«Una sequoia millenaria
mi ha cambiato la vita:
i boschi sono la nostra
medicina gratis»
Poeta e cercatore di alberi monumentali, Fratus ci ha raccontato
perché le grandi piante possono insegnarci a vivere meglio,
e come guardare al tempo,
al caso e alla fragilità
umana con occhi diversi
di Anna Zucca
Si definisce Homo Radix e
ha coniato il termine Dendrosofia. Come sono nati questi concetti?
«Tutto nasce quando avevo poco più di vent'anni, un'età in cui ci si chiede
perché si è al mondo e quale direzione dare alla propria vita. Venivo da una
famiglia lontana dagli ambienti letterari: mio padre era falegname, in casa i
libri erano pochi e io leggevo soprattutto fumetti. Poi iniziai a viaggiare
seguendo alcune traduzioni delle mie poesie e arrivai prima a Singapore e poi
in California. Lì, a Big Sur, un luogo che per me era quasi mitico perché
vi avevano vissuto Henry Miller e Jack Kerouac, incontrai per la prima volta
una sequoia segnalata come albero millenario. Fu una rivelazione. Da
quell'incontro, e da quelli che seguirono, nacque l'idea dell'Homo Radix, una
persona che sente una forma di comunione con i grandi alberi e con le foreste
antiche. Poco dopo arrivò anche la Dendrosofia, cioè la conoscenza e la
sapienza che possono nascere dal rapporto con gli alberi».
Da quell'intuizione è
nato anche un lungo lavoro di ricerca sugli alberi monumentali. Com'era
cercarli quando internet e le mappe digitali non esistevano ancora?
«Da allora ho iniziato a viaggiare per cercarli. Oggi basta una ricerca online
per trovare la posizione di un albero monumentale. Trent'anni fa non era così.
Bisognava andare sul territorio, cercare informazioni, misurare gli alberi,
raccogliere storie. Ho passato decenni a farlo, attraversando l'Italia da nord
a sud».
«Ho trovato il Paese che siamo. In questi decenni ho visto cambiare
profondamente il rapporto degli italiani con il patrimonio naturale. Molti
alberi monumentali un tempo erano abbandonati a sé stessi. Oggi sono protetti,
segnalati, valorizzati. Sono diventati punti di riferimento per le comunità e
mete di visita. È stato un cambiamento necessario, ma ha comportato anche una
trasformazione dell'esperienza. Quando ho iniziato, incontrare un grande albero
significava spesso partire all'avventura. Oggi tutto è mappato, geolocalizzato,
organizzato. È un'altra epoca».
La maggiore tutela degli alberi monumentali è sempre un bene?
«Proteggerli era inevitabile. Sono organismi straordinari ma anche fragili,
però qualcosa si è perso. Ricordo quando andai a vedere il più grande platano
d'Italia, in Calabria. Pioveva, non sapevamo esattamente dove fosse e ci siamo
praticamente ritrovati dentro il suo tronco cavo senza accorgercene. Oggi ci
sono parcheggi, sentieri, recinzioni, pannelli informativi. È giusto così, ma
il rapporto con l'albero è diventato più amministrato, più regolato. Noi
apparteniamo a una generazione che ha conosciuto ancora il gusto della
scoperta. Oggi è molto più difficile vivere quell'esperienza».
Ha scritto che gli alberi
custodiscono una forma di sapienza che abbiamo dimenticato. Che cosa le hanno
insegnato?
«Più che insegnare qualcosa, gli alberi aiutano a mettere in prospettiva la
nostra esistenza. Una delle cose che ho imparato è quanto sia importante il
ruolo del caso. Noi tendiamo a raccontarci che costruiamo la nostra vita in
ogni dettaglio, ma spesso gli eventi decisivi dipendono da coincidenze. Vale
anche per gli alberi: un faggio che arriva a vivere settecento o ottocento anni
non lo fa perché se l'è meritato. È il risultato di una serie di circostanze
favorevoli. Lo stesso vale per noi. Questi grandi alberi mostrano quanto siano
relative molte delle nostre convinzioni e quanto la vita sia fragile e
imprevedibile. Eppure sono anche il simbolo della sopravvivenza. Guardiamo un
castagno millenario completamente cavo e ci chiediamo come faccia ancora a stare
in piedi. In fondo raccontano una lotta continua contro il tempo».
Esiste un albero che l'ha
cambiato più di altri?
«Le sequoie della California hanno avuto un ruolo fondamentale, perché sono
state il punto di partenza di tutto. Ma penso anche ai grandi castagni
dell'Etna, ad alcuni larici millenari delle Alpi o alle conifere antichissime
delle montagne californiane. Quello che colpisce non è soltanto la loro
dimensione, è il tempo che incarnano. Quando ti trovi davanti a un organismo
che vive da duemila, tremila o addirittura cinquemila anni, i nostri cento anni
improvvisamente cambiano prospettiva».
Negli ultimi anni si
parla molto di forest bathing e di benessere nella natura. Che
cosa ne pensa?
«Sono sempre stato favorevole. Molti di noi praticavano il forest
bathing prima ancora che esistesse questa definizione. Fa bene stare
nei boschi, camminare, rallentare. Quello che mi convince meno è una certa
retorica della "riconnessione con la natura". Due giorni
trascorsi in un bosco non bastano a trasformare una persona. Semplicemente ci
permettono di uscire dalle nostre abitudini e di confrontarci con un ritmo
diverso, che è quello della natura. Detto questo, i boschi fanno bene e sono
una straordinaria opportunità. Lo ripeto da anni: i boschi sono una medicina
gratis alla portata di tutti. In Italia abbiamo ancora un terzo del territorio
coperto da foreste e aree boscate, è una ricchezza enorme».
Se dovesse suggerire tre
luoghi dove incontrare alberi straordinari in Italia, quale consiglierebbe?
«Per il Nord Italia suggerirei l'Alpe Ventina, in Val Malenco, dove si trova
uno dei larici più antichi dell'arco alpino. È un luogo magnifico che si
raggiunge con una camminata accessibile e dove si può trascorrere un intero
fine settimana. Per il Centro sceglierei il celebre Cipresso di San
Francesco, a Villa Verucchio, in Emilia-Romagna. Secondo la tradizione sarebbe
stato piantato dallo stesso santo oltre otto secoli fa. Infine l'Etna, con il
Castagno dei Cento Cavalli e il vicino Castagno di Sant'Agata: sono tra gli
alberi più impressionanti che abbiamo in Italia. Trovarsi sotto quei tronchi
millenari, con il vulcano sullo sfondo, è un'esperienza che difficilmente si
dimentica».
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