combatte Dio. Una spiegazione semplice, netta, apparentemente convincente. Eppure, qualcosa non torna. Se il male è un principio eterno come il bene, allora Dio non è onnipotente. Se Dio è contaminato dal male per combatterlo, allora non è del tutto buono. È qui che Agostino comincia a prendere le distanze. Il manicheismo lo affascina per la sua pretesa di offrire una risposta chiara, ma finisce per rivelarsi fragile: non rispetta la trascendenza di Dio, né la libertà dell’uomo. L’ incontro con il pensiero platonico spezza l’incanto: ciò che è più perfetto è anche più spirituale, immateriale, più vicino a Dio. Il male, dunque, non può essere una sostanza: sarebbe una contraddizione. È piuttosto una mancanza di bene, un disordine, un’assenza. Questa è la svolta centrale del pensiero agostiniano. Il male non ha realtà propria: è privatio boni, privazione del bene. Non esiste come esistono le cose create, perché tutto ciò che Dio crea è buono. « Il dolore, sia che si trovi nell’animo sia che si trovi nel corpo, non può esistere se non in nature buone» ( La natura del bene, 20). Il male è una ferita del bene, una sua distorsione. Come l’ombra presuppone la luce, così il male si dà solo dove un bene è stato corrotto o sviato. Questa idea non elimina la realtà del male – né il suo peso nella vita umana – ma ne cambia radicalmente la prospettiva. Il male non è un principio, né una sostanza: è ciò che accade quando qualcosa o qualcuno si allontana dal fine per cui è stato creato. È uno squilibrio, una mancanza di ordine, un disamore.

Così Agostino può salvaguardare due verità fondamentali: Dio non è autore del male e il mondo, pur segnato dal dolore, resta fondamentalmente buono. Il male non è il prezzo della creazione, ma il risultato di un suo uso distorto. Ma da dove viene il male morale, quello che l’uomo compie? Agostino risponde: dalla libertà dell’uomo. Solo una volontà libera può distogliersi dal Bene sommo e scegliere un bene minore come fine ultimo. Quando lo fa, commette il peccato, cioè l’aversio a Deo (l’allontanamento da Dio) e la conversio ad creaturam (il rivolgersi alla creatura). L’uomo, pur creato per orientarsi al Sommo Bene (Dio), sceglie di distogliersi da Lui, volgendosi alle cose create (beni materiali, piaceri, potere, prestigio) come se fossero il suo bene supremo. È un movimento negativo, una rinuncia al fine ultimo dell’esistenza. « Il peccato non è desiderio di una natura cattiva, ma è la rinuncia a una migliore» ( La natura del bene,

36). Questa scelta non è necessitata, né imposta: è un abuso della libertà. Agostino è chiaro: il male è volontà cattiva, che preferisce un bene inferiore a uno superiore. L’uomo, creatura razionale, dotata di volontà, è dunque responsabile del male che compie. Non Dio. Il male morale ha così un’origine soggettiva, non ontologica. È una ferita dell’anima che si allontana dalla verità. Il libero arbitrio non è eliminato, ma è tragicamente fragile. È su questa fragilità che si fonda la necessità della grazia. Un conto è il peccato, che può essere ricondotto alla libertà dell’uomo. Ma come spiegare il male fisico, il dolore innocente, la sofferenza che colpisce senza colpa? Perché Dio permette la sofferenza, se non è frutto del peccato personale? Agostino non rimuove la domanda. Anzi, vi torna più volte, soprattutto nel De civitate Dei, scritto dopo il traumatico sacco di Roma del 410. La sua risposta è prudente, ma decisa: anche il male fisico, per quanto misterioso, rientra nell’ordine della provvidenza. Non è un bene in sé, ma può essere orientato a un bene maggiore. Può educare, correggere, purificare, suscitare solidarietà. La sofferenza non è una punizione automatica, ma un’occasione di verità. È il segno della nostra condizione storica, limitata, ferita. Agostino non propone un’ideologia consolatoria: sa bene quanto possa essere oscuro il dolore. Ma invita a guardare oltre l’immediato. In una visione d’insieme, persino il male fisico può avere un senso, come l’ombra in un dipinto che rende più viva la luce. Per Agostino, il male non è solo un fatto individuale: è una realtà che attraversa la storia, dalla quale non sarà mai del tutto eliminato. Non è possibile costruire un mondo perfetto con le sole forze dell’uomo. La consistenza della risposta agostiniana al problema del male sta nel suo equilibrio: non nega la realtà del male, ma ne rifiuta l’assolutizzazione; lo ricolloca nel quadro del bene. Il male è un enigma, non un assurdo. È parte di una storia più grande, che trova senso non in sé, ma nel disegno della provvidenza. Non esiste una formula che dissolva il dolore. Ma esiste una via, e Agostino la indica con lucidità: riconoscere la ferita, cercare la verità, ordinare il desiderio, amare il bene. È un cammino difficile, ma possibile. La libertà può sempre essere guarita, l’amore può ricomporre ciò che è stato ferito. Capirlo, oggi, significa non arrendersi alla disperazione o al cinismo. Significa tornare a interrogarsi su ciò che vale davvero, su ciò che orienta la nostra libertà. A gostino mostra che il male può essere vinto. Non con la forza, non con l’illusione di una società perfetta, ma con la conversione del cuore.

 Il male non ha l’ultima parola. L’ultima parola è la grazia, è la redenzione. È la croce, dove la morte del Giusto diventa la via della salvezza. In un tempo come il nostro, in cui il male assume forme globali – guerre, disuguaglianze, disastri ambientali – la teodicea agostiniana ci invita a non attribuire a Dio ciò che nasce dall’abuso della libertà. E insieme ci esorta a non cedere al fatalismo: la storia è ancora aperta e la responsabilità umana resta decisiva. Agostino non offre un sistema chiuso, ma una tensione. La sua teodicea è un cammino, non un’ideologia. È una filosofia della speranza, costruita nella consapevolezza che solo la grazia può guarire la libertà ferita. Il male non è vinto dalla spiegazione. Ma può essere vinto dall’amore.

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martedì 22 luglio 2025

SANT'AGOSTINO MAESTRO E ORATORE

 


Sant’Agostino, 

maestro di scuola, 

di fede e oratore cristiano



-di p. Giuseppe Oddone*

 Elezione di Leone XIV: un invito ad avvicinarci a Sant’Agostino

 E’ stato eletto Papa l’8 maggio 2025 il Card. Robert Francis Prevost, ex generale dell’Ordine degli Agostiniani dal 2001 al 2013, poi vescovo missionario in Perù nella diocesi di Chiclayo dal 2014 al 2023; infine è stato richiamato a Roma da Papa Francesco nel gennaio del 2023 e nominato Prefetto del Dicastero dei Vescovi, Presidente della Pontificia commissione dell’America Latina e creato Cardinale il 20 settembre del 2023. Ha preso il nome di Leone XIV. L’elezione a Sommo Pontefice di un figlio spirituale di Sant’Agostino rappresenta un invito ad approfondire il legame profondo e significativo che egli ha con questo Santo. E’ un’affinità interiore che si è manifestata subito in vari aspetti: prima di tutto come religioso, perché la sua formazione spirituale si è ispirata e continua ad ispirarsi direttamente alla vita, agli scritti e alla spiritualità del grande Dottore della Chiesa, che ha posto l'accento sulla vita comune, la ricerca di Dio, l’interiorità, l'amore fraterno e il servizio alla Chiesa. Prima di diventare Papa, come superiore generale, P. Robert Francis Prevost è stato moderatore e responsabile dell'Istituto Patristico Augustinianum di Roma. Questo istituto è un centro di studi di altissimo livello specializzato nella patristica, con un’attenzione particolare alle opere e alla spiritualità di Sant'Agostino. Nei primi anni del suo sacerdozio, dopo la sua formazione accademica, dal 1988 al 1999, l’attuale Papa è stato formatore di seminaristi in Perù, nella diocesi di Trujillo, ed insegnante di Diritto canonico, Patristica e Morale, attualizzando la figura di Sant’Agostino come maestro. Lo stemma episcopale e papale di Leone XIV è tipicamente agostiniano: sotto la tiara papale e le due chiavi, una color oro e l’altra color argento, segni del potere papale, lo scudo araldico è diviso trasversalmente in due parti: sopra in campo azzurro un giglio, simbolo tradizionale della Vergine Maria, sotto in campo bianco il rosso libro, che rappresenta sia la parola di Dio sia le opere di Sant’Agostino; il libro è sormontato da un cuore rosso porpora coronato di fiamme e trafitto da una freccia. E’ un chiaro riferimento alla Sacra Scrittura e alla sua interpretazione allegorica che fa riferimento al cuore umano bersaglio dell’amore di Dio: Lam. 3,1: “Posuisti quasi signum ad sagittam” (Mi hai posto come un bersaglio per la tua saetta) e alle Confessioni IX,2,3 “Sagittaveras tu cor meum charitate tua” (Hai saettato il mio cuore con il tuo amore). Anche il motto episcopale e papale di Papa Leone è tratto da Sant’Agostino ed allude al mistero della Chiesa come Christus totus, corpo mistico di Cristo: In Illo Uno Unum (Esposizione sul Salmo 127,3) ossia “in quell’Uno (Cristo) siamo una cosa sola”. Con queste parole, Agostino sottolinea l'unità dei cristiani in Cristo, nonostante la loro molteplicità. Questo motto è un chiaro segno dell'influenza agostiniana sul suo pontificato e sulla sua visione della Chiesa. Anche quando si è presentato alla loggia di San Pietro ha citato un'altra celebre frase agostiniana, che ha fatto da sfondo a tutto il suo discorso: Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano. E’ tratta da un discorso di Agostino, che riassume il suo metodo pastorale e che è opportuno citare nella sua completezza: “Nel momento in cui mi dà timore l'essere per voi, mi consola il fatto di essere con voi. Per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome è segno dell'incarico ricevuto, questo della grazia, quello è occasione di pericolo, questo di salvezza”. (Sermo 340,1).

Agostino maestro di scuola

 Agostino nacque a Tagaste, nell'attuale Algeria, nel 354 d.C. La sua formazione iniziale fu di tipo grammaticale e retorica, discipline fondamentali nell'istruzione romana dell'epoca che orientava all’attività politica e forense. Fin da giovane, mostrò una spiccata intelligenza e un'innata attitudine per la lingua latina, distinguendosi per la sua capacità di comprendere e manipolare il linguaggio con giochi di parole, con parallelismi ed antitesi, con rime ed assonanze, con le clausole musicali e ritmiche per concludere un periodo, con la padronanza dei vari stili oratori, con l’attenzione al pubblico a cui si rivolgeva. Studiò i manuali dei grandi retori latini, in particolare di Cicerone e di Quintiliano, amò in particolare il poeta Virgilio, assorbendone lo stile e la profondità di pensiero. Questa base classica, sebbene inizialmente rivolta a una carriera laica, si rivelò fondamentale per la sua futura attività di insegnante prima e poi di predicatore e scrittore, fornendogli gli strumenti per esprimere concetti complessi con chiarezza ed efficacia. Scrisse lui stesso da vescovo un completo trattato di retorica, il De doctrina christiana, rivolto in particolare a tutti coloro che nella Chiesa hanno compiti di insegnamento e di predicazione. Dopo i primi studi ampliò la sua formazione a Tagaste e Madaura e la completò a Cartagine.

Poi Agostino intraprese la carriera di maestro di retorica e iniziò la sua attività di insegnante: essa durò 13 anni dal 373 al 386 prima a Tagaste, poi a Cartagine, all'epoca una delle città più importanti dell'Impero Romano, dove operò per diversi anni. Qui la sua reputazione crebbe rapidamente, attirando numerosi studenti. Tuttavia, insoddisfatto della condotta morale dei suoi allievi e della superficialità dei suoi colleghi, decise di trasferirsi. La tappa successiva fu Roma, dove sperava di trovare studenti più disciplinati e un ambiente più stimolante. Sebbene la sua esperienza romana non fosse del tutto priva di delusioni, essa costituì un periodo di ulteriore crescita professionale. La sua ricerca di un incarico più prestigioso lo portò infine a Milano, che all'epoca era la capitale di fatto dell'Impero d'Occidente. Qui nel 384 d.C. ottenne la cattedra di retorica imperiale, quella più prestigiosa fra tutte. Il suo periodo come insegnante in questa città non solo affinò le sue doti oratorie, ma gli permise anche di approfondire le dinamiche della comunicazione e dell'apprendimento. Milano si rivelò un punto di svolta decisivo nella sua vita. Entrò in contatto con il vescovo Ambrogio; fu profondamente influenzato dalle sue prediche e dalla sua profondità intellettuale e nel 387 Agostino si convertì al cristianesimo e ricevette il battesimo.

Agostino maestro di fede e oratore cristiano

Divenuto cristiano e successivamente sacerdote e vescovo, Agostino ripensò al suo insegnamento. Confessò di aver venduto nel passato una vittoriosa loquacità e di aver servito alla vanità. Sentì l’esigenza di ridimensionare gli ideali di quella scuola di cui era stato discepolo e maestro, di mettersi al servizio non della vanità e del successo mondano, ma della verità; propose un nuovo modello di maestro e di oratore con un bagaglio culturale desunto non solo dalle discipline retoriche, ma soprattutto dalla fede e dalla Sacra Scrittura. In questa prospettiva il maestro cristiano ha come compito principale di illuminare la mente, di penetrare il cuore dell’allievo o dell’ascoltatore, di suscitare la fede. Per tale motivo egli deve fare prima l’esperienza di ascesa a Dio: un viaggio interiore, una navigazione, una corsa, una salita sulla scala degli esseri fino a toccare personalmente Dio in Gesù Cristo, Verbo di Dio. Ma il Verbo è disceso a noi nel mistero della creazione, dell’incarnazione, della sacra scrittura, della Chiesa, dei poveri, continua a scendere nell’insegnamento cristiano e nella predicazione. Il maestro o l’oratore cristiano, talora con una personale sofferenza ma sempre nella carità, deve farsi piccolo con i piccoli, adattarsi al loro linguaggio e alla loro comprensione. Tra il maestro ed il discepolo, tra il predicatore e l’oratore deve crearsi una forma di inabitazione reciproca che sviluppa un intimo scambio di sentimenti e di concetti. E’ l’amore di Cristo che si è umiliato fino alla morte in croce l’anima e lo stimolo di ogni insegnamento e di ogni predicazione: tutti, maestro ed alunni, predicatori ed uditori, siamo suoi condiscepoli. Cristo ha rivoluzionato anche il linguaggio, che deve essere essenzialmente umile, perché è un messaggio di salvezza rivolto a tutti gli uomini, specialmente agli ultimi e agli emarginati, descritti solitamente nella retorica tradizionale pagana con un linguaggio sprezzante e caricaturale.

L’oratore cristiano e la distinzione dei tre stili

 Agostino riconosce l'importanza e la necessità del sermo humilis per la predicazione cristiana. L’idea principale è che il discorso umano deve riflettere la parola del Dio vivente, che scende e penetra come una spada fino alle midolle dell’anima e come un aratro affonda nel campo del cuore. Tuttavia, egli non rinnega la retorica, ma la cristianizza. Per lui, la bellezza e l'efficacia del linguaggio non sono fini, ma strumenti al servizio della verità divina. Egli riprende pertanto la distinzione tradizionale della retorica classica: lo stile semplice se devi insegnare, lo stile medio o temperato se vuoi dilettare e piacere all’uditorio, lo stile sublime se devi persuadere. Tuttavia, un predicatore efficace deve essere in grado di passare agilmente da uno stile all'altro a seconda dell'argomento e dell'effetto desiderato sull'uditorio. Tutti i sermoni di Agostino manifestano questa flessibilità, e dimostrano come la retorica, lungi dall'essere una tecnica vuota, può essere un veicolo potente per la verità e la salvezza. Un predicatore o uno scrittore cristiano deve essere in grado di variare il suo stile a seconda dell'obiettivo. Le sue proposte possono valere anche per l’insegnante che si trova davanti a classi diverse o in particolari situazioni emotive.

Lo stile umile o semplice

L’oratore cristiano utilizza prevalentemente lo stile semplice quando insegna e presenta ai credenti i misteri della fede o spiega la Sacra Scrittura. Esso esige un tono familiare e discorsivo che annulli le distanze e sia attento alle reazioni emotive. Agostino cerca anche di instaurare un dialogo con l’uditorio, di renderlo attore e non solo ascoltatore, talvolta addirittura dialoga con i personaggi del Nuovo Testamento di cui si sta parlando, come Pietro, Paolo, Marta, Zaccheo. Vi è poi l’aspetto dialettico e argomentativo, che risveglia l’attività dell’intelligenza, presentando con chiarezza di linguaggio e semplicità la verità di fede e risolvendo le difficoltà, prevalentemente per i credenti nella linea del crede ut intelligas: un invito ad accendere la propria fede per poter comprendere. Per Agostino la fede potenzia l’intelligenza. Lo stile semplice si avvale in particolare della sentenza, ossia di una frase inaspettata, acuta e penetrante, sostenuta da un’intensa emozione, che avvicina i due poli opposti, il tempo e l’eternità, la miseria e la misericordia, la sofferenza terrena e la beatitudine celeste, il peccato e la grazia, l’uomo e Dio. Lo stile medio o temperato Agostino apprezza anche lo stile medio, che era molto ricercato dai suoi ascoltatori. Esso ha la finalità di piacere agli ascoltatori e di dilettare e viene proposto particolarmente nel celebrare le feste cristiane: il mistero della Trinità, l’Incarnazione con il rapporto tra la natura umana e divina in Cristo, la nascita di Gesù, la sua vita terrena, la passione, la resurrezione, la bellezza del creato. Questo stile non ha una sua funzione autonoma, come per gli oratori pagani e i sofisti, ma è sempre al servizio dello stile semplice che insegna, o dello stile sublime che persuade. Nel creare bellezza e diletto lo stile medio si avvale di alcune tecniche di cui Agostino è insuperabile maestro e modello: il parallelismo di struttura e di pensiero, le figure di ritmo e di suono con allitterazioni e assonanze, le antitesi che sono nella struttura stessa della fede cristiana, le gradazioni, in genere con periodi semplici e brevissimi che martellano con insistenza un’idea, si richiamano a vicenda e si imprimono nella memoria per le clausole ritmiche e per la rima e portano l’uditore a passare dal diletto esteriore alla verità espressa nel mistero cristiano. Lo stile sublime Quando l’oratore cristiano deve convertire o stimolare all’amore di Dio e dei fratelli o al dolore per gli scandali nella Chiesa adotta una nuova forma di stile, lo stile sublime. Esso presuppone un’intensa carica emotiva, una sofferenza interiore davanti agli errori di cristiani coinvolti nell’avarizia, nella lussuria, nello scandalo. Nello stile sublime è essenziale l’ardore dell’animo: gli ornamenti retorici non sono direttamente ricercati, ma nascono dall’impeto emotivo. In genere si ricorre quasi senza accorgersene a figure di pensiero come a interrogative incalzanti e spezzate, ad apostrofi agli ascoltatori, a illuminanti metafore, ad esempi del passato, ad accumulazione di termini con enumerazioni e paradossi, in alcuni casi ad ironia sferzante, ma anche ad anafore ed epifore, cioè a periodi che incominciano e finiscono con la stessa parola; importante è ricostruire e demolire i meccanismi psicologici di difesa che l’uditore inconsciamente vive. Agostino ricorre allo stile sublime in alcuni suoi sermoni, in particolare quando cerca senza acidità moralistica ma con fraternità di distogliere i cristiani dall’avarizia, dall’adulterio, dai disordini sessuali, dalla piaga della prostituzione e degli spettacoli immorali, proponendo e demolendo le motivazioni degli ascoltatori che ritenevano questo un segno di civiltà e di libertà. Egualmente con intensa carica emotiva, con un ritmo spezzato come in un singhiozzo, Agostino si rivolge ai suoi fedeli e a coloro che avevano cercato riparo nella provincia d’Africa, parlando della distruzione di Roma del 410 per opera di Alarico, e mostrando la falsità delle obiezioni di coloro che davano la colpa ai cristiani di questa enorme sventura, segno della decadenza dell’impero. Occorre tuttavia aggiungere che un buon oratore cristiano sa variare gli stili all’interno del suo discorso e passare da uno stile ornato ed empatico, prevalentemente nell’esordio, allo stile semplice nel presentare la verità cristiana, per arrivare allo stile sublime nel persuadere gli ascoltatori a vivere concretamente la loro fede. Un’ultima osservazione agostiniana: per essere un buon oratore cristiano, prima devi essere un orante, perché nelle mani di Dio siamo noi e i nostri discorsi. È lo Spirito di Dio che “in quell’ora”, l’ora del nostro discorso ai fratelli, interviene nelle parole dell’oratore e le rende efficaci.

 *A.E. nazionale AIMC e UCIIM

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giovedì 10 luglio 2025

CHI SONO IO ?


L’identità non si esaurisce nell’autocoscienza, si compie nell’amore

 La persona non è tale se chiusa in sé, ma se aperta all’altro e all’Altro

 Per l’Ipponate, Agostino, la verità non si trova nel mondo esterno ma nell’interiorità, che è spazio spirituale, sede di memoria, intelligenza e volontà: tre facoltà riflesso della Trinità nell’anima

L’elezione di Leone XIV ha rilanciato l’interesse non solo sulla dottrina sociale della Chiesa ma prima ancora per sant’Agostino, il padre della Chiesa del IV secolo di cui Prevost è figlio spirituale come religioso della famiglia agostiniana, a lungo priore generale. Se c’è un tratto che spicca nel pensiero di papa Leone è il saldo, esplicito e costante radicamento nel pensiero del vescovo di Ippona, che nelle parole di Prevost ci sta mostrando tutta la sua eccezionale attualità. Paola Muller, profonda conoscitrice del pensiero di Agostino, docente di Filosofia medioevale all’Università Cattolica di Milano, ci accompagna in un viaggio nei grandi temi cari ad Agostino (e a Leone).

 -di PAOLA MULLER

 «Chi sono io?» – una domanda antica quanto l’uomo, che in Agostino d’Ippona (354-430) acquista un significato nuovo. Per lui, la ricerca dell’identità non nasce da un’esigenza astratta, filosofica o psicologica, ma da un’esperienza vissuta: l’inquietudine del cuore, la fragilità della vita, il dolore, la morte. E insieme, il desiderio di verità e di bene. La vita dell’Ipponate è infatti attraversata da un quaerere continuo, una ricerca che coinvolge l’uomo nella sua interezza. Interrogarsi su di sé significa iniziare un cammino che conduce alla verità e, nella verità, all’incontro con Dio. L’inquietudine che apre le Confessioni – «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confessioni, I, 1.1) – non è un semplice disagio esistenziale, ma il motore stesso della ricerca dell’identità. Agostino non si limita a pensare l’io: lo racconta, lo interroga, lo vive. Lo fa mettendosi in gioco in prima persona: «Sono diventato un grande enigma per me stesso » (Confessioni, X, 33.50). Una dichiarazione che inaugura la ricerca occidentale sulla soggettività, senza separarla dalle sue radici teologiche. P er Agostino, la verità non si trova nel mondo esterno, ma nell’interiorità. «Non uscire fuori: rientra in te stesso. Nell’uomo interiore abita la verità» (La vera religione, 39, 72). È un invito che contiene un’intera antropologia: l’uomo è corpo e anima, ma è nell’anima – nella sua profondità spirituale – che si apre la possibilità di incontrare Dio. L’interiorità non è introspezione psicologica, ma spazio spirituale: sede della memoria, dell’intelligenza, della volontà. In queste tre facoltà – memoria, intelletto, volontà – Agostino scorge il riflesso della Trinità nell’anima. La notitia sui, la conoscenza che l’anima ha di se stessa, non è un sapere teorico, ma esperienza viva. Sapere di esistere, di pensare, di amare: è in questa consapevolezza che l’uomo ritrova se stesso.

L’identità

L’ identità non è una struttura rigida, ma una “distensione dell’animo”, un racconto che si svolge nel tempo e trova senso solo in rapporto all’eternità. In un’epoca come la nostra in cui tutto è misurato dal presente, Agostino ci ricorda che l’io è anche memoria e attesa. Senza storia da ricordare e senza un orizzonte a cui tendere, l’identità si dissolve. È nel confronto tra finito e infinito che l’uomo scopre la propria misura e la propria apertura. Oggi tendiamo a sovrapporre i concetti di individuo, soggetto e persona. Agostino, pur non usando questi termini con il nostro stesso significato, ne intuisce le distinzioni. L’individuo è l’essere umano nella sua singolarità empirica; il soggetto è chi prende coscienza di sé; la persona è l’essere capace di relazione. E proprio qui sta la svolta agostiniana: l’identità non si esaurisce nell’autocoscienza, ma si compie nell’amore. La persona non è tale se chiusa in sé, ma se aperta all’altro e all’Altro. L’uomo, creato a immagine di Dio, è relazione, comunione, dono.

« I l mio amore è il mio peso: da esso sono portato ovunque vada» (Confessioni, XIII, 9.10). Con questa immagine potente, Agostino colloca l’amore al cuore stesso dell’identità personale. Non siamo ciò che diciamo, né ciò che possediamo: siamo, in definitiva, ciò che amiamo. È l’ordo amoris – l’ordine giusto degli amori – a dare forma e coerenza all’io. Se l’uomo orienta il proprio amore verso il Bene sommo, cioè verso Dio, trova unità, pace e verità. Se invece si volge ai beni effimeri, si disperde, si frammenta, si smarrisce. L’io agostiniano non è mai neutro, né riducibile a una pura razionalità: è una volontà orientata, un desiderio in cammino. L’identità, quindi, non si costruisce solo con la ragione, ma si compie nella libertà del cuore.

L’amore

 L’amore è, per Agostino, la radice dell’identità e insieme la direzione del suo compimento: orienta la vita, ne è il centro di gravità. Ma amare significa anche trasformare la propria finitezza. Quella fragilità originaria che accompagna ogni uomo fin dalla nascita può essere trasfigurata in una tensione verso l’eterno. L’amore diventa così via di superamento dei limiti, anticipo di immortalità. I l valore autentico di una persona – la sua consistenza – si misura dunque nella qualità e nella direzione del suo amore. È l’amore che plasma il destino, nella vita presente e oltre la soglia della morte. Per questo risuona, ancora oggi con forza, l’esortazione agostiniana: «Ama e fa’ ciò che vuoi» (Commento alla prima Lettera di Giovanni, 7, 8). Non è un invito all’arbitrio, ma il riconoscimento che l’amore, se è autentico, orienta l’intera esistenza. E tuttavia, per comprendere ciò che si ama e da che cosa si è attratti, è necessario ritrovare se stessi. Ed è qui che entra in scena un’altra dimensione fondamentale dell’io: la memoria.

La memoria

Nel libro X delle Confessioni, Agostino la descrive come un “palazzo immenso” capace di contenere immagini, conoscenze, emozioni. Ma la memoria non è solo archivio: è il luogo in cui l’io si raccoglie e si ritrova. È lì che prende coscienza di sé come continuità e come storia. E proprio lì, nel fondo della memoria, Agostino scopre Dio: «Tardi ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti amai. Tu eri dentro di me, e io fuori: lì ti cercavo» (Confessioni, X, 27.38). L’identità non è solo biografica, ma anche teologica: la memoria custodisce la presenza di un Altro che ci ha fatti, ci conosce, ci chiama.

Per Agostino, l’io non è un dato biologico, né una costruzione arbitraria: è una vocazione. L’identità non si possiede, si riceve. L’uomo è creato a immagine di un Dio che è relazione, memoria, amore. Ma questa immagine può offuscarsi, per la distrazione, per il peccato, per l’oblio. Per questo è necessario un ritorno interiore, sostenuto dalla grazia: solo rientrando in sé e aprendosi alla verità, l’uomo può ritrovare se stesso. La vera identità, per Agostino, è quella filiale: l’uomo è figlio di Dio. È solo in questa relazione che scopre il proprio nome, il proprio volto, la propria dignità. Nel De civitate Dei, Agostino estende questa riflessione sul sé in chiave storica e comunitaria. L’uomo non è solo un essere interiore, ma anche un cittadino, parte di una storia condivisa. Due città si confrontano: la civitas Dei, fondata sull’amore di Dio, e la civitas terrena, edificata sull’amore di sé. Non sono luoghi, ma orientamenti del cuore. L’io non nasce solo nella solitudine della coscienza, ma anche nell’appartenenza, nella responsabilità, nella testimonianza pubblica. L’identità personale diventa così anche vocazione civica. Non si è se stessi da soli. I n un’epoca come la nostra, che oscilla tra la frammentazione dell’io e la sua assolutizzazione, Agostino offre un’immagine dell’identità profondamente attuale.

L’io

L’io non è un’essenza fissa, ma nemmeno un costrutto fluido e indefinito. È una realtà viva, che si sviluppa nel tempo, nello spazio della memoria, nella verità dell’amore.

Alla domanda «Chi sono io?», Agostino non risponde con una formula, ma con un itinerario. L’identità non è qualcosa da afferrare, ma un cammino da percorrere. L’uomo è un essere inquieto, che ama, che ricorda, che cerca. È soggetto, è anima, è persona in relazione.

Ed è, soprattutto, una creatura fatta per Dio. Solo in Lui trova pace.

In un tempo in cui l’io sembra smarrito, Agostino ci invita a rientrare in noi. Non per isolarci, ma per aprirci a ciò che di più vero ci abita. L’interiorità, riscoperta come luogo della verità, ci sottrae all’illusione dell’apparenza; la memoria, vissuta come radice del sé, ci riconnette al passato e orienta il futuro; la relazione, intesa come pienezza dell’identità, ci libera dall’isolamento individualista e ci restituisce alla comunione.

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domenica 11 maggio 2025

LA PACE DI AGOSTINO

 

La pace di Agostino: non astrazione 

ma ordine e armonia viva nella società


 -         di PAOLA MULLER

-          La pace sia con tutti voi! È il saluto che papa Leone XIV, “figlio di sant’Agostino”, rivolge a ciascuno di noi. Nel mondo inquieto di oggi, dove la parola “pace” sembra spesso ridotta a slogan, il pensiero di sant’Agostino offre una bussola sorprendentemente attuale. Il cuore della sua proposta? Cristo. Non come semplice riferimento dottrinale, ma come centro vivo e pulsante da cui scaturiscono sia la pace che l’unità vera. Agostino non si accontenta di definizioni astratte. Non cerca un’idea di pace da libri di filosofia o da tavoli diplomatici. Per lui la pace è anzitutto una persona: Cristo.

È la pace “del Cristo risorto”, “disarmata e disarmante”, augurata dal Papa appena eletto. È nel crocefisso risorto che l’umanità trova la propria convergenza: In Illo uno unum (in quell’Uno siamo un’unica cosa) è il motto episcopale scelto da Leone XIV tratto dalle Enarrationes in Psalmos (127, 3). Nel mondo di Agostino – come nel nostro – la pace era minacciata da guerre, scismi, ingiustizie. Eppure, la sua visione non si ferma alla constatazione del male (“che non prevarrà!”). Anzi, propone un modo nuovo di concepire la pace: non come assenza di conflitto, ma come ordine nell’amore, armonia viva che coinvolge ogni parte della persona e della società.

Pax est tranquillitas ordinis ( De Civitate Dei, 19, 13), scrive: la pace è la tranquillità dell’ordine. Ma questo “ordine” non è statico né imposto, bensì frutto di una giustizia abitata dalla carità. Una pace attiva, vigilante, da costruire con impegno quotidiano. Agostino insegna che la pace che l’uomo desidera non è un’idea astratta, ma ha due volti, strettamente intrecciati: uno interiore, l’altro sociale. Da una parte c’è il bisogno profondo di equilibrio dentro di sé, dall’altra, c’è la necessità di rapporti giusti e armoniosi con gli altri, con la società, con il mondo stesso in cui viviamo. Non c’è pace nel cuore se il mondo attorno è lacerato, e non c’è pace tra gli uomini se i cuori sono inquieti. Le due dimensioni non si oppongono: si richiamano, si sorreggono a vicenda. E forse non è un caso che in un’epoca segnata da ansia, polarizzazione e insicurezza globale, anche la pace interiore sembri sfuggire di mano. Prima di diventare un programma politico o una conquista sociale, la pace deve essere coltivata dentro di sé. Non si tratta solo di tranquillità, ma di una forza attiva, che nasce dalla carità e dalla consapevolezza di essere amati.

Il dramma della pace

Per Agostino, il vero dramma della pace è che tutti la vogliono, ma ognuno la intende a modo suo, modellata sui propri desideri, interessi, valori. E così, ci si batte – perfino con la forza – non contro la pace, ma per “la propria” idea di pace. È qui che nasce il paradosso: proprio mentre tutti dicono di volerla, la pace diventa terreno di scontro. Ognuno è convinto di difendere quella giusta, quella universale, ma spesso si tratta solo di una visione parziale, esclusiva. Agostino lo dice con parole dure e vere: «Ogni uomo cerca la pace, anche facendo la guerra» ( Epistola 189, 6). Non perché si rifiuti il bene della pace, ma perché si impone la propria versione, ignorando quella degli altri. Il rischio? Trasformare il desiderio più alto dell’umanità – vivere in pace – nella sua più dolorosa delusione. Finché la pace non sarà un bene condiviso, sarà sempre una conquista incompiuta.

« E intanto abbiate la pace tra voi, fratelli. Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all'interno, il lume acceso» ( Discorso 357, 3). In una prospettiva che invita all’ascolto reciproco, alla corresponsabilità, alla comunione nella diversità, le parole di Agostino risuonano come un appello diretto alla sinodalità: prima di costruire strutture sinodali, occorre diventare uomini e donne di pace. Perché senza la pace del cuore, ogni dialogo rischia di diventare contesa, ogni confronto una divisione. La sinodalità, in fondo, è anche questo: mettersi in cammino insieme perché si è già in pace tra di noi. E se così non fosse, è proprio da lì che bisogna cominciare.

Un cuore riconciliato

È proprio da questo cuore riconciliato che nasce l’unità. Nella visione di Agostino, la Chiesa è il luogo dove questa unità prende forma concreta. Non come uniformità sterile, ma come comunione nella diversità: ogni membro ha un dono, un carisma, che serve non per se stesso, ma per il bene di tutti.

Questa visione ecclesiale è oggi provocatoria. In un’epoca segnata dall’individualismo e dall’autoreferenzialità, Agostino invita a pensare e vivere “al plurale”. Nella Chiesa, l’unità non significa uniformità; al contrario, è proprio la diversità dei doni a costruire una comunione viva e dinamica. Agostino lo aveva capito: la comunità ecclesiale è un corpo composto, fatto di membra diverse, ciascuna con la propria funzione, ciascuna necessaria al bene di tutte le altre. Ed è solo rimanendo uniti, condividendo questi doni, che il Corpo di Cristo può crescere e vivere in pienezza.

Reciprocità e collaborazione

È in questa logica di reciprocità e collaborazione che la Chiesa mostra il suo volto più autentico: un popolo plurale che cammina insieme, diverso ma unito, guidato dallo stesso Spirito. La Chiesa è infatti comunione: madre che genera, comunità che accoglie, spazio di partecipazione attiva. E il suo compito è far vedere al mondo che l’unità non è un’idea astratta, ma un’esperienza possibile, concreta, incarnata.

Non si può amare Cristo – ammonisce Agostino – senza amare la sua Chiesa. Per Agostino, la Chiesa non può chiudersi nel recinto dei “già convinti”, ma deve abitare il mondo con umiltà e profezia, camminando accanto a ogni uomo e ogni donna, con la certezza di portare un tesoro che non appartiene a lei, bensì a Cristo. Il suo compito è quello di essere segno visibile di unità e strumento di riconciliazione, in una società spesso frammentata, dove la divisione rischia di diventare normalità.

In cammino

In questo senso, il cammino sinodale assume un significato profondo: è un processo che invita la Chiesa a riscoprirsi come popolo in cammino, capace di accogliere, ascoltare, condividere. Una Chiesa che non seleziona chi includere, ma si lascia continuamente interrogare dal Vangelo e dalla storia. L’ecclesiologia agostiniana, che parla di una comunità “per tutti” e “con tutti”, richiama la Chiesa di oggi a superare ogni autoreferenzialità per diventare davvero casa aperta, madre accogliente, compagna di viaggio. La sua Cattolicità, dunque, non è un’etichetta da conservare, ma una vocazione da incarnare, giorno per giorno, attraverso l’impegno concreto per la pace, la giustizia, la solidarietà universale.

In un mondo attraversato da crisi globali e nuove povertà, la Chiesa sinodale agostiniana è quella che si fa prossima, che non divide il mondo tra “dentro” e “fuori”, ma lo ama tutto, perché tutto il mondo è il suo campo di missione. 

Una Chiesa davvero cattolica non si ritrae: cammina, accoglie, dialoga, serve. E proprio così resta fedele al mandato di Cristo.

 *Docente di Storia della Filosofia medievale Università Cattolica di Milano

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