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giovedì 2 luglio 2026

UN ALBERO TI CAMBIA LA VITA

Lo scrittore Tiziano Fratus «I boschi sono una medicina gratis alla portata di tutti» 


 «Una sequoia millenaria

 mi ha cambiato la vita: 


i boschi sono la nostra

 medicina gratis»


Poeta e cercatore di alberi monumentali, Fratus ci ha raccontato

 perché le grandi piante possono insegnarci a vivere meglio,

 e come guardare al tempo, 

al caso e alla fragilità umana con occhi diversi

di Anna Zucca

Si definisce Homo Radix e ha coniato il termine Dendrosofia. Come sono nati questi concetti?
«Tutto nasce quando avevo poco più di vent'anni, un'età in cui ci si chiede perché si è al mondo e quale direzione dare alla propria vita. Venivo da una famiglia lontana dagli ambienti letterari: mio padre era falegname, in casa i libri erano pochi e io leggevo soprattutto fumetti. Poi iniziai a viaggiare seguendo alcune traduzioni delle mie poesie e arrivai prima a Singapore e poi in California. Lì, a Big Sur, un luogo che per me era quasi mitico perché vi avevano vissuto Henry Miller e Jack Kerouac, incontrai per la prima volta una sequoia segnalata come albero millenario. Fu una rivelazione. Da quell'incontro, e da quelli che seguirono, nacque l'idea dell'Homo Radix, una persona che sente una forma di comunione con i grandi alberi e con le foreste antiche. Poco dopo arrivò anche la Dendrosofia, cioè la conoscenza e la sapienza che possono nascere dal rapporto con gli alberi».

Da quell'intuizione è nato anche un lungo lavoro di ricerca sugli alberi monumentali. Com'era cercarli quando internet e le mappe digitali non esistevano ancora?
«Da allora ho iniziato a viaggiare per cercarli. Oggi basta una ricerca online per trovare la posi
zione di un albero monumentale. Trent'anni fa non era così. Bisognava andare sul territorio, cercare informazioni, misurare gli alberi, raccogliere storie. Ho passato decenni a farlo, attraversando l'Italia da nord a sud».

 In questi anni trascorsi a cercare alberi monumentali, che cosa ha trovato, oltre agli alberi?

«Ho trovato il Paese che siamo. In questi decenni ho visto cambiare profondamente il rapporto degli italiani con il patrimonio naturale. Molti alberi monumentali un tempo erano abbandonati a sé stessi. Oggi sono protetti, segnalati, valorizzati. Sono diventati punti di riferimento per le comunità e mete di visita. È stato un cambiamento necessario, ma ha comportato anche una trasformazione dell'esperienza. Quando ho iniziato, incontrare un grande albero significava spesso partire all'avventura. Oggi tutto è mappato, geolocalizzato, organizzato. È un'altra epoca».

La maggiore tutela degli alberi monumentali è sempre un bene?

«Proteggerli era inevitabile. Sono organismi straordinari ma anche fragili, però qualcosa si è perso. Ricordo quando andai a vedere il più grande platano d'Italia, in Calabria. Pioveva, non sapevamo esattamente dove fosse e ci siamo praticamente ritrovati dentro il suo tronco cavo senza accorgercene. Oggi ci sono parcheggi, sentieri, recinzioni, pannelli informativi. È giusto così, ma il rapporto con l'albero è diventato più amministrato, più regolato. Noi apparteniamo a una generazione che ha conosciuto ancora il gusto della scoperta. Oggi è molto più difficile vivere quell'esperienza».

Ha scritto che gli alberi custodiscono una forma di sapienza che abbiamo dimenticato. Che cosa le hanno insegnato?
«Più che insegnare qualcosa, gli alberi aiutano a mettere in prospettiva la nostra esistenza. Una delle cose che ho imparato è quanto sia importante il ruolo del caso. Noi tendiamo a raccontarci che costruiamo la nostra vita in ogni dettaglio, ma spesso gli eventi decisivi dipendono da coincidenze. Vale anche per gli alberi: un faggio che arriva a vivere settecento o ottocento anni non lo fa perché se l'è meritato. È il risultato di una serie di circostanze favorevoli. Lo stesso vale per noi. Questi grandi alberi mostrano quanto siano relative molte delle nostre convinzioni e quanto la vita sia fragile e imprevedibile. Eppure sono anche il simbolo della sopravvivenza. Guardiamo un castagno millenario completamente cavo e ci chiediamo come faccia ancora a stare in piedi. In fondo raccontano una lotta continua contro il tempo».

Esiste un albero che l'ha cambiato più di altri?
«Le sequoie della California hanno avuto un ruolo fondamentale, perché sono state il punto di partenza di tutto. Ma penso anche ai grandi castagni dell'Etna, ad alcuni larici millenari delle Alpi o alle conifere antichissime delle montagne californiane. Quello che colpisce non è soltanto la loro dimensione, è il tempo che incarnano. Quando ti trovi davanti a un organismo che vive da duemila, tremila o addirittura cinquemila anni, i nostri cento anni improvvisamente cambiano prospettiva».

Negli ultimi anni si parla molto di forest bathing e di benessere nella natura. Che cosa ne pensa?
«Sono sempre stato favorevole. Molti di noi praticavano il forest bathing prima ancora che esistesse questa definizione. Fa bene stare nei boschi, camminare, rallentare. Quello che mi convince meno è una certa retorica della "riconnessione con la natura". Due giorni trascorsi in un bosco non bastano a trasformare una persona. Semplicemente ci permettono di uscire dalle nostre abitudini e di confrontarci con un ritmo diverso, che è quello della natura. Detto questo, i boschi fanno bene e sono una straordinaria opportunità. Lo ripeto da anni: i boschi sono una medicina gratis alla portata di tutti. In Italia abbiamo ancora un terzo del territorio coperto da foreste e aree boscate, è una ricchezza enorme».

Se dovesse suggerire tre luoghi dove incontrare alberi straordinari in Italia, quale consiglierebbe?
«Per il Nord Italia suggerirei l'Alpe Ventina, in Val Malenco, dove si trova uno dei larici più antichi dell'arco alpino. È un luogo magnifico che si raggiunge con una camminata accessibile e dove si può trascorrere un intero fine settimana. Per il Centro sceglierei il celebre Cipresso di San Francesco, a Villa Verucchio, in Emilia-Romagna. Secondo la tradizione sarebbe stato piantato dallo stesso santo oltre otto secoli fa. Infine l'Etna, con il Castagno dei Cento Cavalli e il vicino Castagno di Sant'Agata: sono tra gli alberi più impressionanti che abbiamo in Italia. Trovarsi sotto quei tronchi millenari, con il vulcano sullo sfondo, è un'esperienza che difficilmente si dimentica».


Vanityfair

 

venerdì 2 maggio 2025

DIALOGARE CON GLI ALBERI


Parla col bosco. 

Dialoghi e meditazioni con gli alberi


di Vittorino Mason (Autore) - Ediciclo, 2025

 

Gli alberi sono dei fari, delle sentinelle, dei compagni che ci guidano lungo la strada. Rappresentano le nostre radici: sono punti fermi nel mondo della natura.

Insofferente alla pianura urbanizzata Vittorino Mason cerca un modo per “lasciarsi vivere” in questo periodo turbolento e confuso.

Ritrova nella natura della montagna il silenzio perduto e chi lo sa ascoltare.

Instaura un dialogo con faggi, aceri, betulle, pini cembri, pini neri, ontani, abeti, larici, frassini, pini mughi, carpini, tigli che si tramutano in amici discreti e pazienti con il grande dono dell’attenzione.

Dialogando con gli alberi, recupera radici e terra, un posto dove fermarsi e sentirsi a casa.





sabato 7 gennaio 2023

LA TRIBU' DEGLI ALBERI

Cimentandosi per la prima volta con la narrativa, il celebre botanico ha scritto una storia vivace per tutte le età.

C'è una voce che sale dal bosco: è quella di un vecchio albero che vive lí da sempre, e adesso vuole dire la sua. Perché anche le piante hanno una personalità, delle passioni, ciascuna ha un proprio carattere. Cercano sottoterra per guardare il cielo. Si studiano, si somigliano, si aiutano.

La tribù degli alberi è una storia emozionante e avventurosa, vivacissima e millenaria. Che ci riguarda tutti da vicino e che nessuno meglio di Stefano Mancuso poteva raccontare. E se chi dice «io» avesse centinaia, forse migliaia di anni? Intorno a Laurin, nei secoli, si è svolta la storia di una intera comunità, e lui ora – con le radici ben salde nel terreno e la chioma ancora svettante nonostante l'età – ne ripercorre le vicende, le incomprensioni, le feste, i dubbi e le promesse.

Le piante si organizzano in clan: c'è quello dei Cronaca, seri e coscienziosi, imbattibili nel raccogliere informazioni. Ci sono i Terranegra, i piú numerosi, originali e colorati, diversissimi tra loro. I temibili Gurra, alti e imponenti, sono taciturni (anche se al tramonto è facile sentirli cantare). I Guizza sciolgono i nodi delle scelte, pesano le decisioni e studiano i tramonti – mentre i Dorsoduro, instancabili scienziati, sono addirittura in grado di manipolare la percezione della realtà. Nella tribú degli alberi nascono amicizie speciali e legami indissolubili, qualcuno deluderà i compagni e qualcun altro li salverà. Una cosa li accomuna però: possono scegliere, e costruire un giorno dopo l'altro – se solo glielo permettiamo – il futuro del mondo in cui tutti abitiamo. Nessuno meglio di Stefano Mancuso ha saputo raccontare il regno vegetale, ma qui c'è la scoperta di una forma nuova, che coniuga la vivacità dell'apologo al rigore scientifico. Cimentandosi per la prima volta con la narrativa, il celebre botanico ha scritto una storia per tutte le età.

Stefano Mancuso, LA TRIBU' DEGLI ALBERI, ed. Einaudi, 2022