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sabato 18 luglio 2026

GOVERNARE GLI IMPULSI

 


Il popolo può 

farsi giustizia? 


No, è necessario

 governare gli impulsi



di Paolo Borgna

Il confronto tra legge e sentimento comune non può pendere da una sola parte. I responsabili della politica che eccitano ed esaltano gli stati d'animo più profondi non rendono un buon servizio alla democrazia e scelgono la via della propaganda

Da sempre la giustizia è una lotta continua tra legge e mores , tra diritto e costumi. Da alcuni decenni tra questi due contendenti si è prepotentemente inserito un terzo giocatore: la propaganda. Diciamo subito che, per i magistrati chiamati ad applicare la legge – nel caso dell’orefice Roggero – non c’era soluzione diversa da quella seguita dalla sentenza. Anche la più generosa applicazione della norma scritta non consentiva alcun riconoscimento della legittima difesa e neppure dell’eccesso colposo nella legittima difesa. Le immagini delle telecamere esterne all’oreficeria di Gallo Grinzane, che ci sono state proposte decine di migliaia di volte dai telegiornali, parlano chiaro e sono implacabili: un uomo armato insegue, fuori dal suo negozio, tre rapinatori in fuga e spara loro alla schiena. Ne uccide due e colpisce il terzo che già sta salendo sull’auto e si salverà. Tornando sui suoi passi, l’orefice dà un calcio a uno degli uomini che giace a terra.

Una sentenza che avesse assolto lo sparatore avrebbe violato la legge. Verrebbe da dire: sarebbe stata una sentenza eversiva. Ma poi ci sono i mores. Il sentimento popolare di pietas verso un uomo che, in passato, aveva subito altre rapine (nel corso delle quali la moglie era stata minacciata), senza mai ottenere piena giustizia; lo scatto rabbioso di “dare una lezione” a chi non solo aveva aggredito i suoi beni ma aveva invaso la sua sfera personale e familiare; il senso di abbandono da parte dello Stato, verso cui rinunciamo all’idea di farci giustizia da soli avendo però in cambio la promessa che sarà lo Stato a garantire la nostra sicurezza; la pena verso un signore ultrasettantenne che deve entrare in carcere. Sono umori profondi, che ognuno di noi, anche se non li condivide, può in tutto o in parte comprendere (o sforzarsi di comprendere). L’ampio riconoscimento delle attenuanti concesse a Ruggero si è fatto carico di queste ragioni di pietas. Ma il confronto tra legge e sentimento del popolo non può pendere unicamente verso la “giustizia del popolo”. Da sempre è così: il “popolo che fa giustizia” mandò sulla croce Gesù e salvò Barabba. I giudici chiamati ad applicare la legge devono saper resistere ai richiami della piazza del momento. Se fosse diversamente, avremmo la giungla.

Gli effetti di una sentenza pur tecnicamente giusta possono essere mitigati dall’applicazione della grazia. Ma l’esercizio di questo potere deve essere lasciato alla suprema solitudine del suo titolare: il presidente della Repubblica. Che non può essere turbato dalla suggestione della folla in tumulto. I responsabili della politica che eccitano ed esaltano gli impulsi più profondi del loro popolo – anziché interpretarli e incanalarli su strade istituzionalmente percorribili – non rendono un buon servizio alla democrazia. Fanno propaganda, che non è mai amica della giustizia. Seminano vento. Rischiano di raccogliere tempesta.

www.avvenire.it

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sabato 14 febbraio 2026

MA IO VI DICO

 


Commento al vangelo 

della VI domenica

 del Tempo ordinario

 (Mt 5,17-37)



Mt 5,17-37

(In quel tempo Gesù disse:) "Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. 20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. 21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. 23Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. 25Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! 27Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. 28Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. 29Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. 30E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. 31Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. 32Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. 33Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. 34Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. 36Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno.

 Commento di Giulio Michelini ofm

Siamo ancora nel contesto del c.d. discorso della montagna, il primo discorso di Gesù nel vangelo secondo Matteo. Dopo le Beatitudini, ecco che in questa domenica il Gesù del Primo vangelo enuncia alcuni principi generali (5,17-20), che reggono tutta questa parte. Come presupposto di quello che si leggerà si devono tenere presenti almeno due elementi fondamentali. Il primo: la Legge o, in ebraico, Torà, è il dono più grande che Dio abbia fatto ad Israele. Con esso è data la possibilità agli uomini e alle donne che si affidano a Lui di vivere nella giustizia, conformemente alla volontà di Dio. Da questo punto di vista, non vi è alcuna opposizione tra Legge e Vangelo, e Gesù stesso può essere considerato come la Torà vivente. In questo senso, i toni che si possono trovare in alcune lettere di Paolo, come quella ai Galati, a riguardo della salvezza per le opere della Legge o per la fede, sono estranei al vangelo secondo Matteo, pensato per una comunità che non vuole staccarsi dal Giudaismo. Quello che Paolo dice va dunque visto in funzione dei lettori a cui si rivolge: pagani che, in quanto tali, non erano obbligati ad osservare la Legge, e quindi potevano entrare nell’alleanza con Dio attraverso la fede in Gesù Cristo. Il secondo elemento da tenere presente è che il Gesù di Matteo attualizza la Legge per renderne possibile la sua applicazione, e perché questa non rimanga lettera morta. Gesù, come vedremo subito, va al cuore della Legge, cogliendone gli elementi fondamentali che potrebbero sfuggire a chi la volesse osservare nella sua integrità.

Ai principi fondamentali di cui si è detto seguono sei casi concreti (sei esempi) di interpretazione della Torà (5,21-48), introdotti ogni volta da una citazione dal Primo Testamento («avete inteso che fu detto»), ripresa e commentata da Gesù («e io vi dico»). Noi evitiamo, con studiosi come Aaron M. Gale e altri ancora, a riguardo degli esempi presentati da Matteo in 5,21-48, di parlare di “antitesi”, e preferiamo l’idea di “attualizzazione” o, meglio, in senso ancora più tecnico, di “intensificazione” dei precetti, paragonabile a quelle previste nella Mishnà quando si deve “fare una siepe attorno alla Torà” (Mishnà, Avot 1,1). Il precetto deve essere custodito (protetto da una siepe), ma anche spiegato e arricchito (dalla Torà orale, quella che Gesù dà ora dal monte), perché sia vissuto da ogni generazione, tenendo conto dei cambiamenti. Per entrare in un caso semplice ma concreto: i rabbini avevano proibito anche solo di maneggiare alcuni utensili in giorno di sabato (divieto non presente nella Torà, che in verità si limita a poche proibizioni per questo comandamento), per evitare che attraverso di essi si compisse un lavoro.

Il caso dell’omicidio in 5,21-25 è, a riguardo, illuminante. Gesù ovviamente non nega il comandamento ricevuto (e dunque, è forse meglio tradurre «e ora io vi dico», piuttosto di «ma io vi dico» o «e invece io vi dico», che può creare fraintendimenti), ma per evitare una potenziale interpretazione riduttiva, ne intensifica il valore considerando omicidio ciò che, strettamente parlando nella norma del decalogo (Es 20,13 TM), non lo è. Se nella Legge si dice “semplicemente” di «non commettere volontariamente un omicidio», per Gesù l’omicidio è anche trattare male il prossimo.

La procedura esegetica che il Gesù di Matteo adotta è rabbinica, ma il contenuto di quanto dice non sempre è in accordo con i farisei, come si può vedere a proposito della discussione sul lavarsi le mani in 15,1-20 e di quella sul divorzio (vedi commento a 19,3-12).

Gesù, dunque, bisogna ripeterlo, non abolisce la Torà, ma propone una giustizia più radicale di quella di scribi e farisei (5,17-20). Gesù è venuto a confermare la Torà, nel senso che ne rivela il significato pieno che corrisponde all’intenzione del “legislatore” (Dio stesso), conformemente a quanto ci si aspettava dal Messia. Ma questo non esclude che Gesù confermi la Torà in quanto la osserva pienamente, rinnovandola e trasfigurandola: «Gesù, il Messia d’Israele, il più grande quindi nel regno dei cieli, aveva il dovere di osservare la Legge, praticandola nella sua integrità fin nei minimi precetti, secondo le sue stesse parole. Ed è anche il solo che l’abbia potuto fare perfettamente» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 578). La Torà viene riportata da Gesù alla sua finalità originaria, e gli esempi sui quali si esercita il Messia vogliono proprio mostrarne la possibilità: si veda quello visto sopra, col quale Gesù non intende in senso restrittivo l’omicidio, ma lo vede in ogni male fatto al fratello.

Se Gesù non contesta la Torà in sé, si deve piuttosto dire che l’evangelista Matteo è in polemica con alcune delle linee esegetiche rabbiniche a lui contemporanee, come si evincerà soprattutto dalle parole dure che Gesù rivolgerà ai farisei nel cap. ventitreesimo. Riprova ne è che per la questione sul divorzio, rispetto all’analogo racconto di Marco, Matteo farà intervenire Gesù nel campo dell’annoso dibattito sull’interpretazione di un testo del Deuteronomio, che al tempo divideva proprio i farisei. Ecco dunque il significato dei vv. da 18 a 20, in cui sono enunciati altri principi derivanti dal primo in Mt 5,17, e che si chiudono con l’indicazione su come i discepoli di Gesù dovranno interpretare la Torà, seguendo l’esempio del maestro: con un’ermeneutica che supera quella dei farisei e degli scribi – detentori, al tempo in cui Matteo scrive, dell’autorità sull’interpretazione – per evitare così i giudizi erronei in cui spesso questi incorrono (cfr. p. es. Mt 15,7; 22,18), e soprattutto per trovare e attuare il senso profondo della Parola di Dio.

La parte buona

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giovedì 8 maggio 2025

UN GRANDE OCCIDENTE

 

Rifare di nuovo grande l’Occidente 
con Trump e Meloni?

-         di Giuseppe Savagnone  

Un progetto ambizioso

«Il mio obiettivo» – ha detto Giorgia Meloni al presidente americano Trump, durante la sua visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile – «è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà» .

L’idea non è nuova: «Rendiamo di nuovo grande l’Occidente!», aveva già scritto, a novembre, in un post su Instagram, un altro leader della destra, Matteo Salvini, anche lui fervido ammiratore di Trump e convinto che solo insieme a lui e puntando sulla sua politica sia possibile realizzare questo ambizioso progetto.

A breve distanza di tempo, il 3 maggio, il noto storico e opinionista Galli della Loggia, sul «Corriere della Sera», ha pubblicato un editoriale dal titolo «La rinascita contestata dell’idea di Occidente». Nessun riferimento alle parole della Meloni, anzi il pensiero dell’autore è palesemente rivolto alle polemiche suscitate dalle «Nuove Indicazioni Nazionali» – recentemente emanate dal ministero della Pubblica Istruzione e del Merito e da lui coordinate nella sottosezione storica – in cui la superiorità dell’Occidente sulle altre culture viene decisamente affermata.

Ma la continuità con il discorso della nostra premier, al di là delle intenzioni, è oggettiva ed evidente. Anche Galli, infatti, parla non di un’area geografica, ma di una civiltà. Ed è riferendosi ad essa che, a suo avviso, «oggi ritorna prepotentemente sulla scena la categoria di Occidente».

La svalutazione dell’identità occidentale

Anche se, osserva lo storico, «alla parte dura e pura del pensiero progressista e a un certo cattolicesimo l’Occidente non piace». Di esso si parla solo per denunziarne «le malefatte», le prevaricazioni passate nei confronti degli altri popoli e delle altre culture, misconoscendo la ricchezza e la fecondità dei valori che esso ha elaborato e proposto. E cita, come esempio di questa peculiarità positiva, la «Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino».

Da questa rimozione del nostro patrimonio valoriale deriva, a suo avviso, lo smarrimento della nostra identità, in questo momento storico. «Mi chiedo», scrive Galli, «fino a che punto i progressisti si rendano conto che su questo terreno si gioca una partita che, ben prima ancora di riguardare il nostro rapporto con gli altri (…), riguarda invece direttamente noi stessi. Perché in realtà la questione del passato riguarda il legame sociale che tiene insieme la collettività (…), la base del consenso delle nostre democrazie».

C’è molto di vero in queste parole. Emblematico, anche se non se ne parla nell’articolo, l’acceso dibattito, nel  2004, sulla opportunità di inserire, nel preambolo della Costituzione europea un riferimento alle «radici cristiane dell’Europa», che evidenziò l’allergia di tanti “progressisti” nei confronti non solo del riconoscimento di un dato storico innegabile, ma anche di qualsiasi valorizzazione del patrimonio di valori umani che nel cristianesimo è implicito.

Quanto fosse difficile riempire questo vuoto lo dimostra il fatto che non è stato finora riempito. Con il risultato che oggi tutti vediamo: un’Europa incapace di andare oltre l’unificazione economica, perché priva di qualunque motivazione ideale che, in nome di un bene comune condiviso, possa giustificare il superamento degli egoismi nazionalistici.

Senza dire che, anche all’interno dei singoli paesi, la scristianizzazione dilagante ha dato luogo a una trionfante cultura individualistica, che dissolve le forme comunitarie e riproduce nelle relazioni tra le persone  la logica del mercato capitalistico, fondata sul do ut des e sulla libertà di rescissione dei contratti: «Stiamo insieme finché stiamo bene insieme». L’economia anche qui ha sostituito l’etica.

Il problema dei diritti umani

Ciò che balza agli occhi, però, nel discorso di Galli della Loggia, è il suo silenzio sulla prospettiva di rilancio dell’Occidente ricorrente, come si è visto, da parte degli esponenti della destra italiana e formulata pochi giorni prima dalla nostra premier, a cui – che egli lo volesse o no – il suo articolo fornisce un autorevole puntello culturale. Tanto più che, attribuendo univocamente ai “progressisti” la responsabilità di avere offuscato questa idea, egli ha implicitamente avallato la  sua rivendicazione  da parte delle destre.

Ma – ferma restando la tendenza di una diffusa cultura a svalutare la categoria dell’Occidente – , davvero sono loro a poterlo «rendere di nuovo grande»? E’  proprio l’esempio della «Dichiarazione dei diritti» come emblema della civiltà occidentale  a fornire  una risposta chiara e netta in senso negativo.

Perché ciò che accomuna Meloni e Trump – un tandem ormai consacrato da un rapporto di sintonia che entrambi hanno definito «privilegiato» – è precisamente l’esplicita subordinazione  del rispetto dei diritti umani agli interessi dei rispettivi Stati. La loro logica sovranista comporta che questo obiettivo sia primario rispetto a qualunque principio morale  e giuridico, rendendoli entrambi  sordi ad ogni appello  etico-religioso – come quelli loro rivolti da papa Francesco – e insofferenti di fronte ai limiti posti dalla magistratura, sia nei rispettivi paesi che a livello internazionale.

Il banco di prova più evidente è quello delle politiche migratorie. Alla «difesa dei confini» Meloni ha dato fin dall’inizio del suo governo un ruolo centrale, rendendo sempre più difficile l’opera di salvataggio in mare dei migranti da parte delle navi delle ONG e finanziando i campi di concentramento in paesi noncuranti dei diritti umani,  come la Libia e la Tunisia, dove essi sono oggetto di ogni sorta di violenze.

In questa logica ha varato il progetto di campi di detenzione in Albania, fallimentare sul piano funzionale ed economico, ma perfettamente riuscito sul piano dell’immagine, come modello per un’Europa che cerca di mascherare i suoi vuoti e la sua fragilità alzando barriere verso l’esterno.

Su scala ben più grande, Trump sta perseguendo la stessa linea. Frontiere blindate per i poveri e più di undici milioni di persone travolte dalla «più grande operazione di deportazione di massa della storia». Anche qui con violenze inaudite, tra cui il trasferimento in catene nella prigione di El Salvador (soprannominata «il carcere più pericoloso del mondo») di persone accusate – ma senza alcun processo! – di far parte di una banda criminale.

Entrambi i leader fanno di questa politica, contraria ai più elementari diritti umani, un fiore all’occhiello, da ostentare con fierezza di fronte ai loro elettori, vantandosi così di rispettare le loro promesse di fare gli interessi dei propri connazionali, all’insegna di slogan come «Prima gli italiani!» e «First America!» .

La divisione dei poteri e il rispetto della legge

Da qui anche la difficoltà del duo Trump-Meloni, di rispettare un altro principio fondamentale della civiltà occidentale, quello per cui il potere è limitato dal diritto e chi lo esercita deve fare i conti con organi di controllo che non dipendono dalla sua giurisdizione.

È la grande conquista della separazione dei poteri, che ha reso possibile l’instaurazione dello Stato di diritto, in cui la legge prevale sulla forza.

Basta leggere i giornali per sapere che lo scontro con la magistratura caratterizza la storia del governo di destra italiano fin dai suoi primi passi e si è riprodotto identico negli Stati Uniti dopo l’avvento di Trump.

Dove ciò che colpisce sono lo stupore e l’indignazione dei rispettivi leader e del loro entourage di fronte a sentenze che contrastano i loro progetti e che essi avvertono sinceramente come un inaccettabile sabotaggio.

L’avversione nei confronti della magistratura ha accomunato Trump e Meloni anche a livello internazionale. Il problema di fondo è, stato ancora una volta, il rispetto dei diritti umani, in nome dei quali la Corte Penale Internazionale – davanti all’embargo israeliano che ha privato dei mezzi di sopravvivenza due milioni di palestinesi, per la maggior parte donne e bambini –  nel novembre 2024 ha condannato  il premier israeliano Netanyahu per «crimini contro l’umanità».

Una sentenza che ha provocato da parte di Trump, alleato strettissimo di Netanyahu, sanzioni nei confronti della Corte. E, quando l’ONU e l’Unione Europea hanno protestato ufficialmente per questo attacco a un organo giudiziario istituito per garantire il diritto internazionale, il governo italiano si è rifiutato di unirsi alla protesta, dando così il proprio avallo a presidente americano e, implicitamente, al premier israeliano.

I nemici dell’Occidente

No, i nemici dell’Occidente non sono solo i “progressisti” di cui parla Galli della Loggia. Ancora più pericolosi sono coloro che oggi – sull’onda della deriva che sta portando gli elettori, su entrambe le sponde dell’Atlantico, ad appoggiare politiche miopemente nazionaliste (fino al ritorno di forme di nazismo, in Germania) – pretendono di ridefinire la civiltà occidentale secondo princìpi che sono agli antipodi della sua storia, ispirata, piaccia o no ai “progressisti”, dalla visione cristiana del primato della persona e della fraternità senza confini.

Non sono Donald Trump né Giorgia Meloni (per non parlare di Savini) che possono restituire all’Occidente la sua anima. Meno che meno quella cristiana.

Anche le loro ostentate professioni di cristianesimo – Trump ha istituito per la prima volta un Ufficio della fede, guidato da una telepredicatrice; Meloni continua a proclamarsi cristiana e si detta guidata dai consigli di papa Francesco; Salvini si è presentato ai comizi con vangelo e rosario in mano – hanno avuto solo l’effetto di evidenziare ulteriormente che i loro progetti, misconoscendo la dignità delle persone, non hanno nulla a che vedere con il Dio cristiano, che si è fatto uomo ed è presente in ogni essere umano .

Per rendere di nuovo grande l’Occidente occorre una rivoluzione culturale e spirituale che, sia o no ispirata esplicitamente al vangelo, ne raccolga l’idea che gli uomini e le donne sono sacri e devono essere rispettati quali che siano la loro nazione,  la loro razza, la loro cultura.

È il contrario di ciò che i partiti sovranisti oggi trionfanti affermano quando esaltano l’Occidente. Quanto a noi, anche se non possiamo fermarli, abbiamo il diritto e il dovere di ricordare che quello di cui parlano è solo una tragica caricatura.

 www.tuttavia.eu

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sabato 1 marzo 2025

IL MAGISTERO DEL PAPA




Il magistero 

e

 il corpo del Papa 

 



- di Massimo Recalcati 

 

Il pontificato di Papa Francesco ha segnato, sin dalla scelta del suo nome, una profonda rottura nel linguaggio codificato della Chiesa. La sua voce non è mai stata quella di un sovrano che guida con mano ferma il suo popolo o che difende con perizia teologica l’autorità incontrovertibile dei dogmi, ma quella di un pastore che si sporca le mani, che si piega sulle miserie umane senza mai impugnare il bastone inumano della condanna. 

Francesco non è il papa della Legge e del suo timore, ma quello della Grazia e della salvezza immeritata che essa rende possibile. Per queste ragioni, nel suo pontificato, la parola chiave è la parola “misericordia”. E’ il messaggio più radicale di Gesù che, citando il profeta Osea, afferma: “misericordia io voglio, non sacrifici” (Mt, 9,13). 

Non si tratta ovviamente di una semplice esortazione morale, ma di un taglio sovversivo nel tessuto simbolico della Legge. Il perdono e l’amore, ai quali la figura della misericordia rinvia, rompono drasticamente con il carattere solo vendicativo e ritorsivo della Legge per aprire lo spazio inaudito di una nuova possibilità. 

Il peccatore

Il peccato, in questa prospettiva, non è una macchia indelebile, ma una condizione umana che può essere attraversata, compresa e pienamente accolta. È il peccato di Pietro che rinnega, di Tommaso che dubita, di Saul che perseguita. E’ il peccato che può essere sempre convertito in un nuovo inizio. E’ l’acqua putrida che nelle nozze di Cana diviene vino sublime. 

E’ il paralitico che si rialza dopo che per anni la sua vita era rimasta bloccata senza speranza. In questo senso la Legge di cui Francesco è testimone non coincide mai con l’applicazione normativa dei suoi precetti, ma, per dirla con Levinas, essa si incarna nel volto dell’Altro, nell’appello incondizionato alla fratellanza che questo volto porta con sé. 

Il Dio di Francesco non è il giudice implacabile che incute paura, né l’impersonalità metafisica di una Legge senza cuore, ma il padre che “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i giusti” (Mt, 5,45). In questo senso la misericordia è il resto irriducibile della Legge, il suo “seme santo”, come direbbe Isaia, ovvero ciò che sfugge alla logica del calcolo e del merito, ciò che eccede il meccanismo legalistico della retribuzione simmetrica. 

Come insegna la parabola evangelica del buon samaritano la fede non è l’adesione ad un dogma, ma la cura della ferita. E’ l’immagine della Chiesa come “ospedale da campo” proposta da Francesco. Ma è anche l’immagine di questi giorni del suo stesso corpo malato, costantemente in bilico tra la vita e la morte. Nondimeno, è anche il suo stile di parola, il suo modo obliquo e zoppicante di muoversi nello spazio, la sua gestualità fraterna, il suo senso gioioso dell’umorismo. 

Il fraterno abbraccio

Francesco è un Papa che sa toccare, abbracciare, sorridere, mostrare senza riserve la sua fragilità. E’, evangelicamente, il piccolo che diviene grande non contro il piccolo ma proprio in quanto piccolo, come accade al granello di senape evocato da Gesù che genera un albero rigoglioso sul quale anche gli uccelli si possono posare. Allora anche il suo stesso corpo malato che vediamo in questi giorni al centro dei riflettori si è fatto teatro della prossimità e della vicinanza. 

Se il potere della Chiesa ha sempre avuto la tentazione di recintarsi dietro le mura della separazione, lui ha scelto sin dall’inizio del suo pontificato di abbattere quelle mura. È questo che ha reso Francesco una figura tanto amata quanto controversa. Perché la misericordia, quando si fa testimonianza attiva, mette innanzitutto in crisi la struttura asettica del potere. 

Chi invoca la purezza della dottrina, chi difende la rigidità delle regole senza avere comprensione del senso profondo della Legge, chi vorrebbe una Chiesa fondata sulla rigida distinzione tra i giusti e gli ingiusti, non può che percepire questo Papa come una vera e propria perturbazione. Non è il pontefice che rassicura, ma quello che interroga, non è il guardiano dell’ortodossia ma l’apertura del dialogo, non è colui che incentiva politiche di esclusione ma colui che ha fatto dell’inclusione un programma politico, non è il custode della natura infallibile della Legge ma la sua incarnazione testimoniale. 

Nel Vangelo, Gesù si china sui peccatori, mangia e beve con i pubblicani, guarisce nel giorno di sabato, scandalizza i benpensanti, frequenta le prostitute, sta con i poveri e i diseredati. La sua esistenza è ek-statica, dinamica, impossibile da ricondurre alla statica senza vita della dogmatica religiosa. Gesù è uno sconfinamento continuo, un’eccedenza, un desiderio che non teme ma ama lo splendore e l’atrocità della vita. È la stessa ek-stasi – la stessa eccedenza - che ritroviamo in Francesco. 

La misericordia

Non è mai l’obbedienza ai precetti della Legge a salvare la nostra vita ma il riconoscimento che nello straniero e nel nemico – ovvero nell’Altro che non è mai a nostra disposizione – risiede sempre un fratello. In un tempo in cui il discorso religioso rischia di trasformarsi in un delirio identitario, in cui la fede si irrigidisce in ideologia seminando morte, guerra e distruzione, il Papa della misericordia ricorda che il cuore del cristianesimo non è la difesa di una fortezza vuota, ma il movimento estatico dell’uscita da se stessi, della vertigine dell’incontro, dell’impatto duro con l’alterità dell’Altro. È questo il vero scandalo: un Papa che rigetta l’abito del giudice impietoso per indossare le vesti del nostro prossimo, di chi ci è veramente accanto.

 Alzogliocchiversoilcielo

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sabato 5 ottobre 2024

E' LECITO ?


XXVII Domenica 

del Tempo Ordinario 

 

Vangelo: Mc 10,2-16

 


Commento di S.B. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme

Nel brano di Vangelo di oggi (Mc 10,2-16) vediamo che Gesù, ormai arrivato in Giudea (Mc 10,1), viene interrogato da alcuni farisei circa la possibilità per un uomo di ripudiare la propria moglie.

 Una porta che ci permette di entrare questa Parola la troviamo all’inizio del dialogo, quando i farisei chiedono se il ripudio è lecito (Mc 10,2). Poco più avanti, gli stessi farisei affermano che Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio con cui separarsi dalla moglie (Mc 10,4).

 A questi farisei interessa dunque sapere cosa si può fare e cosa non si può fare, cosa è permesso dalla Legge e cosa non lo è. Non pensano di poter decidere da soli, con la propria coscienza, davanti a Dio. Non pensano neppure che è nell’intimo del cuore che è dato di conoscere l’unica legge che Dio ha dato all’uomo, quella dell’amore.

 Dietro a queste domande c’è dunque un modo diverso di concepire la vita di fede, la relazione con Dio e con gli altri, la vita stessa. La vita di fede per quei farisei consiste nell’osservare alcune norme, nello stare dentro alcuni limiti. Fatto questo, si è autorizzati a sentirsi a posto, con Dio e con tutti.

 Non illudiamoci che questo modo di pensare appartenga solo ad alcuni, a gente un po’ fanatica della legge: dietro la domanda di Pietro su quante volte bisogna perdonare c’è, in fondo, la stessa logica (Mt 18,21).

 Ed è anche, questo, un modo comodo di vivere la vita, perché la legge ci è necessaria, e Gesù non parla contro la legge. La legge serve per garantire il minimo necessario. Mette un limite al nostro dovere, non ci chiede nessuno spazio di gratuità, non ci porta oltre ciò che è giusto. La legge, in fondo, giustifica il nostro egoismo, il nostro cuore duro (“Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma” - Mc 10,5).

 Gesù sposta completamente l’asse del discorso: il riferimento per la nostra vita di fede e per il nostro agire etico non è più esclusivamente la legge, ma ciò per cui la nostra vita è creata, la vocazione a cui ciascuno è chiamato, l’altissima dignità insita nel disegno con cui Dio ha voluto creare l’uomo. Non la legge è il criterio di discernimento, ma la vocazione di ciascuno. Non qualcosa di esterno, che dal di fuori ci dice cosa fare. Ma qualcosa di interno, che da dentro ci dice chi siamo.

 Per sapere cosa dobbiamo fare, bisogna guardare a ciò che possiamo fare: possiamo avere compassione, possiamo accogliere, possiamo fare attenzione, possiamo perdonare…; possiamo vivere a somiglianza della vita di Dio.

 Richiamando il principio della creazione (“Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina” – Mc 10,6) Gesù ricorda ai suoi interlocutori proprio questo. E lo fa per dire che la “misura” della nostra vita non potrà essere definita da una norma a cui obbedire, ma dalla realizzazione di questo progetto originario, che chiama l’uomo ad un esodo continuo verso un di più di vita, che non sarà mai pienamente raggiunto.

 Il disegno originario è quello di essere capaci di amare nella fedeltà, ovvero di tenere aperto il proprio cuore all’altro, avendo cura dei propri legami e delle proprie relazioni, prima di ogni altra cosa.

 Non si tratta quindi di obbedire ad una legge, ma ad una persona, alle persone che amiamo, e di farlo anche quando questa obbedienza ci chiede di donare la vita.

 Se la legge, dunque, tende a definire il minimo da fare per potersi considerare giusti, un argine sotto il quale non scendere, la legge dell’amore, al contrario, offre un cammino di crescita graduale, apre la vita alla possibilità di crescere in umanità.

 Non solo la protezione di una soglia minima, perché la legge dell’amore non può fissare un limite, e non è mai uguale per tutti.

 L’importante è non accontentarsi di avere la coscienza a posto, ma mettersi continuamente in cammino verso l’altro, ricominciando sempre a conoscerlo e ad amarlo.

 + Pierbattista

Patriarcato di Gerusalemme


sabato 31 agosto 2024

LA LEGGE DEL DESIDERIO



Io sono la via la verità, la vita. 


E il desiderio


- di  Massimo Recalcati

 Uno fuori di sé, un falsario, un truffatore, un demone a capo di altri demoni, un delirante, un narcisista, un falso profeta, un esaltato, un beone e un mangione, un frequentatore di prostitute e di ladri, un malfattore, un impostore. È questo il ritratto di Gesù che possiamo ricavare dal giudizio dei suoi nemici: scribi, dottori della Legge, sacerdoti del tempio. Gli uomini religiosi non sanno, infatti, cosa significa spendere tutta la propria vita nell’amore, non sanno cosa significa desiderare e amare la vita.

Il loro risentimento li avvelena, la loro impotenza li intossica, la loro tristezza li inaridisce. Essi non hanno possibilità di pensare all’evento dell’impossibile che irrompe e sovverte l’ordine già stabilito dell’esistenza ricostituendolo come nuovo. La loro ipocrisia cinica non permette di aver fede nel miracolo del desiderio. Piuttosto li impegna in un’opera permanente di diffamazione e di demolizione di chi invece incarna l’impossibile che diviene possibile. «Cosa c’è in un nome?» si chiedeva Stephen Dedalus, uno dei due protagonisti dell’Ulisse di James Joyce. In quello di Gesù c’è il segreto che lo contrassegna. Nella lingua ebraica, Yeshua significa, infatti, il Dio che salva. La sua parola ha la forza di un magnete irresistibile, trasporta, smuove, erotizza, causa il desiderio, assomiglia a un fuoco sempre acceso, salva mostrando che la verità non è già tutta scritta nella Legge, ma attende di farsi ogni volta vera nella dimensione incarnata della testimonianza. Sono gli atti che Gesù compie a rendere possibile la salvezza su questa terra.

 Senza questa testimonianza di cura per chi è nella sofferenza e nella tristezza, nella povertà e nell’abbandono, nella tribolazione e nella disperazione, ma anche per chi si trova nell’ipocrisia e nell’avidità, nella conservazione ottusa dei propri beni e nel rifiuto dell’amore, il destino che egli porta nel suo nome non si sarebbe realizzato. Per questo il suo primo e decisivo passo consiste nel risignificare il rapporto tra la Legge e la vita. Se, infatti, la Legge tende a estirpare il desiderio dalla vita, essa si inaridisce, si svuota, si indurisce, resta senza cuore, diviene una norma repressiva che non agisce più al servizio della vita, ma al servizio della morte. Nello stabilire una nuova alleanza tra la vita del desiderio e la Legge Gesù non rinnega la Legge di Mosè ma la eredita pienamente, ovvero, come scrive Matteo, la conduce al suo pieno «compimento» (Mt 5,17). Gesù è un giudeo, la sua predicazione risulterebbe incomprensibile se non si considerassero le sue radici ebraiche e la sua profonda conoscenza della Torah. È il movimento che impegna ogni erede degno di questo nome. Lo ricorda Freud al termine della sua opera, citando Goethe: «Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero».

 L’eredità non è un’acquisizione passiva di rendite, ma un salto nel vuoto, un movimento in avanti, una ripresa, uno slancio verso l’avvenire. La Legge per essere ereditata nella sua sostanza deve essere riconquistata. È questa la cifra più propria del magistero di Gesù: nessuna cancellazione del debito simbolico, nessun rigetto della sua provenienza, nessun rifiuto della Legge. Non per nulla nella Legge di Mosè il comandamento neotestamentario più decisivo, quello dell’«amore per il prossimo», si trova già scritto (Lv 19,34). È, infatti, proprio a partire dalla centralità di questo principio che Gesù rilegge la Bibbia: ama il tuo prossimo, lo straniero, in quanto «anche voi foste stranieri in Egitto» (Es 23,9; Lv 19,34).

 Ma che cosa significa allora portare a compimento la Legge se la Legge mosaica era già in se stessa esaustiva della verità della Legge? La riconquista dell’eredità di questa Legge avviene in Gesù attraverso l’affermazione inaudita dell’eccedenza della Legge del desiderio. È la tesi centrale di questo libro: la Legge non può limitarsi a interdire il desiderio perché il vero volto della Legge coincide proprio con quello del desiderio. È questo a impegnare Gesù sino alla fine dei suoi giorni: testimoniare che la Legge non è avversa al desiderio, non è il suo antagonista spietato, non è il suo censore severo, perché la Legge è, in realtà, il nome più proprio del desiderio, è il nome più proprio della vita viva, della vita sovrabbondante di vita.

 Per questo il desiderio elevato alla dignità della Legge trova la sua massima espressione nella radicalizzazione operata da Gesù dell’amore per il prossimo che rompe ogni rappresentazione narcisistico-speculare dell’amore per divenire — al suo colmo più sconcertante — «amore per il nemico».

 Formulando la tesi che il magistero di Gesù introduce l’idea che il desiderio sia Legge, evoco, in realtà, un grande tema freudiano, ripreso con forza da Lacan, le cui radici affondano nel logos biblico, ovvero quello del rapporto costituente tra Legge e desiderio. Il compimento cristiano della Legge consiste nel liberare la vita dalla Legge non opponendo più la Legge alla vita, ma iscrivendo la Legge nel cuore stesso della vita. La Legge viene riscoperta come espressione di una vocazione che sa dare forma nuova alla vita convertendo, come direbbe Lacan, la forza della pulsione nell’ordine etico del desiderio. Mentre ogni religione della Legge è nemica del desiderio — religione viene da religio che significa richiudere, recintare la potenza (dynamis) affermativa del desiderio — la parola di Gesù libera il desiderio da ogni preoccupazione securitaria. In questo senso l’evento della resurrezione assume il valore della forza indistruttibile della Legge dell’amore e del perdono che riconsegna la vita alla vita sottraendola per sempre alla maledizione della morte.

 Ogni volta che questa nuova Legge interrompe l’esercizio fustigatore della Legge c’è, infatti, resurrezione: la morte non può essere l’ultima parola sul senso della vita così come la Legge del castigo e del sacrificio non può essere l’ultima parola sul senso della Legge.

 Questo testo è un estratto dal libro: Massimo Recalcati, “La legge del desiderio. Radici bibliche della psicoanalisi” (Einaudi, 2024).

 

Alzogliocchiversoilcielo



 

 

sabato 28 ottobre 2023

SE NON AMI

AMARE DIO e I FRATELLI

 - XXX Domenica del Tempo Ordinario A-

 - Vangelo: Mt 22, 34-40

 Commento del Card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme

 Siamo all’ultima delle tre controversie suscitate dagli avversari di Gesù con lo scopo di metterlo in difficoltà, di screditare tra la folla quella fama di profeta che via via si era diffusa grazie ai suoi gesti e alle sue parole.

 La prima (Mt 22,15-21) l’abbiamo ascoltata domenica scorsa, quella riguardante il tributo da dare o meno all’imperatore: Gesù aveva risposto spostando il livello del problema e invitando i suoi interlocutori a guardare più in profondità, per vedere l’immagine che ogni cosa porta in sé, per distinguere ciò che porta l’immagine di Dio e a Lui va restituito, e quello che invece porta l’impronta dell’uomo, e come tale va trattato.

 La seconda (Mt 22,23-33) riguardava la risurrezione dei morti: anche qui Gesù cambia la prospettiva, e ricorda ai sadducei che lo interrogano che Dio è fedele alla vita dell’uomo, e questa fedeltà colma d’amore è il fondamento della speranza nella risurrezione.

 Oggi (Mt 22,34-40), la questione posta da uno scriba riguarda la Legge, e chiede a Gesù qual è il grande comandamento.

 Vorrei soffermarmi innanzitutto su due punti. Il primo è che la questione è molto importante, esattamente come era importante, domenica scorsa, saper guardare bene e saper distinguere l’immagine incisa sulla moneta di Cesare.

 Sapere quale sia il più importante comandamento significa aver capito quale è la strada verso una vita buona, verso una vita bella. Non si tratta tanto di assolvere un dovere, di acquisire comportamenti corretti, ma di saper scegliere la strada della vita.

 Il secondo è che la strada della vita c’entra con l’amare.

 La risposta di Gesù, infatti, dice che per avere una vita buona bisogna saper amare.

 Dio, per primo, ama la vita dell’uomo, come Gesù ha sottolineato nella controversia sulla resurrezione.

 E Dio, per primo, chiede di essere ricambiato nell’amore, chiede di essere amato: non di essere servito, non di essere onorato, non di essere adorato. Dio chiede una relazione di amore.

 Infine, ci soffermiamo su alcuni termini. Lo scriba chiede quale sia il grande comandamento (Mt 22,36). 

Gesù risponde citando un passo del Libro del Deuteronomio (6, 4-8), ma corregge anche la domanda: questo, dice, non solo è il grande comandamento, ma è anche il primo.

 Il grande dice di qualcosa di importante, di più importante rispetto a tutto il resto, che è più piccolo. Il primo, invece, dice qualcosa che sta alla base, da cui tutto deriva, qualcosa che non sta da solo. Se c’è un primo, vuol dire che poi ce ne sono altri.

 E Gesù, infatti, cita subito il secondo, cosa che lo scriba non gli aveva chiesto: se il primo comandamento è quello di amare Dio, il secondo è quello di amare il prossimo, e aggiunge che questi due comandamenti, il primo e il secondo, insieme, sono il fondamento di tutto, della Legge, dei Profeti, della vita.

 Per capire questo, può esserci d’aiuto la Parola dei Profeti che hanno accompagnato la Storia della salvezza: il grande inganno è sempre stata quella di pensare di poter amare Dio senza dover amare i fratelli.

 I grandi profeti sono stati inviati a ricordare che questo non era assolutamente possibile: Dio non sopportava un culto, una devozione fatta a Lui che poi lasciasse alla porta il povero; non ammetteva che si amasse Lui e si percorresse la via dell’ingiustizia e dell’iniquità.

 E la domanda dello scriba, che chiede quale sia il grande comandamento, è forse eco di questo inganno, uno strascico di questa illusione, di questa pretesa.

 La legge per una vita buona non può non tenere insieme questi due comandamenti: non si può amare Dio senza amare i fratelli.

 Anzi, Gesù fa un passo ulteriore. Se si vuole amare Dio, l’unica strada è amare il fratello, come vedremo tra qualche domenica, alla fine dell’anno liturgico: con la scena del giudizio (Mt 25,31-46), Gesù ci dirà che, in fondo, questi due comandamenti coincidono, e qualunque gesto d’amore fatto al fratello nella gratuità, sarà considerato come fatto a Dio.

Insieme, amare Dio e amare il fratello, sono il primo comandamento, un unico comandamento, il fondamento da cui tutto deriva.

 +Pierbattista

sabato 11 febbraio 2023

DALLA LEGGE ALLA PERSONA

Le tre leve
 su cui agire 
per il sogno del Padre

Dal Vangelo secondo Matteo 

(5, 20-22a.27-28.33-34a.37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

Commento di p.  Ermes Ronchi

Vi fu detto, ma io vi dico. La dirompente novità portata da Gesù non è rifare un codice, ma il coraggio del cuore, il coraggio del sogno di Dio. Agendo su tre leve maestre: la violenza, il desiderio, la menzogna.

Avete inteso che fu detto… ma io vi dico. Gesù entra nel progetto di Dio non per rifare un codice, ma per avere il coraggio del sogno. E come è possibile? 

Anche Maria quel giorno lo chiese all’angelo, ma poi disse a Dio: “sia fatta la tua volontà, modellami come tenera argilla, trasformami il cuore”. E ha partorito Dio.

Gesù non è né lassista né rigorista, non è più rigido o più accondiscendente degli scribi: lui fa un’altra cosa, prende la norma e la porta avanti, la fa schiudere come un fiore, nelle due direzioni decisive: la linea del cuore e quella della persona, tornando alla sorgente. Ritorna al cuore e guariscilo, solo così potrai curare i tuoi gesti! Ritorna al cuore e custodiscilo, perché è la sorgente della vita.

Gesù porta a pienezza la legge a favore dell’interiorità. Cos’è la legge morale allora? Lo ascolti e capisci che la norma è salvaguardia della vita, custodia di ciò che ci fa crescere o diminuire in umanità.

La linea del cuore. Fu detto: non ucciderai; ma io vi dico: chiunque alimenta rabbie e rancori, è già in cuor suo un omicida. Gesù risale alla radice pri­ma, a ciò che genera la morte o la vita. E che san Giovanni esprimerà in un’affermazione colossale: «Chi non ama suo fratello è omicida» (1Gv 3,15). Tradotto: chi non ama uccide. Non amare qualcuno è to­gliergli vita, non amare è un lento morire. Non solo: è incubazione di violenza e omicidi.

Gesù dice: se tu disprezzi e insulti l’altro tu fai spazzatura della tua vita, la butti nell’immondizia; è ben di più di un castigo, è la tua umanità che marcisce e va in fumo. Ascolti queste pagine che sono tra le più radicali del vangelo e capisci che, per paradosso, diventano le più umane, perché Gesù parla solo del cuore e della vita, e lo fa con le parole proprie della vita: custodisci il tuo cuore e non finirai nell’immondezzaio della storia.

Ma io vi dico: chiunque si adira o disprezza il fratello, è sulla linea di Caino. Gesù mostra i primi tre passi verso la morte: l’ira, l’insulto, il disprezzo, tre forme di omicidio.

Non giurate! Dal divieto del giuramento, al divieto della menzogna: se tu torni alla sorgente della vita, il tuo dire sarà inevitabilmente sì, sì; no, no. Dì la verità sempre, e non servirà giurare.

La linea della persona. Se guardi una donna per desiderarla sei già a­dultero. Non è il desiderio ad essere condannato, ma quel ‘per’, vale a dire che se ti adoperi con gesti e parole allo scopo di sedurre o manipolare l’altro, tu pecchi con­tro la grandezza e la bellezza di quel­la persona. Le rubi il so­gno di Dio e l’immagine sua, perché in quel modo immiserisci una creatura che invece è abisso e cielo, profondità e vertigine. Pecchi non contro la morale, ma contro la nobiltà, l’unicità, il divino di quella persona stessa. Lo scopo del­la legge morale, quindi, non è altro che cu­stodire, coltivare, far fiorire l’umanità della persona.

È un unico salto di qualità quello che Gesù propone, una svolta: passare dalla legge alla persona, dall’ esteriorità all’interiorità, proprio là dove nascono i grandi “per­ché” delle azioni.

Allora il Vangelo è facile, umanissimo, feli­ce, anche quando dice parole che danno le vertigini. Non aggiunge fa­tica, non cerca eroi, ma uomini e donne veri. Fiori belli che sbocceranno e profumeranno l’aiuola dove la vita li ha seminati.

p. Ermes Ronchi  - Avvenire