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giovedì 11 gennaio 2024

SACRIFICIO, IMPEGNO, DISCIPLINA

C’È UN DIZIONARIO 

DA RIABILITARE

Le dinamiche educative mostrano un ripensamento opportuno


 -        di LELLO PONTICELLI*

 

Sono tra i tanti che avevano apprezzato la testimonianza del padre di Giulia Cecchettin, come pure la riflessione offerta nel giorno del funerale della figlia. Con lo strazio nel cuore e con una compostezza affettuosa e disarmante, papà Gino ha coraggiosamente richiamato valori e contenuti su cui tutti dovremmo confrontarci. Come si ricorderà, nel passaggio rivolto ai genitori, ha chiesto di insegnare «ai nostri figli il valore del sacrificio e dell’impegno»; di aiutarli «anche ad accettare le sconfitte».

 Mi ha colpito il riferimento alla parola sacrificio, da molti considerata desueta o, addirittura, censurata. E ho pensato che non è l’unica ad aver avuto questa sorte nell’ambito della “vulgata educativa”. Ci sono anche dovere, obbligo, divieto, disciplina, controllo, rinuncia, e altre ancora, insieme alla monosillaba “no” che molti, di recente, hanno avvertito l’esigenza di rilanciare come necessaria.

 Allora chiedo: abbiamo riflettuto abbastanza sulle conseguenze che la rimozione di queste parole ha sulla dinamica educativa? Se sono state usate male o abusate, è razionale “buttare l’acqua sporca con il bambino”? La parola “autorità”, ad esempio, è stata connotata in senso negativo, come se favorisse automaticamente l’autoritarismo. Questo ha contribuito a una deresponsabilizzazione negli adulti che, in teoria, dispongono di autorità per favorire la crescita di bambini e ragazzi loro affidati. Se la parola “dovere” viene estromessa, per cui le cose si fanno quando portano piacere e mai perché “si deve”, si può immaginare un vero percorso di maturità?

 Anni fa, Rita Levi Montalcini esprimeva la necessità di scrivere una carta dei doveri analogamente alla carta dei diritti: con facilità ci si dimentica che quando non si osservano i doveri si penalizzano certamente i diritti altrui.

Da tempo nell’educazione va di moda il non obbligare mai. Siamo sicuri che sia giusto? Non ci sono forse degli “obblighi” di coscienza, come pure nell’amicizia, nell’amore, nella responsabilità educativa, cui allenarsi? Il “vietato vietare”, ormai dato per scontato, non aiuta a discernere tra i divieti utili, opportuni, necessari ai fini educativi e quelli che non lo sono, o sono posti da chi non ha legittimità morale né giuridica. Che dire, poi, della parola “disciplina”? Anch’essa sembra sottoposta a troppo facili stroncature. Ratzinger, da fine intellettuale, fece notare che “disciplina” viene da “discepolo” e questo, in casa cristiana, ha un sapore tutto evangelico. Così in ambito laico: non v’è sport, pratica scientifica o altro importante percorso che non esiga disciplina.

Anche l’autodisciplina, importante obiettivo educativo, passa attraverso l’etero-disciplina. Una pedagogia degna di questo nome non deve in alcuni momenti esercitare con amore e fermezza la funzione della vigilanza e del controllo? Si acquisisce forse la maturità senza imparare l’autocontrollo in emozioni, impulsi, bisogni? È appunto una disciplina da apprendere in certe fasi dello sviluppo, in cui esercitarsi attraverso il dar conto a un’autorità che legittimamente incoraggia, vigila, corregge... Insomma: le parole non sono mai neutre, né innocenti. Sono simboli, hanno significato oggettivo, razionale e conscio, da un lato, soggettivo dall’altro: possono essere accolte o respinte per la valenza affettiva che hanno, talvolta inconsapevolmente, o addirittura distorte, rimosse, perché evocano ferite e traumi. L’impressione è che la “censura” di un certo vocabolario in ambito educativo – quello evocato, ovviamente, è solo una parte – sia frutto anche di una diffusa regressione a modalità di pensiero poco razionale, se non primitivo, e dell’abbassamento del senso critico.

Di qui la necessità di una riconciliazione con la propria storia personale e collettiva, come di un più serrato e sereno confronto culturale, affinché ci si desti dal “sonno della ragione”.

 Grazie ancora, dunque, al papà di Giulia che dalla cattedra del dolore ha suggerito, tra sacrifici e sconfitte, un rinnovato impegno, senza rimuovere dall’alfabeto educativo certe parole scomode, ma importanti.

 *Sacerdote e psicologo

 www.avvenire.it  

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venerdì 13 agosto 2021

ALLENAMENTO, DISCIPLINA, CREATIVITA'

Ripensando le Olimpiadi e il segreto di un emblematico successo azzurro


-        di MAURO LEONARDI

In rete c’è un video che rappresenta per me l’emblema delle Olimpiadi di Tokyo. Sono pochi secondi allo Stadio d’atletica Paolo Rosi di Roma. Lì Marcell Jacobs e Fausto Desalu provano e riprovano il passaggio del testimone nella staffetta 4 x 100. Si scoprirà poi che quei cambi perfetti sono stati forse l’ingrediente fondamentale della vittoria. Le immagini contengono la lezione di quell’allenamento che è necessario per tutto, dal lavoro allo studio, dall’amore alla vita spirituale. Penso allo sforzo metodico, quotidiano, tenace. Si scopre che le parole dette da san Paolo duemila anni fa sono più che mai attuali. «Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta» (1Cor 9,24.26). Sforzo dei muscoli, sforzo della mente. Mai come in questa Olimpiade pesantemente segnata dalla piaga della pandemia i mental coach sono stati determinanti: ne sanno qualcosa Benedetta Pilato e Simone Biles. È importantissimo scoprire che il lavoro sistematico e metodico, anche se è ripetitivo, è il contrario della noia. Non esclude la creatività, l’invenzione, perfino l’azzardo. Tutt’altro. All’indomani dell’oro nella 4x100 alle Olimpiadi di Tokyo, lo ha spiegato Filippo Di Mulo, il 61enne catanese referente del progetto 4x100 e del settore della velocità azzurra. Di Mulo ha detto alla 'Gazzetta dello Sport' che la chiave di tutto è stato un (giusto) azzardo. «Siamo arrivati all’ultimo atto dopo aver realizzato il quarto tempo nelle semifinali del giorno prima quindi, per provare ad arrivare sul podio, avremmo dovuto azzardare qualcosa. E quel qualcosa, in staffetta, non possono essere altro che i cambi». Il passaggio del testimone può avvenire entro un’area di trenta metri e la nostra squadra ha deciso di correre il rischio di farsi raggiungere dal compagno un po’ più avanti di quanto sarebbe stato 'prudente' perché in quel modo avrebbe sfruttato al massimo l’accelerazione che aveva costruito nei metri precedenti. I nostri atleti sono arrivati più vicini al limite rischiando di essere squalificati. Così hanno vinto. È la prova che l’allenamento sistematico, ordinato, disciplinato contrariamente a quanto si crede superficialmente non castra l’inventività e l’immaginazione, ma le potenzia perché, con la propria routine, consente di stare concentrati sul proprio focus esistenziale.

Quando stiamo bene e siamo in situazione di normalità tutti noi, anche senza rendercene conto, tendiamo al nostro focus, cioè cerchiamo di dedicare il nostro tempo a ciò che ci sta a cuore: il Vangelo dice che «dov’è il tuo tesoro là anche il tuo cuore» (Mt 6,21) ed è proprio così. Ciò significa, in termini di organizzazione del nostro tempo e della nostra giornata, che se non ci sono disturbi tendiamo a distribuire i nostri impegni in modo da dedicare più spazio a ciò che ci sta più a cuore. Questo avviene, quando siamo padroni di noi stessi e della nostra vita: quando siamo liberi davvero, le nostre giornate si organizzano da sole nel modo giusto. Vale il detto per cui il fiume scava il proprio letto con il suo semplice scorrere. Ma questo accade poche volte. Esistono molte forze che ci spingono lontani da quanto ci sta veramente a cuore, basta pensare agli smartphone e alla pervasiva pressione dei social. I nostri atleti ci hanno insegnato che il modo per recuperare l’attenzione su noi stessi e sui nostri obiettivi è prendere delle decisioni che vadano ad incidere sul nostro modo di vivere quotidiano e facciano bene anche ad altri. Pur se temporaneamente, hanno lasciato la casa dove abitavano, gli affetti, tanti interessi, e hanno vissuto intere giornate che diventavano settimane e mesi concentrandosi sul loro focus esistenziale, attraverso delle metodiche che li hanno portati a vincere le Olimpiadi. Questi metodi sono mezzi e non fini: però sono necessari perché ci restituiscono il nostro tempo, cioè la nostra vita. L’estate è un buon momento per pensare se c’è qualcosa da rivedere nella disciplina della nostra vita.

www.avvenire.it

 

 

mercoledì 8 maggio 2019

IRREQUIETI A SCUOLA ? QUALI MOTIVAZIONI?

CARO MAESTRO, 
CHIEDIMI IL PERCHE?

La Camera dei Deputati dice sì all'abolizione di note sul registro ed espulsioni nella scuola primaria. 

Allontanare i bambini problematici non è una soluzione

di Angelo Petrosino

Ho spesso avuto in classe bambini irrequieti, arrabbiati con se stessi, il mondo, la vita e che rendevano non semplice la conduzione ordinata della classe. Ma non ho mai pensato di allontanare dalla scuola nessuno di loro, per avere un po’ di requie momentanea. 
Sapevo che ciascuno di essi, di volta in volta, avrebbe potuto dirmi: «Maestro, perché mi mandi via? Perché non mi chiedi come mai sento il bisogno di dare un pugno a uno o di fare uno sgambetto a un altro? Perché non cerchi di scoprire come mai entro in classe con tanta rabbia dentro e non sono in pace con me stesso? Io potrei provare a spiegartelo, a dirti che a casa non mi vogliono bene, che a volte mi picchiano e mi dicono che diventerò un poco di buono. 
Sono stanco di sentirmi dire che sono cattivo, che sono la disperazione di questo e di quello. Se tu me lo lasci dire e poi non ti spaventi se mi faccio un bel pianto, allora finisce che mi sfogo per bene, che mi sento meglio e che la smetto di far disperare te e irritare i miei compagni. 
Perché venire a scuola mi piace, è l’unico posto in cui non mi sento solo, in cui esisto anch’io e conto un poco anche per gli altri». 
Oppure: «Come mai non capisci che non è colpa mia se non imparo come tu vorresti? Le parole mi ballano davanti agli occhi, le mie pagine sono un disastro, piene di errori e di cancellature, e io mi arrabbio se mi dicono che sono un fannullone, che non mi impegno, che penso ad altro, mentre sono soltanto un bambino dislessico e ho tanta curiosità dentro di me.
È colpa mia se divento nervoso e me la prendo con tutti?». 
Oppure: «Non voglio fare male agli altri. Lo faccio solo perché ho paura che gli altri lo facciano a me.Tu non stare a guardarmi, però, ad allargare le braccia e a cercare solidarietà nelle altre maestre. Aiutami a capire che cosa mi succede.
Anch’io voglio sentirmi dire che sono buono, che sono bravo, che i grandi sono orgogliosi di me.
Se tu mi aiuti, posso riuscirci». 
Queste voci hanno sempre riecheggiato nella mia coscienza di uomo e di maestro e non ho mai espulso nessuno dalla scuola. 
Altrimenti avrei dovuto espellere anche me stesso.

Angelo Petrosino

da www.avvenire.it

lunedì 13 agosto 2018

BENEDETTO XVI - LA RESPONSABILITA' DI EDUCARE

Dieci anni fa Papa Benedetto XVI scriveva ai fedeli di Roma - la sua Diocesi - e a tutti i romani una lettera sul tema centrale dell’educazione, uno degli argomenti su cui il Papa si è speso più volte nel corso del suo pontificato. 
Papa Benedetto parlava di una emergenza educativa, che nasce da “un'atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all'altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita”.
Benedetto XVI per rendere concreta la sua impostazione cerca di “individuare alcune esigenze comuni di un'autentica educazione. Essa ha bisogno anzitutto - sostiene il Papa - di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore: penso a quella prima e fondamentale esperienza dell'amore che i bambini fanno, o almeno dovrebbero fare, con i loro genitori. Ma ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore”.
Ma qual è - si domanda Papa Benedetto - il punto più delicato dell'opera educativa? “Trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro. Il rapporto educativo è però anzitutto l'incontro di due libertà e l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate. Quello che invece non dobbiamo mai fare è assecondarlo negli errori, fingere di non vederli, o peggio condividerli, come se fossero le nuove frontiere del progresso umano. L'educazione non può dunque fare a meno di quell’autorevolezza che rende credibile l'esercizio dell'autorità. Essa è frutto di esperienza e competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell'amore vero. L'educatore è quindi un testimone della verità e del bene: certo, anch'egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua missione”.

Infine, concludeva Benedetto XVI, ecco il rapporto tra educazione e “senso di responsabilità: responsabilità dell'educatore, certamente, ma anche, e in misura che cresce con l'età, responsabilità del figlio, dell'alunno, del giovane che entra nel mondo del lavoro. E' responsabile chi sa rispondere a se stesso e agli altri. Chi crede cerca inoltre, e anzitutto, di rispondere a Dio che lo ha amato per primo. La responsabilità è in primo luogo personale, ma c'è anche una responsabilità che condividiamo insieme, come cittadini di una stessa città e di una nazione, come membri della famiglia umana e, se siamo credenti, come figli di un unico Dio e membri della Chiesa”. 


mercoledì 31 gennaio 2018

SAN GIOVANNI BOSCO. SETTE CONSIGLI PER L'EDUCATORE

"L'educazione 
è cosa del cuore"
Una delle sfide più grandi quando si educa un bambino è sapere come e quando esercitare la disciplina. Cosa deve fare un genitore (o un insegnante) quando un bambino conosce i bottoni da spingere per sfidarlo al massimo e niente sembra funzionare?
Don Bosco sa precisamente cosa state attraversando, perché ha dedicato tutta la sua vita a formare ragazzi. Ha preso centinaia di giovani svantaggiati, educandoli e impiegando tutte le proprie energie per trasformarli in uomini che potessero servire la società.
Man mano che i suoi sforzi aumentavano, Don Bosco ha avuto bisogno dell’aiuto di altri, e questo significava anche formare nuovi insegnanti.
Nelle sue lettere agli insegnanti, Giovanni Bosco delineava un dettagliato “Sistema Preventivo” di educazione che mirava a disporre “i ragazzi a obbedire non per paura o obbligo, ma in virtù della persuasione. In questo sistema ogni forma di forza dev’essere esclusa, e al suo posto la principale molla d’azione dev’essere la carità”.
Ecco sette suggerimenti che San Giovanni Bosco dava ai suoi insegnanti e che sono rilevanti ancora oggi, potendo aiutare i genitori stanchi o gli insegnanti frustrati a guidare i bambini sulla via della virtù:
1) La punizione dovrebbe essere l’ultima ratio
Nella mia lunga carriera di educatore, quanto spesso l’ho dovuto constatare! Non c’è dubbio che sia dieci volte più semplice perdere la pazienza che controllarla, minacciare un ragazzo che persuaderlo. È altrettanto indubbio che sia molto più gratificante per il nostro orgoglio punire chi ci oppone resistenza piuttosto che affrontarlo con ferma gentilezza. San Paolo lamentava spesso come alcuni convertiti alla fede tornassero troppo facilmente alle loro abitudini inveterate, e tuttavia sopportava tutto questo con pazienza ammirevole. È questo il tipo di pazienza di cui abbiamo bisogno quando ci rapportiamo ai giovani.
2) L’educatore tra gli allievi cerchi di farsi amare, se vuole farsi temere
In questo caso la sottrazione di benevolenza è un castigo, ma un castigo che eccita l’emulazione, dà coraggio e non avvilisce mai. Ogni educatore deve farsi amare se vuole essere temuto. Raggiungerà questo grande scopo se farà capire chiaramente con le parole, e ancor più con le azioni, che tutta la sua cura e la sua sollecitudine sono volte al benessere temporale e spirituale dei suoi allievi.
3) Eccettuati rarissimi casi, le correzioni, i castighi non si diano mai in pubblico, ma privatamente, lungi dai compagni
Bisogna quindi correggere con la pazienza di un padre, e mai, per quanto possibile, correggere in pubblico, ma in privato – o come si dice in camera caritatis –, lontano dagli altri. Solo nel caso in cui si debba evitare o rimediare a uno scandalo serio permetterei correzioni o punizioni pubbliche.
4) Il percuotere in qualunque modo, il mettere in ginocchio con posizione dolorosa, il tirar le orecchie ed altri castighi simili debbonsi assolutamente evitare
Sono proibiti dalle leggi civili. Irritano grandemente i giovani ed avviliscono l’educatore.
5) L’educatore faccia ben conoscere le regole, i premi ed i castighi stabiliti dalle leggi di disciplina, affinché l’allievo non si possa scusare dicendo che non sapeva che ciò fosse comandato o proibito
[In altre parole, i bambini hanno bisogno di confini e vi rispondono bene. Nessuno si sente sicuro se viene lasciato a briglia sciolta]
6) Quando è una questione di dovere, siate fermi nel perseguire ciò che è buono e coraggiosi nell’evitare il male, ma sempre gentili e prudenti. Vi assicuro che il vero successo può derivare solo dalla pazienza
L’impazienza non piace agli allievi e diffonde malcontento tra i migliori di loro. La lunga esperienza mi ha insegnato che la pazienza è l’unico rimedio anche per i peggiori casi di disobbedienza e irresponsabilità tra i ragazzi. A volte, dopo aver compiuto molti sforzi pazienti senza successo, ho ritenuto necessario ricorrere a misure severe, ma queste non hanno mai ottenuto niente, e alla fine ho sempre verificato che la carità ha trionfato dove la severità aveva fallito. La carità è la cura di tutto, anche se può essere lenta nel raggiungere i suoi obiettivi.
7) Per essere veri padri nel rapportarci ai giovani, non dobbiamo permettere che l’ombra della rabbia offuschi il nostro volto.
Se a volte veniamo colti di sorpresa, lasciamo che la serenità della nostra mente disperda immediatamente le nuvole dell’impazienza. L’autocontrollo deve regnare su tutto il nostro essere – mente, cuore e labbra. Quando qualcuno sbaglia, nutrite per lui simpatia nel vostro cuore e speranza nella vostra mente, e allora potrete correggerlo con profitto.
In certi momenti difficili, un’umile preghiera a Dio è molto più utile di un violento accesso di rabbia. I vostri ragazzi non trarranno sicuramente alcun profitto dalla vostra impazienza, e non sarete un esempio edificante per nessuno che vi stia osservando.
Da Aleteia

venerdì 24 marzo 2017

"DISCIPLINA" IN CLASSE


Quando esercitare

 autorità impegna

                                                                                                                                 di Lorena Alunni

E' di pochi giorni fa l'episodio di una collega che, ormai prossima al pensionamento, ha apertamente dichiarato a colleghi e genitori le personali difficoltà nel " tenere a bada" bambini di 10 anni, in una classe nella quale presta servizio solo tre ore settimanali. Esprimendo pubblicamente, fra l'imbarazzo e la stizza, questa personale criticità, è come se si fosse autodenunciata postulando così il diritto ad "uno sconto di pena" sul giudizio negativo più o meno inespresso dei presenti. Il fatto è: anche l'autorevolezza presuppone un' assunzione di responsabilità; si tratta di una responsabilità professionale, non esente da impegno a livello personale.
Un insegnante accomodante, che non prende posizioni, che non controlla il gruppo classe, spesso cerca inconsapevolmente di ricevere un pari trattamento: se io non mi occupo di te neanche tu puoi avanzare richieste nei miei confronti. Può apparire strano, ma questo tipo di comportamento fatto di anomia destabilizza il soggetto che cresce, il quale ha bisogno di punti di riferimento ben precisi sia in fatto di persone che di norme.
Quello che voglio dire è che la maturazione di un individuo può essere paragonata ad una costante ricerca di equilibrio, nel passaggio dallo stato temporaneo di discrasia emotiva a quello di ridefinizione della propria identità. E questi due momenti si susseguono senza soluzione di continuità nei primi venti anni - ma forse anche di più - della vita di una persona. In un siffatto percorso, non alieno da tortuosità, quale ruolo compete all'insegnante?
L'insegnante non può fare a meno di tenere la disciplina, dal momento che nel caos è difficile che si possa co-costruire apprendimento; per dirla con Vygotskij, il clima positivo è essenziale per un apprendimento socializzato nell'area di sviluppo prossimale; in poche parole il clima positivo è dato dall'atteggiamento coinvolto di leader imparziale, che il docente dovrebbe assumere. Un atteggiamento "interessato" che si alimenta dell'empatia che lega docente e discenti, dove l'uno comunica la fedeltà alla propria professione, l'intenzione di operare nell'interesse dei ragazzi che gli sono stati affidati, coinvolgendoli nella costruzione del sapere ma ponendo anche le basi per il loro essere nella vita; in tutto questo i ragazzi cercano nell'insegnante il loro punto di riferimento, colui che si dimostra disposto a guidarli, ad ascoltarli, ad offrirsi in loro aiuto, lasciando inalterato in ciascuno il bisogno di dipendenza nella ricerca di indipendenza. Dopo il 1968, molti insegnanti hanno rifiutato il modello di insegnamento autoritario, secondo la classica definizione di Lewin (1936), per abbracciarne uno antiautoritario, che spesso è diventato permissivo, piuttosto che democratico come è stato postulato.
E dietro il nome di siffatta presupposta democrazia si sono celati i docenti che hanno rinunciato ad assumersi la responsabilità di un' autorevolezza impregnata di buon senso e cura (Silvano Tagliagambe, Dall'insegnamento come processo unidirezionale al prendersi cura come circolarità di insegnamento/apprendimento) verso il soggetto che apprende. Thomas Homberger (da Il quadernone della via Clericetti, 1997) suggerisce: "È necessario che nel suo sviluppo il bambino faccia i conti con dei limiti, ma i limiti che noi diamo ai bambini e ai giovani devono essere davvero necessari e non imposti perché fanno comodo a noi."
Un'affermazione che si sposa bene con la tesi secondo la quale le regole sono prima di tutto un gesto di riguardo e di attenzione nei confronti dei bambini e dei ragazzi. Stabilire regole e fare in modo che siano rispettate rientra a pieno diritto nelle funzioni del docente, non quelle dettate dalla norma bensì dal buon senso.
Alla base di tutto c'è una fiducia reciproca, quella che deve legare allievo e docente, e una piena consapevolezza in quest'ultimo del messaggio che implicitamente comunica agli studenti: sono qui per voi, nel vostro interesse; credo in me stesso, in quello che faccio e in voi. Può sembrare retorica, ma l'atteggiamento di un insegnante comunica ben più delle sue parole.
Un gruppo classe indisciplinato è un gruppo di ragazzi che non stanno ricevendo la cura che gli è dovuta e forse avvertono che chi dovrebbe guidarli verso mete di apprendimento, non intende assumersi la responsabilità connessa al ruolo.
Significative sono in tal senso le parole del docente di pedagogia sociale Raniero Regni (Essere insegnanti, divenire maestri, Atti del Convegno di Studi 'Educare oggi..."): " Coloro che vengono chiamati maestri devono la loro autorità meno all'istituzione che a se stessi; il loro carisma attinente meno alla loro funzione che alla loro persona; non li si subisce, li si segue.
Un maestro è qualcuno che insegna ciò che non si trova nei libri. Il maestro è l'uomo il cui insegnamento mi libera e mi permette di essere me stesso. Un maestro è colui che insegna la sua specialità e qualche altra cosa che è la sicurezza dei gesti e del pensiero, l'onestà, il gusto, il desiderio di sapere, il coraggio di riflettere, l'attitudine a giudicare, l'orgoglio di essere un po' più adulto e la gioia di disporre di se stesso. Il vero maestro è l'uomo che educa insegnando."






lunedì 6 settembre 2010

LA PRIMA SCUOLA SIAMO NOI


La novità del nostro tempo, quella che chiamiamo "emergenza educativa", sembra consistere in una problematicità assai più radicale, che investe il concetto stesso e la possibilità dell’educazione.......
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lA PRIMA SCUOLA SIAMO NOI