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martedì 16 settembre 2025

ODIARE. UNA PATOLOGIA


       Il risentimento dilaga ovunque 

ma non è una condizione naturale.

 Si tratta piuttosto di una malattia 

da cui si può, e si deve, guarire

con l’apertura di mente e cuore.

 

-         di Vito Mancuso

-          

Odio: sembra proprio questa la condizione del cuore e della mente della politica mondiale e nazionale, e siccome la politica è nel bene e nel male la cartina di tornasole della condizione della società, la sconsolata conclusione da trarre è che siamo destinati a sprofondare sempre più in un mare di odio, di risentimento, di aggressività, di violenza. 

L’odio, infatti, purtroppo genera odio.

 L’assassinio del giovane politico americano Charlie Kirk da parte del giovanissimo studente Tyler Robinson sembra proprio che abbia avverato quanto afferma la Bibbia: “E poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta” (Osea 8,7). Può anche avvenire però che non si sia seminato vento e tuttavia si raccolga lo stesso tempesta: Gandhi, i due Kennedy, Martin Luther King, Aldo Moro ne sono alcuni tragici esempi. L’odio appare quindi una passione distruttiva che pervade la storia da sempre: Caino uccide Abele, Romolo uccide Remo, Socrate viene ucciso dai democratici, Gesù dai teocratici, guerre a non finire, pulsioni ataviche di vendetta: e il Novecento, definito “secolo dei genocidi”, ai nostri giorni replica sanguinosamente se stesso … 

Ma che ruolo ha l’odio nella struttura del mondo? È strutturale, è naturale? Oppure è sopravvenuto e innaturale? Qual è il rapporto dell’odio con la logica della vita nel mondo? Penso che la mia risposta vada controcorrente, perché, a differenza dei più, io ritengo che l’odio non sia naturale ma costituisca una patologia, e che quindi il suo dissolvimento costituisca un ritorno alla fisiologia, una guarigione. 

Una patologia

Di cosa l’odio costituisce una patologia? Di quella condizione strutturale che Eraclito chiamava polemos, quando scriveva che “il conflitto (polemos) è padre di tutte le cose e di tutte è re”. A questa celebre affermazione egli affiancava la consapevolezza complementare dell’armonia, per l’antico filosofo ancora più fondamentale: “Da elementi che discordano si ha la più bella armonia”. Eraclito (insieme a Empedocle) fu il primo in Occidente a sottolineare la condizione conflittuale che strutturalmente inerisce all’essere e che però, ben lungi dal condurre al nulla, produce l’armonia da cui si generano gli enti, la vita, l’intelligenza, la cultura. 

Perché allora l’odio predomina a tal punto nella vita politica e sociale dei nostri giorni? 

La mia risposta è: perché i più tra noi sono spiritualmente malati, e lo sono perché le nostre società sono a loro volta spiritualmente malate in quanto hanno smarrito ogni riferimento etico e valoriale che sappia imporsi ai soggetti e dirigerne l’agire. 

Il conflitto

Eraclito vedeva bene, oggi la scienza conferma la sua visione, nella natura vi è il conflitto già a partire dalla condizione della materia, gli astrofisici significativamente parlano di galassie cannibali e di voraci buchi neri. Se poi si passa alla biologia la situazione diventa ancora più conturbante perché entra in scena il sangue, l’elemento della vita e al contempo della morte. Però attenzione: nelle stelle, nei quasar, nei buchi neri, così come negli animali che lottano per la vita nutrendosi di vita altrui, non vi è odio. Il leone non odia la gazzella, la gazzella non odia l’erba. Nel mondo naturale non vi è odio, perché l’odio è una patologia della mente evoluta; più precisamente, della mente umana alle prese con il conflitto che inerisce strutturalmente all’essere e che essa non sa dominare ma ne diventa vittima. La mente che domina il conflitto lotta contro il proprio avversario ma non lo odia; la mente dominata dal conflitto, invece, lo odia.

L’avversario 

Nel primo caso si vuole sconfiggere l’avversario, ma non annientarlo, e questo perché si sente che l’avversario è, a ben vedere, parte di noi, nel senso che senza di esso la nostra stessa identità non sarebbe quello che è: come la sinistra non sarebbe senza la destra, gli atei senza i credenti, la Juve senza l’Inter. L’odio, invece, vuole annientare. E nel suo furore accecante che lo rende ignorante, non comprende che l’annientamento del nemico comporterebbe il venir meno anche della propria identità, la quale senza il nemico non avrebbe più il polo opposto in base a cui determinarsi. 

L’odio è una malattia, una patologia dello spirito: non a caso ebraismo, cristianesimo e islam ritengono che Satana (chiamato dal Corano Iblis) sia un angelo decaduto, e l’angelo è puro spirito. Quando la libertà si ammala, pone la consapevolezza e la creatività non più al servizio della responsabilità ma del suo contrario che è la distruzione. Si ha così la malignità, cioè la lucida volontà di male. Tale volontà maligna può essere indirizzata a una persona, a un gruppo, a un popolo, a un’istituzione, oppure essere generalmente rivolta al mondo e condotta per il mero piacere del male, per il gusto sadico e perverso di infliggere sofferenza e morte. 

Normalmente non si pensa che l’odio sia una patologia; anzi, lo si contrappone all’amore come forza di uguale e contrapposta potenza. Non solo, si ritiene persino che l’odio aiuti a comprendere meglio dell’amore in quanto dotato di una sua invidiabile lucidità. Io non sottovaluto la forza dell’odio, ma contesto che sia veramente intelligente. Penso anzi che in realtà l’odio sappia vedere solo se stesso e non l’altro nella sua realtà effettiva; anche quando vede l’altro, chi odia vede in realtà solo il proprio pregiudizio che gli impedisce di riconoscere il bene dell’altro. L’odio vede, ma non con quello sguardo retto che fa posare l’occhio sull’altro cogliendolo per quello che veramente è; no, l’occhio vede con uno sguardo deformato dall’energia negativa che fa desiderare la distruzione. 

La rettitudine

La vera comprensione richiede invece rettitudine, anzitutto nel senso di sguardo retto, di “retta visione”, come dice la prima disposizione dell’ottuplice sentiero insegnato dal Buddha. Da qui si genera apertura mentale e del cuore, ovvero empatia. L’odio quindi non è intelligente ma stupidamente circoscritto. 

Rimane un’ultima questione: l’odio è forte? Certo, l’odio è forte, a volte fortissimo. Ma anche il cancro lo è, le cellule cancerogene possono essere molto più vitali delle cellule sane, sono affamatissime, violente, aggressive. Il risultato però qual è? La morte dell’organismo, e quindi anche la loro, cioè la massima impotenza. Questo si spiega in base al fatto che l’essere è retto dalla logica del sistema, cioè della relazione armoniosa, e che ciò che è conforme a tale logica fa fiorire la vita, mentre ciò che non lo è, la fa sfiorire introducendo morte. Non si tratta quindi di essere necessariamente buoni nello scegliere di rifiutare l’odio. Si tratta più semplicemente di essere intelligenti: di capire la logica che ci ha portato all’esistenza e di conformarci a essa (come un capitano di veliero che capisce il gioco dei venti e dispone la sua barca di conseguenza). Per questo eliminare l’odio al proprio interno, mantenendo il conflitto ma non odiando, significa rimanere sani. Ancor prima che per benevolenza verso l’altro, è un grande gesto di cura verso se stessi. 

Liberarsi dall’odio, mantenendo il conflitto ma abolendo la volontà annientatrice, è ciò di cui hanno bisogno le nostre menti e le nostre società per tornare a produrre una politica come reale servizio al bene comune.

E di quanto questo nostro mondo abbia bisogno di tale rinascita, non c’è bisogno di dire.

La Stampa

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sabato 25 giugno 2016

CHI E' IL NOSTRO NEMICO? - Il Vangelo della domenica

Gesù vuole eliminare il concetto stesso di «nemico» 
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l'ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. (...).
Vuoi che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? La reazione di Giacomo e Giovanni al rifiuto dei Samaritani è logica e umana: farla pagare, occhio per occhio. Gesù si voltò, li rimproverò e si avviò verso un altro villaggio. Nella concisione di queste parole si staglia la grandezza di Gesù. Uno che difende perfino la libertà di chi non la pensa come lui.
La logica umana dice: i nemici si combattono e si eliminano. Gesù invece vuole eliminare il concetto stesso di nemico. E si avviò verso un altro villaggio. C'è sempre un nuovo paese, con altri malati da guarire, altri cuori da fasciare, altre case dove annunciare pace.
Gesù non cova risentimenti, lui custodisce sentieri verso il cuore dell'uomo, conosce la beatitudine del salmo: beato l'uomo che ha sentieri nel cuore (Salmo 84,6). E il Vangelo diventa viaggio, via da percorrere, spazio aperto. E invita il nostro cristianesimo a non recriminare sul passato, ma ad iniziare percorsi. Come accade anche ai tre nuovi discepoli che entrano in scena nella seconda parte del Vangelo: le volpi hanno tane, gli uccelli nidi, ma io non ho dove posare il capo....