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domenica 1 febbraio 2026

BEATI VOI

 


*Commento al Vangelo del 
1 Febbraio 2026*

 

fra Stefano M. Bordignon –

Beati quelli che non si sentono arrivati, che non si credono a posto una volta per tutte, ma riconoscono di avere ancora bisogno di crescere, di imparare, di lasciarsi aiutare. In loro c’è spazio per il regno dei cieli.

Beati quelli che portano dentro un dolore, una ferita, una perdita che non si rimargina in fretta. Non sono persone rotte o sbagliate: proprio lì, in quella fragilità, Dio sta già lavorando in silenzio.

Beati quelli che non rispondono alla violenza con altra violenza, che non alzano la voce per imporsi, che non usano la forza per avere ragione. Forse sembrano perdenti, ma stanno costruendo un mondo migliore.
Beati quelli che non si accontentano delle mezze verità, delle scorciatoie, dei compromessi facili. Beati quelli che hanno fame di giustizia, di relazioni sincere, di una vita pulita e coerente: questa fame non resterà senza risposta.

Beati quelli che sanno perdonare, anche quando costa fatica, anche quando non viene spontaneo. Il perdono che donano tornerà a loro come misericordia nei momenti in cui ne avranno più bisogno.
Beati quelli che cercano di essere limpidi dentro, senza doppie vite, senza maschere. Non sono perfetti, ma veri. E proprio così imparano a riconoscere Dio nelle cose semplici di ogni giorno.

Beati quelli che costruiscono ponti invece di muri, che cercano la pace dentro i conflitti, che non smettono di credere nel dialogo. Dio li considera suoi figli.

Beato anche quando vieni giudicato, escluso, preso in giro perché cerchi di vivere il Vangelo sul serio, senza sconti.

Beato quando vieni frainteso per aver scelto l’onestà, il bene, l’amore.
Non pensare di aver sbagliato strada.

Sei in buona compagnia, sei con Gesù.

La tua vita, così com’è, è già dentro il Regno di Dio.

Cercoiltuovolto

Immaagine

sabato 1 marzo 2025

IL DISCORSO DELLA PIANURA


“Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.”
 
2 marzo 2025

VIII Domenica del Tempo Ordinario C

Lc 6,39-42

Commento di S.B. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca L. di Gerusalemme 

Nel suo “Discorso della pianura”, l’evangelista Luca inserisce queste parole di Gesù sulle guide cieche (Lc 6,39-42) che Matteo colloca in una sezione diversa del suo Vangelo, e non nel parallelo Discorso della Montagna.

Proviamo a ripercorrere il discorso di Gesù.

All’inizio ha posto le beatitudini (Lc 6,20-25), ovvero l’annuncio di un mondo nuovo, dove non c’è più chi domina e chi subisce, chi comanda e chi sopporta; non ci sono più i primi e gli ultimi. È l’annuncio di un mondo dove spariscono le categorie tradizionali che vogliono il mondo diviso in due, un mondo in cui qualcuno è considerato grande, e qualcuno considerato piccolo.

Il discorso prosegue annunciando una nuova modalità di relazione tra le persone, che non può essere se non quella dell’amore reciproco, del perdono, della misericordia: “Amate i vostri nemici…. Siate misericordiosi… non giudicate…” (Lc 6, 27-38). Solo l’amore, infatti, è capace di abolire le categorie, di mettere tutti sullo stesso piano: ogni uomo, ugualmente, è degno di amore e degno di stima.

La sezione di oggi continua in questa direzione, e pone un esempio concreto di quanto Gesù ha detto finora.

Infatti, un modo per porsi sopra gli altri, di confermare le categorie che dividono le persone in due mondi separati, è quello di dividere il mondo in giusti e peccatori, in persone corrette e persone che sbagliano.

Gesù racconta una parabola (“Disse loro anche una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?” - Lc 6,39) in cui vediamo un cieco che si offre di guidare un altro cieco. Ci sono due persone, unite dallo stesso problema: sono cieche.

Una, però, non riconosce il proprio problema, e prende le distanze dall’altra, pone una distinzione: si pone in qualche modo sopra, e decide di fare da guida, da accompagnatore, mentre lui stesso avrebbe bisogno di esser guidato.

Così è per chi si arroga il diritto di correggere gli altri, di far notare all’altro i suoi difetti: si pone dalla parte di chi non sbaglia, e divide il mondo in due. Si pone sopra l’altro.

Che ciascuno di noi può essere una luce per il proprio fratello e la propria sorella in difficoltà, ad una condizione. La condizione è quella di riconoscersi solidale nel limite, ugualmente bisognoso di salvezza.

E questo perché solo chi per primo ha sperimentato la misericordia del Padre su di sé può veramente amare l’altro senza presunzione e senza autosufficienza, nella verità. Solo chi per primo ha sofferto il dolore del proprio peccato avrà cura e tenerezza per non giudicare, per non rinchiudere i fratelli nella categoria degli sbagliati e dei perdenti.

Un mondo nuovo, dove si superano le distinzioni e le barriere e si vive da fratelli, chiede uno sguardo nuovo e parole nuove.

È proprio quello che Gesù dice alla fine del brano di oggi: le parole sovrabbondano dal di dentro, dal cuore, ed esprimono il mondo interiore che nutriamo dentro di noi (“Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”…  Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” - Lc 6,42).

Un cuore buono non è un cuore che non sbaglia, ma, al contrario, è un cuore che accetta di essere continuamente salvato, che ricomincia sempre a costruire il mondo delle beatitudini, dove si prova a non cadere nella tentazione di chi si sente diverso e migliore.

Infine, la buona notizia di oggi, a questo proposito, sta al v. 40, dove Gesù dice che “ognuno”, che sia ben preparato, può essere guida e luce per altri: “Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.”

“Ognuno” è già una parola che esce da categorie, distinzioni e discriminazioni: la possibilità di essere luce è donata a tutti. Si tratta solo di essere “ben preparati”, che non significa essere persone che hanno imparato qualcosa come si impara una lezione a scuola. È ben preparato chi accetta di rimanere un discepolo (Lc 6,40): solo così, rimanendo discepoli, si diventa maestri.

Chi rimane discepolo è come un uomo che, costruendo la sua casa, ha scavato molto profondo, sulla roccia (Lc 6,48).

 

+ Pierbattista

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sabato 15 febbraio 2025

BEATI VOI

 16 febbraio 2025


VI domenica nell’anno 

Luca 6,17.20-26 (Ger 17,5-8)




- di Luciano Manicardi

 In quel tempo 17Gesù, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone,

 20Ed egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.

21Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.Beati voi, che ora piangete, perché riderete.

22Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell'uomo. 23Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

24Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
25Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.

26Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.

 La prima lettura (Ger 17,5-8) e il vangelo (Lc 6, 17.20-26) della VI domenica dell’Ordinario dell’annata C sono caratterizzati da una polarità: nel testo profetico è espressa nei termini di “benedizione” e “maledizione”, nella pagina evangelica dalla tensione fra “beatitudini” e “guai”. Analoga polarità è presente anche nel Salmo responsoriale, il Salmo 1 (molto vicino al testo di Geremia), che presenta l’antitesi fra giusti e malvagi e che si apre con il macarismo (“Beato [makários, in greco] l’uomo …”: Sal 1,1) rivolto all’uomo che medita giorno e notte la Legge del Signore e in essa trova la sua gioia. Chi pone nella Legge del Signore il suo desiderio, non solo ne riceve saldezza e fecondità, ma diviene lui stesso fonte di benedizione per altri. E questo perché con la meditazione assidua, la Torah del Signore diventa la sua Legge: e “sua” si può benissimo riferire all’uomo stesso e non al Signore: “Beato l’uomo … / che nella Legge del Signore trova la sua gioia, / la sua Legge medita giorno e notte” (Sal 1,1). La volontà di Dio espressa nella Torah, introiettata dall’orante con l’ascolto, la ripetizione e la meditazione, radica il credente nella fonte di vita che fa di lui una sorgente di benedizione. Il Salmo si compone di due quadri che presentano il giusto e la sua via (vv. 1-3) e il malvagio e la sua via (vv. 4-6). Il giusto è colui che discernere, sceglie e prende decisioni: pronuncia tre no (“non entra … non resta … non siede”) e dice un sì (“medita la legge del Signore”) su cui fonda la propria saldezza umana e spirituale (cf. v. 1) che gli apre un futuro di fecondità. Il malvagio, invece, è descritto come perso nell’inconsistenza e nell’infecondità. Aprendo l’intero Salterio, il Salmo 1 vuole sbarrare la strada all’indifferenza e affermare la necessità della scelta. Questo è anche il messaggio dell’Antico Testamento e del Vangelo. C’è una necessaria scelta di campo, un’opzione che in definitiva è tra l’autosufficienza e la fiducia nel Signore, ovvero tra l’idolatria e la fede: questo dice Geremia con la polarità tra chi confida nell’uomo e chi confida nel Signore, e questo dice il vangelo che mette a confronto chi è povero (e dunque affamato e afflitto) e chi è ricco (e dunque sazio e gaudente).

La domanda che ci possiamo porre è quanto queste polarità onorino la complessità dell’esistenza che normalmente non si presenta in bianco e nero, ma contiene una quantità di sfumature tendente all’infinito. Incontriamo qui lo scarto tra la vita e i testi che cercano dire la vita. Quest’ultima è sempre più ricca e non racchiudibile in formule che, per quanto pedagogicamente utili (le espressioni antitetiche dicono che occorre scegliere, imboccare una via, dunque pronunciare un sì che comporta tanti no), sono superate dai casi e dalle situazioni imprevedibili che la quotidianità presenta. I campi del giusto e dell’empio non sono comparti stagni, ma si intrecciano, si sovrappongono, si compenetrano: le pareti della giustizia e della malvagità sono porose, anche nell’intimo della stessa persona. Del resto, come le beatitudini rivolte a poveri, affamati e afflitti (“voi che ora piangete”: Lc 6,21) non costituiscono la sacralizzazione di categorie, così i guai rivolti a ricchi, sazi e gaudenti (“voi che ora ridete”: Lc 6,25), non rappresentano una condanna, ma sono un ammonimento che intende suscitare un cambiamento che non solo viene intravisto come possibile, ma che ne costituisce il vero fine. Lo stesso Geremia, subito dopo le parole presenti nella pericope liturgica, parla del cuore umano come contorto, non lineare, fallace, ingannevole (Ger 17,9): come farvi affidamento? Come dunque trarre indicazioni perentorie e schematiche sui comportamenti umani quando il profondo dell’essere umano - il suo cuore - è così contraddittorio e ambiguo? Vale la pena ricordare il passo in cui Agostino, che ben sa che l’uomo è abisso, mostra la labilità delle appartenenze e dunque invita a non giudicare frettolosamente e a non trarre indicazioni perentorie che accompagnerebbero una prassi fondamentalista e intollerante. Scrive Agostino: “La città pellegrina di Cristo si ricordi che sicuramente fra i suoi avversari si nascondono dei futuri suoi concittadini e non ritenga vano sopportare presso di loro l’ostilità, finché non li raggiunga come credenti; allo stesso modo, fra quelli che la città di Dio porta anche con sé, ad essa legati nella comunione sacramentale, finché è pellegrina nel mondo, alcuni non li avrà con sé nella condizione eterna dei santi; questi sono in parte noti, in parte ignoti e non esitano a mormorare contro Dio, con cui sono uniti per mezzo dei sacramenti, fino a riempire una volta i teatri assieme agli altri, una volta le chiese assieme a noi. Ma persino della correzione di alcuni di questi non si deve assolutamente disperare, perché presso chi ci è apertamente contrario si nascondono dei futuri compagni, anche se tuttavia essi non ne sono consapevoli” (De civitate Dei I,35). Ovvero, è difficile stabilire confini netti tra chi è nella chiesa e chi ne è fuori.

La prima lettura parla di una fiducia che è salda e non delude e di false fiducie, ovvero di sicurezza posta in realtà che illudono, ma non salvano, non danno pienezza di vita. Di fatto, emerge che “in qualcosa” o “in qualcuno” la fiducia la si mette sempre: non si vive senza fiducia. Gesù “ha confidato in Dio” (Mt 27,43). Ma si può confidare, ovvero fondare la propria sicurezza e la propria saldezza – il fondamento che ci fa avanzare nella vita, e dunque anche ciò che regge la nostra speranza – su basi sdrucciolevoli e inconsistenti che, presto o tardi, condurranno alla rovina. Il confidare “nell’uomo” (Ger 17,5) si declina come un porre la propria sicurezza nelle ricchezze, o nelle armi, o nei beni che si possiedono, o in se stessi e nella propria forza, o nel prestigio sociale, ecc. Porre la fiducia “nel Signore” (Ger 17,7) implica invece un processo di spogliamento, di disarmo, cioè un cammino di verità nei confronti di se stessi. Un far cadere le maschere con cui non solo ci illudiamo di essere forti, ma pensiamo anche di poter esorcizzare la morte. E l’atto di fiducia si configura come paradossale: la propria saldezza la si trova in un movimento che ci decentra da noi stessi. L’atto di fiducia ha una struttura pasquale, implica una morte a se stessi per trovare vita e saldezza in altri da sé: “se non credete, non sussisterete”, “non avrete stabilità” (Is 7,9).

La pagina evangelica presenta quattro beatitudini che Gesù rivolge in modo speciale ai suoi discepoli (“Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva”: Lc 6,20), mentre i successivi quattro “guai”, che sono un puntuale contraltare delle beatitudini, li possiamo cogliere come una messa in guardia rivolta agli stessi discepoli affinché non assumano l’atteggiamento che contraddice le beatitudini e offende il loro statuto di seguaci di Cristo. Ovviamente, le beatitudini non proclamano la felicità del povero in quanto povero, ma annunciano che nel Cristo che ha abitato la povertà, queste situazioni non hanno l’ultima parola, non hanno la forza di ostruire il futuro e di uccidere la speranza, ma vengono risignificate e diventano esperienza del Regno e apertura a esso. 

La beatitudine non consiste nella povertà o nel patire la fame o nel piangere o nella persecuzione, ma nell’essere raggiunti dall’azione di Dio in Gesù, il Messia che secondo la profezia di Is 61,1ss è venuto a portare ai poveri la buona notizia (cf. Lc 4,18-19). In particolare, la beatitudine espressa nel v. 22 riguarda i cristiani odiati, discriminati ed esclusi, insultati e diffamati. La dimensione di beatitudine consiste nel fatto che proprio quando ci si trova in situazioni così penose a causa del vangelo, situazioni vissute da Gesù stesso, si può credere di essere veramente suoi discepoli e di trovarsi là dove lui stesso si è trovato. Ma la beatitudine consiste anche nel fatto che di quel male si è oggetto e non soggetto: lo si subisce e non lo si compie. Analoghe considerazioni troviamo nella prima lettera di Pietro: “È meglio soffrire operando il bene che facendo il male” (1Pt 3,18); “Beati voi se venite insultati per il nome di Cristo” (1Pt 4,14); “Nessuno di voi abbia a soffrire come … malfattore … ma se uno soffre come cristiano … dia gloria a Dio” (1Pt 4,15-16). Il credente, avverte Gesù, può incontrare odio (“sarete odiati da tutti a causa del mio nome”: Lc 21,17), può patire esclusione e messa al bando, può essere oggetto di ingiurie e insulti, può conoscere la diffamazione: ponendo la sua fiducia nel Signore può reggere nel silenzio e portare tutto questo senza lasciarsene destrutturare. Importante è che non arrivi lui stesso a mettere in atto tali azioni. Infatti, odiare, discriminare, escludere, ingiuriare, diffamare sono pratiche anche interne alla compagine ecclesiale. E all’interno della comunità cristiana risuonano anche le parole di Gesù che mettono in guardia dal compiacersi nel fatto che “tutti parlano bene di voi” (Lc 6,26). 

Chi cerca di essere sempre lodato, di incontrare l’apprezzamento altrui, chi mendica l’applauso e il riconoscimento (e oggi, con gli strumenti mediatici a disposizione, questa deriva narcisistica è enormemente facilitata) dimostra di non avere come referente il Cristo, ma di cercare il consenso umano. E questo è il tipico atteggiamento dei falsi profeti. Gesù direbbe: “Hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Mt 6,2.5.16).

 

Monastero di Bose

 

venerdì 1 novembre 2024

CHIAMATI ALLA SANTITA'

 


LA CARTA D'IDENTITA' 

DEL 

CRISTIANO


Papa Francesco:

Oggi, Solennità di Tutti i Santi, nel Vangelo (cfr Mt 5,1-12) Gesù proclama la carta d’identità del cristiano. E qual è la carta d’identità del cristiano? Le Beatitudini. È una carta di identità nostra, e anche la via della santità (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 63). Gesù ci mostra un cammino, quello dell’amore, che Lui stesso ha percorso per primo facendosi uomo, e che per noi è ad un tempo dono di Dio e nostra risposta. Dono e risposta.

È dono di Dio, perché, come dice San Paolo, è Lui che santifica (cfr 1 Cor 6,11). E per questo è prima di tutto al Signore che noi chiediamo di farci santi, di rendere il nostro cuore simile al suo (cfr Lett. enc. Dilexit nos, 168). Con la sua grazia Lui ci guarisce e ci libera da tutto ciò che ci impedisce di amare come Lui ci ama (cfr Gv 13,34), così che in noi, come diceva il Beato Carlo Acutis, ci sia sempre «meno io per lasciare spazio a Dio».

E questo ci porta al secondo punto: la nostra risposta. Il Padre dei cieli, infatti, ci offre la sua santità, ma non ce la impone. La semina in noi, ce ne fa sentire il gusto e vedere la bellezza, ma poi aspetta la nostra risposta. Lascia a noi la libertà di seguire le sue buone ispirazioni, di lasciarci coinvolgere dai suoi progetti, di fare nostri i suoi sentimenti (cfr Dilexit nos, 179), mettendoci, come Lui ci ha insegnato, al servizio degli altri, con una carità sempre più universale, aperta e rivolta a tutti, al mondo intero.

Tutto questo lo vediamo nella vita dei santi, anche nel nostro tempo. Pensiamo, ad esempio, a San Massimiliano Kolbe, che ad Auschwitz chiese di prendere il posto di un padre di famiglia condannato a morte; o a Santa Teresa di Calcutta, che spese la sua esistenza al servizio dei più poveri tra i poveri; o al Vescovo Sant’Oscar Romero, assassinato sull’altare per aver difeso i diritti degli ultimi contro i soprusi dei prepotenti. E così possiamo fare la lista di tanti santi, tanti: quelli che veneriamo sugli altari e altri, che a me piace chiamare i santi “della porta accanto”, quelli di tutti i giorni, nascosti, che portano avanti la loro vita cristiana quotidiana. Fratelli e sorelle, quanta santità nascosta c’è nella Chiesa!

 Riconosciamo tanti fratelli e sorelle plasmati dalle Beatitudini: poveri, miti, misericordiosi, affamati e assetati di giustizia, operatori di pace. Sono persone “piene di Dio”, incapaci di restare indifferenti ai bisogni del prossimo; sono testimoni di cammini luminosi, possibili anche per noi.

Domandiamoci adesso: io chiedo a Dio, nella preghiera, il dono di una vita santa? Mi lascio guidare dai buoni impulsi che il suo Spirito suscita in me? E mi impegno in prima persona a praticare le Beatitudini del Vangelo, negli ambienti in cui vivo?

Maria, Regina di tutti i Santi, ci aiuti a fare della nostra vita un cammino di santità.

 

www.vatican.va


 

 

giovedì 6 ottobre 2022

LA SANTITA' DIFFUSA

Una chiamata per tutti, facendo “tutto ciò che possiamo"

 Seconda giornata di lavori, all’Augustinianum di Roma, del convegno “La santità oggi”, promosso dal Dicastero delle Cause dei Santi, sulla definizione attuale di eroicità delle virtù cristiane. Ribadita la vocazione di tutto il popolo di Dio alla santità "della porta accanto'", come la definisce il Papa nell’esortazione Gaudete et exsultate. Riccardi (Sant'Egidio): la santità è resistenza alla disumanizzazione

 - di Alessandro Di Bussolo e Antonella Palermo – Città del Vaticano

 I santi “della porta accanto”, per dirla con Papa Francesco,  i santi canonizzati, la “classe media della santità” e le vette di chi è stato eroico nell’esercizio delle virtù, ha sacrificato la vita nel martirio o ha offerto la propria vita e le proprie sofferenze nella malattia per gli altri fino alla morte. Le diverse forme di santità, alla quale tutti siamo chiamati come figli di Dio nel battesimo, sono state al centro della seconda giornata di lavori del convegno “Santità oggi” organizzato dal Dicastero delle Cause dei Santi all’Istituto Augustinianum di Roma, e dedicata all’ “eroicità cristiana tra perennità e attualizzazione”.

Padre Faggioni: la Lumen Gentium e la chiamata universale alla santità

Padre Maurizio Faggioni, francescano minore e docente di Bioetica all’Accademia Alfonsiana, al quale è stata affidata la relazione del pomeriggio, sulla “chiamata universale alla santità e santità canonizzabile oggi” ha citato san Paolo, quando nella Lettera agli Efesini scrive che il Padre “ci ha scelti, prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità”. E poi la costituzione conciliare Lumen Gentium, che al punto 40 chiarisce che “I seguaci di Cristo, chiamati da Dio” nel battesimo della fede “sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi”.

Le virtù cristiane, non esclusiva dei santi canonizzati

Padre Faggioni ha citato anche l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate di Papa Francesco, scritta nel 2018 con l’obiettivo di “far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità. Perché il Signore ha scelto ciascuno di noi ‘per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità’ ”. Le virtù cristiane, che non sono una esclusiva dei santi canonizzati, ha sottolineato il relatore, “ma sono e devono essere lo stile di ogni cristiano”, possono essere esercitate, scrive il Papa “in modo ordinario e in modo straordinario”. E accanto ai santi già beatificati e canonizzati, aggiunge, “mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere”.

Suor Melone: l'idea sbagliata della santità irraggiungibile

In mattinata, intervenendo sulla “perenne attualità dei santi”, suor Mary Melone, teologa già rettore della Pontificia Università Antonianum e oggi superiora generale delle Suore Francescane Angeline, ha ricordato che nonostante il cammino della Chiesa dalla Lumen Gentium alla Gaudete et exsultate, “rimane ancora molto diffusa l’idea della santità come di un qualcosa di irraggiungibile, della eroicità delle virtù come di una condizione di superiorità che non è alla portata di tutti”. Ma deve essere chiaro, ha sottolineato la religiosa, che “l’eroicità delle virtù non può essere intesa come l’impegno con cui l’uomo si guadagna da solo, con le proprie forze, la salvezza”, ma “si configura come risposta al dono di grazia di Dio”. Eroicità per i santi, ribadisce anche nell’intervista a Vatican News, “vuol dire dare tutto ciò che possono”, e questo “è alla portata di tutti i cristiani”.

Francesco d'Assisi e i santi che parlano a tutte le lingue

Il santo, ha proseguito suor Melone, “è imitabile non tanto nei suoi singoli gesti e nei suoi comportamenti, quanto piuttosto perché egli esercita una forza di attrazione tale da spingere anche altri a cercare, sul suo esempio, la propria forma di sequela di Cristo”. E ciò che attrae nell’esempio dei santi “è la percezione di una vita bella, pienamente riuscita. Nel vissuto dei santi si coglie con immediatezza il dilatarsi delle potenzialità dell’umano ad opera dell’amore di Dio”. E ciò che li rende contemporanei ad ogni uomo, in ogni epoca, “è l’aver assunto in pienezza la forma di Cristo, il loro poter dire”, come san Paolo ai Galati, “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Parlando di san Francesco di Assisi, nel giorno della sua festa, la religiosa francescana ha sottolineato la sua peculiarità “data dal fatto che ogni generazione, in ogni epoca, ha ritenuto il messaggio di Francesco attuale per il proprio tempo”, e “lo ha riconosciuto contemporaneo a sé, alla propria situazione di vita di fede”.

Perché i santi affascinano, e il loro fascino dura nel tempo, come ad esempio Francesco che ricordiamo oggi? Perché lo possiamo definire un santo per tutti i tempi?

Perché i santi hanno la capacità, in maniera più evidente ed immediata, di comunicarci la freschezza del Vangelo. Ci fanno capire nel tempo che il Vangelo ha una logica che è per l'uomo, che dà la pienezza di vita all'uomo, e questo affascina. I santi lo traducono nella loro vita, e l'uomo in ogni tempo se ne sente attratto.

Su san Francesco lei sottolineava che ogni generazione ha visto il suo messaggio attuale, per il suo tempo…

Francesco in modo particolare ha un fascino perché ha accolto alcune dimensioni del Vangelo che riescono a parlare tutte le lingue. Ieri si diceva, nell'apertura del convegno, che santi come lui riescono a parlare anche lingue di non credenti. Il suo messaggio di fratellanza universale sicuramente riesce a raggiungere il cuore di tanti e vorrei dire anche di tanti giovani. Chi ha l'occasione di andare ad Assisi vede che i luoghi di Francesco sono i luoghi forse tra i più frequentati dai giovani. Forse perché Francesco con quel suo amore semplice, libero, che la povertà esprime, riesce davvero a toccare quelle attese che sono in ciascuno di noi, ma forse particolarmente nei giovani.

 Il messaggio della povertà, però, in questi tempi del “tutto subito” è un po' più difficile da capire…

La povertà di Francesco è difficile e complessa, e la storia del francescanesimo lo attesta. Però ha un contenuto di libertà: la povertà di Francesco più che privazione è libertà dal dominio delle cose e libertà anche dalla paura. È per questo che attraversa i secoli: perché questo forma di povertà è una forma che libera il cuore.

Lei si chiedeva anche: ma se i santi sono esempio di eroicità delle virtù, come possono anche essere imitati? La loro non è una perfezione irraggiungibile?

La tentazione di considerarli irraggiungibili c'è sempre, anche perché il linguaggio non ci aiuta. L'eroicità, noi la decodifichiamo con le immagini degli eroi che la nostra cultura ci presenta. Ma per i santi vuol dire dare tutto ciò che possono, e questo è possibile per ogni uomo. C'è una santità canonizzabile che ovviamente ha alcuni criteri per un giudizio, ma questo “tutto ciò che possiamo” è alla portata di tutti. Non a caso la Gaudete et exsultate ricorda che la santità è una chiamata che riguarda tutti cristiani

Ci può spiegare cosa intendeva, dicendo che i santi possono essere imitati per generatività?

Intendo generatività come quella forza di attrazione che un santo pone. Chi va, per esempio, a visitare i luoghi dove ha vissuto un santo, di solito ne esce affascinato, colpito, sicuramente da ciò che ha scoperto e ha conosciuto ma porta via, normalmente, il desiderio di fare qualcosa di simile. E quindi l'esempio è generativo suscita un desiderio di fare la stessa cosa, secondo le proprie capacità.

Ronzani: il santo, non emancipato da Dio, ma incorporato a Cristo

Prima di suor Melone era intervenuto l’agostiniano padre Rocco Ronzani, docente dell’Istituto Augustinianum, su “L’attualità della santità in una prospettiva patristica”, sottolineando che in sant’Agostino e nei Padri, il santo non è “emancipatus” da Dio, ma “incorporato a Cristo che lo emancipa dalla schiavitù del peccato”.

Manes: le Beatitudini, manuale di santità donato da Gesù

Sempre nella sessione del mattino, due relatrici hanno affrontato il tema de “Le Beatitudini, via alla santità”. Rosalba Manes, docente di Teologia biblica della Pontificia Università Gregoriana, ha ricordato che nella Gaudete et exsultate il Papa chiarisce che Gesù ci ha spiegato, con semplicità cos’è essere santi nel discorso delle Beatitudini, perché “In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita”. E i beati sono felici grazie alla “consolazione, sazietà, visione di Dio e comunione con Lui, beni annunciati da Gesù che non riguardano il futuro ma il presente che egli è venuto a qualificare”. Gesù, ha concluso la teologa “con le Beatitudini annuncia il programma della sua vita e missione, descrive il suo stile mite, misericordioso e improntato alla giustizia, la sua vita ‘a braccia aperte’, quella che ognuno di noi con il battesimo è chiamato a vivere per fiorire in pienezza”.

Anes Bello: la piccola schiera dei santi contro il male

Dopo di lei Angela Anes Bello, già docente di Storia della filosofia alla Pontificia Università Lateranense, ha sottolineato come nelle Beatitudini Gesù non parli astrattamente di mitezza o povertà, ma di coloro che “concretamente mostrano di essere miti o poveri”. La santità, ha spiegato, “che può e deve mostrarsi già in questa vita, è finalizzata all’accordo, alla pace fra gli esseri umani, accordo che si può ottenere essendo miti, misericordiosi, giusti, pacifici, semplici, trasparenti, e tutto ciò si ottiene attraverso un processo di perfezionamento e di superamento del male”. Una parola che non è presente nel discorso di Cristo, “ma tutti gli atteggiamenti descritti dimostrano la necessità di una lotta contro le tendenze negative, contro quello che sant’Agostino definisce il male morale”. L’ideale non è la sofferenza, ha concluso Anes Bello, “come sembrerebbe ad una lettura superficiale, ma l’ideale è un modo migliore che non si ottiene senza sofferenza. Se tutti accettassero di essere miti, misericordiosi, giusti, non ci sarebbero più persecuzioni. Ma il male continua ad essere presente nel mondo, la santità è propria di coloro che sono il sale della terra, una piccola schiera che può diventare sempre più numerosa se ci si mette alla sequela della Parola”. 

Riccardi: la santità è resistenza alla disumanizzazione

Di santità degli scartati e di chi vive accanto a loro si è occupato nell'ambito del convegno lo storico e fondatore della Comunità di Sant'Egidio Andrea Riccardi. Il suo è stato un attraversamento di figure che hanno testimoniato una vita rifiutata o accanto a poveri ridotti a “immondizia che non ha valore”. Cosa significa parlare di santità in un mondo dove gli slums ospitano il 31% della popolazione mondiale e ci abita il 72% della popolazione subsahariana? E' stato mosso da questo interrogativo l’intervento del fondatore della Comunità di Sant’Egidio che, dopo aver citato Papa Francesco, è tornato a ciò che hanno scritto sul tema don Tonino Bello, san Giovanni Crisostomo, il cardinal Wojtyla. Si è soffermato in particolare sull’esperienza di chi ha finito i propri giorni nei campi di sterminio nazisti, segno di quella che ha definito “corrente impetuosa di santità”, “vittoria disarmata della santità sulla disumanizzazione di un sistema di disprezzo e di odio che voleva nullificare l’uomo”. Padre Massimiliano Kolbe, Titus Brandsma sono solo alcuni esempi.

Suor Emmanuelle e fratel Carlo, apostoli degli scartati

Di suor Emmanuelle, al secolo Madeleine Cinquin, religiosa di Sion, soprannominata ‘l’angelo degli straccivendoli’ poiché ha vissuto a lungo in mezzo ai bambini di una bidonville a Il Cairo, Riccardi ha parlato ampiamente ricordando quanto lei usava ripetere: "I poveri mi hanno insegnato il Vangelo che avevo letto sulla carta". È alla luce di storie come questa che lo storico della Chiesa ha scandito come sia “insensata la contrapposizione tra spiritualità e solidarietà”. Infine il pensiero è andato alla fede e alla preghiera di tanti rifugiati morti nelle traversate in mare: “un mondo inesplorato”, ha affermato. E, ancora, alla recente canonizzazione di fratel Carlo di Gesù, importante proprio perché additava alla Chiesa degli inizi del '900 “la dislocazione in mezzo agli scartati come via alla santità”. Studiare questa santità inutile, è stato l’invito di Riccardi, con pazienza e finezza spirituale perché non vadano disperse queste gocce di vita e di sangue.

  Vatican News

sabato 12 febbraio 2022

BEATI VOI !


 - Ger 17,5-8; Sal 1; 1Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26

 + Dal Vangelo secondo Luca  

- Lc 6,17.20-26

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.

Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:

«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.

Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.

Beati voi, che ora piangete, perché riderete.

Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo, infatti, agivano i loro padri con i profeti.

Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.

Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.

Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.

Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo, infatti, agivano i loro padri con i falsi profeti».

 Commento di p. Marc Augé

Nel breve brano di Geremia (prima lettura) ascoltiamo lo stesso messaggio del salmo responsoriale: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore”. Anzi, il salmo responsoriale riprende le parole di Geremia e le sviluppa con nuove immagini. Che senso ha confidare nel Signore, porre la legge di Dio al centro della nostra vita? Che significa scegliere la via non di rado faticosa del bene? “Confidare nel Signore” significa porre il fondamento dell’edificio della propria esistenza in Dio. Il contrario equivale a costruire l’esistenza sulla fragilità ed i limiti delle proprie risorse. Due vie o due possibili scelte. Su questo dualismo legato alle decisioni umane, si articola anche la struttura delle beatitudini, che il vangelo d’oggi ci propone nell’originale versione di san Luca. 

 Le beatitudini sono l’espressione più genuina del messaggio evangelico, e quindi possono essere considerate come una sintesi della fisionomia morale del discepolo di Gesù. Nel testo che ci offre Luca emerge con insistenza l’esaltazione della povertà che l’evangelista presenta come una chiara esigenza per colui che intende seguire Gesù. Infatti, la prima beatitudine, che definisce e specifica tutte le altre, inizia con queste parole: “Beati voi poveri…”, e in seguito: “Beati voi che ora avete fame…” Nella redazione di san Luca, alla serie delle quattro beatitudini segue poi quella delle quattro maledizioni o dei quattro “guai”: “Ma guai a voi, ricchi… Guai a voi, che ora siete sazi…”. La povertà esaltata dalle beatitudini, pur essendo una vera povertà, non è una misura mortificante di austerità, non è disprezzo dei beni di questo modo; viene piuttosto presentata come una situazione che diventa segno della disposizione totale del cuore di colui che intende seguire Gesù povero e stabilire con lui una vera comunione di vita. Il povero è beato, perché ha le mani e il cuore aperti all’attesa di Dio, che non delude. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che “la vera felicità non si trova né nella ricchezza o nel benessere, né nella gloria umana o nel potere, né in alcuna attività umana, per quanto utile possa essere, come le scienze, le tecniche e le arti, né in alcuna creatura, ma in Dio solo, sorgente di ogni bene e di ogni amore” (n. 1723). Santa Teresa di Gesù lo dice sinteticamente: “a chi possiede Dio non manca nulla: Dio solo basta”.

 Si potrebbe riassumere il messaggio della parola di Dio in questa domenica con le parole dell’antifona d’ingresso, tratte dal Sal 30: Dio è “mio baluardo e mio rifugio”, o anche col ritornello del salmo responsoriale: “Beato l’uomo che confida nel Signore”; chi confida in Lui, non resterà mai deluso. Ci viene proposta una scelta di campo, un’opzione che in definitiva è tra l’autosufficienza e la totale fiducia nel Signore. Nel brano proposto come seconda lettura, san Paolo ribadisce indirettamente questa stessa dottrina quando afferma che per la potenza di Dio Cristo è risorto e quindi anche per noi si dischiude la speranza della risurrezione: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti”. Si tratta sempre di riporre ogni nostra speranza nel Signore.

Alzo gli occhi

 

 

sabato 28 novembre 2020

LA BEATITUDINE DELLA QUOTIDIANITA'


 José  Tolentino Mendonça

Beati coloro che moltiplicano con larghezza i gesti di misericordia, poiché la misericordia li illuminerà. 

Beati coloro che donano fino a restare a mani vuote, poiché Dio di nuovo le riempirà. 

Beati coloro che credono nel potere di moltiplicazione che il dono detiene, poiché vedranno manifestarsi molte volte il miracolo dell’amore. 

Beati coloro che non si sottraggono all’incontro con i poveri, poiché con i poveri impareranno cose che ignoravano riguardo a Dio. 

Beati coloro che non si barricano nel condominio dell’indifferenza, poiché scopriranno che è nello spazio aperto della vita solidale che il vento di Dio spira meglio. 

Beati i compassionevoli, poiché vedranno cadere a terra tanti pregiudizi. 

Beati coloro che con la mitezza rompono il muro delle certezze implacabili, poiché sperimenteranno dentro di sé che sono altre le vie della consolazione.

Beati coloro che per la giustizia provano vera fame e vera sete: non mancheranno di essere saziati. 

Beati coloro che sanno il valore di uno sguardo puro, poiché nel mezzo della confusione del mondo vedranno Dio stesso. 

Beati coloro che avvertono l’appello ad afferrare il presente con mani gentili, poiché diverranno, senza saperlo, anche le levatrici del futuro. 

Beati coloro che faticano quotidianamente per la pace: questo fa dei mortali i figli di Dio.

 

 www.avvenire.it

 

sabato 16 febbraio 2019

LE BEATITUDINI CARTA DI IDENTITÀ' E PROGRAMMA DI VITA PER OGNI CRISTIANO

Papa Francesco: «”Come si fa per diventare un buon cristiano?”, qui troviamo la risposta di Gesù che ci indica cose “tanto controcorrente” rispetto a quello che abitualmente “si fa nel mondo”»

Dal Vangelo secondo Luca: 
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. 
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

Papa Francesco ha detto che le Beatitudini sono «la carta d’identità del cristiano». Commentando il Vangelo, il Pontefice ha chiesto: «”Come si fa per diventare un buon cristiano?”, qui troviamo la risposta di Gesù che ci indica cose “tanto controcorrente” rispetto a quello che abitualmente “si fa nel mondo”. Beati i poveri in spirito. “Le ricchezze non ti assicurano niente. Di più: quando il cuore è ricco, è tanto soddisfatto di se stesso, che non ha posto per la Parola di Dio».
LA CONSOLAZIONE DI GESU’. Il Mondo ci propone alcune gioie: «La felicità, il divertimento», ma «ignora, guarda da un’altra parte, quando ci sono problemi di malattia, problemi di dolore nella famiglia. Il mondo non vuole piangere, preferisce ignorare le situazioni dolorose, coprirle. Soltanto la persona che vede le cose come sono, e piange nel suo cuore, è felice e sarà consolata. La consolazione di Gesù, non quella del mondo. Beati i miti in questo mondo che dall’inizio è un mondo di guerre, un mondo dove dappertutto si litiga, dove dappertutto c’è l’odio. E Gesù dice: niente guerre, niente odio, pace, mitezza».
LE BEATITUDINI. La mitezza, oggi, ha proseguito Francesco, è intesa come «stoltezza». Invece è il contrario perché  «con questa mitezza avrai in eredità la Terra». Beati dunque quelli «che lottano per la giustizia, perché ci sia giustizia nel mondo. È tanto facile entrare nelle cricche della corruzione, quella politica quotidiana del do ut des. Tutto è affari. E quante ingiustizie. Quanta gente che soffre per queste ingiustizie». Ma Gesù dice: «Sono beati quelli che lottano contro queste ingiustizie». Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. I misericordiosi sono «quelli che perdonano, che capiscono gli errori degli altri, perché tutti noi siamo un esercito di perdonati! Tutti noi siamo stati perdonati. E per questo è beato quello che va per questa strada del perdono. Beati i puri di cuore, che hanno un cuore semplice, puro, senza sporcizie, un cuore che sa amare con quella purità tanto bella. Beati gli operatori di pace. Ma, è tanto comune da noi essere operatori di guerre o almeno operatori di malintesi! Quando io sento una cosa da questo e vado da quello e la dico e anche faccio una seconda edizione un po’ allargata e la riporto… Il mondo delle chiacchiere. Questa gente che chiacchiera, non fa pace, sono nemici della pace. Non sono beati».
PROGRAMMA DI VITA. Questo delle Beatitudini, ha detto Bergoglio, «è il programma di vita che ci propone Gesù. Se noi volessimo qualcosa di più, Gesù ci dà anche altre indicazioni, un protocollo sul quale noi saremo giudicati», che è contenuto nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: «Sono stato affamato e mi hai dato da mangiare, ero assetato e mi hai dato da bere, ero ammalato e mi hai visitato, ero in carcere e sei venuto a trovarmi». Così «si può vivere la vita cristiana a livello di santità. Poche parole, semplici parole, ma pratiche a tutti, perché il cristianesimo è una religione pratica: non è per pensarla, è per praticarla, per farla. Oggi, se voi avete un po’ di tempo a casa, prendete il Vangelo, il Vangelo di Matteo, capitolo quinto, all’inizio ci sono queste Beatitudini; capitolo 25, ci sono le altre. E vi farà bene leggerlo una volta, due volte, tre volte. Ma leggere questo, che è il programma di santità. Che il Signore ci dia la grazia di capire questo suo messaggio».



giovedì 1 novembre 2018

SANTITA': LA VIA DELLE BEATITUDINI

PAPA FRANCESCO:
" ...... siamo uniti a tutti i santi: non solo a quelli più noti, del calendario, ma anche a quelli “della porta accanto”, ai nostri familiari e conoscenti che ora fanno parte di quella moltitudine immensa. Oggi allora è festa di famiglia. I santi sono vicini a noi, anzi sono i nostri fratelli e sorelle più veri. Ci capiscono, ci vogliono bene, sanno qual è il nostro vero bene, ci aiutano e ci attendono. Sono felici e ci vogliono felici con loro in paradiso. Per questo ci invitano sulla via della felicità, indicata nel Vangelo odierno, tanto bello e conosciuto: «Beati i poveri in spirito […] Beati i miti […] Beati i puri di cuore…» (cfr Mt 5,3-8).
Ma come? Il Vangelo dice beati i poveri, mentre il mondo dice beati i ricchi. Il Vangelo dice beati i miti, mentre il mondo dice beati i prepotenti. Il Vangelo dice beati i puri, mentre il mondo dice beati i furbi e i gaudenti. Questa via della beatitudine, della santità, sembra portare alla sconfitta. Eppure – ci ricorda ancora la prima Lettura – i santi tengono «rami di palma nelle mani» (v. 9), cioè i simboli della vittoria. Hanno vinto loro, non il mondo. E ci esortano a scegliere la loro parte, quella di Dio che è Santo.
Chiediamoci da che parte stiamo: quella del cielo o quella della terra? Viviamo per il Signore o per noi stessi, per la felicità eterna o per qualche appagamento ora? Domandiamoci: vogliamo davvero la santità? O ci accontentiamo di essere cristiani senza infamia e senza lode, che credono in Dio e stimano il prossimo ma senza esagerare? Il Signore «chiede tutto, e quello che offre è la vera vita – offre tutto -, la felicità per la quale siamo stati creati» (Esort. ap. Gaudete ed exsultate, 1). Insomma, o santità o niente! Ci fa bene lasciarci provocare dai santi, che qua non hanno avuto mezze misure e da là “tifano” per noi, perché scegliamo Dio, l’umiltà, la mitezza, la misericordia, la purezza, perché ci appassioniamo al cielo piuttosto che alla terra.

Oggi i nostri fratelli e sorelle non ci chiedono di sentire un’altra volta un bel Vangelo, ma di metterlo in pratica, di incamminarci sulla via delle Beatitudini. Non si tratta di fare cose straordinarie, ma di seguire ogni giorno questa via che ci porta in cielo, ci porta in famiglia, ci porta a casa. Oggi quindi intravediamo il nostro futuro e festeggiamo quello per cui siamo nati: siamo nati per non morire mai più, siamo nati per godere la felicità di Dio! Il Signore ci incoraggia e a chi imbocca la via delle Beatitudini dice: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,12). La Santa Madre di Dio, Regina dei santi, ci aiuti a percorrere con decisione la strada della santità; lei, che è la Porta del cielo, introduca i nostri cari defunti nella famiglia celeste".


sabato 6 ottobre 2018

PAPA FRANCESCO: CAMMINO, BENE, BEATITUDINI, SERVIZIO, ACCOGLIENZA, LIBERTA', CREATIVITA' ....

"A voi, giovani, che avete parlato, che avete dato la vostra testimonianza, che avete fatto una strada, dico: questa è la prima risposta. Fate la vostra strada. Siate giovani in cammino, che guardano gli orizzonti, non lo specchio. Sempre guardando avanti, in cammino, e non seduti sul divano. Tante volte mi viene da dire questo: un giovane, un ragazzo, una ragazza, che sta sul divano, finisce in pensione a 24 anni: è brutto, questo! E poi, voi lo avete detto bene: che mi fa trovare me stesso non è lo specchio, il guardare come sono. Trovare me stesso è nel fare, nell’andare alla ricerca del bene, della verità, della bellezza. Lì troverò me stesso.
.......
Poi, in questa strada, un’altra parola che mi ha colpito è l’ultima. E’ stata forte quell’ultima, ma è vera… Chi l’ha fatta?... Tu. È stata forte: la coerenza. La coerenza di vita. Faccio un cammino, ma con coerenza di vita. E quando voi vedete una Chiesa incoerente, una Chiesa che ti legge le Beatitudini e poi cade nel clericalismo più principesco e scandaloso, io capisco, io capisco... Se sei cristiano, prendi le Beatitudini e mettile in pratica. ....... , segui la strada delle Beatitudini. Non la strada della mondanità, la strada del clericalismo, che è una delle perversioni più brutte della Chiesa. Coerenza di vita. Ma anche voi [si rivolge ai giovani], dovete essere coerenti nella vostra strada e domandarvi: “Io sono coerente nella mia vita?”. Questo è un secondo principio.
C’è poi il problema delle diseguaglianze. Si perde il vero senso del potere – questo vale per la domanda sulla politica –, si perde quello che Gesù ci ha detto, che il potere è il servizio: il vero potere è servire. Altrimenti è egoismo, è abbassare l’altro, non lasciarlo crescere, è dominare, fare schiavi, non gente matura. Il potere è per far crescere la gente, per farsi servitori della gente. Questo è il principio: sia per la politica, sia per la coerenza delle vostre domande.
Poi, altre domande… Vi dirò una cosa. Per favore, voi, giovani, ragazzi e ragazze, voi non avete prezzo! Non siete merce all’asta! Per favore, non lasciatevi comprare, non lasciatevi sedurre, non lasciatevi schiavizzare dalle colonizzazioni ideologiche che ci mettono idee nella testa e alla fine diventiamo schiavi, dipendenti, falliti nella vita. Voi non avete prezzo: questo dovete ripetervelo sempre: io non sono all’asta, non ho prezzo. Io sono libero, sono libera! Innamoratevi di questa libertà, che è quella che offre Gesù.
Poi ci sono due cose – e vorrei finire con questo – tra le idee che voi avete detto e alle quali i Padri sinodali risponderanno dialogando con le vostre domande. La prima è sull’uso del web. È  vero: l’interconnessione con il digitale è immediata, è efficace, è rapida. Ma se tu ti abitui a questo, finirai – e questo che dirò è reale – finirai come una famiglia dove, a tavola, a pranzo o a cena, ognuno sta con il telefonino e parla con altre persone, o fra loro stessi comunicano col telefonino, senza un rapporto concreto, reale, senza concretezza. Ogni strada che voi farete, per essere affidabile, dev’essere concreta, come le esperienze, tante esperienze che voi avete detto qui. Nessuna delle testimonianze che voi avete dato oggi era “liquida”: tutte erano concrete. La concretezza. La concretezza è la garanzia per andare avanti. Se i media, se l’uso del web ti porta fuori dalla concretezza, ti rende “liquido”, taglialo. Taglialo. Perché se non c’è concretezza non ci sarà futuro per voi. Questo è sicuro, è una regola della strada e del cammino.
E poi, questa concretezza anche nell’accoglienza. Tanti dei vostri esempi, che avete fatto oggi, sono sull’accoglienza. Michel ha fatta questa domanda: “Come vincere la mentalità sempre più diffusa che vede nello straniero, nel diverso, nel migrante, un pericolo, il male, il nemico da cacciare?”. Questa è la mentalità dello sfruttamento della gente, di fare schiavi i più deboli. È  chiudere non solo le porte, è chiudere le mani. 
E oggi sono un po’ di moda i populismi, che non hanno niente a che vedere con ciò che è popolare. Popolare è la cultura del popolo, la cultura di ognuno dei vostri popoli che si esprime nell’arte, si esprime nella cultura, si esprime nella scienza del popolo, si esprime nella festa! Ogni popolo fa festa a suo modo. Questo è popolare. Ma il populismo è il contrario: è la chiusura di questo su un modello. Siamo chiusi, siamo noi soli. E quando siamo chiusi non si può andare avanti. State attenti. È la mentalità che ha detto Michel: “Come vincere la mentalità sempre più diffusa che vede nello straniero, nel diverso, nel migrante un pericolo, il male, il pericolo da cacciare?”. Si vince con l’abbraccio, con l’accoglienza, con il dialogo, con l’amore, che è la parola che apre tutte le porte........ "