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martedì 12 agosto 2025

ESERCITARE LA SPERANZA

 

Solo l’uomo può giungere

 a tanto ardire di chiedere a Dio,

 nella preghiera, 

di essere orientati

 a un’esistenza generativa 

e resiliente. 

 

di Enzo Bianchi 

Il cristiano che vive di fede, adesione al Signore, metterà nel Signore la sua speranza. Fede e speranza sono strettamente collegate tra loro perché solo chi conosce la saldezza di un fondamento in cui credere può sperare e solo chi spera continua a confermare ciò che crede. 

Al cristiano la speranza fornisce l’orientamento indispensabile per un’esistenza creativa e resiliente. L’umano è un essere forzatamente resiliente ed è la speranza che gli permette di restare in piedi nelle notti che attraversa. Giustamente Filone osservava che “solo l’essere umano conosce ed esercita la speranza”. 

La speranza genera l’invocazione, la preghiera, e ci inizia a una “fede che spera”. Non è forse la preghiera eloquenza della fede e linguaggio della speranza? Chi ha fede spera ciò di cui ha bisogno: spera ciò che non vede ancora, eppure attende, ciò che non sa quando giungerà, eppure si fa già testimone di quella venuta. E la speranza è sempre attesa, fiducia, aspettativa, desiderio, brama verso il Signore. 

Noi umani viviamo di tante speranze piccole, quotidiane e legittime: anche avere il pane quotidiano, che chiediamo nel Padre nostro, è una di queste. Ma la vera speranza cristiana è lo stesso Gesù Cristo, speranza nostra, unica speranza della gloria. È lui che ci attira innalzato sulla croce e noi guardiamo a lui con speranza, perché abbiamo fede in lui, perché lo amiamo senza averlo visto e desideriamo essere con lui per sempre. Per questo camminiamo cantando, non tristi ma gioiosi nella speranza.

 Famiglia Cristiana 

Immagine


 

giovedì 24 novembre 2022

LA GIOIA DEI CREDENTI

 In un libro tutti gli interventi del Papa sulla gioia

In quasi dieci anni di pontificato, Francesco si è soffermato più volte sull’argomento e ora arriva il volume ‘La gioia’ , edito da Elledici e Libreria Editrice Vaticana, che raccoglie vari suoi interventi sul tema. L’introduzione al volume è a firma di monsignor Dario Edoardo Viganò che spiega il significato di questo atteggiamento per i cristiani: “Non semplice ottimismo, ma piuttosto la capacità di guardare la storia attraverso lo sguardo di Dio”

- di Eugenio Bonanata e Giovanni Orsenigo 

 “La gioia di un credente non è ingenuità o incapacità di vedere i problemi della storia”. Monsignor Dario Edoardo Viganò, vice cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e delle scienze sociali, illustra così il libro intitolato ‘La gioia’ per il quale ha firmato l’introduzione. Un testo voluto dal Papa, che raccoglie i suoi interventi su questo tema - tratti da encicliche, omelie, discorsi e messaggi - con l'obiettivo di consegnare al lettore l'occasione per intraprendere un proprio cammino personale. “Non è un libro che si legge dalla prima all’ultima pagina, ma può essere letto in maniera disordinata”, spiega Viganò. Infatti – prosegue – si tratta di testi che, soprattutto in questo momento di parole gridate, notizie terribili e morti, permettono di allargare il cuore, sollevare lo sguardo e riappropriarsi dell'esperienza di credenti.

La gioia del vino

“La Chiesa è un'esperienza di popolo che vive la gioia”, chiarisce il religioso, invitando a riflettere sull'esperienza delle Nozze di Cana. Il racconto del primo miracolo di Gesù ha al centro il matrimonio, in cui però manca un elemento importante, ovvero il vino che è segno di gioia. “Le giare per la purificazione sono vuote”, sottolinea il sacerdote. E questo è il simbolo di un rapporto d'amore ormai consumato tra Dio e il suo popolo. Nemmeno la legge e la purificazione riescono a restituire la passione di quella relazione. “Questo è il motivo per cui Gesù non è presente, ma viene invitato”, prosegue. “È infatti Cristo a portare il vino nuovo, sancendo così una nuova alleanza, eterna, ultima e definitiva”. Un’alleanza che nasce su questo primo grande miracolo del vino e cioè della gioia. Ecco perché per don Dario “la Chiesa è un popolo di uomini e donne che non vivono sotto la Legge, ma che vivono nella gioia di essere figli e figlie di Dio”.

La gioia di vivere al modo di Dio

Il dono del battesimo ci permette di ricevere la vita di Dio, diventando così figli nel suo figlio Gesù. E questo ci rende capaci di vivere le relazioni, nel rapporto con il mondo o con il creato, nel modo del Signore. “La priorità – afferma Viganò – non è dunque l'Io, ma soprattutto l'altro, così com'è per Dio, la cui priorità è sempre stata il figlio”. A differenza di quanto avviene con il ladrone crocifisso sul Calvario, che in quell'occasione dice a Gesù: ‘Se sei davvero il Figlio di Dio, salva te stesso, e poi salva anche me’. “Se non si vive la figliolanza in Dio – prosegue Viganò – le relazioni saranno solamente strumentali e funzionali, mentre in questo modo vivere la gioia significa sentire l'urgenza di vivere al modo di Dio”.

La struttura narrativa

Per favorire la lettura il volume è stato diviso in tre aree tematiche, o meglio, in “tre percorsi di approccio alla gioia”, che si delineano a partire da tre verbi: 'essere', ovvero l'individuazione della gioia intesa come atteggiamento personale e spirituale; 'condividere', che è la gioia nell'impegno e nell'amicizia sociale; 'testimoniare', cioè la gioia di vivere al modo di Dio. “Leggere questo libro – evidenzia Viganò – è come camminare sulle pagine, allo stesso modo dei discepoli di Emmaus”. In questo passo del Vangelo, i discepoli riconoscono Gesù solamente allo spezzare del pane, ma si domandano: ‘Non arriva forse al nostro cuore mentre dialoga con noi?’. “Lo Spirito Santo - conclude - predispone l'uomo e la donna a riconoscere il Signore nel gesto della condivisione del pane, ma lavora prima, anche mentre camminiamo con una persona che è sconosciuta”.

 Vatican News

 

 

 


lunedì 12 settembre 2022

UN PENSIERO-CATTEDRALE PER UN FUTURO MIGLIORE

Imparare 

il pensiero-cattedrale 

per un agire capace di futuro

Intellettuali, filosofi, politologi, scienziati: da più parti si levano appelli che invitano a non inseguire il consenso immediato, per una prospettiva che vada oltre la durata delle nostre vite.

- di Gerolamo Fazzini

  Alcuni anni fa, al World Economic Forum il ministro dell’Ambiente inglese sbottò: «Io so bene che l’economia e la società britannica stanno seguendo un sentiero insostenibile, ma se proponessi al Primo Ministro di rallentare il tasso di crescita del Pil per ridurre i danni all’ambiente e i rischi per le future generazioni probabilmente si metterebbe a ridere, non farebbe nulla e io non verrei ricandidato alle prossime elezioni». Lo ricorda l’attuale ministro Enrico Giovannini nel suo 'Scegliere il futuro. Conoscenza e politica al tempo dei Big Data' (Il Mulino). Diventa spontaneo chiedersi: quanti dei nostri politici (e relativi partiti) hanno davvero a cuore il futuro e adottano una prospettiva di lungo periodo? E quanti, al contrario, propongono ricette di corto respiro, pur di conquistarsi un facile consenso, sebbene consapevoli dell’insostenibilità, a medio e lungo termine, delle loro proposte? A scorrere i programmi elettorali, torna in mente un’amara considerazione del sociologo tedesco Claus Offe: «Noi continuiamo a fare cose di cui è evidente che in futuro, a posteriori, ci dovremo pentire».

Mai come oggi occorrerebbe adottare una logica diversa: la mancanza di lungimiranza, infatti, è alle origini di molti dei drammi con i quali l’umanità si misura. La capacità di guardare all’orizzonte con uno sguardo sapiente è ciò che fa la differenza in politica: del resto, già Alcide De Gasperi affermava che «un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione». Nel suo recente 'Il potere della crisi. Come tre minacce e la nostra risposta cambieranno il mondo' (Egea), il politologo Ian Bremmer scrive: «Ora facciamo un salto di 25 anni nel futuro. Sono queste le prospettive che ci servono per visualizzare il punto in cui ci troviamo, dove stiamo andando e a quale velocità ci stiamo arrivando». Un appello quanto mai opportuno, dal momento che in vari ambiti stiamo sperimentando la necessità di un pensiero a lunga gittata, pena venire travolti dagli eventi. Basta guardare a quanto sta accadendo sul fronte della demografia e sul versante dei cambiamenti climatici.

Roberto Volpi, che ha da poco censito il sorpasso del numero dei single sulle famiglie, nel volume Gli ultimi italiani. Come si estingue un popolo (pubblicato da poco per Solferino), si addentra in una previsione che ha del catastrofico: nel 2070 la popolazione italiana potrebbe arrivare a contare 12 milioni di abitanti in meno rispetto al 2020. Chi formula queste ipotesi è uno studioso affidabile, il quale segnala che «già alla metà del secolo si avranno in Italia, in situazioni del tutto ordinarie, due morti per ogni nato». Quanto alla questione ambientale, gli ultimi dati dell’Osservatorio Cittàclima, dicono che da gennaio a luglio 2022 in Italia si sono registrati 132 eventi climatici estremi. Il che significa il numero più alto dell’ultimo decennio. Dal 2010 a luglio 2022 si sono verificati 1318 eventi estremi con impatti rilevanti in ben 710 Comuni. In entrambi i casi, declino demografico e peggioramento delle condizioni ambientali, assistiamo a fenomeni tutt’altro che improvvisi e imprevedibili, che hanno origine in scelte precise compiute nel passato.

Pure la crisi economica del 2008 viene letta da molti esperti come figlia di quella perversa logica 'breveterminista' che sta inquinando la finanza. Una logica agli antipodi dell’economia civile, familiare ai lettori di 'Avvenire', che invece è attenta ai tempi lunghi e, pure, ai cosiddetti 'stakeholders muti', ossia le giovani generazioni e l’ambiente. «La questione – spiegava su 'Repubblica' il 6 agosto scorso un allarmato Francesco Piccolo – è che bisognerebbe fare qualcosa, ma intanto noi attraverseremo le nostre vite senza averne troppo danno. Il danno è per un tempo che non vedremo. Dovremmo cominciare a costruire oggi le scuole, la sanità, l’equilibrio sociale di domani. Ma noi oggi ci occupiamo di oggi».

Se ci troviamo in questa situazione è perché non abbiamo adottato quello che gli studiosi chiamano il 'pensiero cattedrale': quell’attitudine, tipica del Medioevo (che ancora qualcuno si ostina a considerare un periodo buio), in cui si erigevano chiese e palazzi avendo i decenni come unità di misura. Oggi anche gli scienziati, come Helga Nowothyn, autrice de 'Le Macchine di Dio. Potere, libertà e controllo nell’era degli algoritmi predittivi', sottolinea con forza – l’ha fatto a maggio su 'La Lettura' del 'Corriere della Sera' – che «abbiamo bisogno di guardare ancora più avanti e di avere un obiettivo che ci unisca. Il pensiero della cattedrale può fornirci un punto di ancoraggio in futuro».

Il paradosso è che anche i cattolici – imbevuti come sono (come siamo!) della cultura efficientista che connota il nostro tempo, cultura che chiede risultati a breve e profitti immediati, scordandosi del futuro – si sono accodati a una visione miope e sterile quando, invece, per 'vocazione' dovrebbero essere sentinelle che additano traguardi faticosi, ma significativi e duraturi. Eppure, è nel Dna del cristiano pensare all’altro e all’altrove, sia in senso fisico che temporale. In quest’ottica, Papa Francesco nel 2020 aveva additato la figura di Enea come modello, in quanto capace di preservare il passato e il presente e di tendere una mano ai fragili, facendosi carico del loro futuro.

In questa direzione va anche Roman Krznaric, filosofo di origini australiane. L’autore di 'The good ancestor' (che l’anno prossimo uscirà per Edizioni Ambiente) propone un indicatore inedito, un 'Indice di solidarietà intergenerazionale', che – integrando parametri come l’impronta ecologica, il coefficiente di Gini e altri – si prefigge di misurare il grado di attenzione che i diversi Paesi prestano, o meno, alle generazioni future. Sulla medesima lunghezza d’onda il futurologo Ari Wallach, da pochi giorni in libreria con un testo eloquente fin dal titolo 'Longpath: Becoming the Great Ancestors Our Future Needs. An Antidote for Short-Termism'. Come ha scritto Anna Maria Testa su Internazionale, Wallach propone di ragionare in termini transgenerazionali, di abbandonare la prospettiva tecnocentrica e, infine, di imparare nuovamente a pensare in termini teleologici, «relativi ai fini ultimi che perseguiamo attraverso le decisioni che prendiamo, e in una prospettiva che va oltre la durata stessa delle nostre vite».

Nel mondo della cultura e nella società civile è forte e crescente la domanda di una politica 'altra' e 'alta', capace di futuro. L’esempio più convincente è il manifesto, promosso da Leonardo Becchetti, cui hanno aderito molte sigle della società civile: «Ciascuno porti il proprio mattone per costruire la casa comune. La classe politica ha bisogno di nuove persone competenti e coraggiose, capaci di liberare speranza e sogni». All’indomani del 25 settembre sapremo se elette ed eletti al Parlamento sapranno raccogliere una sfida che non è esagerato definire epocale.

www.avvenire.it

mercoledì 25 maggio 2022

LA STRADA CHE VIVE


 *Cristo 

è la strada 

che vive*

-di padre Giacomo Grasso o.p.


“Il cristiano è uno che fa strada. La fa, questa strada, sicuro. Infatti, la sua strada è Gesù stesso. Leggiamo nel Vangelo secondo Giovanni: ”Io sono la Strada, la Verità, la Vita.”(Gv 14,6).

“Io sono la strada.” Gesù è la nostra strada, non nel senso di colui che ci indica la strada. Se fosse così, Gesù sarebbe per noi una guida sicura, certo, ma solo una guida. Quando in montagna ci affidiamo a una guida, siamo più certi di arrivare alla meta.

Ma la fatica è ancora quasi tutta nostra. 

Diminuiscono le preoccupazioni, le incertezze, diminuisce anche la fatica perché la guida ci conduce nei sentieri più adatti, secondo il percorso meno faticoso. Ma la strada dobbiamo farcela ancora tutta noi. Possiamo ancora diminuire le incertezze e le fatiche prendendo con noi, oltre la guida alpina, un portatore. Sarà lui a trasportare le parti più pesanti della nostra attrezzatura. Ma il portatore non ci porta sulle sue spalle.

Quella strada che è Cristo, invece, è la strada che porta con sé. 

Il suo significato evangelico è chiaro. Gesù non è tanto un maestro di vita: è la Vita; non è tanto un insegnante di verità: è la Verità; non è uno che si limita a indicare la strada: è la Strada, nel senso più pieno di colui che porta.” 

(Sulle strade, una spiritualità per chi cammina)



mercoledì 25 agosto 2021

VIVERE SENZA PAURA NELL'ETA' DELL'INCERTEZZA


 

È possibile solo se il nostro cuor è pieno di qualcuno

L’autore commenta il dialogo tra J. Carrón, C. Taylor e R. Williams avvenuto  al Meeting

 - di Eugenio Mazzarella 

 “Vivere senza paura nell’età dell’incertezza” è stato il tema e il titolo del coinvolgente dialogo, moderato da Monica Maggioni, cui hanno dato vita, nella cornice del Meeting, Julián Carrón, docente di teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione; Charles Taylor, professore emerito di filosofia alla McGill University, Montreal, vincitore del Premio Ratzinger 2019; e Rowan Williams, professore emerito di pensiero cristiano contemporaneo, alla University of Cambridge, già arcivescovo di Canterbury. Ma più che tre illustri pensatori, come ci dicono queste note biografiche, chi li ha ascoltati ha ascoltato tre uomini, che, senza conoscersi, hanno speso una vita a sforzarsi di non sbagliare le domande: su sé stessi, sulla vita, sul loro tempo. 
A non mettere da parte, nel mondo conclamato dell’homo faber che è il nostro mondo, la domanda di senso dell’umano e sull’umano. In buona sostanza il filo conduttore della domanda religiosa, del senso religioso, che come ha insegnato don Giussani, intride l’anima, la coscienza di ogni uomo, anche di chi quella domanda fugge. A loro che a questa domanda – che è una domanda non facile: chi si fa abitare da questa domanda, deve accettare di fare entrare in casa sua, dentro di sé, avere sul tavolo di gioco di ogni giorno lo scacco del male e della morte, e tuttavia continuare a dare le carte del gioco della vita – non sono fuggiti, Monica Maggioni ha chiesto se innanzi tutto si può davvero vivere senza paura nell’età dell’incertezza che viviamo. 
Un’incertezza che in un mondo scristianizzato, secolarizzato, dove non siamo più “educati”, cioè tirati fuori da noi, alla fiducia in Dio (Taylor), dove il nemico che ci disarma prima ancora di ogni difficoltà è la “divisione” da Dio (Williams), tanto da mettere a repentaglio la stessa lealtà dell’umano verso se stesso, la lealtà di accettare la sfida dell’irriducibilità ultima della persona (Carrón), ci mette di fronte a una scelta: o la “paralisi” difensiva nell’io, che arma (spesso tragicamente anche in senso letterale) ogni egoismo (singolo e collettivo), ovvero scegliere le reti fiduciali della relazione umana a reggere le sfide ineludibili dell’evidenza – nella paura – dell’insufficienza del Sapiens alle sfide del mondo; che “il sapere (la techne) è di molto più debole della necessità” (Eschilo, Prometeo; detto attribuito dalla tradizione a Prometeo, che fa di lui il primo filosofo, e non solo il primo tecnologo). Di questa “debolezza” strutturale dell’umano, abbiamo capito ancora qualcosa nell’ultima sua “congiuntura” storica ed esistenziale: la pandemia. Ma a queste reti fiduciali è fondamentalmente affidarsi, sul modello di un bambino impaurito che si rifugia tra le braccia della madre, al maternage creaturale del divino “sentito” dalla coscienza religiosa. Alla fede in Qualcosa che è più forte di noi che ci sta accanto. Per i cristiani questo maternage divino ha il volto e la parola rasserenanti di Cristo che ci parla nella barca in tempesta della vita (Carrón). 
 In buona sostanza alla domanda della Maggioni, Carron, Taylor, Williams, hanno risposto nello stesso senso: nell’età dell’incertezza si può vivere senza paura, senza paralizzarsi nella paura (che è un frenetico attivismo difensivo di sé, che ci rende ciechi alle ragioni degli altri), se ci affidiamo a una certezza creduta: credere non riempie la testa, ma il cuore sì, e solo un cuore pieno della fede in qualcosa o qualcuno ti fa reggere anche una testa piena di dubbi. È un’evidenza elementare dell’esperienza. I cristiani l’hanno declinata credendo in Qualcuno (Cristo) in cui si raccoglie ogni qualcosa del mondo, anche quel qualcosa che noi siamo. Una declinazione antropologica dell’esperienza che noi cristiani dovremmo saper vedere, e forse rivendicare, come la scelta migliore, perché è la scelta dell’inclusione di tutti e tutto nel Cuore divino che regge il mondo. Una scelta che fondamentalmente resta l’unica alternativa allo scambio proposto e perorato dal Grande Inquisitore tra le sicurezze del Potere e l’esposizione alla pienezza della vita, nel suo bene e nel suo male, della “libertà” del cristiano, sostenibile solo in Cristo e con Cristo. Una seduzione, però insincera, perché il Potere è sempre in sé un abbandono della tua verità. Nella “libertà” cristiana è antropologicamente cifrata la barca del principium individuationis, ciò che fa umano l’umano. 
Una barca che per tenere il mare ha bisogno del governo del Maestro interiore; e non può essere tirata a secco sulla riva, perché significa tirarla fuori dalla vita, dalla sua vera libertà di navigarsi, di liberare nel mondo, nell’essere, qualcosa o qualcuno che continui la creazione iniziata da un Altro. In questo dialogo che si è potuto ascoltare il punto che non rasserena è proprio la scristianizzazione in essere nell’età dell’incertezza. Per due motivi: perché riguarda noi, la civilizzazione cristiana, e minando il fondamento creduto della nostra fede, Cristo, e quel che ci ha detto, ci rende i più incerti tra gli incerti nel mondo della globalizzazione che avanza; e perché riguarda gli altri, cioè la debolezza della nostra testimonianza alle altre civilizzazioni, per quel che potremmo dare come seme, se non di fede, di riflessività umana alla loro (a noi comune) umanità. Ma questo chiederebbe un altro dialogo.

giovedì 11 febbraio 2021

IL CRISTIANO CITTADINO DEL MONDO


 Il cristiano è anche 

un cittadino del mondo

Vincent Dollmann*


Attingo volentieri al Vangelo di San Marco, il Vangelo dell'anno liturgico in corso. Nell'introduzione, San Marco evidenzia l'identità di Gesù come "Figlio di Dio" (Mc 1,1), e continua con il racconto del battesimo di Gesù. Questo annuncia il nostro battesimo e indica il suo significato profondo: attraverso il battesimo diventiamo "cristiani", figli nel Figlio, figli di Dio. Ciò che ogni uomo è per il suo legame con Dio Creatore, il battezzato lo riceve in modo concreto e definitivo. È a partire da questa identità che ogni battezzato deve poter vivere e testimoniare in tutti i settori della sua vita.

Questa identità porta a un orientamento di vita che può creare tensioni con altre opzioni religiose o filosofiche. Dall'inizio del suo ministero pubblico, il suo messaggio è contestato. La lettera a Diogneto, del 2° secolo, evoca così la condizione del cristiano nella società: "Tutte le terre straniere sono per loro una patria, e ogni patria è una terra straniera per loro. Si sposano come tutti, hanno figli, ma non abbandonano i loro neonati. Si siedono a un tavolo comune, ma non è un tavolo ordinario. Essi sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Passano la loro vita sula terra, ma sono cittadini del cielo" (nn. 5-6).

La grande sfida che i cristiani devono affrontare oggi è quella antropologica, la visione dell'uomo e il rispetto della vita umana. Si deve prendere la misura della distanza che sta crescendo tra l'approccio cristiano e l'approccio secolarizzato massicciamente difeso dall'élite intellettuale e politica del mondo occidentale. Allo stesso tempo, al di là dei dibattiti teorici, I cristiani possono rendere conto della fecondità del vangelo della vita e della fraternità attraverso il loro impegno a tutti i livelli della società. La lettera a Diogneto esorta i cristiani dicendo: "La posizione che Dio ha stabilito per loro è così bella che non possono disertarla" (n. 6).

1.Prendere la misura della visione antropologica del messaggio cristiano che è oggetto di dibattito nella società postmoderna

Il messaggio del Vangelo è di solito ricevuto con benevolenza in Europa quando riguarda il campo del servizio agli altri, specialmente alle persone vulnerabili e povere. Ma il Vangelo oggi ci sfida a rispettare ogni persona umana e in ogni fase della sua vita, dalla sua la sua concezione fino all'orlo della morte. C'è un vero e proprio dibattito antropologico che mette la Chiesa in contrasto con l'approccio postmoderno.

Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha pubblicato nel 2005 un manuale della dottrina della Chiesa, il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa. Questo dà i punti di riferimento antropologici della persona umana alla luce della rivelazione biblica e l'insegnamento della Chiesa (cf. p. 70 ss.).

 Evidenzio almeno quattro punti:

-L'unità della persona: la persona non ha un'anima e un corpo in contrasto tra loro; la persona è corpo e anima.

-L'apertura alla trascendenza e all'unicità della persona: la trascendenza si riferisce al fatto che la persona è in grado di aprirsi agli altri e a Dio, e l'unicità si riferisce al fatto che ogni persona è unica e insostituibile.

-La libertà della persona: è legata alla nostra condizione di creature, ma anche di figli di Dio. Ciò  costituisce la sua grandezza.

-La socialità umana: "Dio non ha creato l'uomo come essere solitario, ma come essere sociale. La vita sociale non è quindi esterna all'uomo; egli può crescere e realizzare la sua vocazione solo in relazione agli altri". (Congregazione per la Dottrina della Fede, Instr. Libertatis conscientia, 32, 1987).

2. Imparare a rendere conto della fecondità di questa antropologia per mezzo di un impegno concreto.

La partecipazione dei cristiani nella società ha dato e continua a dare frutti, sviluppando una cultura del bene comune, del rispetto della persona umana, così come la giustizia sociale guidata dalla carità.

(a) Il senso del bene comune

Il bene comune è percepito soprattutto a livello materiale. Mette in discussione il nostro rispetto per l'ambiente di vita e per la creazione. Richiama l'educazione alle virtù umane per dirigere tutte le nostre  azioni verso il bene.

Il bene comune riguarda anche la realtà spirituale umana, cioè il rispetto per le persone e l'impegno per la pace, che si riflette nell'attenzione per la fraternità universale come nel recente magistero di Papa Francesco.

b) Il significato della persona

Nel Vangelo di Luca, quando Gesù insegna che l'amore di Dio e del prossimo sono i due comandamenti che riassumono tutta la Legge, uno scriba gli chiede: "Chi è il mio prossimo? " (Lc 10,29). Gesù risponde con la parabola del buon samaritano trasformando la domanda "Di chi mi sono fatto prossimo? " (Lc 10,29-37). A una richiesta per definire i criteri di colui che può essere considerato il prossimo, Gesù risponde con un appello a diventare il vicino di casa dell'altro e di tutti gli altri. Egli ci invita a risvegliare il nostro impegno per una civiltà della vita in cui tutti, giovani e vecchi, siano adulti, malati e sani, bambini non ancora nati e persone alla fine della vita, siano rispettati come persone e come membri della comunità umana.

c) Il significato della carità, della carità legata alla giustizia

Radicati nell'amore che viene da Dio, i cristiani cercano di lavorare per un mondo più giusto. Conosciamo la posizione marxista che oppone giustizia e carità, considerando che quest'ultima non va alla radice dell'ingiustizia e povertà, ma piuttosto mantiene situazioni di sfruttamento e di disuguaglianza.

Per i cristiani, è la carità che perfeziona la giustizia, che la rende più perfetta, che la rende più rispettosa delle persone e che la mantiene nel suo scopo, cioè: "Dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto", come insegna il Catechismo.

Un'obiezione meno radicale, ma più significativa, viene oggi dal materialismo il quale crede che le strutture sociali e legali renderebbero difficile non c'è bisogno di carità. Nella sua enciclica Dio è amore, il Papa Benedetto XVI ha risposto facendo riferimento all'esperienza umana: "L’amore-carità sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c'è situazione che possa rendere superfluo il servizio dell'amore. Ci saranno sempre stati di sofferenza, che gridano consolazione e aiuto. Ci sarà sempre solitudine" (n.28).

La missione di diaconia che Cristo ha affidato alla sua Chiesa articola la giustizia e carità. Alla luce della parabola del Buon Samaritano, il servizio del prossimo deve essere in grado di rispondere ai bisogni immediati senza l'accettazione delle persone e senza strumentalizzare il link di aiuto. Integra concretamente i marcatori di immediatezza, di universalità e gratuità.

Il cristiano è un cittadino del cielo

La Lettera a Diogneto caratterizza la situazione dei cristiani in questo modo: "Essi spendono la loro vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo" (n.6). Il cristiano ha ricevuto questa cittadinanza attraverso il battesimo, ma è incaricato di rivelarlo ad ogni uomo. Essa li preserva da due eccessi: la fuga dal mondo o la sudditanza al mondo. La cittadinanza permette, al contrario, di impegnarci al servizio del rispetto della persona e della giustizia con vera libertà e audacia.

La cittadinanza del cielo fa nascere una dinamica di speranza. L'Apocalisse descrive la realtà paradisiaca alla fine della Storia non come una un giardino, ma come una città. Si parla della Nuova Gerusalemme. Dio sta preparando  per l'umanità una città che è il paradiso delle origini, trasfigurata con il contributo della vita di carità e di fede degli uomini. Nel dono della vita eterna, abbiamo la nostra parte di responsabilità e di impegno. Dio purifica e trasfigura ciò che abbiamo cercato di costruire su questa terra nello Spirito della carità di Cristo.

 

*Vincent Dollmann

Arcivescovo di Cambrai

A.E. UMEC-WUCT

 

domenica 17 maggio 2020

LA GRAZIA DELL'UMORISMO


Francesco: 
a un cristiano 
senza umorismo manca qualcosa

Nel libro “Dio è Gioia”, scritto da Chiara Amirante, l’autrice chiede al Papa quale sia il suo “segreto” per uno stato d’animo gioioso nonostante le enormi responsabilità. Francesco risponde: la gioia che mi sostiene è un dono di Dio, una luce tranquilla che è unita alla pace

Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

“Dammi, Signore, una buona digestione, e anche qualcosa da digerire. Dammi la salute del corpo, con il buonumore necessario per mantenerla”. È un incipit spesso citato di una preghiera altrettanto nota. 
I versi di Tommaso Moro sono molto cari a Francesco, che in un dialogo con Chiara Amirante dice con franchezza: “Il senso dell’umorismo è l’atteggiamento più umano più vicino alla grazia di Dio”.

Una preghiera da 40 anni
Il Papa si confida con la fondatrice di “Nuovi Orizzonti” in un colloquio successivo alla visita da lui compiuta lo scorso 24 settembre nella “Cittadella Cielo”, centro principale della Comunità, che nel 2019 festeggia i 25 anni di vita. Durante quel colloquio Chiara Amirante chiede a Francesco di poter conoscere cosa sia per lui la gioia, argomento centrale del libro che la stessa Chiara sta scrivendo per fissare su carta la visita del Papa alla Cittadella e che si intitola per l’appunto “Dio è Gioia”, pubblicato da Libreria Editrice Vaticana e Piemme. Il Papa confessa di non aver nessun particolare segreto. “Da quarant’anni – dice – recito la preghiera di San Tommaso Moro per avere il senso dell’umorismo”, il quale va di pari passo, sostiene, “alla gioia cristiana”.
Un dono fin dall’inizio
Del resto, ricorda Francesco, sono temi che ha già trattato nel quarto capitolo della Gaudete et exsultate. Per lui provare la gioia non è disgiunto dal sentirsi nella pace, entrambi doni di Dio, afferma, rivelando che questo stato d’animo è in lui fin dal conclave, quando constatando ciò che stava per accadere ha sentito scendere dentro di sé un sentimento di pace. “La gioia – osserva ancora il Papa – non è un sentimento chiassoso, non vuol dire fare rumore, anche se a volte si esprime così” e ribadisce che “senso dell’umorismo, pace e gioia vanno insieme, ma il segreto non lo so… è una grazia, io non la merito ma il Signore mi aiuta”.
Una riserva di ossigeno
Chiara Amirante domanda allora un suggerimento per vivere in questa condizione e Francesco risponde che si favorisce imparando “lo spogliamento di sé”. “Io da me non me le darei – riconosce – io lo vivo come un dono. Il diavolo, nel mio caso, cerca sempre di rovinare questo stato d’animo, ma non riesce perché è una cosa così tanto gratuita che il Signore la custodisce Lui stesso”. Ciò che conta, prosegue, è fare come indica San Paolo, camminare “secondo lo Spirito” perché “amore, gioia, pace” sono “frutto dello Spirito”. Mi aiuta, dice Francesco, ripetere “Dio è più grande”, e “sapendo che lo Spirito è più potente, è come camminare con una riserva di ossigeno quando ti manca l’ossigeno. La gioia – ripete – è un dono, come la pace è un dono”.
Non ce la faccio, fallo tu”
L’ago della bussola per capire interiormente se il cammino è quello giusto, sono le “inquietudini”, il riflettere nell’esame di coscienza giornaliero “a cosa è successo nel mio cuore, quale gente è passata per il mio cuore, questo mi aiuta a individuare le inquietudini buone e distinguerle da quelle cattive, non buone”. La gioia è come la luce, c’è la luce mite, tranquilla, che ti fa stare bene, e invece la luce del diavolo, fuoco d’artificio, che è forte e poi sparisce”. Un problema, chiede Chiara Amirante, può essere custodire la gioia quando si è nella sofferenza e ci si sente sopraffatti. E qui Francesco confida la preghiera che rivolge a Dio in queste circostanze: “Non ce la faccio, fallo tu”. E conclude riandando con la memoria a un suo professore che invitava gli studenti a fissarsi per un minuto nello specchio. “Quando qualche volta l’ho fatto – racconta il Papa – mi porta in mezzo minuto a ridere di me stesso… Ridere di se stessi, questo è molto importante! “
“Fammi la grazia di capire gli scherzi”
L’intervista sulla gioia finisce e resta sullo sfondo il profilo di Tommaso Moro, l’eco antica della sua preghiera modernissima: “Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa tanto ingombrante che si chiama “io”. Dammi, Signore, il senso dell’umorismo. Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri”.



sabato 17 agosto 2019

LA VERITÀ E' CIO' CHE ARDE


Vangelo: Lc 12,49-53 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )
 
Visualizza Lc 12,49-53
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra. Tutti abbiamo conosciuto uomini e donne appassionati del Vangelo, e li abbiamo visti passare fra noi come una fiaccola accesa. «La verità è ciò che arde» (Christian Bobin), occhi e mani che ardono, che hanno luce e trasmettono calore: «la vita xe fiama» (Biagio Marin).
Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. Lui che ha chiesto di amare i nemici, che ha dato il nome di "divisore", diavolo, al peggior nemico dell'uomo, che ha pregato fino all'ultima sera per l'unità "ut unum sint", qui si contraddice. E capisco allora che, sotto la superficie delle parole, devo cercare ancora.
Gesù stesso, tenero come un innamorato e coraggioso come un eroe, è stato con tutta la sua vita segno di contraddizione. Il suo Vangelo è venuto come una sconvolgente liberazione: per le donne sottomesse e schiacciate dal maschilismo; per i bambini, proprietà dei genitori; per gli schiavi in balia dei padroni; per i lebbrosi, i ciechi, i poveri. Si è messo dalla loro parte, li chiama al suo banchetto, fa di un bambino il modello di tutti e dei poveri i principi del suo regno, sceglie sempre l'umano contro il disumano. La sua predicazione non metteva in pace la coscienza, ma la risvegliava dalle false paci! Paci apparenti, rotte da un modo più vero di intendere la vita.
La scelta di chi si dona, di chi perdona, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare ma servire gli altri, di chi non vuole vendicarsi diventa precisamente divisione, guerra, urto inevitabile con chi pensa a vendicarsi, salire, dominare, con chi pensa che è vita solo quella di colui che vince. Leonardo Sciascia si augurava: «Io mi aspetto che i cristiani qualche volta accarezzino il mondo in contropelo». Ritti, controcorrente, senza accodarsi ai potenti di turno o al pensiero dominante. Che riscoprano e vivano la "beatitudine degli oppositori", di chi si oppone a tutto ciò che fa male alla storia e al cuore dei figli di Dio.
Gesù nel Vangelo di Tommaso ha questa espressione: «Stare vicino a me è stare vicino al fuoco». Siamo discepoli di un Vangelo che brucia, brucia dentro, ci infiamma qualche volta almeno, oppure abbiamo una fede che rischia di essere solo un tranquillante, una fede sonnifero? Il Vangelo non è un bavaglio, ma un megafono. Ti fa voce di chi non ha voce, sei il giusto che lotta in mezzo alle ingiustizie, mai passivo e arreso, mai senza fuoco.
Quanto vorrei che questo fuoco fosse già acceso. Eppure arde! C'è dentro le cose il seme incandescente di un mondo nuovo. C'è una goccia di fuoco anche in me, una lingua di fuoco sopra ognuno di noi a Pentecoste, c'è lo Spirito santo che accende i suoi roveti all'angolo di ogni strada.


lunedì 12 marzo 2018

Papa Francesco: CRISTIANI IN CAMMINO, NON PARCHEGGIATI!

....... «A me — ha confidato Francesco — capita di pensare: cosa pensa Gesù, cosa sente Gesù con i cristiani che non camminano, che non vanno oltre, che si fermano al primo passo, alla prima grazia ricevuta?». Insomma, cosa pensa Gesù davanti a un cristiano che dice: «Sì, mi sono sistemato, porto una vita cristiana avanti bene, vado a messa la domenica, mi confesso ogni mese, faccio qualche opera di carità, tutto bene e mi fermo lì?». Perché, ha rilanciato il Papa, «ci sono tanti cristiani fermi che non camminano, cristiani insabbiati nelle cose di ogni giorno — buoni, buoni! — ma non crescono, rimangono piccoli». 
Sono «cristiani parcheggiati», che «si parcheggiano, cristiani ingabbiati che non sanno volare con il sogno a questa cosa bella alla quale il Signore ci chiama».
Ecco che, ha suggerito il Pontefice, «ognuno di noi può domandarsi: Com’è il mio desiderio? Mi sento sazio nel desiderio con la vita che porto o cerco di andare avanti, anche con difficoltà, con delle prove, sempre più, più, più, perché il Signore è questo più, più, più?». Ed «è questa gioia, questo godere insieme e ci aspetta con questo». Dunque, ha proseguito il Papa, è bene domandarsi: «Cerco il Signore così o ho paura o sono mediocre?». C’è la tentazione di rispondere: «io mi sento soddisfatto con questo...», proprio «come quell’uomo che va al banchetto, che si sazia degli antipasti e poi torna a casa: sciocco, tu non sai che il meglio viene dopo!». E non ha senso dire che «per me gli antipasti sono sufficienti».
«Custodire il proprio desiderio, svegliarlo: questo è il titolo di una bella lettera che alcune settimane fa ha scritto un vescovo italiano ai suoi preti». Questo «custodire il proprio desiderio» vuol dire «non sistemarsi troppo, andare un po’ avanti, rischiare».
Perché «il vero cristiano rischia, esce dalla sicurezza» ha ricordato il Pontefice ripetendo le parole bibliche: «Ecco, io creo nuovi cieli e nuova terra; si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare. Io esulterò nel mio popolo, godrò nel mio popolo». E se «questo è quello che ci aspetta», è opportuno chiedersi se «cammino verso questo o rimango così, tiepido, senza forza». E ancora, «qual è la misura del mio desiderio: l’antipasto o tutto il banchetto?».
In conclusione, Francesco ha invitato a meditare su questa verità. «E chiediamo al Signore — ha esortato — la grazia della magnanimità, di rischiare, andare avanti: che il Signore ci dia questa grazia».

Dall'Omelia del 12 marzo - Santa Marta  
da Osservatore Romano


venerdì 29 dicembre 2017

LA NOSTRA VITA SIA UN CANTO DI GIOIA E DI SPERANZA

“Il cristiano è un uomo e una donna di gioia.
Questo ci insegna Gesù, ci insegna la Chiesa, in questo tempo in maniera speciale. Che cosa è, questa gioia? E’ l’allegria? No: non è lo stesso. L’allegria è buona, eh?, rallegrarsi è buono. Ma la gioia è di più, è un’altra cosa. E’ una cosa che non viene dai motivi congiunturali, dai motivi del momento: è una cosa più profonda. E’ un dono. L’allegria, se noi vogliamo viverla tutti i momenti, alla fine si trasforma in leggerezza, superficialità, e anche ci porta a quello stato di mancanza di saggezza cristiana, ci fa un po’ scemi, ingenui, no?, tutto è allegria … no. La gioia è un’altra cosa.  
La gioia è un dono del Signore. Ci riempie da dentro. E’ come una unzione dello Spirito. E questa gioia è nella sicurezza che Gesù è con noi e con il Padre”.L’uomo gioioso, ha proseguito, è un uomo sicuro. Sicuro che “Gesù è con noi, che Gesù è con il Padre”. Ma questa gioia, si chiede il Papa, possiamo “imbottigliarla un po’, per averla sempre con noi?”:“No, perché se noi vogliamo avere questa gioia soltanto per noi alla fine si ammala e il nostro cuore diviene un po’ stropicciato, e la nostra faccia non trasmette quella gioia grande ma quella nostalgia, quella malinconia che non è sana. Alcune volte questi cristiani malinconici hanno più faccia da peperoncini all’aceto che proprio di gioiosi che hanno una vita bella. La gioia non può diventare ferma: deve andare.
La gioia è una virtù pellegrina. E’ un dono che cammina, che cammina sulla strada della vita, cammina con Gesù: predicare, annunziare Gesù, la gioia, allunga la strada e allarga la strada. E’ proprio una virtù dei grandi, di quei grandi che sono al di sopra delle pochezze, che sono al di sopra di queste piccolezze umane, che non si lasciano coinvolgere in quelle piccole cose interne della comunità, della Chiesa: guardano sempre all’orizzonte”.
Il cristiano canta con la gioia, e cammina, e porta questa gioia.
E’ una virtù del cammino, anzi più che una virtù è un dono: “E’ il dono che ci porta alla virtù della magnanimità. Il cristiano è magnanimo, non può essere pusillanime: è magnanimo. E proprio la magnanimità è la virtù del respiro, è la virtù di andare sempre avanti, ma con quello spirito pieno dello Spirito Santo.
E’ una grazia che dobbiamo chiedere al Signore, la gioia. In questi giorni in modo speciale, perché la Chiesa si invita, la Chiesa ci invita a chiedere la gioia e anche il desiderio: quello che porta avanti la vita del cristiano è il desiderio. Quanto più grande è il tuo desiderio, tanto più grande verrà la gioia. Il cristiano è un uomo, è una donna di desiderio: sempre desiderare di più nella strada della vita.
Chiediamo al Signore questa grazia, questo dono dello Spirito: la gioia cristiana. Lontana dalla tristezza, lontana dall’allegria semplice … è un’altra cosa. E’ una grazia da chiedere.

                                                                                                                             Papa Francesco

giovedì 24 agosto 2017

SIAMO GENTE DI PRIMAVERA!

SIAMO PERSONE DI PRIMAVERA
 O DI AUTUNNO?

          " ......La speranza cristiana si basa sulla fede in Dio che sempre crea novità nella vita dell’uomo, crea novità nella storia, crea novità nel cosmo. Il nostro Dio è il Dio che crea novità, perché è il Dio delle sorprese.
Non è cristiano camminare con lo sguardo rivolto verso il basso – come fanno i maiali: sempre vanno così – senza alzare gli occhi all’orizzonte. Come se tutto il nostro cammino si spegnesse qui, nel palmo di pochi metri di viaggio; come se nella nostra vita non ci fosse nessuna meta e nessun approdo, e noi fossimo costretti ad un eterno girovagare, senza alcuna ragione per tante nostre fatiche. Questo non è cristiano…..
          Dio non ha voluto le nostre vite per sbaglio, costringendo Sé stesso e noi a dure notti di angoscia. Ci ha invece creati perché ci vuole felici. È il nostro Padre, e se noi qui, ora, sperimentiamo una vita che non è quella che Egli ha voluto per noi, Gesù ci garantisce che Dio stesso sta operando il suo riscatto. Lui lavora per riscattarci …….
         Essere cristiani implica una nuova prospettiva: uno sguardo pieno di speranza. Qualcuno crede che la vita trattenga tutte le sue felicità nella giovinezza e nel passato, e che il vivere sia un lento decadimento. Altri ancora ritengono che le nostre gioie siano solo episodiche e passeggere, e nella vita degli uomini sia iscritto il non senso. Quelli che davanti a tante calamità dicono: “Ma, la vita non ha senso. La nostra strada è il non-senso”. 
        Ma noi cristiani non crediamo questo. Crediamo invece che nell’orizzonte dell’uomo c’è un sole che illumina per sempre. Crediamo che i nostri giorni più belli devono ancora venire. Siamo gente più di primavera che d’autunno. A me piacerebbe domandare, adesso – ognuno risponda nel suo cuore, in silenzio, ma risponda –: “Io sono un uomo, una donna, un ragazzo, una ragazza di primavera o di autunno? La mia anima è in primavera o è in autunno?”. 
        Ognuno si risponda. Scorgiamo i germogli di un mondo nuovo piuttosto che le foglie ingiallite sui rami. Non ci culliamo in nostalgie, rimpianti e lamenti: sappiamo che Dio ci vuole eredi di una promessa e instancabili coltivatori di sogni. Non dimenticate quella domanda: “Io sono una persona di primavera o di autunno?”. Di primavera, che aspetta il fiore, che aspetta il frutto, che aspetta il sole che è Gesù, o di autunno, che è sempre con la faccia guardando in basso, amareggiato e, come a volte ho detto, con la faccia dei peperoncini all’aceto.
         Il cristiano sa che il Regno di Dio, la sua Signoria d’amore sta crescendo come un grande campo di grano, anche se in mezzo c’è la zizzania. Sempre ci sono problemi, ci sono le chiacchiere, ci sono le guerre, ci sono le malattie … ci sono dei problemi. Ma il grano cresce, e alla fine il male sarà eliminato. Il futuro non ci appartiene, ma sappiamo che Gesù Cristo è la più grande grazia della vita: è l’abbraccio di Dio che ci attende alla fine, ma che già ora ci accompagna e ci consola nel cammino. Lui ci conduce alla grande “tenda” di Dio con gli uomini (cfr Ap 21,3), con tanti altri fratelli e sorelle, e porteremo a Dio il ricordo dei giorni vissuti quaggiù. E sarà bello scoprire in quell’istante che niente è andato perduto, nessun sorriso e nessuna lacrima. 
         Per quanto la nostra vita sia stata lunga, ci sembrerà di aver vissuto in un soffio. E che la creazione non si è arrestata al sesto giorno della Genesi, ma ha proseguito instancabile, perché Dio si è sempre preoccupato di noi. Fino al giorno in cui tutto si compirà, nel mattino in cui si estingueranno le lacrime, nell’istante stesso in cui Dio pronuncerà la sua ultima parola di benedizione: «Ecco - dice il Signore – io faccio nuove tutte le cose!» (v. 5). Sì, il nostro Padre è il Dio delle novità e delle sorprese. E quel giorno noi saremo davvero felici, e piangeremo. Sì: ma piangeremo di gioia.

Papa Francesco – 23 agosto 2017

lunedì 2 maggio 2016

SORRIDERE .... SORRIDERE .... SORRIDERE - Il sorriso come dono al prossimo

I TRE SORRISI

Educarsi a sorridere, educare al sorriso

“Un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale". La provocazione di Papa Francesco non è una battuta casuale e l'idea che i cristiani appaiano tristi non è nuova: “Dovrebbero cantarmi dei canti migliori, perché io impari a credere nel loro Salvatore! Bisognerebbe che i suoi discepoli avessero un aspetto più da gente salvata", diceva Nietzsche.
 Ma come si fa a sorridere quando le preoccupazioni, il lavoro, i piccoli contrattempi e i grandi dolori sono così seri nella vita?

Il primo sorriso è quello fondamentale: ride colui che sta nei cieli, dice la Bibbia. E ancora: la gioia del Signore è la vostra forza. È il sorriso di Dio. La gioia con cui il Creatore contempla ogni sua creatura è il fondamento solido della serenità e della pace di ognuno di noi. Ma non è irriverente pensare che Dio, il Signore dell'universo, sorrida? “Dio deve amarci tanto più in quanto ridestiamo il suo senso dell'umorismo", dice un personaggio creato da Ray Bradbury. “Non avevo mai pensato al Signore come a un umorista", gli viene ribattuto. La risposta è folgorante: “Il creatore dell'ornitorinco, del cammello, dello struzzo e dell'uomo? Oh, ma andiamo!".

Il secondo sorriso è quello con il quale guardo me stesso. Senza perdere di vista la mia umanità, i miei limiti, che non sono necessariamente un difetto e non vanno presi troppo sul serio. Il mio Creatore mi vuole bene così come sono, perché se mi avesse voluto diverso mi avrebbe fatto diverso. “Saper vedere anche l'aspetto divertente della vita e la sua dimensione gioiosa – disse una volta Benedetto XVI – e non prendere tutto così tragicamente, questo lo considero molto importante, e direi che è anche necessario per il mio ministero. Un qualche scrittore aveva detto che gli angeli possono volare, perché non si prendono troppo sul serio. E noi forse potremmo anche volare un po' di più, se non ci dessimo così tanta importanza".

Sorridere è un atto di umiltà, vuol dire accettare me stesso e il mio modo di essere, rimanendo lì dove sono in santa pace. Senza prendermi troppo sul serio, perché “la serietà non è una virtù. Sarà forse un'eresia, ma un'eresia molto più sensata dire che la serietà è un vizio. C'è realmente una tendenza (una sorta di decadenza) naturale a prendersi sul serio perché è la cosa più facile a farsi. La solennità viene fuori dagli uomini senza fatica; invece la risata è uno slancio. È facile essere pesanti e difficile essere leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità" (Chesterton).

Il terzo sorriso è conseguenza dei primi due. È il sorriso con il quale accolgo chi incontro per caso e le persone con le quali vivo e lavoro. Con affetto e senza prendere troppo sul serio eventuali sbagli o presunti sgarbi. Con un volto allegro. Madre Teresa di Calcutta, ricevendo il Premio Nobel, spiazzò la platea con questo invito: “Sorridete sempre ai vostri familiari. Regalatevi reciprocamente il vostro tempo in famiglia. Sorridetevi".

Il vestito di un uomo, la bocca sorridente e la sua andatura rivelano quello che è, insegna il Siracide. Il sorriso può essere davvero il segno di riconoscimento caratteristico di un cristiano.

Don Carlo Marchi


Convegno Ecclesiale Firenze, maggio 2015