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giovedì 23 aprile 2026

LE SCOMPARSE

 


LA CRONACA E’ PIENA DI RAGAZZE E RAGAZZI CHE SI TOLGONO LA VITA O LA TOLGONO AGLI ALTRI.
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L'emergenza educativa non riguarda la fragilità dei ragazzi,

 ma degli adulti che 

non amano la vita


-Alessandro D’Avenia

La settimana scorsa ero a Roma a raccontare a un migliaio di studenti di diverse scuole se ha senso frequentare i classici, in particolare la tragedia greca. Questi ragazzi, grazie alla Fondazione Oltre, si preparano ad assistere all'Antigone di Sofocle e all'Alcesti di Euripide a Siracusa: due giovani donne capaci di dare la vita perché sanno chi sono e che cosa vogliono. Quello stesso giorno, a Roma, un 13enne e una 23enne la vita se la toglievano, il primo lanciandosi dal balcone lasciando un biglietto in cui si diceva stanco della scuola, la seconda cadendo nella tromba delle scale alla vigilia di una finta laurea, perché in realtà aveva smesso di frequentare l'università e fingeva di farlo. Non conosco motivazioni e circostanze di questi suicidi, che però mostrano l'effetto fatale della attualissima combinazione di pressione e solitudine su psicologie in formazione. La cultura dominante, prendendo dalle macchine l'interpretazione dell'umano, educa a funzionare per standard e risultati, facendo sentire i ragazzi oggetti di aspettative e non soggetti di possibilità. Il soggetto agisce, l'oggetto reagisce, il soggetto crea, l'oggetto si esaurisce, il soggetto è libero, l'oggetto è dipendente, il soggetto evolve, l'oggetto si logora, il soggetto si trasforma, l'oggetto si cambia e “si butta”, come i due ragazzi. Che cosa permette allora di sentirsi protagonisti e non comparse?

Educare è aiutare a crescere qualcosa che c'è già ma ha bisogno di essere attivato: il risultato non effetto di uno standard esteriore da raggiungere, ma di un'origine-originalità già presente da compiere. Il processo di maturazione (il paradigma di interpretazione è botanico non meccanico) avviene per energia intrinseca alla persona, se questa è messa nelle condizioni di compierlo, per le piante si dice infatti “mettere a dimora”. Queste condizioni, la dimora dell'umano, sono le relazioni primarie, che difendono da pressioni o menzogne. 

Le relazioni buone attivano il maestro interiore del ragazzo
 (il daimon socratico, la voce-vocazione) che andrà poi a cercare autonomamente nel mondo ciò che serve a realizzare la propria forma (vivere diventa così svilupparsi, cioè sperare di nascere del tutto), mentre quelle tossiche vogliono il controllo dell'altro costringendolo in una forma che gli è esteriore (repressione e depressione). Il primo tipo di relazioni genera persone attive e responsabili, il secondo reattive e remissive. Nel recente album, «Vangelo», il rapper Shiva (dio della distruzione e trasformazione), nome d'arte di Andrea Arrigoni (Legnano 1999), padre di tre figli, finito in carcere, poi ai domiciliari, poi all'obbligo di firma, per tentato omicidio, fa il bilancio della sua vita, e nella canzone «Dio esiste» ripete: «Io sono la prova che Dio esiste/ Perché sono ciò che ho sempre voluto essere». Non è un atto di fede, ma l'ammissione che almeno Dio non ti controlla ma ti lascia essere chi vuoi, anche quando fai casino. Una cantautrice quasi coetanea, Francesca Calearo (Creazzo 2002), in arte Madame, dopo due anni di silenzio per una forma depressiva, ha appena pubblicato «Disincanto», nome dell'album e della canzone che testimonia la ribellione a tutte le «istruzioni» per l'uso della vita: «Io non vivo più con sotto le istruzioni/ Tutto ciò che so spero che mi abbandoni/ E sono mie, le bugie che mi hanno detto sono mie/ Il male e il bene sono solo fantasie./ Non voglio più nemmeno un motivo per vivere/ un Dio, un amore, un limite, e voglio anche soffrire/ ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo». Sentirsi vivi, ripartendo dall'unica verità del dolore “un'anima del nulla con gli occhi gonfi del mio disincanto”. 

Quelle di questi giovani artisti, ascoltati con trasporto dai ragazzi, sono le reazioni di cui parlavo e che spesso riscontro: reattività o remissività. Se la realtà non ha alcun senso, l'unico senso sono io che posso o cercare di affermarmi a tutti i costi o ritirarmi. Quando ero bambino ascoltato a ripetizione «Il burattino senza fili» di Bennato e da adolescente «I still haven't found what I'm looking for» (Non ho ancora trovato ciò che sto cercando) degli U2, che mi garantivano che un senso c'era, ma non dovevo smettere di lottare e cercare. E in effetti a poco a poco mi vennero incontro le risposte. 

A Roma insieme a me c'era il bravo attore Vinicio Marchioni, impegnato anche lui nella stagione teatrale di Siracusa con una Iliade, e che molti ricorderanno come il Freddo nella serie Romanzo criminale. Ha raccontato della sua adolescenza sconquassata in un quartiere romano difficile e della scuola (un tecnico) che per lui era un inferno anche per la balbuzie, fino a che un giorno un professore non si commosse leggendo in classe il canto di Paolo e Francesca.

Colpito dalla reazione, gli chiese chi erano quei due, se li conoscesse di persona. Da lì cominciò una frequentazione, l'insegnante invitava gli studenti a casa propria, a giocare a Risiko con i suoi figli e a scoprire storia e letteratura. Perché si dà scuola non dove ci sono le mura, ma dove ci sono uomini e donne che incarnano l'amore per un pezzetto di mondo e fanno entrare in risonanza altri. La risonanza, a differenza dell'eco che lascia l'oggetto inerte poco dopo che si è esaurita la fonte del suono, è un fenomeno fisico che permette a chi vibra a quella lunghezza d'onda di continuare a produrla autonomamente anche quando la fonte smette di produrla. 

La nostra educazione il più delle volte produce solo effetti d'eco destinati a spegnersi (i ragazzi diventano oggetti di aspettative), e per questo crediamo che la soluzione sia aumentare la seduzione (più effetti speciali) o la potenza (più potere) del suono. Invece dovremmo cercare effetti di risonanza (i ragazzi diventano soggetti di possibilità), cioè noi incarniamo che cosa rende bella la nostra vita e, senza bisogno di sedurre o alzare il volume, chi ha quella vibrazione diventa lui stesso onda, autonoma. Platone lo spiegava con le sue etimologie fantasiose, dicendo che bellezza (kalòs in greco) viene da chiamare (il verbo kaleo), e che eroe viene da eros. 

I ragazzi troveranno la loro musica (da Musa, ispirazione) solo se sentiranno la nostra: c'è musica nella nostra vita? Grazie a quel professore, il quindicenne Vinicio capì di voler fare l'attore, si iscrisse a lettere e cominciò a studiare recitazione (anche per curare la sua balbuzie) e «si salvò», metafora che usiamo per indicare il giorno in cui troviamo il nostro destino e cominciamo a incarnarlo, diventando protagonisti e non più comparse, che ci mettono un attimo a diventare vite «scomparse». 

Le vite non scompaiono nella solitudine, nella rabbia, nella stanchezza, nel disincanto, se trovano chi incarna la gioia di vivere e la trasmette. Dopo l'incontro sulla tragedia, una ragazza, brava a scuola, è venuta con le lacrime agli occhi a raccontarmi che non ne può più del cinismo degli adulti:. Aiuta a crescere solo chi non smette di crescere perché ciò che può essere e fare solo lui è inesauribile in una vita e accende la vita altrui. Al tiranno di Tebe, Creonte, che le impedisce di seppellire il corpo del fratello, la giovane Antigone, disposta a dare la vita pur di seguire la sua coscienza, risponde: «Non sono nata per condividere l’odio, ma per amare con chi ama». A lei Creonte risponde mandandola a morire: «E allora, se devi amare, vattene laggiù, ad amarli!». Laggiù, dove si sfracellano le vite che il potere opprime, ieri come oggi. Le «scomparse».

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mercoledì 3 gennaio 2024

QUALE PIACERE ?

 

"Rovelli, 

la fede 

e il principio del piacere"

 


-        
di Andrea Grillo

 

Da tempo circola in rete una “dichiarazione” con cui Carlo Rovelli, fisico di chiara fama, difende il proprio ateismo con una serie di “mi piacciono” e “non mi piacciono”.  (si può leggere il testo qui)

Una tradizione che demonizza il principio del piacere può e deve essere corretta da una nuova considerazione del piacere. Ma la identificazione del bene con “ciò che piace” non contesta soltanto le tradizioni religiose, ma le differenze culturali tra vegetale, animale e umano. Un rapporto diretto col bene, nell’uomo, non si dà mai immediatamente. Sulle mediazioni non ce la caviamo mai solo con una disputa de gustibus. Non per essere superbi, o sentirsi superiori, ma per rispettare il fenomeno. Diciamo per scrupolo scientifico. Non la fede, ma la complessità del reale umano e morale, ci obbliga a non fermarci al principio del piacere. Provo a formulare una sorta di “contrappunto” al testo di Rovelli, non solo per dire cose diverse, ma per valorizzare, per quanto possibile, uno stile e un modo diverso di porre la medesima questione.

 Ciò che mi piace non è detto che sia il mio bene. Ciò che non mi piace non è detto che sia il mio male. Questo è il grande mistero della natura degli uomini e delle donne: di non essere immediatamente se stessi. E di trovare se stessi nel cammino di una esistenza esposta all’incomprensibile mistero della libertà e della grazia. Come un albero e come un cane, viviamo, sentiamo e soffriamo. Ma a differenza dell’albero e del cane non siamo già noi stessi, ma cerchiamo noi stessi nel cammino della esistenza, di fronte agli altri e grazie agli altri, di fronte a Dio e grazie a Dio: in questa differenza tra realtà e compito sta la libertà e il peccato. Agire solo in base al bene è il nostro ideale, ma questo bene non si presenta sempre come “ciò che ci piace”. Ci sono beni che hanno un “piacere differito” e che nell’immediato non ci sembrano affatto il nostro bene. Questo è il regno della “tradizione”: il regno di beni che non sono autoevidenti. La fede non è un immediato “sistema di controllo”, ma una tradizione della “perdita di controllo”. È riconoscere il mistero della grazia e della libertà, che parla in ogni cosa, nella foglia come nelle stelle. Cercare il bene per paura di una sanzione non è tipico della fede, anche se la forma umana della vita è strutturata anche di sanzioni. Tuttavia, uscire dalla “paura del male” come via al bene, non è così semplice. L’ideale di “compiere il bene per amore del bene”, se vuole rimediare alla cattura di uno slogan, deve assumere forme concrete: la “gratuità” del rapporto col bene non può fare a meno di una nozione di “grazia” che va oltre se stessi. O un dovere o un essere sta oltre la immediata identità tra piacere e bene. Per questo il problema del “bene per il bene” affatica gli uomini da secoli.

 Vi è poi un’altra dimensione da considerare: la preghiera, il culto e la liturgia, il “piacere a Dio” e il “rendergli grazie” e “gustare il silenzio”. E’ giusto dispiacersi di un mutismo magico che paralizza le nostre funzioni. Ma non è questo che piace a Dio. Incontrarsi nella lode e nel rendere grazie, guardando i volti e gustando il mistero della parola e del silenzio, del canto e del movimento, è precisamente ciò che la tradizione, che custodisce le cose non evidenti, ci ha consegnato nei secoli. Non funzioni anonime, ma luoghi di comunione appassionata, che parla anzitutto ai sensi e al tatto, per illuminare la volontà e confortare l’intelletto. Dio non spiega il reale e non emana leggi morali. Distinguere tra il bene e il male è precisamente il centro di un equivoco: la pretesa di distinguere immediatamente è peccato, non virtù. La virtù è accettare la relazione come luogo dell’apertura alla morale distinzione tra giusto e ingiusto: che è diversa sia dalla distinzione tra piacere e dispiacere, sia dalla distinzione tra utile e dannoso. Nel rapporto con Dio e con il prossimo (che non si può racchiudere in nessuna parola e in nessuna azione) ogni uomo e ogni donna trova la via, non predeterminata, verso il bene. Credere è, appunto, restare in questo rapporto, di cui nessuno ha il monopolio. Seguire Gesù, per dirla con semplicità, consiste in questa umile accettazione della finitezza, di bisogno dell’altro, verso la felicità che è “parola piena di mistero” (fede), “cammino verso il non visibile” (speranza) e “amore senza misura” (carità).

 Speranza è il contrario della disperazione, certo, ma anche il contrario della presunzione. Lo stereotipo del credente come del presuntuoso che sa tutto sull’universo, fa il bene solo per evitare il male, partecipa passivamente a funzioni senza senso, detta legge sul mondo naturale o morale, è la caricatura della fede. Una caricatura fortunata, che piace, ma che la fede autentica guarda con estrema preoccupazione. Le ragioni del credere sono più forti della giusta critica alla caricatura della fede. La rivelazione del mistero non è “spiegazione scientifica” delle cose, ma esperienza più intensa del mistero e della radicale incomprensibilità delle cose, che si apre alla luce solo nella relazione personale col prossimo e con Dio, senza monopoli e senza presunzione, ma con affidamento e con speranza. Per non ridurre il rapporto col mondo al mi piace o non mi piace, sapendo che la mediazione dei sensi è inaggirabile, ma non è mai ultimo criterio: non lo è per la fede, ma neppure per la scienza, se non erro.

 AlzogliOcchiversoilCielo