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sabato 19 novembre 2022

ITALIA FRANTUMATA ?



- - di Giuseppe Savagnone
* 

La Lega si fa sentire

 L’iniziativa del ministro per gli affari Regionali, Roberto Calderoli, di presentare alla conferenza Stato Regioni una proposta per l’attuazione del “regionalismo differenziato”, senza neppure farla passare dal Consiglio dei ministri, evidenzia il protagonismo, in questa fase iniziale, della componente leghista del governo e i problemi che la nuova maggioranza si trova a dover affrontare, ora che si tratta di tradurre in scelte politiche concrete il suo programma elettorale. 

Perché questo programma, al terzo punto, prevedeva – insieme all’elezione diretta del capo dello Stato, voluto dalla Meloni – il riconoscimento delle autonomie regionali, caldeggiato da Salvini e dal gruppo dirigente leghista. Due progetti molto diversi e potenzialmente contraddittori, che nel testo erano semplicemente giustapposti: il primo volto a rafforzare il potere centrale – in linea con la tradizione statalista, in cui affonda le sue radici il partito della premier – , l’altro versione residuale dell’originaria dottrina separatista della Lega, volta alla secessione e alla totale autonomia delle regioni del Nord (la cosiddetta “Padania”).

Era chiaro che i rapporti di forza all’interno del governo avrebbero dovuto sciogliere questo nodo a favore dell’una o dell’altra linea. La Lega, con Calderoli, ha rotto gli indugi e ha fatto la prima mossa. Come è stato, del resto, nella questione dei migranti, che Giorgia Meloni avrebbe preferito risolvere, come aveva più volte ripetuto in precedenza, bloccando le partenze dall’Africa, piuttosto che un braccio di ferro nei nostri porti, come invece poi è avvenuto.

E come è stato nei rapporti con la Francia, che la premier aveva cercato di coltivare in modo privilegiato fin dall’indomani del suo insediamento a Palazzo Chigi, incontrando Macron a Roma e poi in Egitto, e che invece sono andati all’aria, in una logica di contrapposizione sottolineata dalle dichiarazioni di Salvini, proprio all’indomani dello scontro con Parigi su questo tema, sulla necessità di usare «il pugno duro» nei confronti dei migranti.

La Meloni ha cercato di rimediare per quanto possibile, approfittando della conferenza di Bali per dissipare, con gli incontri a livello personale, la percezione di un isolamento internazionale del nostro Paese dopo le recenti incomprensioni con la Francia e dichiarazioni di sostengo, da parte della Germania, nei confronti delle Ong.

Due domande

Ma ora una nuova grana viene a minacciare, stavolta dall’interno, la compattezza dell’esecutivo. Non a caso le reazioni degli alleati della Lega sono state molto caute, per non dire decisamente fredde. «L’autonomia differenziata si farà, certo», ha detto il vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Alfredo Antoniozzi, «ma con un equilibro armonico tra nord e sud e secondo un quadro di coesione nazionale».

Perché queste sono le due domande che sorgono spontanee: se le regioni più ricche del nostro Paese – quelle del nord – diventano autonome, che ne sarà di quelle del sud, più povere, che finora hanno potuto contare sull’aiuto delle prime per colmare, con difficoltà, i loro deficit? E, se si profila questa vastissima autonomia regionale, potrà sopravvivere la «coesione nazionale»?

Il progetto presentato dal ministro Calderoli non è rassicurante sotto nessuno dei due aspetti. In base ad esso, alcune regioni che già scalpitano per essere sciolte dai vincoli di solidarietà nazionale che ne limitano i poteri – Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia (ma in pole position ci sono pure Emilia-Romagna e Toscana), potrebbero organizzare e gestire autonomamente il sistema scolastico quello sanitario, quello energetico, quello dei trasporti (porti, aeroporti). Per citare solo alcune delle ventitré materie che sarebbero devolute dallo Stato ai governi regionali.

Calderoli, come già Salvini, sostiene che il regionalismo sarebbe vantaggioso anche per le regioni meridionali. Tesi, a dire il vero, ardua da giustificare, visto che a causa di questa autonomia, secondo i primi calcoli, verrebbero meno ai servizi di quelle regioni, già ampiamente carenti, risorse considerevoli. Sta di fatto che i governatori del sud hanno reagito tutti più o meno negativamente al progetto del ministro.

Ma, al di là delle perdite e dei guadagni delle singole regioni, c’è da chiedersi se un Paese in cui esistono sistemi scolastici differenti abbia ancora una unità culturale. Per la Lega questo non è mai stato un problema, perché il suo originario progetto era una pura e semplice secessione della Padania dal resto d’Italia.

Più in generale, il rischio paventato e denunziato dai critici è la nascita – o la conferma? – di un’Italia spaccata in un’area di serie A e in una di serie B. Dove si riprodurrebbe il meccanismo colonizzatore post-unitario di un nord che utilizza il sud come mercato per i suoi prodotti e vivaio per la forza di lavoro qualificata (gli emigrati “interni” che già oggi, dopo aver utilizzato le risorse di casa loro per studiare, vanno a potenziare  le industrie dl nord). 

Ritorno alla Lega nord?

Per la verità, Salvini sembrava aver abbracciato una prospettiva diversa, quando aveva cercato di spostare l’asse del partito dal nord verso il centro e il sud (da dove anche il cambiamento del nome da Lega nord a Lega), trovando pure, nei territori degli ex “terroni”, degli adepti che gli avevano creduto e lo avevano appoggiato. 

I risultati delle ultime elezioni hanno deluso queste speranze, evidenziando un fiasco dei candidati leghisti al sud e, cosa ancora più grave, lasciando intravedere una sempre maggiore disillusione da parte degli antichi sostenitori delle regioni settentrionali. Da qui il malumore dei maggiorenti leghisti – primo fra tutto il governatore del Veneto, Zaia – e l’urgenza di recuperare i temi autonomistici tradizionalmente cari alla base del partito.

Certo, c’è da chiedersi se, in questo momento, così difficile per il nostro Paese, sia il caso di accendere un dibattito che rischia di spaccare la maggioranza.  Ma forse anche questo interrogativo ha un senso solo se si ha a cuore il bene comune degli italiani come italiani, a prescindere dalle appartenenze regionali.

Resta da vedere cosa farà il governo. Certo, i voti della Lega sono indispensabili per la sua sopravvivenza. Nel confitto con Berlusconi, Giorgia Meloni ha detto a chiare lettere di non essere ricattabile. Sarà capace di dirlo anche a Salvini?

 www.tuttavia.eu

* Pastorale Cultura della Diocesi di Palermo

sabato 23 giugno 2018

OLTRE IL POPULISMO. BONIFICARE IL CAMPO DEL DIBATTITO POLITICO

di Giuseppe Savagnone

Mai, forse, l’Italia era stata più vistosamente lacerata, dopo la seconda guerra mondiale, come in queste settimane che hanno assistito al formarsi e al primo esordio del “governo del cambiamento”. Non dimentico che siamo stati sull’orlo della guerra civile, il 14 luglio 1948, dopo l’attentato a Togliatti, né sottovaluto le tensioni suscitate dall’approvazione della cosiddetta “legge truffa”, con cui la Dc tentò, vanamente, di acquistare la maggioranza assoluta nelle elezioni del giugno 1953. Ciò che però caratterizza il dibattito attuale, rispetto a questi e ad altri momenti critici della nostra storia recente, è la partecipazione massiccia e diretta di gran parte della popolazione, attraverso i sondaggi e soprattutto i social, che costituiscono ormai il principale veicolo di informazione e di formazione dell’opinione pubblica, scavalcando anche i giornali e la televisione.
Si può guardare a questa novità sottolineandone l’aspetto positivo: ormai chiunque – e non più soltanto una élite di “addetti ai lavori” (giornalisti, politici di professione, etc.) – può esprimere il proprio parere influendo sulla linea politica dei governanti e rivolgendosi a una cerchia di persone immensamente più vasta di quella della propria famiglia, dei propri amici o dei frequentatori del bar sotto casa.
Oppure se ne può rilevare la problematicità e il pericolo, che sono quelli della democrazia diretta, dove, in assenza del filtro garantito, in quella parlamentare, da una categoria di “esperti” della politica – scelti dal popolo ma dotati, almeno in linea di principio, di competenze e di maturità di giudizio superiori alla media – , il confronto politico rischia di svolgersi sulla base delle emozioni della massa più che di una ponderata valutazione dei problemi.
Si obietterà che il Parlamento in Italia non è stato abolito. Ma basta guardare a queste prime settimane della “Terza Repubblica” per constatare che la sua capacità di orientare le scelte dello Stato è attualmente minima. A dominare la scena sono stati i “campioni” del popolo, primo fra tutti il leader della Lega, Salvini, che non a caso ha avuto nelle trattative per la formazione del governo, e continua ad avere all’interno del governo ormai costituito, un peso immensamente superiore a quel 17% di voti assegnatogli dalle elezioni del 4 marzo e dei suoi 125 deputati e 58 senatori (contro i 221 deputati e i 112 senatori dei 5stelle!).
Nella democrazia diretta quello che conta è il carisma del “capo”, non il numero dei voti o dei parlamentari. E Salvini ha potuto più volte affermare di rappresentare 60 milioni di italiani, comportandosi di fatto come se invece del 17% avesse davvero avuto una investitura plebiscitaria. Lo abbiamo visto così pronunziarsi infaticabilmente su tutta una serie di questioni: dalla chiusura dei porti, che spettava al ministro per le infrastrutture; all’opportunità di mantenere o meno i rapporti con la Francia, su cui a rigore solo il presidente del Consiglio, o, al massimo il ministro degli esteri, erano competenti; alla realizzazione di una “pace fiscale” (leggi: condono), che doveva se mai essere dichiarata dal ministro dell’economia; all’ inutilità dei vaccini, questione riservata, ovviamente al ministro della salute.
Solo per quanto riguarda il “censimento” dei Rom il suo intervento rientrava nella sfera delle sue competenze. Ma, anche in questo caso, colpisce il fatto che questa posizione sia stata pubblicizzata – come del resto le altre – non all’indomani di una riunione del consiglio dei ministri e su mandato di questo, ma a caldo, chiedendo se mai a posteriori la solidarietà dei suoi colleghi di governo, che in tutti questi casi alla fine gliel’hanno data (tranne Giulia Grillo), quasi trascinati dal suo slancio e dal consenso dilagante segnalato dai sondaggi e traboccante sui social.
La dimensione istituzionale della democrazia – come era già stato evidente nel modo di condurre la trattativa di governo – è volutamente ignorata o, al massimo, sopportata con ostentata impazienza, come un incomprensibile retaggio burocratico del passato, di cui liberarsi quanto prima. Il “capo” mima l’insofferenza dell’uomo della strada verso le lungaggini e le trappole del diritto, lasciando capire che è dalla sua parte e che dietro queste forme astratte ci sono gli interessi oscuri dei “poteri forti”. Così, se il presidente della Repubblica esercita le sue prerogative nella scelta dei ministri, il capo segretario di un partito – non il presidente incaricato – strepita denunciando la sottomissione del Paese alla finanza internazionale; se il presidente del Consiglio decide di recarsi a Parigi, il ministro degli interni ci tiene a far sapere di avere dato il proprio consenso…
In assenza di un qualsiasi contraddittorio a livello di governo e di Parlamento (Di Maio è del tutto oscurato, pur avendo quasi il doppio della rappresentanza parlamentare), alla massa crescente dei sì, che, fuori delle logiche parlamentari, danno sempre più potere alla Lega, si oppone, sempre sui social, il rifiuto di chi non è d’accordo e ci tiene a sottolinearlo in forme spesso molto simili. Abbiamo così una battaglia – per fortuna solo verbale – a base di insulti feroci, di reciproche irrisioni, di fake news tanto più “virali” quanto più fantasiose. Nella migliore delle ipotesi, a chi cerca di portare argomenti si risponde con insinuazioni e sprezzanti attacchi che superano di molto il confine della volgarità.
Allora, invece di sputare improperi contro Salvini, sarà più efficace, per esempio, far notare garbatamente ai suoi sostenitori che non si può fare appello all’Europa per essere aiutati nella questione dei migranti e, nello stesso tempo, rivendicare il “prima gli italiani” del sovranismo. O si accetta di portare avanti l’unità europea rafforzandola e rinunziando così progressivamente alla contrapposizione tra gli Stati implicita nel “prima noi” (ma Salvini questo non lo vuole), o si deve riconoscere il diritto degli altri di pensare anch’essi prima ai loro cittadini, come del resto fanno l’ungherese Orban e l’austriaco Kurtz, gli alleati del nostro ministro degli interni. Col risultato disastroso di restare sempre più soli. A meno di supporre (come talora sembra pensare Salvini) che l’Italia, seguendo gli Stati Uniti di Trump (di cui Salvini imita quasi tutto), possa pretendere di imporsi con la forza agli altri Stati, piegando il loro sovranismo al nostro. Che sarebbe un ritorno alle tensioni da cui in passato sono nate le guerre devastanti dei secoli scorsi. Ma, soprattutto, sarebbe l’occasione per scoprire, a nostre spese, che noi non siamo gli Stati Uniti.Se non bonifichiamo, di comune accordo, questo clima avvelenato, il solo vincitore sarà chi ha meno argomenti e quindi ha più da perdere in un confronto pacato. Personalmente – l’ho detto – sono molto critico nei confronti di Salvini. Ma non penso che insultarlo sia corretto. E nemmeno proficuo. Se la mia diagnosi è giusta, il problema è di riattivare i canali istituzionali della democrazia parlamentare, rifiutando lo stile di chi, prescindendone, ci sollecita a fare altrettanto. Se entriamo nella spirale della violenza verbale, potremmo anche vincere (in realtà è improbabile), ma sarebbe una vittoria di Pirro, perché avremmo solo opposto un populismo ad un altro. La democrazia deve sapersi difendere restando se stessa. E l’arma della democrazia è la ragione che, per sua natura, garantisce alla comunicazione un carattere pubblico, cioè condivisibile (almeno in linea di principio) da chiunque voglia accettarne le regole.