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sabato 4 ottobre 2025

UN ANIMO RETTO


La rettitudine è un modus vivendi che richiede una costante vigilanza e consapevolezza interiore di quanto si dice, si fa e si pensa




 XXVII domenica del tempo ordinario 

Ab 1,2-3; 2,2-4; Sal 94 (95); 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10

 Commento di Ester Abbattista

 La prima lettura di questa domenica, tratta dal profeta Abacuc, è di un’attualità impressionante. L’incipit è un grido di dolore quasi disperato: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese».

Scrivo «quasi disperato», perché il fatto stesso che tale grido venga rivolto a Dio è segno che ancora una speranza c’è, che la possibilità che «qualcuno» intervenga» è ancora viva. Dall’altra parte, però, in tale grido vi è anche un’accusa: «Perché resti spettatore dell’oppressione?».

C’è dunque una situazione di violenza, ci sono oppressi e oppressori, e a volte è davvero difficile fare un distinguo tra di essi; perché se è tipico della violenza opprimere, è anche vero che l’oppresso può a sua volta rispondere con la violenza, scatenando così lo straziante dilemma di dove inizia e dove finisce la sottile linea tra legittima difesa e aggressione: anche l’oppresso può rischiare di divenire oppressore. In questo intreccio così complesso, che spesso le situazioni di violenza portano con sé, si alza il grido verso Dio: «Perché non intervieni?».

E, come sempre, la risposta di Dio è spiazzante, proprio perché invita a guardare la realtà da un punto di vista «altro», si potrebbe dire dall’alto e, in questo caso, ancor meglio, dalla «fine»: «Il Signore rispose e mi disse: “Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette, perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”».

Ci sono due elementi importanti in questa risposta di Dio: «l’animo retto» e il fatto che «il giusto vivrà per la sua fede». Ora, riguardo al primo elemento, chi è colui/colei che ha un animo retto? Tutti sono brave persone; tutti, chi più chi meno, cercano di essere retti, ma di fatto più si è retti e più ci si accorge di non esserlo del tutto. Faccio un esempio per chiarire: più polvere c’è su di un tavolo e più non è possibile accorgersi di altra polvere che sopraggiunge, ma se il tavolo è ben spolverato ecco che il granello di polvere che vi si deposita è subito visibile.

La rettitudine è un modus vivendi che richiede una costante vigilanza e consapevolezza interiore di quanto si dice, si fa e si pensa: più tale «vigilanza» è attiva e più si percepisce ciò che non è retto, si percepiscono i propri limiti, la necessità di un cammino continuo che non porterà mai definitivamente alla meta di «un animo retto». Tutto questo per dire che se la speranza di salvarsi si basa sul livello di rettitudine, è una speranza assai vana. Ma c’è l’altro elemento che controbilancia e mantiene, invece, viva questa speranza: la fede. Quella fede che, direbbe Paolo, ci rende giusti (Rm 5,1) e, come dice il profeta Abacuc, ci farà vivere.

«Fino a quando, Signore?». La fede, a stento visibile come un granello di senape, ma allo stesso tempo potente come la forza evangelica capace di sradicare, spostare e piantare un albero in un luogo così inadatto come il mare, ci insegna che tutto ha un termine, che il male per quanto orribile e terribile ha già un termine, è di per sé finito, limitato. Anche se produce morte e distruzione, non è eterno e soprattutto non ha l’ultima parola; l’orizzonte è un altro e solo la fede può aprirci il varco per contemplarlo già ora, già qui.

Bisogna allora passivamente attendere questa fine? Magari diventando giorno dopo giorno insensibili al male, alla violenza, all’oppressione? No, ma tutto questo ci dovrebbe stimolare a volgere lo sguardo in alto per guardarci veramente dentro, per diventare sempre più sensibili di fronte a quel granello di polvere che ci portiamo dentro, imparando così a entrare nella complessità della nostra realtà, che non è mai del tutto bianca o del tutto nera, in cui l’oppresso e l’oppressore non sono sempre delle parti così distinte e nette, e imparando ad accogliere quella giustizia che produce vita proprio perché promuove la vita; allora «Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo» (Sal 85,12).

 Il Regno

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martedì 16 settembre 2025

ODIARE. UNA PATOLOGIA


       Il risentimento dilaga ovunque 

ma non è una condizione naturale.

 Si tratta piuttosto di una malattia 

da cui si può, e si deve, guarire

con l’apertura di mente e cuore.

 

-         di Vito Mancuso

-          

Odio: sembra proprio questa la condizione del cuore e della mente della politica mondiale e nazionale, e siccome la politica è nel bene e nel male la cartina di tornasole della condizione della società, la sconsolata conclusione da trarre è che siamo destinati a sprofondare sempre più in un mare di odio, di risentimento, di aggressività, di violenza. 

L’odio, infatti, purtroppo genera odio.

 L’assassinio del giovane politico americano Charlie Kirk da parte del giovanissimo studente Tyler Robinson sembra proprio che abbia avverato quanto afferma la Bibbia: “E poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta” (Osea 8,7). Può anche avvenire però che non si sia seminato vento e tuttavia si raccolga lo stesso tempesta: Gandhi, i due Kennedy, Martin Luther King, Aldo Moro ne sono alcuni tragici esempi. L’odio appare quindi una passione distruttiva che pervade la storia da sempre: Caino uccide Abele, Romolo uccide Remo, Socrate viene ucciso dai democratici, Gesù dai teocratici, guerre a non finire, pulsioni ataviche di vendetta: e il Novecento, definito “secolo dei genocidi”, ai nostri giorni replica sanguinosamente se stesso … 

Ma che ruolo ha l’odio nella struttura del mondo? È strutturale, è naturale? Oppure è sopravvenuto e innaturale? Qual è il rapporto dell’odio con la logica della vita nel mondo? Penso che la mia risposta vada controcorrente, perché, a differenza dei più, io ritengo che l’odio non sia naturale ma costituisca una patologia, e che quindi il suo dissolvimento costituisca un ritorno alla fisiologia, una guarigione. 

Una patologia

Di cosa l’odio costituisce una patologia? Di quella condizione strutturale che Eraclito chiamava polemos, quando scriveva che “il conflitto (polemos) è padre di tutte le cose e di tutte è re”. A questa celebre affermazione egli affiancava la consapevolezza complementare dell’armonia, per l’antico filosofo ancora più fondamentale: “Da elementi che discordano si ha la più bella armonia”. Eraclito (insieme a Empedocle) fu il primo in Occidente a sottolineare la condizione conflittuale che strutturalmente inerisce all’essere e che però, ben lungi dal condurre al nulla, produce l’armonia da cui si generano gli enti, la vita, l’intelligenza, la cultura. 

Perché allora l’odio predomina a tal punto nella vita politica e sociale dei nostri giorni? 

La mia risposta è: perché i più tra noi sono spiritualmente malati, e lo sono perché le nostre società sono a loro volta spiritualmente malate in quanto hanno smarrito ogni riferimento etico e valoriale che sappia imporsi ai soggetti e dirigerne l’agire. 

Il conflitto

Eraclito vedeva bene, oggi la scienza conferma la sua visione, nella natura vi è il conflitto già a partire dalla condizione della materia, gli astrofisici significativamente parlano di galassie cannibali e di voraci buchi neri. Se poi si passa alla biologia la situazione diventa ancora più conturbante perché entra in scena il sangue, l’elemento della vita e al contempo della morte. Però attenzione: nelle stelle, nei quasar, nei buchi neri, così come negli animali che lottano per la vita nutrendosi di vita altrui, non vi è odio. Il leone non odia la gazzella, la gazzella non odia l’erba. Nel mondo naturale non vi è odio, perché l’odio è una patologia della mente evoluta; più precisamente, della mente umana alle prese con il conflitto che inerisce strutturalmente all’essere e che essa non sa dominare ma ne diventa vittima. La mente che domina il conflitto lotta contro il proprio avversario ma non lo odia; la mente dominata dal conflitto, invece, lo odia.

L’avversario 

Nel primo caso si vuole sconfiggere l’avversario, ma non annientarlo, e questo perché si sente che l’avversario è, a ben vedere, parte di noi, nel senso che senza di esso la nostra stessa identità non sarebbe quello che è: come la sinistra non sarebbe senza la destra, gli atei senza i credenti, la Juve senza l’Inter. L’odio, invece, vuole annientare. E nel suo furore accecante che lo rende ignorante, non comprende che l’annientamento del nemico comporterebbe il venir meno anche della propria identità, la quale senza il nemico non avrebbe più il polo opposto in base a cui determinarsi. 

L’odio è una malattia, una patologia dello spirito: non a caso ebraismo, cristianesimo e islam ritengono che Satana (chiamato dal Corano Iblis) sia un angelo decaduto, e l’angelo è puro spirito. Quando la libertà si ammala, pone la consapevolezza e la creatività non più al servizio della responsabilità ma del suo contrario che è la distruzione. Si ha così la malignità, cioè la lucida volontà di male. Tale volontà maligna può essere indirizzata a una persona, a un gruppo, a un popolo, a un’istituzione, oppure essere generalmente rivolta al mondo e condotta per il mero piacere del male, per il gusto sadico e perverso di infliggere sofferenza e morte. 

Normalmente non si pensa che l’odio sia una patologia; anzi, lo si contrappone all’amore come forza di uguale e contrapposta potenza. Non solo, si ritiene persino che l’odio aiuti a comprendere meglio dell’amore in quanto dotato di una sua invidiabile lucidità. Io non sottovaluto la forza dell’odio, ma contesto che sia veramente intelligente. Penso anzi che in realtà l’odio sappia vedere solo se stesso e non l’altro nella sua realtà effettiva; anche quando vede l’altro, chi odia vede in realtà solo il proprio pregiudizio che gli impedisce di riconoscere il bene dell’altro. L’odio vede, ma non con quello sguardo retto che fa posare l’occhio sull’altro cogliendolo per quello che veramente è; no, l’occhio vede con uno sguardo deformato dall’energia negativa che fa desiderare la distruzione. 

La rettitudine

La vera comprensione richiede invece rettitudine, anzitutto nel senso di sguardo retto, di “retta visione”, come dice la prima disposizione dell’ottuplice sentiero insegnato dal Buddha. Da qui si genera apertura mentale e del cuore, ovvero empatia. L’odio quindi non è intelligente ma stupidamente circoscritto. 

Rimane un’ultima questione: l’odio è forte? Certo, l’odio è forte, a volte fortissimo. Ma anche il cancro lo è, le cellule cancerogene possono essere molto più vitali delle cellule sane, sono affamatissime, violente, aggressive. Il risultato però qual è? La morte dell’organismo, e quindi anche la loro, cioè la massima impotenza. Questo si spiega in base al fatto che l’essere è retto dalla logica del sistema, cioè della relazione armoniosa, e che ciò che è conforme a tale logica fa fiorire la vita, mentre ciò che non lo è, la fa sfiorire introducendo morte. Non si tratta quindi di essere necessariamente buoni nello scegliere di rifiutare l’odio. Si tratta più semplicemente di essere intelligenti: di capire la logica che ci ha portato all’esistenza e di conformarci a essa (come un capitano di veliero che capisce il gioco dei venti e dispone la sua barca di conseguenza). Per questo eliminare l’odio al proprio interno, mantenendo il conflitto ma non odiando, significa rimanere sani. Ancor prima che per benevolenza verso l’altro, è un grande gesto di cura verso se stessi. 

Liberarsi dall’odio, mantenendo il conflitto ma abolendo la volontà annientatrice, è ciò di cui hanno bisogno le nostre menti e le nostre società per tornare a produrre una politica come reale servizio al bene comune.

E di quanto questo nostro mondo abbia bisogno di tale rinascita, non c’è bisogno di dire.

La Stampa

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mercoledì 3 aprile 2024

BEATI I GIUSTI

"L’uomo giusto è retto, semplice e schietto, 

non indossa maschere"

 


-di Veronica Giacometti - -         Città del Vaticano, (ACI Stampa).

 

Papa Francesco torna in Piazza San Pietro per l'Udienza Generale. "Buona Pasqua", dice subito Papa Francesco. Poi, il Papa, continuando il ciclo di catechesi su “I vizi e le virtù”, incentra la sua riflessione sul tema "La Giustizia".

 Francesco nella catechesi spiega che la giustizia è "rappresentata allegoricamente dalla bilancia, perché si propone di pareggiare i conti tra gli uomini, soprattutto quando rischiano di essere falsati da qualche squilibrio".

 "Tutti comprendiamo come la giustizia sia fondamentale per la convivenza pacifica nella società: un mondo senza leggi che rispettano i diritti sarebbe un mondo in cui è impossibile vivere, assomiglierebbe a una giungla. Senza giustizia, non c’è pace. Infatti, se la giustizia non viene rispettata, si generano conflitti. Senza giustizia, si sancisce la legge della prevaricazione del forte sul debole", commenta Papa Francesco.

 "Le mezze verità, i discorsi sottili che vogliono raggirare il prossimo, le reticenze che occultano i reali propositi, non sono atteggiamenti consoni alla giustizia. L’uomo giusto è retto, semplice e schietto, non indossa maschere, si presenta per quello che è, ha un parlare vero. Sulle sue labbra si trova spesso la parola grazie: sa che, per quanto ci sforziamo di essere generosi, restiamo debitori nei confronti del prossimo. Se amiamo, è anche perché siamo stati prima amati", continua il Pontefice.

 Ma soprattutto il giusto "aborrisce le raccomandazioni e non commercia favori. Ama la responsabilità ed è esemplare nel vivere e promuovere la legalità. Ancora, il giusto rifugge comportamenti nocivi come la calunnia, la falsa testimonianza, la frode, l’usura, il dileggio, la disonestà. Restituisce quanto ha preso in prestito, riconosce il corretto salario agli operai", aggiunge il Papa.

 "I giusti non sono moralisti che vestono i panni del censore, ma persone rette che «hanno fame e sete della giustizia» (Mt 5,6), sognatori che custodiscono in cuore il desiderio di una fratellanza universale. E di questo sogno, specialmente oggi, abbiamo tutti un grande bisogno. Abbiamo bisogno di essere uomini e donne giusti e questo ci farà felici", conclude infine il Papa.