Qualche giorno fa abbiamo portato a termine un'odissea: l'Odissea. Abbiamo letto integralmente il poema in classe
ad alta voce, e quando ho pronunciato l'ultimo dei 12.110 versi si è levato un
applauso e i miei quattordicenni hanno svelato una torta fatta in casa per
festeggiare. La «Torta Odissea» è al cacao, a forma a cuore (Itaca), con una
«O» al centro, buonissima. Un viaggio inaugurato a settembre: «Ma è un
mattone», dissero quando annunciai l'impresa. «Sì - risposi - per costruirci
una casa che resiste al tempo, se non volete accontentarvi di rifugi
improvvisati dalla dopamina, che verranno spazzati via al primo incontro vero
con la vita: il primo lutto, il primo amore, la prima crisi». Abbiamo disposto
i banchi a ferro di cavallo e affidato a ciascuno la voce di un personaggio,
perché l'unica interpretazione di un testo è proprio la sua «interpretazione»,
viverlo, eseguirlo, come in musica, tanto più se si tratta di 24 «canti»: 30
minuti ciascuno ad alta voce. Basterebbero 12 ore filate, ma li centelliniamo
come un vino pregiato, un (in-)canto a settimana: 24 settimane (noi 23 perché
una volta hanno chiesto di leggerne due di seguito, un caso di binge-reading
scolastico). Mai avremmo festeggiato con una torta la lettura di un brano
antologico, perché festa si fa solo quando si compie un'impresa «memorabile»,
cioè che rimane. Dove?
Nel poema più volte
l'eroe parla a se stesso, mostrando l'unicità umana: abbiamo quella che,
metaforicamente, chiamiamo «interiorità» o «profondità», intercapedine tra noi
e il mondo, che ci consente di comprenderlo, trasformando il caos in cosmo,
l'incompiuto in sfida.
Di recente si è discusso
se leggere Manzoni a 15 anni o dopo, dibattito ozioso perché da sempre siamo
noi insegnanti a sapere se e come adattare al tipo di classe e alunni quello
che i programmi indicano: siamo postini che devono consegnare lettere proprio
al tuo numero (e senso) civico. I quindicenni di quarant'anni fa non erano più
intelligenti, ma erano sfidati a diventarlo. Come? Non «abbassando il tiro»:
l'arciere per arrivare a segno dirige infatti la mira più in alto. È così anche
nell'educazione: solo puntando più in alto si fa centro.
Per esperienza posso dire
che bisogna farlo anche prima. Quando ho iniziato a insegnare, nel 2000,
in una scuola media romana, inaugurammo un progetto che dura da allora: «Il
classico di classe» (lettura integrale di un'opera in ogni classe). In una,
essendo a Roma, scegliemmo l'Eneide. Trasformammo la lettura del poema in un di
gioco di ruolo: la classe era divisa in tre gruppi di ricercatori (geografi,
antropologi, teologi) a seconda dell'aspetto da indagare. Ho incontrato di
recente uno di quegli alunni, quasi quarantenne, che ricorda bene quella
lettura, perché la memoria a lungo termine non si attiva con l'interrogazione
ma con la densità dell'esperienza vissuta. Chi dimentica un viaggio impegnativo
e avventuroso? La vita sentita, anima e corpo, diventa così termine di
paragone, metro di giudizio per tutto ciò che si incontrerà in futuro. Per
questo sono felice di aver contribuito a realizzare un libro appena uscito: «Il
cammino verso la felicità: la Divina Commedia raccontata a mio figlio» (Mondadori).
Il viaggio integrale di Dante raccontato da un professore universitario di
filologia e paleografia, Paolo Pellegrini (sua una bella biografia dantesca
uscita per Einaudi nel 2021), come faceva con i figli piccoli per far capire
loro il suo strano lavoro, e illustrato dal bravissimo Fabiano Fiorin. Una
Commedia che, in base a livello e sensibilità, si può dar da leggere o leggere
insieme a figli e alunni dai 6 ai 13 anni, per cominciare a gustare la più bella
storia mai scritta, che comincia proprio quando il suo autore, a 9 anni, vide
per la prima volta Beatrice.
I bambini hanno diritto a
storie di qualità, perché le storie sono strumenti di conoscenza di sé e del
mondo, necessari a sviluppare un'intelligenza capace di giudicare la verità di
ciò che incontrano: dove c'è realtà e dove illusione, perché chi «intellige»
(legge dentro) diventa libero. Rinunciare a questo significa lasciare i bambini
in balia del più forte: pensieri non pensati, sentimenti non sentiti. La «torta
Odissea» mi ha ricordato che un capolavoro è un compleanno dell'umano e
dell'umanità, come dice un personaggio dei «Demoni» di Dostoevskij: «Io sono un
vecchio superato, e dichiaro solennemente che lo spirito della vita soffia come
prima e la forza vitale non è esaurita nei giovani. L’entusiasmo della gioventù
contemporanea è puro e luminoso come quello dei nostri tempi. È accaduta solo
una cosa: uno spostamento di scopi, la sostituzione di una bellezza con
un’altra! Tutto il malinteso sta nel dubbio se sia più bello Shakespeare o un
paio di stivali, Raffaello o il petrolio... ma io dichiaro che Shakespeare e
Raffaello sono già il vero frutto di tutto il genere umano e, forse, il frutto
più alto che mai possa essere! È già stata raggiunta la forma di bellezza senza
cui forse non acconsentirei nemmeno a vivere».
La scuola, dentro o fuori
dalle mura, è la «conversazione» tra i «perenni» e i «recenti», i primi
rispondono alla domanda dei secondi: come si fa a non morire? Come acconsentire
alla vita? Ma per essere davvero «perenni» hanno bisogno di testimoni. Non si
tratta di decidere se leggere Manzoni ma di avere adulti che incarnino il
romanzo, come aveva intuito nel 1953 Ray Bradbury in Fahrenheit 451, in cui non narrava una civiltà del futuro
senza libri, ma descriveva quella in cui, distratti e manipolati, si smette di
leggere: la nostra.
Invece di linee guida sui
programmi abbiamo bisogno di una riforma dell'accompagnamento alla lettura dai
6 ai 18 anni. Servono, come nel libro di Bradbury, persone capaci di
interpretare i libri ad alta voce, Maestri di Lettura con qualifica
drammaturgica, audiolibri viventi. Basterebbe un'ora a settimana, ad alta
voce, per 13 anni di scuola (circa 400 ore di lettura per 30 pagine l'ora) per
regalare ai nostri ragazzi 12.000 pagine incarnate (un libro da 800 pagine
l'anno, o 2 da 400 o 4 da 200...). Ascolto attivo: caccia ai tesori del
testo, appunti e domande. Interrogativi, non
interrogazioni. Intelligenza carnale, perché la bellezza è passeggera
nella mente, ma è immortale nella carne.
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