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giovedì 31 luglio 2025

CONTROCOMUNICAZIONE

Immagine che contiene arte, vaso, pianta, interno

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. 

Così le big tech digitali

 spengono il desiderio di pensare

Recensione di "Controcomunicazione", saggio di Guido Bosticco e Giovanni Battista Magnoli Bocchi (Franco Angeli, 2025): come si manifesta l’ottundimento del pensiero? In massimo grado con la polarizzazione. Si ha sempre meno voglia di capire le ragioni dell’altro. Che si tratti di decretare chi sia il più grande calciatore della storia, o il miglior film su Batman, o di chi è la colpa di una guerra, comanda la fazione, l’appartenenza emotiva

di Doriano Zurlo

È un libro molto interessante, Controcomunicazione di Guido Bosticco e Giovanni Battista Magnoli Bocchi (Franco Angeli, 2025). Lo dovrebbero leggere in tanti. Non solo chi si occupa di comunicazione in modo professionale (giornalisti, opinionisti, critici, insegnanti, politici, moderatori di talk show, pubblicitari, social media manager…), anche chi di mestiere fa tutt’altro. Se non altro per rendersi conto, per esempio, che «il potere di parola che chiunque sembra aver conquistato, l’opportunità cioè di parlare potenzialmente al mondo intero e divenire un opinion leader, potrebbe rivelarsi funzionale a un sistema di potere in principio alternativo a quello tradizionale, ma forse più soverchiante e subdolo di quello. In parole povere, per picchiare duro contro i governi e le vecchie corporation si fa il gioco delle big tech digitali, che sembrano essere così diventate più potenti dei governi e delle vecchie corporation».

Senza pensieri

Il saggio non è troppo lungo, in tutto parliamo di 150 pagine piuttosto scorrevoli. Ma gli spunti offerti sono parecchi, e ognuno è meritevole di riflessione. Tra questi, non mancano ragioni di sconforto e inquietudine per il futuro che ci aspetta. Gli autori constatano, non senza una punta di amarezza, che «la tecnica ci ha esonerato, nella storia, da molte attività fisiche faticose, e oggi – in particolare con l’avvento dei sistemi di intelligenza artificiale che già da tempo sono nei nostri smartphone, nei computer, nelle piattaforme TV – tende sempre più a esonerarci anche dal pensare. Gli strumenti scelgono per noi che cosa vedere o ascoltare, in base ai nostri gusti e a quelli di persone profilate come simili a noi, spesso anticipano i nostri desideri, altrettanto spesso li indirizzano. Gli strumenti, soprattutto, selezionano per noi le informazioni, il cosa, il come e il quando presentarcele, e per lo più inquadrano questa presentazione in un contesto interpretativo che ci instrada, perché è confortevole per noi (è creato su misura in base ai nostri interessi) e rafforza le nostre posizioni. Così non dobbiamo fare la fatica di pensare».

Una spiegazione, per quanto non esaustiva, del perché il mondo sia impazzito ai livelli attuali, va forse rimandata proprio a questo fatto che pare acclarato: abbiamo smesso di pensare. Ma come si manifesta l’ottundimento del pensiero? In massimo grado con la polarizzazione. Si ha sempre meno voglia di capire le ragioni dell’altro. Che si tratti di decretare chi sia il più grande calciatore della storia, o il miglior film su Batman, o di chi è la colpa di una guerra, comanda la fazione, l’appartenenza emotiva a un certo modo cristallizzato di vedere il mondo, «giacché le opinioni sfumate e le posizioni di mediazione hanno sempre meno cittadinanza nel circuito mediatico, in particolare sui social media».

Fake news

L’efficacia di una comunicazione, purtroppo, non è legata alla verità del contenuto che veicola. E questo libro, che è anche un libro di tecnica della comunicazione, volto a illustrare i meccanismi che rendono una comunicazione efficace o meno, ha il pregio di prenderne atto senza troppi patemi d’animo. Anche perché le fake news esistono da sempre: «Un esempio, fra i molti, possiamo prenderlo dal 1274 a.C., con la battaglia di Qadesh, nell’attuale Siria, fra gli Egizi e gli Ittiti, due vere super potenze dell’epoca. Sui muri dei tempi di Luxor e di Abu Simbel o nel Ramesseum di Tebe, sono rappresentate le scene di questa battaglia, in cui il faraone Ramses II travolge orde di Ittiti, schiacciandoli sotto le ruote del suo carro e correndo incontro a una fulgida vittoria. Tutti i sudditi dovevano comprendere questo successo, la comunicazione era importante quanto la vittoria. Ebbene le cose non andarono così, la battaglia si avviò verso uno stallo (e anzi semmai furono gli Ittiti a prevalere) al punto che si concluse con la stipula di un trattato di pace, divenuto assai famoso». 

Per quanto riguarda l’oggi, il tema è talmente pervasivo che non si può affrontare secondo schemi troppo scontati, quelli per i quali se crediamo all’allunaggio, alla terra rotonda, ai vaccini e al riscaldamento globale, allora siamo intelligenti e al riparo da qualsiasi manipolazione della realtà. Il fatto è che «tutti noi fruiamo delle fake news, quando esse coincidono o sono nell’area delle nostre convinzioni e del nostro pregiudizio. Se io ho un’opinione su un fatto e trovo un elemento di conferma, non mi insospettisco: posso non dargli troppo peso o posso invece aggiungerlo al mio bagaglio per rafforzare la mia idea, ma difficilmente mi impegno per metterlo in dubbio, per metterlo alla prova, per testarlo, per fare debunking, se volete». Vale per chi crede nelle scie chimiche, vale per noi che ci sentiamo colti e intelligenti e sempre dalla parte giusta.

Relativismo o verità?

Siamo dunque condannati a un relativismo che metterà in gioco per sempre qualsiasi nostra certezza? Già nel dibattito social attuale, non di rado mi è capitato di leggere commenti di questo tenore: “la verità è un concetto superato, guardiamo alla situazione concreta”». Mi è capitato soprattutto parlando della guerra che infiamma, da tre anni, l’est Europa. Sono stato in Ucraina tre volte, dall’inizio della guerra, e ogni volta ho riportato la mia testimonianza diretta, in aperta contraddizione con un certo racconto che farebbe degli ucraini un popolo al servizio degli Usa e di loschi interessi occidentali. Non potendo contestare la testimonianza diretta – a meno di non darmi del contaballe, e qualcuno l’ha pur fatto… – mi è stato contestata l’idea che si debba partire dalla verità: “è un concetto superato”. Qui, naturalmente, si pone l’eterno problema: nel momento in cui lo affermi, stai affermando una verità, la tua verità, e quindi cadi in contraddizione. Ma lasciamo perdere le finezze epistemologiche. Guardiamo al concreto, come mi è stato consigliato di fare. Seguendo questa logica, gli ucraini, invece di attaccarsi alla verità di avere subito un’aggressione, avrebbero dovuto rinunciare al Donbass subito, e così facendo non ci sarebbero stati tutti quei morti! È la logica del professor Orsini. Che se applichiamo anche a Gaza, però, ci costringerebbe a dare ragione a Trump: perché non spostare i palestinesi altrove e fare di Gaza una riviera per ricchi? Questo risolverebbe molte cose, no? Be’, c’è un piccolo problema, e questo problema si chiama, ancora una volta, verità. Se gli ucraini avessero detto, nel 2022, va bene, prenditi il Donbass, Putin si sarebbe preso l’Ucraina tutta intera. E se i palestinesi venissero dislocati in terre estranee alla loro tradizione, questo significherebbe l’annichilimento di un intero popolo. 

La verità, oltretutto, in casi come questi non ha bisogno di chissà quali tortuose elaborazioni: chiunque bombardi civili è un criminale.

Ritornare a pensare

Dalla verità non si può prescindere. Se io credo con i vaccini mi iniettino un microchip per controllarmi non potrò che agire di conseguenza, perché quella, per me, è la verità. E sulla verità, su ciò che crediamo tale, noi impostiamo ogni istante della nostra esistenza. Quello da cui si prescinde, invece – lo abbiamo accennato sopra ed è anche una tesi del libro – non è tanto la verità, quanto il pensiero. Ma cosa vuol dire pensare? Questo è un bel tema. Dal quale però siamo continuamente distratti. Il mondo digitale ci regala tante, tantissime cose. Perché ha trasformato ogni cosa – dai due sfigati al concerto dei Coldplay ai bambini mutilati a Gaza – in intrattenimento. Ma poi non è vero che ce le regala. Perché esige da noi un prezzo altissimo, esige la nostra attenzione, il bene più prezioso che c’è, in questo momento, sulla faccia della Terra. Distratti, abbiamo sempre meno tempo per pensare. Pensare vuol dire certamente leggere, approfondire, farsi aiutare da chi ne sa di più, non accettare certe semplificazioni, ragionare sulle varie posizioni, tentare mediazioni (la verità sta nel mezzo, diceva Aristotele), valutare i fatti, capire certi meccanismi eccetera. Ma significa soprattutto guardarsi dentro. Avere attenzione per noi stessi, cioè per ciò che ci costituisce, e ciò che ci costituisce è una esigenza di verità e giustizia infinite, che non si possono risolvere nelle parole di un talk show o di una polemica sui social.

Il passo che più mi è piaciuto del libro di Bosticco e Battista Magnoli Bocchi è questo: «Un venditore di automobili abile sa adattare le proprie argomentazioni alle esigenze e ai valori del cliente che ha davanti. La stessa auto può essere presentata come “la più sicura”, “la più elegante”, “la più economica”, “la più venduta” o “la più alla moda”, a seconda delle priorità dell’acquirente. Dipende dalla capacità del venditore di intuire i desideri e le preoccupazioni del compratore, cioè se, per esempio, ha paura di guidare, se vede l’auto come simbolo di prestigio, se è attento ai costi, se preferisce un modello molto diffuso per sentirsi rassicurato o un modello esclusivo per distinguersi: il venditore modifica la propria strategia di persuasione sulla base della percezione che ha del suo interlocutore. La macchina invece è sempre la stessa».

La macchina invece è sempre la stessa. Ecco, pensare serve a farci trovare la macchina, sotto tutte le allusioni e strategie che il venditore mette in atto per convincerci a comprarla. La macchina, in un certo senso, è la verità. Sempre che sia una macchina e non uno scaldabagno. 

Ma questo sta a noi scoprirlo.

 VITA

 

domenica 26 maggio 2024

AMBIENTE e FAKE NEWS

Le nuove bugie sull'ambiente servono a bloccare le politiche per il clima

 


Il negazionismo tende a spostarsi dal fenomeno del cambiamento climatico in sé ai rimedi proposti. 

Dietro a molte campagne sui social media ci sono anche le compagnie petrolifere


-           di Gianluca Schinaia

    E se fossero i nostri stessi governi ad affamarci, distruggendo i raccolti per far crescere i prezzi del cibo, usando come scusa questa storia dei cambiamenti climatici? O se invece questo “climate change” sia solo un'espressione straniera che condanna a morte i nostri valori culturali? Le fake-news sui dati climatici, il complottismo sull’economia circolare, la diffidenza per la scienza ufficiale: le bufale su tutto ciò che riguarda le motivazioni di una quanto mai più urgente rivoluzione socio- economica in favore della sostenibilità sono ancora diffuse. Secondo un rapporto della coalizione Climate Action Against Disinformation (CAAD), la disinformazione online sui cambiamenti climatici continuano a prosperare. Nell'ultimo anno, secondo la ricerca, i post con l'hashtag #climatescam (“truffa climatica”) hanno ottenuto più like e retweet sulla piattaforma social X rispetto a quelli con #climatecrisis o #climateemergency.

Tra i motivi principali di questo successo della propaganda negazionista sui cambiamenti climatici ci sono il grande appeal delle fake news, il ruolo delle echo chambers (le camere dell’eco), la spinta consapevole alla disinformazione promossa dalle lobby delle energie fossili. Ecco ad esempio perché la metà degli statunitensi non crede che i cambiamenti climatici siano legati all’attività dell’uomo, e il 15% tra loro è addirittura convinta che ci sia una grande cospirazione dietro l'azione climatica. Tutto ciò nonostante il 99% dei climatologi a livello mondiale affermi che il cambiamento climatico sia reale e causato dall’uomo, così come ha ribadito la più alta autorità scientifica al mondo sul tema climatico: l’IPCC.

E se il problema fossero proprio loro, gli esperti? Se quest’ansia climatica non fosse altro che colpa degli scienziati del clima che hanno interessi a noi ignoti per diffondere dati falsi, non sarebbe giusto metterli a tacere nel mondo digitale inondandoli di insulti? Secondo il rapporto di CAAD, circa il 73% degli scienziati del clima che appaiono regolarmente sui media ha subito attacchi online. È parte del problema dell’oggettività informativa, oggi sempre più parziale nel mondo digitale. Spiega Emma Frances Bloomfield, docente dell’Università del Nevada in Texas, che molte persone fanno leva su informazioni cospirazionistiche dato che «dubitano del cambiamento climatico perché dubitano delle autorità scientifiche. Prendono decisioni sull'ambiente non in base ai fatti o alla scienza, ma in base ai loro valori o ad altre cose che sono importanti per loro». E infatti, come spiega la scrittrice Naomi Klein, «non è l'opposizione ai fatti scientifici del cambiamento climatico a guidare il negazionismo, ma l'opposizione alle implicazioni concrete di questi fatti». Segue Bloomfield: « Nella storia del cambiamento climatico, noi siamo i cattivi, o almeno parzialmente colpevoli di ciò che sta accadendo all'ambiente, e questo ci impone di fare molti sacrifici: è più comodo proporre il dubbio che la certezza».

Molto dipende dalle proprie convinzioni politiche. Al giorno d'oggi, tutto ciò che suona ambientale o sostenibile è identificato come “verde”, e per molti partiti conservatori il “green” è una forma di “rosso”, inteso come identità di una fazione politica sinistroide. È quindi più semplice identificare il “green” come vessillo di un nemico da sconfiggere piuttosto che di un problema da risolvere. Ecco uno dei motivi della popolarità delle fake news sul clima: strumenti oggi comuni per diffondere le idee che stanno minando la lotta contro i cambi climatici, secondo quanto riferisce la Royal Swedish Academy of Science.

Nel 2023 compagnie petrolifere come Shell, ExxonMobil e BP hanno speso tra i 4 e i 5 milioni di dollari in annunci su Facebook relativi a temi sociali e politici, secondo quanto riporta CAAD. Se però qualche anno fa i negazionisti erano chiamati tali perché negavano l’esistenza del climate change, oggi invece cercano di screditare le politiche e le soluzioni necessarie per affrontare la crisi climatica. Il Center for Countering Digital Hate ha conteggiato i messaggi del “nuovo negazionismo” che, come riporta il sito Scienza in rete, sono passati da un 35% del totale nel 2018 a un 70% nel 2023. Al contempo, quelli relativi al “vecchio negazionismo” variano dal 65% al 30%. Non si tratta solo della spinta pubblicitaria ad idee avverse alla sostenibilità: parte del problema della persuasione è il fascino genuino delle fake news. Infatti, un altro studio pubblicato su Nature Human Behavior rivela che la disinformazione sul cambiamento climatico è più persuasiva dei fatti scientifici.

Perché? Gioca con le emozioni delle persone e coinvolge elementi di appartenenza sociale legati alla propria psicologia. Infatti, le convinzioni ideologiche creano disaccordo sulla percezione della crisi climatica e il disaccordo causa la sfiducia nei dati scientifici relativi al cambiamento climatico. A questi elementi si sommano difficoltà oggettive: ad esempio, la conoscenza di un quadro complesso per analizzare a fondo le sfide della sostenibilità. Oppure il fatto che le massicce alterazioni del clima non hanno un impatto sulla percezione quotidiana. E per risolvere queste problematiche l’intelligenza artificiale non sarà di grande aiuto: « Abbiamo già un problema enorme di disinformazione», afferma Lauren Cagle, docente di retorica e studi digitali all'Università del Kentucky. « I modelli linguistici di grandi dimensioni come ChatGPT sono sul punto di farlo esplodere ancora di più». Infatti, alcuni ricercatori dell'Università del Wisconsin- Madison hanno scoperto che il tipo di informazioni fornite da GPT-3 dipendeva dall'interlocutore.

Per i conservatori e le persone meno istruite, l’IA generativa tendeva a usare parole associate a emozioni negative e a parlare degli effetti distruttivi del riscaldamento globale. Per coloro che sostenevano il consenso scientifico, era più probabile che parlasse di cosa si può fare per ridurre l'impronta di carbonio, come mangiare meno carne o andare in bicicletta. Insomma, il chatbot tendeva a compiacere le inclinazioni dell’interlocutore: qualcosa di simile a come funzionano i feed sulle pagine social. Nonostante questi difetti, l'uso dei chatbot per aiutare le persone a conoscere i cambiamenti climatici può avere dei lati positivi. In una normale conversazione tra esseri umani sono in gioco molte dinamiche sociali, mentre all’IA generativa è riconosciuta un’oggettività che nessun uomo potrà incarnare. E poi da poco esiste un chatbot che mira specificamente a fornire informazioni di qualità sul cambiamento climatico: si chiama ClimateGPT, un modello linguistico open-source di grandi dimensioni che è stato addestrato su studi e dati relativi al clima.

Oltre all’intelligenza artificiale, sarà utile sdrammatizzare. Come spiegava in un convegno organizzato dal Centro Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici John Cook, esperto di scienze cognitive presso il Melbourne Centre for Behaviour Change, i giochi e l'umorismo applicati al pensiero critico sono strumenti potenti per riconoscere e smontare le tecniche retoriche: « Le persone capiscono meglio e di più se sono coinvolte nel pensiero critico. Una delle tecniche più efficaci è quella di coinvolgere attivamente le persone, con app e giochi per smartphone, e renderle protagoniste delle attività necessarie a smascherare il negazionismo».

Un altro approccio promettente è il “deep canvassing”, che cerca di persuadere le persone attraverso conversazioni individuali e non giudicanti. Questo metodo consiste nell’ascoltare le preoccupazioni delle persone e aiutarle a elaborare i loro sentimenti contrastanti. Parlare di fatti locali e di persone che si conoscono davvero aiuta anche i potenziali negazionisti ad aprirsi al dialogo. Per questo ottenere informazioni da amici, familiari e altre persone fidate possono essere davvero utile come conclude Bloomfield: «Non sono necessariamente autorevoli come l'IPCC, ma ti aiutano a connetterti con quelle informazioni: ti fidi di quella persona, quindi ti fidi delle informazioni che sta condividendo». Il buon vecchio dialogo umano, che proprio all’alba della quarta rivoluzione industriale rimane necessario e sempre più utile per superare gli steccati ideologici issati perfino su temi di interesse assoluto: come il futuro dell’umanità.

www.avvenire.it

 

sabato 20 gennaio 2024

TO SHARE - TO CARE

Comunicare 
non è solo connettere 
ma condividere 
e prendersi cura

Il prefetto del Dicastero per la Comunicazione firma la prefazione al libro della Lev “Comunicare”, che raccoglie i dieci Messaggi di Francesco per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, raccolti dall’Unione Cattolica Stampa Italiana e commentati da giornaliste e giornalisti italiani. Di seguito il testo integrale della prefazione

Il libro “Comunicare” è stato curato da Vincenzo Varagona, presidente dell’Unione cattolica stampa italiana (Ucsi), giornalista Rai per 35 anni che ora collabora con Avvenire e da Salvatore Di Salvo, segretario nazionale dell’Ucsi, redattore del settimanale Cammino e collaboratore del Giornale di Sicilia. Gli autori dei contributi sono: Marco Ansaldo, Alessandro Banfi, Carlo Bartoli, Paolo Borrometi, Aldo Cazzullo, Alessandra Costante, Asmae Dachan, Marco Damilano, Giuseppe Fiorello, Luciano Fontana, Sara Lucaroni, Simone Massi, Maurizio Molinari, Andrea Monda, Salvo Noè, Agnese Pini, Gianni Riotta, Nello Scavo, Andrea Tornielli, Mariagrazia Villa.

 

-         di Paolo Ruffini

Comunicare non è solo connettere.

Praticamente in ognuno dei suoi Messaggi per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, papa Francesco ha ripetuto questo ammonimento, facendone il “filo rosso” del suo magistero. Connettere non basta. Bisogna prendersi cura. To share e to care.

 To share: il mondo della televisione ha ridotto lo share a un numero che misura una massa; a un indice che serve per pesare il valore degli investimenti pubblicitari. Laddove, invece, se c’è una grandezza da misurare è quella della pienezza, della bellezza, di questa condivisione. È una grandezza che sta nella sua unicità.

 To care, mi interessa, mi sta a cuore: il mondo di oggi ha quasi cancellato l’idea che ci si possa interessare a qualcosa di diverso dal proprio interesse.

Al massimo ci interessa il modo in cui il progresso sembra appagare i nostri desideri.

 Siamo così affascinati dal catalogo delle possibilità che la tecnologia della comunicazione digitale squaderna davanti agli occhi di ognuno di noi, che rischiamo di restare alla fine senza parole, senza gesti, senza immagini, senza nulla da comunicare, prigionieri di noi stessi, delle nostre paure, del nostro narcisismo; incarnando il paradosso del massimo della connessione e del minimo della comunicazione; scambiando la forma con il contenuto.

 È in questo quadro che si inseriscono i Messaggi di papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.

La Chiesa ha sempre considerato la comunicazione coessenziale alla sua missione; e sempre ha accettato la sfida del tempo.

 Potremmo citare le Lettere di san Paolo, san Giacomo, san Pietro e san Giovanni come prima forma di comunicazione insieme ai Vangeli. E gli Atti degli Apostoli come narrazione, una comunicazione frutto della comunione. Potremmo trovare nella Regula pastoralis di papa Gregorio I, del 590, una bellissima riflessione teologico-pastorale sui criteri per discernere – con il cuore – quando parlare e quando tacere: «Il pastore sia accorto nel tacere e tempestivo nel parlare, per non dire ciò ch’è doveroso tacere e non passare sotto silenzio ciò che deve essere svelato».

 E potremmo ritrovare in questa citazione così lontana da noi persino una risonanza rispetto a quanto papa Francesco ha scritto nel suo Messaggio del 2023 riguardo al dovere di non aver paura di proclamare la verità, anche se a volte è scomoda, e allo stesso tempo anche al dovere di guardarsi dal farlo senza carità, senza cuore.

 Comunicare con il cuore

Una cosa soprattutto ci ripete ogni anno Francesco con i suoi Messaggi; ed è esattamente questa: l’importanza di comunicare con il cuore, di «parlare con il cuore», di ascoltare con il cuore, di tacere anche con il cuore.

 Come scrive il Papa nel suo Messaggio del 2017: «Già i nostri antichi padri nella fede parlavano della mente umana come di una macina da mulino che, mossa dall’acqua, non può essere fermata. Chi è incaricato del mulino, però, ha la possibilità di decidere se macinarvi grano o zizzania. La mente dell’uomo è sempre in azione e non può cessare di “macinare” ciò che riceve, ma sta a noi decidere quale materiale fornire (cfr. Cassiano il Romano, Lettera a Leonzio Igumeno)».

 «Tutti siamo chiamati a cercare e a dire la verità e a farlo con carità (…) a custodire la lingua dal male (cfr. Sal 34,14)» (Francesco, Messaggio per la LVII Giornata delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2023).

 Ascoltare è comunque il primo indispensabile ingrediente del dialogo e della buona comunicazione. Non si comunica se non si è prima ascoltato e non si fa buon giornalismo senza la capacità di ascoltare (cfr. Francesco, Messaggio per la LVI Giornata delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2022).

 Quanto alla tecnologia, certamente essa ci permette oggi cose che erano impensabili solo pochi decenni fa. Ma ci sono – sempre ci saranno – cose che la tecnologia non può sostituire. Come la libertà. Come il miracolo dell’incontro fra le persone. Come la sorpresa dell’inatteso. La conversione. Lo scatto dell’ingegno. L’amore gratuito. Qui è la radice di ogni comunicazione. Per questo la connessione da sola non basta.

 Di solito della comunicazione si parla in maniera funzionale. L’insegnamento della Chiesa è quasi all’opposto. Ci possono essere marketing, pubblicità, connessione. Ma senza una relazione vera non c’è vera comunicazione. La stessa ragione della crisi dei media può essere trovata qui.

 Le dinamiche dei media e del mondo digitale – ha scritto papa Francesco nella Laudato si’ – «quando diventano onnipresenti, non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità. I grandi sapienti del passato, in questo contesto, correrebbero il rischio di vedere soffocata la loro sapienza in mezzo al rumore dispersivo dell’informazione».

Le fake news

 Siamo sommersi di informazioni non verificate, senza contesto, senza memoria, senza una lettura consapevole.

Il primato della velocità impedisce spesso il controllo, la verifica, il discernimento. Alimenta la chiacchiera.

In un tempo dove la tecnologia rischia di diventare tecnocrazia dovremmo testimoniare un nuovo umanesimo cristiano, dove la tecnologia è per l’uomo e non contro l’uomo.

Il mondo digitale non è fermo, non è immobile. Sta a noi orientarlo verso il bene.

Non sarà un algoritmo a rivelarci il bene. Tocca semmai a noi orientare l’algoritmo al bene.

 Anche a questo risponde papa Francesco, quando ci invita a usare l’amore (l’unica cosa preclusa alle macchine e agli algoritmi) come regola anche del modo in cui narrarla, la verità. Il problema che stiamo affrontando è: come si fa a essere accattivanti senza diventare cattivi, come si può generare un’informazione che non degeneri, come si può evitare di essere complici di una falsa interpretazione della realtà? Come si può discernere ciò che è vero da ciò che non lo è, la verità dalla post-verità, gli eventi dagli pseduo-eventi, i fatti dai fattoidi?

 Credo che la soluzione stia nel riscoprire l’importanza di essere sulla vita, pienamente presenti, invece che semplicemente in linea.

Più volte papa Francesco ha invitato i comunicatori a evitare gli eccessi degli slogan, che invece di mettere in moto il pensiero lo annullano; e a percorrere la strada lunga della comprensione invece di quella breve che pensa di poter trovare subito o i salvatori della patria, capaci di risolvere da soli tutti i problemi, o i capri espiatori su cui scaricare tutte le responsabilità.

 Più volte ha messo in guardia dal fidarsi di chi dice le cose a metà, perché disinforma con l’alibi di informare, impedisce di dare un giudizio accurato sulla realtà e induce all’errore.

Più volte ha stigmatizzato l’alternanza tra due mali opposti, ugualmente dannosi: l’allarmismo catastrofico e il disimpegno consolatorio, il più grave dei quali è la disinformazione, perché induce all’errore, allo sbaglio; induce a credere solo a una parte della verità.

 Ora l’intelligenza artificiale ci sfida.

Ma l’intelligenza umana ha una risorsa che la macchina non ha: il cuore, il sentimento.

 «La comunicazione è (…) una conquista più umana che tecnologica», ha esordito Francesco nel 2014, con il suo primo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. E lo ha fatto scegliendo a sorpresa una parabola diversa da quelle solitamente usate per parlare della comunicazione, quella del buon samaritano, perché ci aiuta – ha detto – a pensare il potere della comunicazione in termini di prossimità: «Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità ed è chiamato a esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, una rete non di fili ma di persone umane».

 In questo inizio c’è già tutto. E c’è soprattutto tra le righe il riconoscimento della comunicazione (e del giornalismo) come missione, come afferma il Messaggio del 2015: «In un mondo dove così spesso si maledice, si parla male, si semina zizzania, si inquina con le chiacchiere (…) benedire anziché maledire, visitare anziché respingere, accogliere anziché combattere è l’unico modo per spezzare la spirale del male, per testimoniare che il bene è sempre possibile».

 Sebbene conscio dello straordinario potere della tecnica, e anche della retorica, papa Francesco respinge entrambe le tentazioni: quella tecnocratica e quella propagandistica. «Non è la tecnologia che determina se la comunicazione è autentica o meno, ma il cuore dell’uomo e la sua capacità di usare bene i mezzi a sua disposizione» (Francesco, 8 9 Messaggio per la L Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2016).

 Non è il marketing il modello della buona comunicazione. Ma la testimonianza di chi sa vedere, di chi sa ascoltare, di chi sa farsi prossimo.

Questo è anche il modo migliore di combattere le fake news:

Il miglior antidoto contro le falsità non sono le strategie, ma le persone: persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell’uso del linguaggio. Se la via d’uscita dal dilagare della disinformazione è la responsabilità, particolarmente coinvolto è chi per ufficio è tenuto ad essere responsabile nell’informare, ovvero il giornalista, custode delle notizie. Egli, nel mondo contemporaneo, non svolge solo un mestiere, ma una vera e propria missione. Ha il compito, nella frenesia delle notizie e nel vortice degli scoop, di ricordare che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l’impatto sull’audience, ma le persone. Informare è formare, è avere a che fare con la vita delle persone (Francesco, Messaggio per la LII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2018).

Una rete per condividere

Nel mondo iperconnesso e frammentato, è questa – secondo Francesco – la rete che dovrebbero tessere gli uomini e le donne di buona volontà impegnati nella comunicazione, «una rete fatta non per intrappolare, ma per liberare» (Francesco, Messaggio per la LIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2019); per condividere storie che reclamano di essere condivise, raccontate, fatte 10 vivere in ogni tempo, con ogni linguaggio, con ogni mezzo (cfr. Francesco, Messaggio per la LIV Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2020).

 Tra le cose meravigliose di cui l’animo umano è capace, prima di ogni invenzione tecnica, c’è questo infatti: la capacità di condividere.

In un momento così buio per la storia della umanità è solo nella condivisione vera che possiamo trovare la strada per ridare l’anima ad ogni meravigliosa invenzione tecnica e al nostro comunicare.

Solo così la comunicazione diventa comunione e apre veri e propri processi di sviluppo del bene, di pace.

 Non si tratta – come ha detto papa Francesco – di promuovere un giornalismo «buonista» che nega l’esistenza di problemi gravi e assume toni sdolcinati. Ma al contrario, un giornalismo senza infingimenti, ostile alle falsità, a slogan ad effetto e a dichiarazioni roboanti; un giornalismo fatto da persone per le persone; un giornalismo che non brucia le notizie, ma si impegna nella ricerca delle cause reali dei conflitti, per favorirne la comprensione dalle radici e il superamento di un giornalismo impegnato a indicare soluzioni alternative alle escalation del clamore e della violenza verbale.

 Per questo, ispirandoci a una preghiera francescana, Francesco – nei Messaggi del 2018 e del 2021 – ha scritto due preghiere per il giornalismo che sfidano anche i non credenti a intraprendere un cammino e che sono la migliore conclusione di queste righe.

 Signore, fa’ di noi strumenti della tua pace.

Facci riconoscere il male che si insinua in una comunicazione che non crea comunione.

Rendici capaci di togliere il veleno dai nostri giudizi.

Aiutaci a parlare degli altri come di fratelli e sorelle.

Tu sei fedele e degno di fiducia; fa’ che le nostre parole siano semi di bene per il mondo:

dove c’è rumore, fa’ che pratichiamo l’ascolto;

dove c’è confusione, fa’ che ispiriamo armonia;

dove c’è ambiguità, fa’ che portiamo chiarezza;

dove c’è esclusione, fa’ che portiamo condivisione;

dove c’è sensazionalismo, fa’ che usiamo sobrietà;

dove c’è superficialità, fa’ che poniamo interrogativi veri;

dove c’è pregiudizio, fa’ che suscitiamo fiducia;

dove c’è aggressività, fa’ che portiamo rispetto;

dove c’è falsità, fa’ che portiamo verità.

(Francesco, Messaggio per la LII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2018)

 

Signore, insegnaci a uscire dai noi stessi,

e a incamminarci alla ricerca della verità.

Insegnaci ad andare e vedere,

insegnaci ad ascoltare,

a non coltivare pregiudizi,

a non trarre conclusioni affrettate.

Insegnaci ad andare là dove nessuno vuole andare,

a prenderci il tempo per capire,

a porre attenzione all’essenziale,

a non farci distrarre dal superfluo,

a distinguere l’apparenza ingannevole dalla verità.

Donaci la grazia di riconoscere le tue dimore nel mondo

e l’onestà di raccontare ciò che abbiamo visto.

(Francesco, Messaggio per la LV Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 23 gennaio 2021)

 Vatican News

Immagine

 

sabato 13 gennaio 2024

FAKE NEWS e I.A.

 “Fake news prodotte dall’IA,

 la più grave minaccia”

 Il report “Fra deepfake e attacchi informatici”

 

La disinformazione alimentata dall’intelligenza artificiale, l’IA viene oggi considerata come la più grande minaccia a breve termine per il mondo. Questo quanto è emerso dal rapporto di Davos, il World Economic Forum, negli scorsi giorni, riportato dal Financial Times. Nel rapporto Global Risk si legge come la cattiva informazione e la disinformazione siano considerate il rischio più grave per i prossimi due anni, evidenziando quindi come i progressi tecnologici stiano creando dei problemi nuovi o eventualmente stiano peggiorando quelli esistenti, e non il contrario.

 Secondo gli autori del report, il boom dei chatbot che si basano sull’intelligenza artificiale, l’IA generativa come ad esempio il tanto chiacchierato ChatGPT, potrebbe portare alla creazione di contenuti sintetici sofisticati che possono essere usati per manipolare gruppi di persone, e tale situazione potrebbe non essere più limitata a breve a chi ha delle competenze specializzate in materia. Il tutto arriva tra l’altro in un anno, il 2024, in cui si terranno una serie di elezioni importantissime in tutto il mondo, a cominciare dagli Stati Uniti, previste il prossimo novembre, ma anche Gran Bretagna, India, Messico e molti altri Paesi.

 FAKE NEWS PRODOTTE DALL’IA RISCHIO PER IL MONDO, 

IL COMMENTO DELL’ESPERTA

Carolina Klint, leader nella gestione del rischio presso Marsh, la cui società madre Marsh McLennan è coautrice del rapporto con Zurich Insurance Group, ha affermato che: “È possibile sfruttare l’intelligenza artificiale per creare deepfake e avere un impatto reale su grandi gruppi, il che alimenta davvero la disinformazione”. E ancora: “Le società potrebbero polarizzarsi ulteriormente” in quanto le persone fanno più fatica ad individuare quali fatti siano reali o meno.

 Le fake news create tramite l’IA, l’intelligenza artificiale, potrebbero inoltre essere utilizzate per alimentare domande sulla legittimità dei governi che sono stati eletti “il che significa che i processi democratici potrebbero essere erosi e spingerebbe ulteriormente la polarizzazione sociale”, ha affermato ancora Klint. 

Infine, l’ascesa dell’IA comporta una serie di rischi, facilitando attacchi informatici, automatizzando i tentativi di phishing o creando dei malware avanzati. 

Uno scenario quindi tutt’altro che positivo.

 

Il Sussidiario

venerdì 28 luglio 2023

DISINFORMAZIONE E FAKE NEWS


Disinformazione e fake news 

in Italia

Il terzo Rapporto Ital

 Communications-Censis

Il 76,5% degli italiani ritiene che le fake news siano sempre più difficili da scoprire, il 16.2% della popolazione ritiene che il riscaldamento globale non esista. 

Tutti i dati.

 

Al Senato è stato presentato il terzo Rapporto Ital Communications-Censis “Disinformazione e fake news in Italia. Il sistema dell’informazione alla prova dell’Intelligenza Artificiale”. Dalla ricerca emerge come sia cresciuta la consapevolezza degli effetti devastanti della disinformazione, che può essere arginata da professionisti della comunicazione accreditati come fonti autorevoli e garanti dell’affidabilità e della qualità delle notizie. Di fronte alle insidie che possono venire dal web e dall’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, per distinguere la buona dalla cattiva informazione servono competenze solide sulle nuove tecnologie e regolazioni più stringenti.

Cresce il bisogno di informazione, soprattutto online

Oggi circa 47 milioni di italiani, il 93,3% del totale, si informa abitualmente su almeno una delle fonti disponibili, l’83,5% sul web e il 74,1% sui media tradizionali. Sul versante opposto, sono circa 3 milioni e 300mila (il 6,7% del totale) gli individui che hanno rinunciato ad avere un’informazione puntuale su ciò che accade, mentre 700.000 italiani non si informano affatto.

Le fonti utilizzate e la rassicurante dimensione social

Il 64,3% degli italiani utilizza un mix di fonti informative, tradizionali e online, il 9,9% si affida solo ai media tradizionali e il 19,2% (circa 10 milioni di italiani in valore assoluto) alle fonti online. Social media, blog, forum, messaggistica istantanea sono espansioni del nostro io e del modo di vedere il mondo: è il fenomeno delle echo chambers, cui sono esposti tutti quelli che frequentano il web e soprattutto i più giovani, tra i quali il 69,1% utilizza la messaggistica istantanea e il 76,6% i social media per informarsi. Il 56,7% degli italiani è convinto che, di fronte al disordine informativo che caratterizza il panorama attuale dell’informazione, sia legittimo rivolgersi alle fonti informali di cui ci si fida di più.

Fake news sempre più difficili da scoprire

Aumentano paure e timori di non essere in grado di riconoscere disinformazione e fake news. Il 76,5% degli italiani ritiene che le fake news siano sempre più sofisticate e difficili da scoprire, il 20,2% crede di non avere le competenze per riconoscerle e il 61,1% di averle solo in parte. Ma ci sono anche i negazionisti: Il 29,7% della popolazione nega l’esistenza delle bufale e pensa che non si debba parlare di fake news, ma di notizie vere che vengono deliberatamente censurate dai palinsesti ufficiali che poi le fanno passare come false.

Molta comunicazione e tanta confusione: il caso riscaldamento globale

Il riscaldamento globale è un argomento di cui si parla tanto e in modo confuso, alimentando cattiva informazione, catastrofismo e persino negazionismo. Il 34,7% degli italiani è convinto che ci sia un allarmismo eccessivo sul cambiamento climatico e il 25,5% ritiene che l’alluvione di quest’anno sia la risposta più efficace a chi sostiene che si sta progressivamente andando verso la desertificazione. I negazionisti, che sono convinti che il cambiamento climatico non esista, sono il 16,2% della popolazione. Gli individui più fragili, vale a dire i più anziani e i meno scolarizzati, sono quelli che appaiono più confusi e meno in grado di comprendere il problema nella sua complessità.

Intelligenza Artificiale, rischi e potenzialità

Come si evince dal terzo Rapporto Ital Communications-Censis, il 75,1% della popolazione ritiene che con l’upgrading tecnologico verso l’Intelligenza Artificiale sarà sempre più difficile controllare la qualità dell’informazione, mentre per il 58,9% l’AI può diventare uno strumento a supporto dei professionisti della comunicazione. Le Agenzie di comunicazione, dove lavorano oltre 9.000 professionisti, si sono adattate ai cambiamenti che la vita digitale ha imposto al mondo della comunicazione, ampliando le competenze di chi ci lavora e creando nuove figure a presidio del web. Il risultato è che nell’ultimo anno i professionisti della comunicazione sono aumentati dell’11,3%.

“Uno degli aspetti più importanti che emerge da questo Rapporto è che gli italiani si stanno rendendo conto del valore delle notizie vere e del disvalore che hanno le fake news. Prima la pandemia seguita dal conflitto russo ucraino ci hanno fatto capire quanto sia fondamentale comunicare notizie in maniera rigorosa e irreprensibile. Inoltre, dobbiamo lavorare affinché l’Intelligenza Artificiale sia di supporto al lavoro umano e giornalistico ma non diventi un sostituto”. Lo ha dichiarato Alberto Barachini, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Informazione e all’Editoria.

Per Maurizio Gasparri, Vice Presidente del Senato della Repubblica: “I giganti del web devono rispondere al principio democratico. Occorre far pagare le tasse anche ai colossi del web e contrastare l’anonimato in rete. Serve, pertanto, una regolamentazione più stringente per ostacolare e impedire il proliferare delle fake news online”.

Secondo Roberto Marti, Presidente della Commissione Cultura e Patrimonio Culturale, Istruzione Pubblica del Senato della Repubblica: “I dati che emergono da questa analisi sono allarmanti. Formazione e qualità sono due aspetti fondamentali per garantire una corretta informazione. Il legislatore deve normare tale materia. In tal senso, con il Rapporto di oggi state tentando di fare una buona politica comunicativa, cioè iniziare a formare delle agenzie di comunicazione efficienti”.

Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, ha commentato che “occorre essere consapevoli del fatto che la verità nella comunicazione è qualcosa che bisogna conquistare e garantire. In un mondo dominato dall’intelligenza artificiale noi stakeholders della comunicazione dobbiamo mettere in atto un sistema che, partendo dal basso, sia in grado di rinegoziare le regole per salvaguardare una corretta e trasparente informazione”.

Ivano Gabrielli, Direttore Polizia Postale, ha evidenziato che: “L’intervento che si può fare per ostacolare la diffusione di fake news e di disinformazione è quello di costituire un argine. Lo strumento penale tuttavia è limitato. Dal Rapporto emerge che gli italiani e in particolare i giovani si rifugiano nelle piattaforme di comunicazione. È fondamentale, dunque, lavorare sulla prevenzione al fine di far prevalere una corretta informazione per agevolare l’opinione pubblica”.

Giuseppe De Rita, Presidente Censis, ha sottolineato che: “Tanto opinionismo e poca informazione generano confusione e notizie false; lo hanno dimostrato il Covid prima, la guerra poi e oggi il riscaldamento climatico. Gli italiani hanno bisogno di una rete di professionisti dell’informazione di cui fidarsi, che li aiutino anche ad avere maggiore consapevolezza di come riconoscere fonti e notizie di qualità”.

Secondo Domenico Colotta, Founder Ital Communications: “Il terzo Rapporto Ital Communications-Censis offre uno spunto di riflessione sull’Intelligenza Artificiale, che rappresenta una grande opportunità per il futuro, in tutti i campi. Occorre tuttavia che, nel contrasto alle fake news, le sue potenzialità vengano sfruttate unitamente alle abilità umane, in modo da dare un efficace supporto al lavoro dei professionisti della comunicazione. Solo in questo modo si può realizzare una comunicazione affidabile, fondata su fonti verificate e che sia capace di salvaguardare la fiducia nei media e nelle istituzioni”.

Per Ruben Razzante, Docente di Diritto dell’Informazione all’Università Cattolica di Milano: “Dobbiamo evitare due errori. Da un lato il rischio di dogmatizzare la verità, dall’altro quello di delegare a un algoritmo il processo di definizione della verità stessa. La sfida è quella di coltivare il pluralismo e il confronto tra le fonti. L’informazione professionale è quella che acquisisce il dato di realtà con una metodologia simile a quella dello storico, confezionando un prodotto rispettoso della verità sostanziale dei fatti”.

Attilio Lombardi, Founder Ital Communications, ha spiegato che: “Chi fa comunicazione con professionalità e autorevolezza, in un mondo complesso e profondamente mutato come quello di oggi, non deve rinunciare alla serietà e alla veridicità delle notizie da veicolare. Il terzo Rapporto Ital Communications-Censis rileva l’importanza di una comunicazione responsabile e in grado di contrastare la disinformazione, anche attraverso lo sviluppo di valide competenze che sappiano governare i cambiamenti e tutelare i cittadini e le istituzioni dai danni sociali, economici e democratici derivanti da una comunicazione non veritiera”.

Per Roberto Zarriello, Segretario Generale Assocomunicatori: “Occorre colmare il gap sulle competenze digitali che attanaglia il nostro Paese. Bisogna investire sulla formazione dei giovani, sia in ambito scolastico che in quello accademico. Non possiamo più permetterci di avere in Italia un numero così basso di laureati nelle materie Stem e un così alto numero di Neet tra i ragazzi. Allo stesso modo, le aziende necessitano di specialisti nel campo delle Ict che non riescono a trovare. Investire sull’educazione e la formazione digitale, anche utilizzando bene i fondi del PNRR, deve essere una priorità per il sistema-Paese”.

 

Il Faro



 

giovedì 27 aprile 2023

LA RETE SENZA VERITA' FA L'UOMO NICHILISTA

Per il filosofo Han il problema non sono fake e menzogna, ma l’apparire di un mondo autoreferenziale, senza riferimento ai fatti concreti e senza alterità.

Un contesto privato della carne, del suolo e dei codici di natura diventa muto e non offre più occasione di ascolto: quello che conta è ciò che è utile al singolo utente.


- di SIMONE PALIAGA

 In questo periodo ChatGpt, l’intelligenza artificiale generativa con cui è possibile intavolare una conversazione, attraversa le cronache, soprattutto dopo che il garante per la privacy ne ha bloccato l’accesso dall’Italia. Si tratta però solo dell’aspetto più visibile di un fenomeno che accompagna le vite quotidiane ogni giorno. Con l’intelligenza artificiale e il mondo dei dati trasformati in informazioni conviviamo quotidianamente, oramai, sia che si usi un navigatore sia con i chatbot delle piattaforme o i consigli commerciali che fanno capolino sulle pagine web durante la navigazione. Senza contare l’uso che viene svolto dall’intelligenza artificiale sui social, che, peraltro, diffondono immagini, come quella di Vladimir Putin in manette o di Donald Trump strattonato dalla polizia. Immagini di cui diventa difficile stabilire la veridicità. Starebbe qui il cuore della svolta della digitalizzazione, secondo quanto scrive il filosofo coreano naturalizzato tedesco, Byung-Chul Han in Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete (Einaudi, pagine 80, euro 12,50). Ne deriverebbe un nuovo nichilismo in cui «è la stessa distinzione tra verità e menzogna a essere minata». 

A trovarsi al centro di questo nuovo nichilismo è la de-fatticizzazione della realtà. Infatti, per Han, «le fake news non sono menzogne: esse attaccano la fatticità stessa». Il problema dunque non è la menzogna, che riconosce la verità ma la distorce e se ne discosta. Il problema è invece l’apparire di un mondo in cui non si prevede alcun riferimento a fatti e a verità fattuali. E questo genera una crisi della verità. Uno degli aspetti più visibili da cui deriva la crisi della verità è la fruizione autistica dei contenuti, il rafforzamento autoreferenziale delle proprie convinzioni e opinioni. Questo esito è dovuto anche ai cosiddetti bubble filter, che fanno trovare sui profili solo quanto è coerente con le idee dell’intestatario escludendo ogni prospettiva di alterità. Da non ingenuo indagatore delle dinamiche che condizionano il mondo attuale Han è ben consapevole che all’origine della deriva che mina il valore della verità fa capolino una dinamica non riconducibile esclusivamente alla digitalizzazione. 

«La personalizzazione dei risultati delle ricerche e dei news feed - precisa il filosofo - è responsabile solo in minima parte di questo processo degenerativo. L’auto indottrinamento o l’auto propaganda avviene già offline». E il pensatore non tarda a mostrare come a essere responsabile della crisi della verità «non sia la personalizzazione algoritmica della Rete bensì la sparizione dell’altro, l’incapacità di ascoltare». Per Han quindi il processo di “defatticizzazione” della realtà, vale a dire la perdita di fiducia nei fatti, è l’esito di un processo non imputabile al processo di digitalizzazione, con tutti i suoi corollari, algoritmi, intelligenza artificiale, web, social  network, bubble filter e via enumerando. L’eclisse dei fatti, per il pensatore tedesco, sarebbe legata a un livello ulteriore, l’estinzione dell’altro. «L’espulsione dell’altro - insiste il pensatore - rafforza la costrizione autopropagandistica a indottrinare se stessi con le proprie idee. Questo autoindottrinamento produce bolle informatiche autistiche che rendono più complesso l’agire comunicativo. Se la costrizione all’autopropaganda si accresce, gli spazi discorsivi vengono progressivamente sostituiti da ecochambers, nelle quali sento parlare soprattutto me stesso».

 La digitalizzazione non fa altro che rafforzare il processo di iperculturalizzazione, come Han la definisce in Iperculturalità (Nottetempo, pagine 130, euro 15). Con questo processo, precisa il pensatore, «la cultura diventa genuinamente culturale, anzi iperculturale, denaturandosi, liberandosi cioè tanto del “sangue” quanto del “suolo”, dei codici biologici e terreni. Tale denaturazione intensifica la culturalizzazione. Se è il luogo a caratterizzare la fatticità di una cultura ecco che iperculturalizzazione significa defatticizzazione della cultura». A questo punto il mondo diventa muto, non oppone più resistenza e dunque non offre più occasione di ascolto. Nell’Infocrazia attuale a predominare sarebbe un continuo riferirsi a informazioni costruite ad hoc sul profilo degli utenti, dalle quali viene escluso ogni riferimento a un mondo della vita condiviso. Gli unici elementi a contare sono quelli trasformati in dati ed elaborati in informazioni adatte al singolo utente, senza rendere possibile il riconoscimento della verità. Di qualsiasi verità, anche di quella intersoggettiva e condivisa, rendendo così il mondo uno spazio aperto al tribalismo.

 www.avvenire

mercoledì 15 marzo 2023

CHATBOT E DISINFORMAZIONE

 Se è il computer a scrivere articoli saremo sommersi dalle fake news?

Il rischio democratico dell’elaborazione di testi ad opera dell’intelligenza artificiale

Una tecnologia come ChatGPT può diventare il più potente strumento per diffondere disinformazione, rapidamente e a basso costo, non solo in rete. Il ruolo della formazione

 

- di PIETRO   SACCÒ

 Se si chiede a ChatGPT di produrre un articolo sul perché affidarsi a un bot per scrivere notizie è problematico il sistema esegue egregiamente il suo compito. In un testo da duemilacinquecento battute ammette che nella scrittura di articoli l’intelligenza artificiale non ha la capacità di giudizio tipica degli umani, è incapace di percepire le sfumature linguistiche e culturali, facilmente sfruttabile da chi produce disinformazione, eticamente discutibile per il rischio che i robot rimpiazzino i giornalisti. Se al contrario si incarica il chatbot di scrivere un articolo sul perché la sua produzione giornalistica non sia problematica, ChatGPT produce un testo altrettanto ben strutturato, dove sottolinea vantaggi come la velocità, l’efficienza e l’assenza di pregiudizi. Quindi aggiunge che il giornalismo automatizzato permette anche la “democratizzazione dell’industria dell’informazione”, perché «con i bot e l’intelligenza artificiale chiunque può creare e pubblicare notizie, indipendentemente dalla propria formazione o dal proprio livello di esperienza». Che la creazione di articoli giornalistici da parte di chi non ha né formazione né esperienza possa essere considerata un vantaggio (a sessant’anni dall’istituzione dell’Ordine dei giornalisti) lo può sostenere un robot. Oppure un professionista della disinformazione.

Nella storia del giornalismo è sempre stata la tecnologia a rendere possibili i grandi balzi in avanti. Il passaggio dalle presse tipografiche manuali a quelle a vapore all’inizio dell’Ottocento abbassò drasticamente i costi di stampa aprendo la strada negli Stati Uniti alla penny press, i giornali da un centesimo di dollaro che hanno rappresentato la prima forma di giornalismo popolare. La radio prima e la televisione poi nel Novecento permisero la diffusione dell’informazione giornalistica anche tra le classi meno istruite e gli analfabeti (che in Italia erano ancora il 20% degli adulti negli anni Trenta). La rivoluzione del digitale, dagli anni Novanta in avanti, ha progressivamente portato verso zero i costi tecnologici dell’attività di produzione di notizie: bastano un computer e una connessione per pubblicare qualcosa. Questa evoluzione tecnologica ha lasciato emergere quello che gli studiosi avevano definito con ottimismo “giornalismo partecipativo” ma che, nella realtà, si è concretizzata principalmente in una situazione caotica in cui chi sa sfruttare meglio algoritmi e ottimizzazione dei testi può diffondere con successo sul web qualsiasi tipo di notizia. Non esattamente un progresso: la diffusione epidemica della disinformazione abilitata dal digitale è considerata una delle maggiori minacce alla tenuta delle società democratiche. Il costo della produzione di testi convincenti fino ad oggi è stato uno dei principali ostacoli al successo delle campagne di disinformazione. Pubblicare una notizia falsa – sostenendo per esempio che il vaccino anti-Covid uccide – può essere molto semplice, ma produrre un testo ben argomentato e credibile per convincere qualcuno di questa tesi è laborioso: occorre trovare qualcuno che lo sappia scrivere, dargli il tempo di farlo, pagare la sua “professionalità”. I sistemi di produzione di testi basati sull’intelligenza artificiale aiutano ad aggirare l’ostacolo. «Questo può essere il più potente strumento per la diffusione di disinformazione che sia mai apparso su Internet» ha spiegato al New York Times uno dei fondatori di NewsGuard, tra le principali organizzazioni mondiali di contrasto alla disinformazione. NewsGuard ha testato ChatGPT chiedendogli di scrivere saggi, articoli e testi per la televisione su 1.131 delle principali bufale circolate online negli Stati Uniti negli anni passati. Nel 20% dei casi ChatGPT ha riconosciuto la malizia dell’interlocutore umano e ha rifiutato di produrre fake news. Chiunque può sperimentare che il chatbot ha i suoi anticorpi: non scrive argomentazioni discriminatorie, accuse politiche, diffamazioni infondate. Ma per il restante 80%delle bufale proposte da NewsGuard l’intelligenza artificiale non ha esitato a produrre i testi richiesti. Sempre secondo il suo stile, cioè con un tono molto obiettivo in cui presenta al lettore le opinioni diverse su un tema, non esprime giudizi netti e si schiera il meno possibile. Il bot sviluppato da OpenAI impara dai suoi errori e può migliorare anche ad alzare le barriere contro la disinformazione. Le aspettative sono alte anche per l’integrazione di queste tecnologie nel motore di ricerca di Microsoft, Bing, o di Google, con Bard. Ma non è difficile immaginare che presto arriveranno sul mercato sistemi alternativi di intelligenza artificiale per la generazione di testi, magari più rudimentali ma con meno scrupoli sulla veridicità dei fatti da riportare. Il business della propaganda politica e del marketing malevolo è grande e disposto a pagare bene chi può dare una mano. L’ondata della disinformazione alimentata dalla tecnologia dei social network non era stata prevista. Il cavallone che sta montando, quello carico di intelligenza artificiale, è ben visibile e appare comunque molto più minaccioso.

Chatbot malevoli possono produrre fake news, mentre quelli ben intenzionati per loro natura ostacolano la ricerca della verità.

Tra le peculiarità dei sistemi come ChatGPT c’è anche quella di non comunicare le fonti delle informazioni che forniscono. Gli utenti che si abitueranno a utilizzare le chatbots al posto dei motori di ricerca per trovare informazioni online saranno sempre più allontanati dall'origine delle nozioni che ricevono. Attraverso una ricerca tradizionale su Google è facile verificare su quale sito è pubblicata l’informazione presentata come risposta alle proprie domande. Conoscere la fonte di un’informazione è fondamentale per verificarne l’attendibilità. Per i giornalisti è una banalità, uno dei fondamenti del mestiere. Riconosce l’importanza del vedere con chiarezza la fonte anche quella parte della popolazione che è più consapevole di come funzionano i meccanismi dell’informazione.

Ma stiamo parlando di una minoranza. «L’ho visto su Facebook » (oppure su Twitter, su Instagram, TikTok o qualsiasi altro social network) per molti è la nuova versione di «l’ha detto la televisione» dei decenni passati. È lo stesso tipo di errore, ma in una forma più grave: la tv (come la radio e pure i giornali) può essere bugiarda e poco credibile, ma ha tradizionalmente dei filtri rappresentati dalle cosiddette “barriere all’ingresso”. Fare informazione sui media tradizionali costa molto, pochi possono permetterselo. Spendere denaro per diffondere fake news è possibile ma è un business rischioso: le democrazie sono organizzate per fermare e punire chi fa attività di questo tipo, c’è il rischio di bruciare investimenti significativi. Invece online i budget sono minimi: attraverso i social si può fare disinformazione con grande efficacia, senza il rischio di finire in bancarotta. Il pubblico che non ha percepito questa differenza non comprende che chiunque può camuffare qualsiasi bugia per una “notizia”: finché la presenza su uno schermo sembra sufficiente a dare a ogni testo o filmato una certa dose di autorevolezza e credibilità agli occhi di una quota significativa della popolazione, la disinformazione gioca sempre in casa. «L’ho letto su ChatGPT» rischia di diventare un modo di dire terribilmente frequente, una spaventosa giustificazione a credenze bugiarde e infondate. L e autorità promettono che sapranno difenderci. «Come dimostrato da ChatGPT, le soluzioni di intelligenza artificiale possono offrire grandi opportunità per le aziende e i cittadini, ma pongono anche dei rischi – ha scritto Thierry Breton, commissario europeo al Mercato interno, in un commento inviato alla Reuters. Per questo abbiamo bisogno di un robusto quadro di regole per assicurare un’intelligenza artificiale affidabile basata su dati di alta qualità». Vedremo, fin qui le norme hanno fatto poco per fermare le campagne di disinformazione: il grosso del lavoro è stato affidato alle aziende che controllano i social, il cui reale interesse nel fermare chi diffonde informazioni false è limitato, perché in fondo apprezzano tutto ciò che, compatibilmente con la legge, aiuta a generare traffico, e quindi pubblicità e fatturato. La risposta più efficace resta quella educativa, come gli studiosi si ostinano a ripetere: occorre sviluppare il senso critico dei cittadini fin dall’infanzia, servono lezioni di alfabetizzazione mediatica per insegnare i meccanismi dell’informazione nelle scuole ai bambini e ai ragazzi, c’è bisogno di proposte formative che alzino il livello di consapevolezza anche degli adulti e degli anziani per smascherare chi vuole ingannarli tramite quegli smartphone che assorbono la loro attenzione anche per diverse ore al giorno. Reduci da un Sanremo che ha colpito molti osservatori per la sua ingenua e malcelata promozione di Instagram è difficile essere ottimisti su questo fronte. L’ambiente digitale è diventato così onnipresente e invadente in ogni attimo della vita quotidiana che è sempre più difficile ricevere gli stimoli per alzare la testa e cercare di capire come funziona questo mondo di bit in cui siamo immersi. Siamo spacciati se aspettiamo che sia ChatGPT o qualche suo simile a suggerirci i rimedi ai problemi che lui stesso ci potrà creare.

Per scongiurare il pericolo occorre sviluppare il senso critico dei cittadini, fin dall'infanzia. Perciò, nelle scuole servono lezioni di alfabetizzazione mediatica per insegnare, ai bambini e ai ragazzi,  i meccanismi dell'informazione.

 www.avvenire.it