Visualizzazione post con etichetta novecento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta novecento. Mostra tutti i post

venerdì 17 ottobre 2025

SPAESATI

 


“È l’età della tecnica

che ha cancellato

 storia

 e memoria”

 

 

 

 

 

 


Viviamo in uno spaesamento etico e politico dove passato e futuro non hanno più senso. Un nuovo commento all’articolo di Baricco

 

- di Umberto Galimberti

 Alessandro Baricco ha posto su Repubblica una domanda fondamentale. È davvero finito il Novecento? Siamo davvero entrati in un’epoca nuova? La sua risposta è sì. Il Novecento è ormai un “animale morente”, ma subito aggiunge che non c’è niente di più pericoloso di un animale morente. Credere infatti che la guerra sia una soluzione, che la sofferenza e la morte dei civili è un prezzo tutto sommato accettabile, che imperialismo e colonialismo sono ancora in atto e da perseguire sia pure in altre forme, che nazionalismo e culto dei confini sono valori irrinunciabili, questi sono tutti tratti tipici della cultura novecentesca: le zampate dell’animale morente. Eppure qualcosa di nuovo si annuncia se solo consideriamo che i massacri di Gaza, la carestia indotta e la fame usata come arma di guerra hanno portato in piazza i giovani che non hanno conosciuto il Novecento e che, da nativi digitali, appartengono a una cultura che abbatte confini e territori facendo perdere la loro consistenza e, con essa, la ragione delle guerre del Novecento.

Io penso che la novità del nuovo secolo porti alla sua massima espressione quello che era stato preparato nella seconda metà del Novecento dopo la fine della guerra mondiale. Questa novità si chiama “Spaesamento”, e consiste nell’assoluta impossibilità di reperire un senso del tempo, di un’epoca e perfino della propria vita. Una condizione che l’umanità occidentale, a quanto ne sappiamo, non ha mai vissuto. I Greci, infatti, avevano come orizzonte di senso la “Natura” che al dire di Eraclito è quello «sfondo immutabile che nessun uomo e nessun dio fece. Sempre è stata, è, e sarà». Contemplando la natura l’uomo può trarre le leggi per governarla e per costruire una città secondo natura e una conduzione della vita secondo natura.

La tradizione giudaico-cristiana, seconda radice dell’Occidente, ha come orizzonte di senso la “Parola di Dio” che iscrive il tempo in un disegno di salvezza. E quando il tempo è iscritto in un disegno nasce la “storia” che prevede il passato come male (peccato originale), il presente come redenzione e il futuro come salvezza. La scienza pensa allo stesso modo: il passato è ignoranza, il presente è ricerca, il futuro è progresso. Cristianesimo laicizzato. Anche Marx può essere considerato un cristiano dal momento che pensa che il passato sia ingiustizia sociale, il presente chiede di far esplodere le contraddizioni del capitalismo e il futuro giustizia sulla terra. Anche Freud, che scrive un libro contro la religione (L’avvenire di un’illusione) pensa che traumi, nevrosi e psicosi abbiano la loro origine nel passato (l’infanzia), nel presente terapia e nel futuro guarigione. Tutto è cristiano in Occidente, perché il cristianesimo non è solo una religione, ma una cultura, un modo di pensare proiettato nel futuro, capace di portare rimedi ai mali del presente.

Nel Seicento con la nascita del metodo scientifico si inaugura l’età moderna che pone come orizzonte di senso la “Ragione” che si deve emancipare dalle superstizioni, dalla religione, dalle opinioni diffuse ma non fondate, fino all’invito di Kant, in epoca illuminista: “sapere aude”: abbi il coraggio di pervenire al sapere con gli strumenti della ragione. Il motto dell’età moderna è «chi pensa bene fa il bene», ma come ci ricorda Miguel Benasayag, «il nazismo ha dimostrato che si può pensare in maniera eccellente anche il male».

Fine dell’età moderna e nascita dell’età post-moderna che io chiamo “età della tecnica”, perché è proprio nella seconda metà del Novecento che la tecnica conferma quel teorema di Hegel secondo il quale quando un fenomeno aumenta quantitativamente non abbiamo solo un aumento quantitativo di quel fenomeno, ma anche un radicale mutamento qualitativo del paesaggio. Un terremoto di due gradi della scala Mercalli forse neppure lo avvertiamo, mentre un aumento quantitativo dell’intensità del terremoto trasforma qualitativamente il paesaggio in un cumulo di macerie.

Oggi la tecnica, per effetto del suo aumento quantitativo, non è più un “mezzo” a disposizione dell’uomo come comunemente si crede, ma è un “mondo”, e il concetto di “mezzo” è radicalmente diverso dal concetto di “mondo”. Quando la tecnica era modesta, l’uomo si poneva dei fini e andava alla ricerca dei mezzi tecnici per realizzarli. Oggi, per effetto del suo aumento quantitativo, la tecnica non è più un “mezzo”, ma è il primo “fine” da raggiungere e perfezionare, perché tutti gli scopi che gli uomini possono proporsi non sono raggiungibili se non attraverso la mediazione tecnica. In questo modo la tecnica si sostituisce all’uomo perché l’uomo può scegliere i suoi fini solo all’interno delle possibilità che la tecnica rende disponibili.

Parlo di “spaesamento” generato dall’età della tecnica perché la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica “funziona”, e siccome il suo funzionamento è diventato planetario, occorre rivedere alla radice i concetti umanistici di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia, di cui si nutriva l’età pre-tecnologica e che ora dovranno essere riconsiderati, dismessi o rifondati dalle radici.

La tecnica non visualizza la natura come nostra dimora, ma come materia prima da usare, come dice Heidegger, fino all’usura. O come diceva un secolo fa Max Weber: questo consumo incontrollato continuerà «finché non avremo consumato l’ultimo quintale di carbon fossile». Nell’età della tecnica l’etica diventapat-etica, perché come fa a impedire alla tecnica che può, di non fare ciò che può? Può invocare o ritardare di qualche tempo l’applicazione delle scoperte tecniche, ma in nessun modo impedirle.

La politica che Platone chiamava “tecnica regia” perché, mentre le tecniche sanno come si fanno le cose, la politica decide se e perché si devono fare, nell’età della tecnica non è più il luogo della decisione. La politica per decidere guarda l’economia, la quale a sua volta non è l’ultima istanza della decisione, perché per i suoi investimenti guarda le novità tecnologiche, per cui l’istanza decisionale passa alla tecnica, la quale, come abbiamo visto, non ha scopi. Della tecnica si potrebbe dire quello che Nietzschediceva della volontà di potenza: «Cosa vuole la volontà di potenza? Vuole sé stessa». Cosa vuole la tecnica? Vuole unicamente il suo auto-potenziamento.

La tecnica ha reso, e sempre di più renderà, l’uomo “a-storico”, perché la storia è una narrazione dove gli accadimenti sono iscritti in una trama di senso, mentre, rispetto alla memoria storica, la memoria tecnica è solo “procedurale” e quindi traduce il passato nell’insignificanza del “superato” e accorda al futuro il semplice significato di perfezionamento delle sue procedure. I Greci, che avevano inaugurato l’etica del limite («chi conosce il suo limite non teme il Destino») avevano incatenato Prometeoche aveva portato la tecnica agli uomini rendendoli, come scriveEschilo, «da indifesi e muti in padroni delle loro menti». Noi invece, come dice giustamente Gadamer, l’abbiamo “scatenato”. E se per gli antichi l’imprevedibile che metteva angoscia era imputabile a un difetto di conoscenze, oggi per noi dipende dall’eccesso delle nostre capacità di fare enormemente superiore alle nostre capacità di prevedere gli effetti del nostro fare. E così ci muoviamo come a mosca cieca.

Questa condizione di spaesamento è stata preparata nella seconda metà del Novecento se è vero che Günther Anders, un allievo ebreo di Heidegger che, per sfuggire alle persecuzioni naziste si era trasferito in America, dove andò a lavorare alla Ford per guadagnarsi il pane, negli anni Quaranta scriveva al suo maestro: «Lei mi ha insegnato che l’uomo è il pastore dell’essere. Io qui alla Ford sono il pastore delle macchine, e le posso assicurare che nel rapporto uomo-macchina, la guida è già passata alla macchina».

Questa è la ragione per cui, coerentemente, Günther Anders nel 1956 pubblicherà su questo tema il primo volume intitolato L’uomo è antiquato a cui seguirà il secondo volume nel 1963, mentre il suo maestro Heidegger nel 1966, nell’intervista rilasciata allo Spiegel dirà: «Non c’è bisogno della bomba atomica per sradicare l’uomo dalla Terra. Lo sradicamento dell’uomo è già fatto. Tutto ciò che resta è una situazione puramente tecnica. Non è più la Terra quella su cui l’uomo oggi vive». Queste date che abbiamo riportato ci dicono che il primo secolo del nuovo millennio non ha fatto altro che portare alla massima espressione quello che era stato preparato nella seconda metà del Novecento.

 Alzogliocchiversoilcielo

 La Repubblica

Immagine


 

lunedì 13 febbraio 2023

BIOETICA E LETTERATURA

BIOETICA

 E 

LETTERATURA 

NEGLI AUTORI 

DEL NOVECENTO

-  di Daniele Fazio

 

Che la letteratura abbia a volte anticipato tematiche di profonda attualità e segnatamente questioni bioetiche è un fatto più che conclamato. Che alcuni autori abbiamo trattato tali tematiche in assonanza con il magistero della Chiesa sviluppatosi in anni recenti è molto meno risaputo.

Proprio su questo crinale si pone il volume Bioetica e Letteratura negli autori del Novecento di Vincenzo Di Natali – agrigentino, teologo, bioeticista e docente di religione – che attraverso pagine famose di Leonardo Sciascia, Luigi Pirandello, Oriana Fallaci, Primo Levi, Pier Paolo Pasolini, Giovanni Pascoli, Salvatore Quasimodo, Kazuho Ishiguro, Elsa Morandi e Hermann Hesse tenta di rintracciare nuclei etici importanti che possano convergere con il giudizio espresso dal magistero ecclesiale sulla ricerca scientifica, sull’inizio e sul fine vita, sulla visione della famiglia, sull’esistenza come fragilità. A suggellare il volume alcuni testi letterari dello stesso Natali e soprattutto in Appendice il saggio di Ivan Sassanelli Etica, Tecnica ed Ecologia da J. R. R. Tolkien al Magistero pontificio post-conciliare.

I suddetti autori – ad eccezione di Di Natali e Tolkien – oltre che ad essere significativi nel panorama novecentesco, hanno in comune una prospettiva assolutamente distante dal sentire religioso cattolico. Sono di formazione laica, alcuni addirittura dichiaratamente atei. La sfida, allora, è quella di comprendere come all’interno di tali coscienze siano emerse posizioni collimanti con lo sviluppo della dottrina cattolica riguardante le questioni bioetiche. Il volume, dunque, esaminando alcune opere di ogni autore mette in risalto quanto, ovviamente con un tono linguistico differente, si possa considerare anticipazione e conferma delle posizioni cattoliche.

Ne esce fuori, ad esempio, che il sentire di Sciascia in relazione alla necessità della subordinazione della ricerca scientifica all’etica non è diverso da quello contenuto in importanti testi magisterali quali Donum vitae ed Evangelium vitae. Così come le posizioni di Oriana Fallaci in materia di aborto sono anch’esse collimanti con la condanna espressa più volte dalla Chiesa cattolica. Sempre sulle tematiche dell’inizio vita – eugenetica, selezione degli embrioni, clonazione – assonanze vengono riscontrate in alcune opere del premio nobel Kazuo Ishiguro. Elsa Morandi, invece, viene valorizzata circa la tematica dell’eventualità di aborto in caso di stupro.

Sul versante del fine vita, entra in gioco Luigi Pirandello che nelle novelle La toccatina e Visitare gli infermi prende in esame la questione della sofferenza e dell’eutanasia e sulla decisione da parte di un qualsiasi potere circa la morte e la vita degli individui Primo Levi. Le loro considerazioni letterarie – secondo Natali – sono ancora assonanti all’impostazione dottrinale cattolica, di cui in questo caso cita soprattutto gli insegnamenti di Pio XII, del Concilio Vaticano II e naturalmente di Giovanni Paolo II.

Sulle questioni riguardanti la famiglia emergono le parole sorprendenti sulla vittoria referendaria divorzista di Pier Paolo Pasolini che già nella disarticolazione dei legami, causata dal dominio del consumismo, prevedeva la società liquida. Sulle stesse tematiche comunque non si può non menzionare la visione del nido familiare di Giovanni Pascoli in cui è forte la tensione morale dell’autore nell’ottica della difesa della famiglia da incursioni esterne dannose. Eco di queste anticipazioni letterarie sono riscontrati da Natali nel documento principale del magistero sulla questione che è la Familiaris consortio di Giovanni Paolo II.

L’antologia letteraria si chiude con riferimenti a Giuseppe Ungaretti ed Hermann Hesse che valorizzano, al di là di una presunta onnipotenza della scienza e della medicina, l’esistenza umana nella sua fragilità e precarietà.

C’è da chiedersi in conclusione la motivazione ultima di un tale sforzo saggistico. L’autore risponde che «mira a costruire un ponte, un dialogo, facendo ricorso al pensiero di poeti e narratori che godono ampiamente di prestigio e autorità […] A nostro avviso riteniamo possibile rilevare un collegamento tra il pensiero del letterato, esposto nella forma tipica della letteratura, e il Magistero della Chiesa» (p. 8).

Se Enzo Di Natali sia riuscito in questo suo intento lo giudicherà il lettore, ma è certamente degno di nota l’aver aperto la possibilità di tali pensieri critici che vanno sempre più e meglio affrontati per valutare quanto tra mondi culturali ed etici voluti, forse da clichè culturali dominanti, lontani si possa rintracciare un medesimo sentire fondato su ciò che contraddistingue profondamente l’essere umano, ossia la sua coscienza, quale consapevolezza di sé e impegno nella continua ricerca del bene.

 

Riferimento bibliografico: Vincenzo (Enzo) Di Natali, Bioetica e Letteratura negli autori del Novecento, ed. Medianova, Agrigento 2022, pp. 176 € 16.

 

venerdì 27 novembre 2020

GIOVANI E NOVECENTO. UN BILANCIO AMARO

  Se il Novecento delle grandi speranze è stato un 'secolo breve', ancor più breve è stato 'il secolo dei giovani', quando ci fu addirittura chi teorizzò come 'nuova classe' quella che era soltanto una classe d’età. I giovani sono stati protagonisti del secolo per un tempo molto breve e non privo di contraddizioni,

La Prima guerra mondiale durò dal 1914 – ma in Italia dal 1915 – al 1918, e ha 'fatto', secondo i conteggi ufficiali, circa dieci milioni di morti; si è trattato quasi soltanto di soldati al fronte, in massima parte giovani sotto i trent’anni di età. È stata combattuta nelle trincee, lontano dalle città, e ha coinvolto solo le truppe belligeranti, molto raramente i civili. La Seconda ne ha 'fatti' (o 'totalizzati', nel linguaggio delle statistiche) circa sessanta milioni, perché è stata combattuta ricorrendo anche a una nuova meraviglia del progresso tecnico, l’aeroplano. La gran parte dei morti fu provocata dai bombardamenti aerei, alcuni terribili come quello su Dresda, e due in particolare effettuati sperimentando per la prima volta in guerra e su popolazioni civili la bomba detta 'atomica', sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Altre enormi novità tecnologiche hanno caratterizzato la 'macchina' dello sterminio messa a punto dal Genio tedesco nei campi di concentramento di Auschwitz e altri, al cui confronto non sfigurarono i modi più 'classici' delle deportazioni di massa in una federazione che osava dirsi socialista o comunista ma che rinnovò e perfezionò su immensa scala i modi del 'dispotismo orientale'. Fu una gara, quella dello sterminio, che in campo 'democratico', cioè capitalista, si affidò alla più sciagurata delle invenzioni del secolo, la scissione dell’atomo, sognata dagli scienziati come portatrice di grandi benefici per l’umanità e usata quasi soltanto come bomba, la più micidiale mai immaginata e creata. Gli incauti ed entusiasti studiosi che hanno osato chiamare il Novecento 'il secolo dei giovani' non pensavano certamente al numero dei giovani morti nelle due guerre (e nelle tante altre che lo hanno insanguinato, col pretesto di questa o quella ideologia) ma alle nuove forme di protagonismo giovanile che si affermarono in reazione alle due 'grandi' guerre, e ai modi di neutralizzarle messi in atto nel mondo occidentale capitalista dopo la Seconda, con la diffusione o imposizione dei modelli della American way of life, infine vincenti. Il dominio parte sempre dai giovani, si serve dei giovani, manda al massacro i giovani per primi, e questo il Novecento ha saputo ben ricordarcelo, insegnarcelo.

Se il Novecento delle grandi speranze è stato un 'secolo breve', ancor più breve è stato 'il secolo dei giovani', quando ci fu addirittura chi teorizzò come 'nuova classe' quella che era soltanto una classe d’età. I giovani sono stati protagonisti del secolo per un tempo molto breve e non privo di contraddizioni, lo sono stati almeno tra la metà degli anni cinquanta e la fine dei settanta, quando il malaugurato 'ritorno a Lenin' ha soffocato, di fronte alla loro crisi di crescita, tutte le novità. Ma lo sono stati. E hanno perfino avuto teorici all’altezza delle aspirazioni di una o due generazioni, in grado di analizzare e spiegare i mutamenti sociali, i nuovi assetti del capitale, le nuove servitù della cultura. Ci sono stati dei grandi 'padri' come Paul Goodman e Herbert Marcuse o in Italia fratelli maggiori come i 'piacentini' e Elvio Fachinelli, e ci sono stati fratelli veri 'fratelli' come Guy Debord, male ascoltati e mal capiti o non studiati e subito del tutto dimenticati da chi è venuto dopo. 'Corri, ragazzo, ché il vecchio mondo vuole riacciuffarti' recitava un manifesto del Sessantotto francese, con l’immagine di un giovane in fuga inseguito dalle vecchie immagini del potere: poliziotti, politici, mamme, preti e quant’altro... ma il timore della récupération fu avvertito dovunque solo da pochi, dai migliori, nel movimento degli studenti. E il resto, se non è silenzio – ché ancora in qualche luogo qualche giovane sogna e pensa un mondo migliore – è comunque un’esile non-accettazione che si scontra con l’accettazione del mondo così come lo impongono i nuovi poteri, l’antico e sempre nuovo capitalismo con le sue invenzioni (il suo 'progresso') e con la sua acutissima attenzione (nata dalla riflessione sui pericoli corsi...) per le tecnologie della comunicazione. È sopraggiunto il tempo della 'cultura del narcisismo' – vedi i saggi di Christopher Lasch, il più acuto interprete di una sconfitta storica forse definitiva e dei suoi esiti nel ripiegamento dei giovani sul proprio io – che non è un modo di liberare alcunché ma una forma di castrazione volontaria che procura consolazioni superficiali, costruite sul vuoto, nell’accettazione del mondo come gli altri te lo impongono in cambio di palliativi peggio che imbecilli, peggio che farseschi.

La cultura del narcisismo e l’attenzione spasmodica del capitale alle forme della comunicazione e del controllo hanno compiuto l’opera. Grazie al fallimento delle rivoluzioni e delle rivolte, delle speranze di una e più generazioni di poter allo stesso tempo 'cambiare il mondo' e 'cambiare la vita', come era nel sogno dei surrealisti, come era nel sogno dell’incontro tra il messaggio di Marx e quello di Rimbaud.

Altro che 'nuova classe sociale'! I giovani sembrano essere perfino tra i principali strumenti, oggi, del potere distruttivo del capitale. La sola speranza che può contrastare questa constatazione è quella di nuove rivolte a partire da minoranze coscienti e determinate, che possano incontrare su un terreno di lotta comune gli oppressi di tutto il mondo; ed essa può nascere oggi solo da una coscienza ecologica che esige bensì altrettanta coscienza del funzionamento del potere e dei modi in cui esso inganna, corrompe e distrugge. Che tante Greta nascano e lottino, cercando e trovando nuove alleanze! Ma che stiano attente a non farsi ingannare dai loro nemici e dai più subdoli tra loro che sono proprio la cultura, il consumo e la produzione culturale come droghe che addormentano la coscienza. In altre parole, la scuola e soprattutto l’università come oggi sono, e la schiera infinita dei loro funzionari servili


www-avvenire.it

.