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sabato 26 settembre 2026

DESIDERIO O DOVERE ?

 


'Dai desideri


 infiniti


al sogno


 dell’Infinito'

 


 L’antica saggezza cinese ci indica dove può condurre il turbine del desiderio quando non ne comprendiamo la dimensione spirituale. 

-di G. Borlomini

Non sciupiamo noi stessi in un folle turbinio, cercando di afferrare la vuota lode di un’ora, facendo piani per ottenere qualche residuo di reputazione che ci sopravviva. Ci muoviamo attraverso il mondo in uno stretto fosso, preoccupati delle piccole cose che vediamo e udiamo; rimuginiamo i nostri pregiudizi, passando a lato delle gioie della vita senza neppure accorgerci che ci è sfuggito qualcosa. Neppure per un momento gustiamo il vino forte della libertà, siamo imprigionati tanto realmente come se fossimo gettati nel fondo di un fosso carichi di catene (Yang-Chu). 

I miti greci dipingono con grande efficacia lo stato di perenne agitazione dell’animo umano, che si affanna per inseguire beni irrisori, condannandosi a una perpetua fatica e insoddisfazione. Ricordiamo i tre miti più rappresentativi di questa condizione: Sisifo, il più scaltro dei mortali, che avendo tradito i segreti degli dei è condannato a spingere fin sulla cima di un monte un sasso che ogni volta rotola in basso, cosicché ripete eternamente la stessa fatica; Issione, per essere stato sacrilego, è legato a una ruota infuocata che gira incessantemente, e poiché aveva gustato il cibo degli dei che rende immortali, la sua condanna è senza fine; ed infine Tantalo, che inganna e tradisce gli dei, dei quali era il favorito, ed è condannato a stare immerso fino al mento nell’acqua senza poterla mai bere, perché appena china la testa l’acqua si abbassa, e appena si protende per afferrare i frutti che pendono da un ramo e cibarsene, il ramo si allontana. 

 I filosofi greci ravvisavano in questi tre miti una metafora del desiderio non controllato e del suo meccanismo perverso. Come già affermava Lao Tzu: «Non c’è peggiore calamità che l’aumento smodato dei desideri». Che poi è il meccanismo alla base della terribile schiavitù del consumismo. L’essere umano che contrasta l’aspirazione divina che porta in sé e cerca soddisfazione solo nei desideri materiali, si condanna a una fatica improba e perenne, senza mai trovare appagamento. 

 

Il desiderio incontrollato diventa fonte di incessante inquietudine che impedisce di vivere appieno, oscura la coscienza, distorce la visione del mondo, toglie pace e libertà interiori. La sapienza indiana ha un termine preciso per descrivere questo stato: Avidya, la Non-conoscenza, l’ignoranza, la cecità spirituale che ci fa credere eterno quello che eterno non è, puro quello che è impuro, bene quello che invece ci fa male. È la grave ignoranza per cui ci illudiamo che i nostri averi, le nostre conquiste, siano il nostro bene, e ci procuriamo così le più gravi delusioni. 

 

Abbiamo desideri infiniti, e invece di farci sospingere da essi verso l’Infinito ci facciamo travolgere da infiniti prodotti! Il fenomeno del desiderio nella logica consumista si configura con chiarezza come un fenomeno profondamente spirituale e non materialistico. Il sociologo Bauman lo intuisce quando scrive: «Lo scopo del gioco del consumo non è tanto la voglia di acquisire e possedere, né di accumulare ricchezze in senso materiale, tangibile, quanto l’eccitazione per sensazioni nuove, mai sperimentate prima. I consumatori sono prima di tutto raccoglitori di sensazioni: sono collezionisti di cose solo in un senso secondario e derivato». La molla fondamentale di questo processo è proprio il desiderio infinito, che può essere la molla della liberazione, inducendo a cercare altrove la soluzione dei propri bisogni infiniti, oppure trasformarsi nella peggiore delle schiavitù. Aveva ragione Pasolini a dichiarare che il consumismo ha rubato le anime perché si tratta a tutti gli effetti di un fenomeno religioso. 

 

Il desiderio infinito che abita il cuore di ogni essere, se non trova qualcosa degno di saziarlo si trasforma in forza disordinata o peggio ancora distruttiva. 

Dice bene Mircea Eliade, il grande storico delle religioni, che ogni manifestazione della civiltà contemporanea in realtà nasconde un aspetto del sacro, della ricerca iniziatica, del desiderio di trascendenza, ma lo esprime in forma degradata e camuffata. 

Proprio per questo non si deve reprimere il desiderio, ma indirizzarlo verso qualcosa di veramente degno di una spinta così potente; una spinta che quando viene a mancare ci fa sprofondare nel torpore. 

Mi inquieta tanto la gioventù quando è priva di desiderio, annebbiata davanti al proprio smartphone. Per fortuna non mancano mai giovani desiderosi di rompere qualsiasi barriera, di avventurarsi in spazi nuovi, di esagerare per il solo gusto di andare oltre qualsiasi limite. Come diceva Gianvittorio Cappelletto, mio maestro e padre di vita spirituale: i giovani hanno dei sogni, cullano delle aspirazioni che sanno di incredibile, in quanto si convincono a sottoporsi a sforzi diuturni per cercare dei risultati a cui non si potrà mai arrivare, in una vita che ha i giorni contati. Una grande voglia di amare e di essere amati li sospinge, attraverso infinite delusioni, ad ancorare il proprio cuore a qualcosa di stabile e di infinito. Hanno tutti una grande sete di infinito. 

Tanti sognano di potersi collegare con fontane inesauribili. 

 

Questo sarebbe lo slancio migliore per chi desidera crescere all’Infinito. Per molti invece la trappola consumista ha fornito surrogati ai desideri infiniti, all’insaziabilità che spinge molti esseri umani alla ricerca di qualcosa che li soddisfi. Non sono pochi i giovani però che spinti da questo ardore sono caduti nelle reti della droga, dell’alcool o di giochi trasgressivi in cui sprecare stupidamente la vita. Una soluzione potrebbe essere quella di insegnare loro a trovare una risposta adeguata ai bisogni infiniti, all’insaziabilità che esprimono. Solo l’Infinito può saziare desideri infinti. Una seria esperienza di meditazione e di vita spirituale potrebbe essere una risposta, poiché sono vie che sorgono per far superare i limiti umani, predispongono all’abbraccio con l’Infinito, fanno penetrare nella vita infinita. 

Il desiderio è una forza divina dentro di noi, è ciò che - letteralmente - ci spinge verso le stelle. Proprio per questo è fondamentale che la forza del desiderio sia indirizzata verso ciò per cui è stata destinata: a volgerci, cioè, nella direzione del Cielo. Purtroppo, un abbaglio frequente è scambiare le stalle…per le stelle. 

Ma così come essere spinti da desideri incontentabili può condurre alla rovina, può anche essere la via di salvezza. Perché gli incontentabili che cercano appagamento nel poco cadono nell’oblio, drogati dall’infinito succedersi di prodotti, se invece restano degli ‘incontentabili’ irriducibili prima o poi scopriranno l’inganno e passeranno dai prodotti infiniti all’Infinito stesso, che sazia lasciandoti sempre il desiderio. È un paradosso. È l’estasi!

www.avvenire.it

 

mercoledì 24 dicembre 2025

TRASMETTERE IL DESIDERIO

 



“La scuola deve

 trasmettere 

il desiderio 

per contrastare

 il disagio giovanile”. 


Insegnanti chiamati a testimoniare passione e vocazione in aula

 

-di Andrea Carlino

 

Lo psicoanalista Massimo Recalcati ha presentato al Festival Internazionale dell’Economia 2025 di Torino una lettura del disagio giovanile basata su 35 anni di ricerca clinica.

 L’analisi collega la sofferenza psichica delle nuove generazioni alle trasformazioni sociali ed economiche contemporanee. Il quadro delineato evidenzia come il malessere giovanile non rappresenti una colpa individuale ma il sintomo di una società che ha smarrito il senso della Legge.

Neolibertinismo e neomelanconia: i due paradigmi del malessere

Recalcati identifica due modelli dominanti che definiscono la condizione attuale dei giovani. Il paradigma neolibertino si fonda sul “discorso del capitalista” e produce legami sociali frammentati. Il consumo compulsivo di oggetti-gadget sostituisce il desiderio autentico e genera una “clinica dell’antiamore” in cui i giovani cercano rifugio nelle dipendenze per evitare l’incontro reale con l’altro. Il paradigma securitario rappresenta la seconda polarità e si manifesta come ritiro dalla vita. Il fenomeno degli Hikikomori esemplifica questa tendenza: molti giovani scelgono di uscire dalla scena sociale, spaventati dalla competizione e dal principio di prestazione. Il ritiro produce una “glaciazione delle passioni” attraverso l’innalzamento di mura psichiche.

Il ruolo della scuola nella trasmissione del desiderio

La scuola deve trasformarsi in luogo di testimonianza per superare le forme di schiavitù descritte. Recalcati distingue il capriccio dal desiderio, che nella psicoanalisi “assomiglia alla vocazione: una potenza indistruttibile che orienta la vita e trasforma il dovere in una manifestazione del proprio talento”. La trasmissione del sapere avviene per contagio: gli studenti necessitano di adulti che testimonino con la propria vita la possibilità di vivere “accesi”. 

Gli insegnanti entrati in aula annoiati o senza desiderio non riescono a trasmettere il fuoco del sapere. 

Le organizzazioni scolastiche devono abbandonare il privilegio del rendimento quantitativo per valorizzare il soggetto nella sua unicità, passando dalla cura del numero alla cura del “nome proprio”. Gli adulti sono chiamati a sostenere la “follia” del desiderio dei figli anche quando questo implica lo scioglimento dei legami familiari.

 Orizzonte Scuola

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venerdì 17 ottobre 2025

L'EROTICA DEL SAPERE

 


“Il vero maestro

 non comanda, 

dà luce”


Lo psicanalista Massimo Recalcati al via del Kum, festival di Pesaro da lui ideato: «La scuola dovrebbe favorire lo sviluppo “storto” dei talenti singolari, più che il principio di prestazione»

-         di Viola Ardone

La scuola è stato il primo posto in cui mi sono sentita a mio agio, da bambina. Patologicamente timida, diffidente rispetto all’idea di separarmi dai miei genitori, negli anni della materna mi isolavo dagli altri bambini e faticavo a partecipare alle attività proposte. L’ingresso in prima elementare fu una liberazione: mi sembrava per la prima volta di avere un posto nel mondo che era lì per me. La mattina la maestra faceva l’appello e pronunciava il mio nome. La scuola mi riconosceva, e io le ero riconoscente. Anche oggi, da insegnante, faccio l’appello all’inizio di ogni lezione, chiamo per nome i miei studenti perché sappiano che ognuno di loro è necessario affinché la lezione abbia inizio. Ha a che fare con quello che lo psicoanalista Massimo Recalcati chiama «erotica del sapere», ovvero quella particolare pulsione che «favorisce l’incontro dell’allievo con il proprio desiderio».

È questo il compito di un maestro, suscitare desiderio? E in questo senso ogni maestro è un maestro di felicità?

«Un maestro di felicità mi sembra un po' troppo, Freud sosteneva che per gli esseri umani il programma della felicità è escluso. Tuttavia, un maestro, accendendo il desiderio, apre la vita alla possibilità della gioia perché trasmette il desiderio di sapere, e trasforma l’allievo da zucca vuota che attende di essere riempita ad amante del sapere, come direbbe il Socrate del Simposio di Platone. Quello che racconti a proposito dell’appello mi colpisce perché un’altra virtù di un buon maestro è effettivamente quella di non confondere il nome proprio con un numero che, se vuoi, è la radice prima di ogni atto di cura. Riconoscere il nome proprio significa innanzitutto riconoscere quella stortura che rende ogni allievo singolare, con le sue inclinazioni e i suoi talenti. La Scuola dovrebbe invece favorire lo sviluppo “storto” dei talenti singolari, più che il principio di prestazione».

Nel Convivio Dante usa la metafora del banchetto per invitare a mangiare «il pane degli angeli», ovvero a nutrirsi della conoscenza. Anche tu parli di «cibo del sapere» che può essere assimilato solo in una scuola in cui «il movimento della luce e quello dell’onda» sono attivi, non anestetizzati. Forse uno dei problemi della scuola oggi è questo: si limita a spargere briciole e tiene da parte il pane.

«Mi fai venire in mente una frase di Don Milani che mi ha sempre colpito per la sua radicalità: un maestro non è colui che possiede il sapere ma colui che lo dona. Quando incontriamo un maestro facciamo esperienza della radura, dell’aperto, della luce appunto: la parola del maestro non comanda, ma illumina. Al tempo stesso l’incontro con un maestro è un impatto, un urto. Come accade al bambino che vuole imparare l’arte del nuoto. Dopo avere appreso i suoi movimenti sulla spiaggia il maestro lo costringe a incontrare l’onda, perché è solo da questo incontro che l’allievo potrà fare davvero suo quel sapere astratto. Se vuoi è quello che accade ogni volta che incontriamo un maestro: una luce allarga l’orizzonte del nostro mondo e un’onda ci costringe ad inventare un nostro stile. Se invece la Scuola è solamente routine, se la parola del maestro nasce spenta, stremata dalla noia o da incarichi burocratici, allora c’è davvero l’anestesia di cui parli».

Si discute oggi molto sul ruolo dell’insegnante. Per Camus, come tu stesso ricordi, il maestro Bernard era colui che per la prima volta aveva fatto sentire i suoi studenti «degni di scoprire il mondo». Il professor Keating, protagonista dell’«Attimo fuggente» di Peter Weir, incarna il ruolo del capitano, nell’«Amica geniale» di Elena Ferrante è la maestra Oliviero a spingere le due amiche a studiare. Oggi il docente/capitano ha perso i gradi, non è più al timone della nave ma è imbrigliato nei lacci e lacciuoli di una burocrazia che lo vuole compilatore di griglie, schede di valutazione e punti di credito.

«Esattamente. L’apprendimento non è salire la scala del sapere come già costituita secondo un criterio linearmente progressivo, dal più semplice al più complesso, ma non può prescindere dal carattere imprevedibile dell’incontro. È un processo spiraliforme, fatto di passi in avanti e all’indietro, di sbandamenti e di cambi improvvisi di direzione. In questo senso un maestro è qualcuno che porta il fuoco: non ci accompagna nel salire la scala ma accende la nostra vita, ci porta verso l’ignoto».

Mi ha colpito la differenza che tu proponi tra regole e leggi. Sono molto d’accordo sul fatto che la scuola invece di dettare regole e regolette dovrebbe insegnare le grandi leggi: la legge della convivenza, la legge dell’ascolto, la legge dell’altro, la legge della parola. Te ne viene in mente qualche altra?

«Le leggi che tu nomini e che non possono essere ridotte a regole o a regolette hanno secondo me un denominatore comune: la legge del non tutto. Affinché vi sia educazione o, se preferisci, formazione, è necessario che questa legge si scriva nel cuore del figlio, come direbbe il profeta Ezechiele. La legge del non tutto è la legge dell’impossibile: non posso avere tutto, sapere tutto, essere tutto, godere di tutto. Solo l’iscrizione del non tutto nel cuore del figlio può rendere possibile l’esperienza del desiderio. Posso desiderare di sapere proprio perché non posseggo tutto il sapere».

Come si concilia l’erotica dell’insegnamento con un mondo infiltrato dall’Intelligenza Artificiale in cui ogni sapere sembra accessibile e riproducibile?

«L’intelligenza artificiale esclude per principio la possibilità dell’incontro. Offre un sapere illimitato ma privo di ogni testimonianza. L’AI può essere uno strumento utile, ma non può sostituire la funzione del maestro. Nessuno oggetto psicotecnico può rimpiazzare la forza unica dell’incontro con il fuoco. L’illusione di una digitalizzazione cognitivista integrale della conoscenza trascura l’importanza della testimonianza del desiderio che ogni maestro è tenuto a dare. È quello che io chiamo l’erotica dell’insegnamento che nessuna AI potrà mai conoscere».

LA STAMPA

martedì 8 aprile 2025

LUCE VERDE


 UNA 

FELICITA'

 IMPOSSIBILE ?





Alessandro D’Avenia

 Il 10 aprile di 100 anni fa usciva uno dei romanzi più belli del XX secolo, per come è scritto e per ciò che vi è scritto (che poi è lo stesso): Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Narra di un uomo di primo '900 che incarna il sogno americano e che per noi ha ormai il volto sorridente di DiCaprio con una coppa di champagne in mano nell'adattamento di Baz Luhrmann. Il protagonista, James Gatz, figlio di contadini del Nord Dakota, per un colpo del destino, a 17 anni riesce a dare una svolta alla sua vita, e si ribattezza Jay Gatsby: è stato notato che il nome storpia «joy» (gioia) e il cognome suona «Gatz da essere» (to be), chi lui vuole diventare. E così si arricchisce a dismisura con attività più o meno legali e va a vivere in una magnifica villa newyorchese, tutto allo scopo di (ri-)conquistare in questa nuova veste scintillante ciò che manca al suo sogno: l'amore di gioventù, Daisy Fay (il cognome significa fata), splendida ereditiera da cui si era dovuto allontanare per la guerra. In sua assenza Daisy aveva però sposato un uomo della sua cerchia elitaria. La storia mostra, struggente come un tramonto di fine estate, che il desiderio di felicità è desiderio di un amore infinito. 

Questo fa di noi un paradosso: siamo esseri finiti che vogliono l'infinito. Ma la felicità è allora solo un'illusione? L'infinito ce lo siamo inventati perché abbiamo paura di morire? 

Il desiderio di felicità

Certo è che il desiderio di felicità definisce l’esistenza umana: dire «io» è dire che cosa desidero, da cosa sono mosso. Per conoscere qualcuno, chiedo: ma tu che cosa desideri veramente? Jay Gatsby costruisce il suo «pursuit of happiness» (ricerca della felicità nel DNA del suo Paese sin dal primo articolo della Dichiarazione di Indipendenza) attorno a Daisy, oggetto supremo e idealizzato del desiderio. La felicità però non è mai un oggetto, perché è ricerca di infinito, ma il materializzarla in cose e persone dà a noi umani il sentimento di esistere: sentire di aver presa o addirittura controllo sulla vita allenta l'ansia dell'ignoto, tempera la paura della morte. Però, alla prova dei fatti, questa felicità risolta per lo più nella nota triade Possesso, Potere, Piacere non basta mai: le cose (o le persone trasformate in cose) da cui crediamo di ricevere controllo sulla vita si rivelano insufficienti e insoddisfacenti, ci danno ben-essere ma non l'infinito, l'esser-bene. 

Se bevo la sete si estingue, il desiderio di felicità invece non passa mai: sopravvive a ogni traguardo, anzi aumenta. 

Un indefinito

Lo sa bene Gatsby che di notte torna a fissare in lontananza dalla sua immensa villa una luce verde, tanto presente quanto irraggiungibile, un «indefinito» che, come aveva intuito Leopardi e forse capita ancora anche a noi con l'orizzonte e le stelle, è solo un promemoria fisico dell'infinito che cerchiamo: «Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgasmico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…». 

Quella di Gatsby è una fede, crede nella luce verde che segnala l'intraducibile «orgastic future», la felicità assoluta, uno stato di unione totale, vita che non muore più, il paradiso (orgasmo inesauribile) in terra: i doppi punti di sospensione del testo ci fanno «sentire» la tensione delle braccia e la speranza di quella mattina definitiva. Da qui viene la fretta, esito dell'inquietudine, che ci fa accelerare sempre di più verso quel futuro. Infatti a queste parole che descrivono magistralmente il desiderio umano di felicità, il narratore aggiunge la tragica ultima riga del libro: «Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato». 

Il nostro sforzo per perseguire la felicità totale e senza cadute è vano, perché un essere finito non può procurarsi l'infinito: la corrente del tempo vince ogni sforzo e, trasformando ogni «sarà» e ogni «è» in un «è stato», ci relega nel passato. Per questo molte filosofie puntano all'estinzione del desiderio come via per la felicità: ci procuriamo da noi stessi il dolore della mancanza bramando ciò che tanto non ci soddisferà. Ma allora il desiderio è solo un senso di vuoto creato dalla coscienza per gestire più o meno maldestramente la paura della morte? 

Mario Luzi risponde così in una poesia del 1999: «Di che è mancanza questa mancanza,/ cuore,/ che a un tratto ne sei pieno?/ Di che? Rotta la diga/ t’inonda e ti sommerge/ la piena della tua indigenza.../ Viene,/ forse viene,/ da oltre te/ un richiamo/ che ora perché agonizzi non ascolti» (da Sotto specie umana). 

L’inquietudine

Un richiamo che, troppo impegnati a non morire invece che a vivere, non sentiamo. Agostino d'Ippona, alla fine del IV sec. d.C., aveva già affrontato di petto (la sua inquietudine) la questione, ponendola all'inizio della sua autobiografia spirituale, le Confessioni: «Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in Te». Per lui è proprio l'inquietudine a portare alla felicità, perché l'insoddisfazione mai placata dalle cose del mondo, non è un'infinita assenza ma un'infinita mancanza. Per lui il sentimento di mancanza è la traccia della presenza di un amore che mi vuole esistente così come sono. E perché allora mi sembra assente? Quel tu c'è o no? Ho trovato la risposta nella parabola dei talenti (Mt 25,12-30): l'uomo che li affida ai servi «parte per un viaggio» e «torna dopo molto tempo» (il tempo della vita). È proprio la sua «temporanea assenza» (mancanza) a trasformarli da servi a protagonisti della storia: il dono della libertà. 

La presenza del donatore è proprio dove non ce l'aspettiamo, nella sua «partenza», che spinge ciascuno a scoprire i doni che ha e perché li ha: vita unica e irripetibile. Che ne fai? La mancanza non è un vuoto, ma un invito a crescere. Quando sento l'assenza di Dio penso: è partito e tornerà, ma ora è presente in me con i suoi doni, tocca a me. 

Lo aveva capito bene Etty Hillesum in tempi oscuri come l'Olocausto durante il quale morì: «Una cosa diventa sempre più evidente per me, e cioè che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare Te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio» (Diario). Quel tu fa come il genitore che ama il figlio, non si sostituisce ma non è assente, come quando abbiamo imparato a camminare. Il nostro inesauribile desiderio di felicità è quindi uno spazio (la fatica della libertà, della conoscenza di sé e dell'azione) per crescere e per creare. 

Saper  accettare

La felicità comincia dall'accettare e abitare la mancanza ma, se per paura la riempio di cose, non scoprirò ciò che già contiene: la mia unicità. Gatsby cerca di conquistare Daisy, proiettando su di lei l'amore infinito che brama, ma l'infinito non è mai in una cosa o in una persona, questi sono segnali: se scambiamo il segnale per la meta saremo delusi e, follia, ce la prenderemo con il segnale, rinfacciandogli di non essere la meta! La grandezza umana è una «grandezza mancante» (inquieta e libera), una chiamata all'amore infinito e non a quattro cose che tanto non entreranno nella tomba. Una luce verde ce lo ricorderà sempre.

 Alzogliocchiversoilcielo

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giovedì 13 marzo 2025

ADOLESCENTI. RISVEGLIARE IL DESIDERIO

 


Una conversazione

 con 

Massimo Recalcati

 

 


Intervista di Anna Stefi 

 

Torniamo, con lo psicoanalista Massimo Recalcati, a parlare di adolescenti e scuola. Massimo Recalcati non ha bisogno di presentazioni, ma in questa occasione mi pare importante ricordare che a lui, e alle sue teorizzazioni, si deve la nascita di Telemaco di Jonas Milano, un luogo di cura e ascolto, orientato dalla psicoanalisi, e rivolto agli adolescenti e a chiunque li affianchi nel loro processo di crescita.

Anna Stefi: spesso, parlando di adolescenza, sei tornato sull’importanza di accendere il desiderio come nodo nel rapporto con i giovani. Ti riporto le parole di Irene, mia studentessa: “studio e ripeto, studio e ripeto, studio e ripeto. E dimentico. Questa cosa mi sconfigge. Non sopporto il richiamo al che cosa desidero, perché capire cosa desidero, e cosa voglio diventare, mi mette più ansia ancora della maturità: mi sento in colpa perché non lo so”. Ho sentito un chiaro j’accuse: “anche questo volete da me!”. Un desiderio diventato dovere non nel modo in cui sei solito declinarlo tu – il dovere del desiderio – ma come una prestazione tra le altre cui si sentono chiamati.

Massimo Recalcati: la distorsione di cui dici avviene sul piano della domanda. Uno dei grandi contributi che Lacan dà a una teoria possibile della adolescenza è la distinzione tra piano della domanda e piano del desiderio. L’adolescenza sarebbe il primo tempo del processo di soggettivazione, in cui il desiderio del soggetto si contrappone alla domanda dell’Altro. Una delle etimologie possibili di adolescenza è “acquisire il proprio odore”: l’odore del desiderio si rivela eterogeneo alle aspettative della domanda dell’Altro, in cui rientrerebbe anche avere un desiderio. Se “avere un desiderio” si configura come un modo della domanda dell’Altro, il soggetto, per preservare la propria singolarità, deve disertare il desiderio. Se il desiderio diventa un dovere prescritto dall’Altro, o dal dispositivo istituzionale, non è più tale. Nella didattica abbiamo tanti esempi illustri: I Promessi Sposi, o la Commedia, in quanto oggetti della domanda, non possono istituirsi come oggetti del desiderio, non perché non abbiano in sé questa possibilità – tant’è che molti di noi hanno studiato Manzoni o Dante a scuole terminate, quando la domanda non era più ingombrante. 

Distinguerei, se dobbiamo usare questa terminologia, il termine “dovere”, una imposizione della domanda, fosse anche il dover avere un desiderio, da quello che Lacan, nelle prime lezioni del Seminario VII, chiama il “vero dovere”, che è il desiderio. Il desiderio come vero dovere è ciò che contrasta ogni tipo di domanda. Paradossalmente, allora, è possibile che ci sia più desiderio nell’apatia o nel rigetto del sapere che troviamo in certi adolescenti, che non nel conformismo di adeguarsi alle aspettative. Il desiderio, del resto, implica sempre un’invenzione. È possibile fare delle invenzioni un obbligo? È chiaro che non è possibile, questo è il paradosso più profondo della scuola: da un lato dovrebbe accendere il desiderio ma, nella misura in cui la sua esperienza è disciplinata da un dispositivo, l’accensione del desiderio sembra contraddire la struttura del dispositivo. Dobbiamo vivere questa contraddizione: il dispositivo, che è una macchina tritacarne, non esclude la possibilità dell’incontro con qualcosa, che avviene a causa dell’obbligo e che trascende l’obbligo.

Stefi: in relazione a quanto dici, e al rapporto tra fatica e desiderio, mi domando se non si potrebbe dire che non solo il desiderio si accenda nonostante il dispositivo, ma che, in qualche modo, la strettoia del dovere, e dunque del dispositivo, sia necessaria. Avevo un insegnante alle medie che mi ha costretta a studiare una quantità infinita di poesie di Leopardi a memoria – Ginestra compresa. Allora mi sembrava una tortura: così tante, lunghe e con una tale costanza. Tuttavia, sono convinta che il mio amore per la poesia venga anche da lì.

Recalcati: possiamo sostituire il termine fatica, che pure è un termine preciso, che mette in luce una delle cifre più significative della psicopatologia dell’adolescente oggi – la fatica evidente a desiderare –, con il termine ripetizione. La ripetizione è una componente essenziale della didattica. Coinvolge l’insegnante, che è tenuto a ripetere un programma, un autore, a ripercorrere testi che già conosce, e l’allievo, sottomesso alla legge della ripetizione. L’adolescente tende a rigettare la ripetizione, domanda il nuovo. Il nostro compito è mostrare che la ripetizione non è nemica dell’invenzione, ma che è anzi lo sfondo che la rende possibile, che non è un’emancipazione dalla ripetizione ma è una piccola torsione della ripetizione. La tua insegnante vi ha iscritti in una ripetizione, quello che Pennac chiama “il grande fiume della lingua”, per cui lui sostiene l’importanza di studiare le poesie a memoria perché sarebbe un’immersione nel, con Lacan, “bagno del linguaggio”. Lì c’è un’immersione necessaria ma non c’è ancora soggetto. Soggetto c’è quando qualcosa viene fuori da questa immersione, nei modi più imprevedibili. L’emergere dalla ripetizione è l’effetto soggetto di ogni didattica, e non può prescindere dalla ripetizione. È il doppio volto della ripetizione che da un lato consuma – gli allievi, gli insegnanti – ma dall’altro genera la differenza, non è ostile alla differenza. 

È come in un percorso analitico: c’è un aspetto burocratico, ripetitivo, e, a un certo punto c’è un effetto soggetto. È qualcosa che definisce in generale l’esperienza della formazione: la formazione è ripetizione e invenzione. L’invenzione avviene solo su quello sfondo, altrimenti c’è sconnessione, esaltazione, c’è quello che i romantici chiamavano “il colpo di pistola del sentimento” che però non dà forma alla vita.

Stefi: non ricordo se nel ripetere e memorizzare Leopardi avevo qualcosa dell’ordine della speranza, fiducia che da quella pratica odiata qualcosa sarebbe emerso. Se – potrei dire così – “ci credevo”. Più semplicemente, probabilmente, non la mettevo in questione. Quello che riscontro oggi è una maggior ferocia, o un maggior disincanto, rispetto al dispositivo. Potrei dirla così: il loro “il latino non serve a niente” mi pare più radicale del nostro. Chiedono una traduzione più immediata di quello che proponiamo loro, non a caso trovo più ascolto se parlo, in classe, il linguaggio della psicoanalisi piuttosto che quello della filosofia.

Recalcati: la questione è il rapporto tra il dispositivo e quello che potremmo chiamare “l’effetto maestro”, ovvero l’innamoramento, nel senso ampio che assume in Platone l’erotizzazione del sapere. Non è solo suggestione: l’innamoramento genera transfert, movimento nel soggetto che acquista la forza dell’amante. Il maestro come un magnete che raduna attorno a sé amanti: la dimensione erotica è il nerbo della didattica, ed è chiaramente in contrasto con il dispositivo. Non sarebbe però pensabile senza il dispositivo. Questa topologia è difficile da comprendere per un adolescente: l’effetto di innamoramento non è possibile in strada con questi stessi effetti, è possibile solo dentro un dispositivo che fa in modo che tali effetti non cadano nella suggestione settaria, che il maestro non diventi un guru. Anche perché questa forza deve essere canalizzata verso il sapere. Tu dici: è lì che c’è l’ostacolo. Il sapere psicoanalitico di cui dici potremmo tradurlo come un sapere che chiaramente tocca la vita: questo consente di mantenere la forza aggregativa del magnete. Quando, invece, introduci il sapere come tale, la loro supposizione nichilistica è che il sapere sia contro la vita, non sia utile alla vita. La scommessa vera è mostrare che non solo il sapere psicoanalitico ma il sapere in quanto tale li riguarda. Un sapere che ciascuno seleziona, poiché ci sono dei saperi che ci interessano, altri meno. Questo fa parte della singolarità dell’inclinazione. L’enciclopedismo è una idiozia mentale, annulla la singolarità del desiderio. Ogni allievo avrà un sapere interessante per lui, che tocca le corde più vive. La grande scommessa, a scuola, è smentire che il sapere dell’altro sia un sapere morto. Come si smentisce? Testimoniando che è vivo, trasmettendo un sapere vivo. Questo è l’impegno della didattica che si rinnova nel tran-tran della ripetizione. È chiaro che è più facile parlare d’amore, di sesso, di ambivalenze affettive e di rapporti: gli oggetti della psicoanalisi sono chiaramente più affascinanti. Non tutti devono diventare psicoanalisti. L’attivazione deve servire a spostare il transfert sul sapere.

Stefi: e rispetto al tema della fiducia?

Recalcati: la differenza che vedo è che il nostro nichilismo – penso alla mia generazione – aveva come obiettivo il dispositivo: l’idea era che l’istituzione opprimesse il desiderio. Si trattava, per noi, di abbattere il dispositivo per rivendicare una libertà di apprendimento, senza comprendere che la libertà di apprendimento dipende dall’esistenza dell’istituzione. Il “basta con i padri” e “basta con i maestri” aveva come spinta decapitare l’anima foucaultiana, che è essenziale alla scuola (le gerarchie, i doveri, le imposizioni). L’ideologismo della mia generazione abbatteva ruoli e funzioni e la critica al dispositivo implicava la fiducia nella libertà. Oggi secondo me la sfiducia è più diffusa, la critica al dispositivo non è dettata dall’esigenza di sprigionare la potenza del desiderio ma è il “non serve a niente”. Un nichilismo che non immagina un futuro: il tempo non ha una profondità. La sfiducia sorge dalla disperazione e dal cinismo, ma è così vero che non credono più a niente? Sono solo disperati e cinici? I giovani di un tempo avevano un orizzonte valoriale ampio e l’idea che era possibile, anzi era nostro compito, trasformare il mondo. Questa dimensione è totalmente persa e penso che gran parte delle difficoltà di oggi dipendano dalla caduta di questo orizzonte. La soluzione, tuttavia, non è nella sua restaurazione: il superamento di questo nichilismo non è la restaurazione della passione ideologica, così come la soluzione del problema della famiglia oggi, delle difficoltà del discorso educativo, non sono nel recupero nostalgico della famiglia patriarcale. Il compito è più sottile, difficile e complesso. Continuo a pensare che la sola cosa che possiamo fare sia accendere il desiderio di questi ragazzi: chiunque è impegnato sul piano educativo deve avere questo come compito.

Stefi: dunque l’orizzonte non può più essere collettivo?

Recalcati: il desiderio non è mai solo individuale. Questo è un punto molto importante, su questo ci sono delle obiezioni che Deleuze ha fatto alla psicoanalisi molto precise. Dobbiamo pensare che il desiderio, nella misura in cui è messo in moto, implica una singolarità che non è solo individuale, perché tale singolarità genera concatenamenti, effetti collettivi, legami, nessi nuovi. Questa è già la dimensione collettiva del desiderio. Però, nella pratica educativa, nella didattica, quello che conta è sempre l’uno per uno, non il collettivo. Quello che conta è l’incontro, che è sempre un incontro che si istituisce sulla singolarità. Credo davvero che la salvezza dei nostri figli sia nella grazia dell’incontro.

Stefi: questa cosa accade, e tuttavia, rispetto a un po’ di tempo fa, sento forte il bisogno che hanno di rispondere all’angoscia che provano davanti alle scelte (e in ogni scelta sembra giocarsi la partita della loro vita) riducendo la distanza dall’adulto e delegando: scegli per me, dimmi cosa devo fare.

Recalcati: la delega all’altro è l’effetto di un’ostruzione del passaggio dalla domanda al desiderio, è l’infantilizzazione che il discorso sociale, e non solo familiare, oggi induce. Prima dicevamo: nell’adolescenza il desiderio si contrappone alla domanda. Oggi una delle perversioni di questo snodo evolutivo è che l’adolescente resta fissato alla dialettica della domanda, sia quando la nega, sia quando la invoca: chiedere all’altro cosa fare. La centralità della domanda riguarda anche il tema della prestazione, che è sempre conformistica, è sempre risposta alla domanda. Il desiderio non ha a che fare con la prestazione ma con l’azione. La prestazione è sempre in rapporto all’Altro. Siamo in un tempo di monadi ma, al tempo stesso, di monadi tutte attaccate, tutte connesse. Basta pensare ai social. Chiedere all’Altro è segno di un’infantilizzazione, non c’è effetto soggetto. Escono dalla famiglia più facilmente di un tempo, ma la separazione non è questo: separarsi è separarsi dalla domanda dell’Altro, introdurre un oggetto proprio che non è commestibile da questa domanda, è irriducibile. Il proprio desiderio è l’oggetto separatore.

Stefi: rispetto a questo, per favorire questo che dici, mi pare necessario, come adulti, un movimento di sottrazione. Mi pare che non ci debba essere solo il loro “segreto”, come scrivi tu nel libro dedicato a questo, ma anche il nostro. L’impressione che ho è che sia necessario smettere il lavoro di eccessiva traduzione che mettiamo in atto, rendersi in qualche modo indisponibili, lasciando che incontrino, in noi, anche la dimensione del muro. Il muro non dell’autorità ma, appunto, dell’enigma. La fatica che si rende necessaria, per noi educatori, insegnanti, genitori, è sopportare di non essere amati.

Recalcati: la patologia del voler essere amati è una delle distorsioni più perverse dell’educatore ipermoderno. Un buon formatore, un insegnante, un educatore, e per certi versi anche un analista, deve amare – come diceva Massa parlando della didattica – chi impara. Non amare di essere amato. La soddisfazione è amare chi impara, generare un desiderio nuovo. Questa è una soddisfazione molto superiore a quella dell’essere amati: vedere che una vita si mette in movimento. Per fare questo bisogna custodire l’asimmetria. C’è un modo semplice di negare l’asimmetria ed è la simmetrizzazione: farsi amici, dissolvere ogni segreto, l’eccesso di intimità. Poi c’è una asimmetria formale, retorica, che è la differenza dei ruoli: c’è l’insegnante, ci sono gli allievi. È una asimmetria che non tocca. L’asimmetria di cui parlo è l’asimmetria dell’incontro: incontrano qualcosa che non comprendono fino in fondo e da cui sono toccati. Incontro con una parola, uno stile, un libro, un atteggiamento. È una salvezza immotivata, per questo dico che è dell’ordine della grazia. Avviene per caso e li mette di fronte alla responsabilità di rispondere a questo incontro. Non sono loro a generare un incontro ma, in quanto toccati dalla grazia, hanno la responsabilità di farsene qualcosa oppure no. Questo è un concetto di formazione che altera molto l’idea standard della formazione dominante nel nostro tempo. La concezione diffusa ha come paradigma l’immagine della scala: un percorso lineare dal gradino più basso a quello più alto. Formazione come progressione di tipo teleologico. La mia idea è più fondata sul trauma, su una discontinuità, su qualcosa che accade e non era previsto, sul fuoco che si accende. Credo molto in questo, nonostante i paradigmi siano cambiati. Credo che la formazione avvenga così e, se confidiamo in questo, dobbiamo sapere che implica il tempo morto, lo smarrimento, l’improduttività, lo scoramento, la disperazione. Il primo modello suppone che il nostro funzionamento somigli a quello delle macchine, che nel tempo diventiamo sempre più raffinati, completi, ordinati; l’altro suppone lo strappo, il cambiamento di pelle, l’incontro con qualcosa che ci disturba e ci affascina.

Stefi: credo che la fatica di questo modello sia la capacità di sopportare lo smarrimento di cui dici.

Recalcati: questo dipende dal dispositivo. Se il dispositivo adotta in modo acritico il primo modello la valutazione sarà: è adeguato al primo gradino? È adeguato al secondo? E falcidierà chi non risponde a tali livelli. Il secondo criterio cambia tutto: non è che non implichi la responsabilità, o la fatica, ma cambia la valutazione perché in primo piano non c’è l’uniformazione ma la singolarizzazione. Avere fede in questo è un grande salto.

Stefi: rispetto a questo tema del pasticcio simmetrico ti domando qualcosa che riguarda la violenza, l’elemento distruttivo. Lo potrei collegare all’occupazione – l’anno scorso il liceo dove insegno è stato teatro di un’occupazione che ha prodotto danni ingenti –, ma la cronaca ci fornisce altri esempi e diversi sono gli episodi cui assistiamo nelle classi. Lo intreccio al tema della simmetria perché interrogo la nostra risposta: mi pare che la tendenza prevalente sia restare su un piano simmetrico (essere delusi: “con tutto quello che facciamo per voi”).

Recalcati: il rischio che vedo è che la violenza sia sempre più dissociata dal conflitto. Una volta il conflitto canalizzava la violenza e dunque era uno scontro tra ideologie: la violenza trovava un alfabeto nel conflitto. Adesso la mia impressione è che ci sia una dimensione più erratica della violenza perché non è ordinata dalla caratterizzazione politica del conflitto: è pre-politica, pre-ideologica. La violenza allora può esser decifrata, e quindi letta, non dai ragazzi, ma dagli adulti. Il compito sarebbe quello di riportare la violenza sul piano di un conflitto o, se non di un conflitto, di una domanda, di un’esigenza. È necessaria una lettura, che non può essere da parte di chi compie violenza, ma da chi la osserva. Nel caso dell’occupazione: è chiaro che la devastazione di un istituto è un messaggio indirizzato all’Altro del dispositivo. Davanti a questo si può dire: “siete dei maleducati” o ci si può impegnare a interpretare il messaggio. Oggi, negli adolescenti, non c’è la maturità di vedere nella distruzione un messaggio: questa è una differenza profonda con la mia generazione, dove la violenza era sempre dentro un binario politico. Oggi la violenza apre il grande capitolo di chi la interpreta, dunque quale significazione dare: forma disperata di appello? Inquietudine che non trova parole? Contrapposizione generazionale? Darne una lettura significa riportarla dentro un alfabeto. La distruzione ora è selvaggia, fine a sé stessa.

Stefi: torno sul tema della separazione per un’ultima domanda a partire da un aneddoto. Leggevo un brano dalla Repubblica di Platone sul tema della giustizia e, domandando cosa fosse la giustizia, i passaggi, rapidi, sono stati: la giustizia è il bene, il bene è essere fedeli. Questa fedeltà mi ha colpito, era già emersa in discussioni, in altre classi, relative al desiderio di “avere un amore come quello dei nonni”. Certezza di non essere traditi, amore vero. La dimensione del legame simbiotico, del “migliore amico” e della “migliore amica”, è sempre appartenuta all’adolescenza, eppure ho sentito nelle loro parole, forte, la nostalgia verso un tempo in cui i legami erano possibili: i nonni!

Recalcati: dietro questo – non vorrei psicoanalizzare troppo – c’è la nostalgia per il legame primario. È un grande tema dell’adolescente: fare il lutto dei legami primari che sono i legami di assoluta fedeltà, la fedeltà del sangue. Quello con i nonni, più ancora di quello con i genitori, consente l’idealizzazione: non vivendoci insieme si immagina che siano diversi dai genitori e si proietta lì un ideale familiare. Il tema è: possiamo costruire dei legami affidabili che durano nel tempo come abbiamo immaginato potessero essere i legami con i nostri genitori? Pensiamo agli amori che iniziano sui banchi del liceo e arrivano sino al matrimonio: la psicoanalisi ci dice che quei legami duplicano il legame primario, legame di cui non è stato fatto il lutto. I rapporti di coppia che sembrano inscalfibili sono la riproduzione del primo legame. Gli adolescenti hanno dunque questa domanda: come avere un legame così? E, davanti a loro, le sabbie mobili: una libertà molto vuota, insicurezza, un tempo che dice loro che non c’è più niente di vero. La verità non esiste, nemmeno l’amore.

Stefi: in relazione a questo mi accorgo di una trasformazione: questo “non c’è più niente di vero” lo sento in modo forte, e così cammino su un filo nel tentativo di costruire una fiducia senza edificare verità e norme prescrittive. Vorrei sganciarli dall’idea del tradimento come male assoluto e, al tempo stesso, il compito di decostruzione e di critica, proprio della filosofia, diventa più complicato in uno scenario come quello attuale.

Recalcati: lo sfondo è: le verità assolute non sono accessibili. Questo non è relativismo, è la dimensione laica della cultura. Tutti noi ci muoviamo in un campo aperto ed esposto al rischio, all’equivoco, al fraintendimento. In questo campo plurale c’è qualcosa che tiene? Penso che la vera fedeltà, prima di tutto, sia rispetto alla nostra vocazione. L’illusione è che ci sia qualcosa di assoluto come l’amore tra i nonni, che è una rappresentazione idealizzata del legame primario. La vera fedeltà che dà senso alla nostra esistenza è la fedeltà a quello che facciamo, a quello che desideriamo. Questo devono riuscire a toccare, di questo bisogna dare testimonianza. Che poi la fedeltà dell’amore esiga la costanza, è un altro discorso. Non è un’illusione, c’è qualcosa che dura nel tempo, ma può durare nel tempo se la fedeltà si istituisce sulla fedeltà al proprio desiderio. Molto spesso la fedeltà è un tradimento del desiderio: per calcolo, conformismo, utilità. Non penso solo ai legami d’amore, penso anche ai progetti, alle professioni. Questo dovrebbero vedere. 

Per tornare a dove siamo partiti: l’idealizzazione dei nonni è della stessa natura del non separarsi dalla domanda. C’è un fantasma infantile: dipendere dalla domanda dell’Altro anche quando si contesta. Il desiderio, invece, svita il nesso tra il soggetto e la domanda al punto tale che posso ritrovarmi a desiderare quello che tu avresti desiderato che io diventassi, ma con libertà, per altra via. Questo è un passaggio molto complesso, implica il riconoscimento della provenienza, della dimensione tortuosa dell’eredità.

 

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domenica 1 dicembre 2024

IL SELF REGALO

 

Sarà una carestia di desideri che preparerà,

 prima o poi, la fine di questo

 nuovo culto globale.

 La speranza è che nel frattempo,

 da qualche parte,

 siano sopravvissuti comunità e doni veri.


- di Luigino Bruni 

Tra le molte feste della religione capitalista il black friday è quella che presenta una “purezza cultuale” perfetta che ci consente di capire dimensioni di questa nuova religione che vediamo con minore limpidezza in altre feste ormai trasformate e assimilate, come il nuovo Natale o il vecchio Halloween. 

La liturgia del consumo

Innanzitutto, dobbiamo tener presente che la mentalità del consumo fa parte di ogni esperienza religiosa. Il culto, la liturgia, sono sempre state anche esperienze di soddisfacimento di bisogni del corpo, non solo dell’anima. Basti pensare anche ad una messa cattolica dove tutti i sensi sono stimolati: udito (canti), vista (arte), olfatto (incensi), gusto (pane e vino), tatto (statue di santi). Nelle religioni la dimensione spirituale è solo una tra le tante, e nemmeno quella più importante. I nostri nonni che riempivano le chiese (le nonne soprattutto) e popolavano le feste religiose, non erano interessati alla mistica né all’ascetica. Non cercavano la contemplazione delle realtà celestiali. La messa domenicale e le altre feste di precetto erano soprattutto la celebrazione del legame sociale, della vita, un’esplosione di corpi, di abbracci, di danze, di grandi pasti collettivi, di eccesso, di spreco, di dépense (diceva Bataille), di trasgressione, del bisogno di un giorno diverso. I santi e Dio erano la scusa per fare la festa e le processioni, ma i protagonisti principali della festa erano altri. 

 Se lo guardiamo bene, il black friday presenta infatti tutti i caratteri antropologici e sociali degli antichi culti religiosi. Il primo riguarda la stessa importanza essenziale delle feste. Il cristianesimo non divenne christianitas per l’Editto di Milano del 313. Non lo divenne neanche per la teologia, né per i libri e i dogmi. L’operazione decisiva fu l’occupazione prima dei vecchi templi greco-romani e, poi, soprattutto, la sostituzione delle vecchie feste popolari romane, celtiche, etrusche, picene, sabine ... 

La cultura nasce dal culto, ci ricordava nel 1922 Pavel Florenskij. E cultura significa processioni con baldacchini da trasportare e i fuochi da sparare, oggetti da toccare con le mani, statue da bagnare con le lacrime, e la loro ripetizione ciclica annuale. 

 Anche il black friday è nato come festa di processioni (davanti ai negozi), il bisogno di toccare l’oggetto, lacrime per aver ottenuto l’oggetto tanto desiderato, una festa popolare molto affollata. Negli ultimi anni, però, si stanno verificando importanti novità, che ne stanno velocemente cambiando la natura. Prima però soffermiamoci su un elemento da non sottovalutare. 

 Il mondo cattolico, soprattutto con la Controriforma, ha molto accentuato la dimensione del consumo nel culto e nella liturgia – si pensi alla messa, dove il sacerdote “produce” il bene (eucarestia) che il popolo ‘consuma’. 

La cosiddetta “cultura della vergogna”, sempre attiva e dominante nei Paesi latini, ha creato un ambiente economico dove le persone competevano soprattutto attraverso i beni di consumo “vistosi” (vestiti, case, auto... ), e non tramite il lavoro come accadeva invece nei Paesi protestanti. Tutto ciò ha creato una particolare predisposizione del mondo cattolico per la nuova religione del capitalismo da quando, negli ultimi decenni, questa ha spostato il suo centro dal lavoro al consumo. 

 La religione capitalista

Da qui un ennesimo paradosso: la religione capitalistica è nata nei Paesi calvinisti ma sta conquistando soprattutto quelli cattolici – e sempre più velocemente i vari Sud comunitari del mondo. Il black friday piace molto più a noi che agli olandesi o agli svizzeri. Si comprende allora dove si trovi un primo problema decisivo. Il mondo cattolico è culturalmente meno attrezzato per riconoscere l’insidia di queste feste della nuova religione fondata sul consumo che sta eliminando le ultime vestigia di cristianesimo, di cattolicesimo in particolare – mi chiedo quanti cattolici praticanti hanno fatto “obiezione di coscienza" al rito di questo venerdì? 

 Quanti negozi dell’economia sociale o cooperativa hanno resistito alla seduzione del nuovo culto? Il culto consumista sta svuotando l’anima dei cristiani molto più radicalmente di quanto non abbiano fatto tutti i comunismi e i socialismi della storia. 

 Il black friday ha poi delle sue tipicità, antiche e nuove. La prima è una forma inedita di politeismo. Per capirlo occorre prendere coscienza che il dio-idolo adorato è il consumatore, non l’oggetto che si acquista. Quindi gli “dèi”, i consumatori sovrani e idoli, sono milioni, ormai miliardi. Ce lo rivela un elemento fondativo di ogni religione: il sacrificio. Gli sconti del black friday sono quasi sempre veri, non finti. A dirci che chi in questo giorno si sacrifica non è il consumatore per l’impresa ma l’impresa che compie l’offerta (si noti il linguaggio) a vantaggio del suo consumatore-dio. 

Un sacrificio controllato, piccolo, omeopatico, che, come ogni omeopatia, ha lo scopo di immunizzare dalla malattia: un piccolo sacrificio, che somiglia al dono, un donuncolo, affinché il capitalismo possa immunizzarsi dal dono vero, che è il virus di cui ha una paura tremenda. 

 Il regalo che arriva a casa

La seconda novità riguarda la fine della dimensione comunitaria di questa nuova religione. Finora abbiamo conosciuto soltanto religioni comunitarie. Ma ormai l’oggetto non lo compriamo più nei negozi-templi affollati, in processione, come avveniva all’inizio; ormai ci arriva, docile e veloce, a casa con un semplice clic (e una carta di credito), senza incontrare nessun umano lungo il cammino. Con l’intelligenza artificiale questo individualismo diventerà totale. 

 Infine, la terza novità. Quest’anno, durante la novena di preparazione della festa era sempre più comune leggere: “Fatti un regalo per il black friday”. 

Le feste cristiane erano centrate sui doni da fare a qualcuno e da ricevere da qualcun altro; oggi c’è la celebrazione del self-love, che è la vera fine dell’umanesimo cristiano del dono. Il self-regalo è l’apoteosi dell’idea arcaica del regalo (da rex, regis), cioè offerte da fare al re, con un elemento davvero inedito: l’unico sovrano è l’individuo che fa offerte a se stesso, il donatore coincide col donatario. 

 Desiderio e appagamento

In questa cancellazione di doni veri si trova il tallone d’Achille della religione del consumo: il desiderio. Nessun desiderio può essere davvero appagato da merci, tanto meno da self-regali, perché l’essenza del desiderio è desiderare qualcuno che ci desidera, desiderare un desiderio, che nella fede cristiana raggiunge la sua apoteosi in un Dio che ci desidera. 

Le merci che diventano doni ci piacciono molto perché sono sacramento di una persona che ci ama e ci desidera; e ogni volta che guardiamo quell’oggetto, vi rivediamo gli occhi, l’odore e il sapore di chi ci ha amato: nel self-regalo sentiamo soltanto l’odore e il sapore di noi stessi, infinita tristezza. 

 Grazie a Dio, le merci hanno molte virtù, ma non sanno desiderare. Sarà una carestia di desideri che preparerà, prima o poi, la fine di questo nuovo culto globale. La speranza è che nel frattempo, da qualche parte, siano sopravvissuti comunità vere, doni non-omeopatici, desideri grandi, Dio.

 Avvenire 

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martedì 5 novembre 2024

SCUOLA e COLTELLI

 


Lo psicoanalista: «Con i giovani ripristinare l’autorità pre ’68 è impossibile, occorre invece ripensarla. 

Bisogna ripartire dalla parola.

 Un Paese si giudica da come tratta la scuola e il nostro la tratta male»


-         di Francesco Rigatelli

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«Gli episodi di violenza sempre più frequenti nella scuola sembrerebbero dare ragione a chi vorrebbe ripristinare la severità precedente al ’68, ma non è così semplice». Lo psicoanalista Massimo Recalcati, 64 anni, milanese, interviene al Social Festival Comunità Educative alle Gallerie d’Italia di Torino definendo «follia il pensiero nostalgico, perché intanto la scuola e la famiglia prima del ‘68 non funzionavano. Il padre decideva per tutti e la scuola prolungava questo modello fuori di casa con lo spegnimento di ogni pensiero critico e fantasia. Il ’68 ha dato diritto di parola alle donne e ai giovani, poi non siamo ciechi e sappiamo che si è buttato via il bambino con l’acqua sporca per cui ora si tratta di riequilibrare ma senza idealizzare il passato». 

L’autorità

Anche perché, spiega Recalcati, «ripristinare l’autorità è impossibile, ma bisogna ripensarla. La risposta breve è quella reazionaria invocando Dio, patria e famiglia come in tutti i fondamentalismi. L’Occidente invece ha il compito di riempire l’autorità in modo nuovo senza tornare indietro. Ma come faccio a farmi ascoltare se il mio ruolo simbolico di insegnante non è più sufficiente? Bisogna ripartire dalla parola, dall’interesse, dalla sfida allo smartphone per mostrare con la propria azione quotidiana, con una semina di lungo periodo, che questa vita può essere vissuta con desiderio». 

Lo psicoanalista sfida i profeti del nichilismo: «Non è che se non c’è più l’idea di futuro allora manca il desiderio. Esattamente il contrario. Quando un figlio viene vaccinato con la potenza del desiderio, diceva Pasolini, allora gli si apre il futuro. Altrimenti ci accasciamo tutti in un nichilismo indistinto. Ai giovani, alla generazione Covid che non esiste, offriamo psicologi, antidepressivi, viagra, ma invece bisogna dare loro il ricambio generazionale, responsabilità, non il lamento di Cassandra». 

Il Paese e la scuola

Stimolato dalle domande del vicedirettore de La Stampa Gianni Armand Pilon, che ricorda l’ex assessore e insegnante Fiorenzo Alfieri, critico sull’abbassamento del livello scolastico per raggiungere gli strati popolari, Recalcati chiarisce che «un Paese si giudica da come tratta la scuola e il nostro la tratta male. Ci sono stati tentativi di riforma, ma di fatto il mestiere dell’insegnante gode di poco prestigio. Viviamo una proletarizzazione e un disconoscimento di questa professione, come per gli operatori sanitari. Detto ciò, devo dire che io farei una selezione meritocratica per allontanare quegli insegnanti indecenti che anche i miei figli hanno avuto. Bisognerebbe affrontare un certo conservatorismo anche sindacale. E quando c’era il governo Renzi si perse l’occasione di una riforma che coinvolgesse gli insegnanti con degli stati generali». Per la stessa ragione lo psicoanalista si dice favorevole al voto in condotta: «Viene sostenuto dal ministro Valditara, che non gode di particolare mia stima e ammirazione, ma è giusto. Il rispetto deve avere un valore. Un pensiero di destra? No, ovvio. È sufficiente a considerare Valditara illuminato? Neppure. Un sindaco che si occupa di sicurezza è di destra? Neanche, per esempio a Milano c’è un problema enorme con Sala che io ho votato e che non si assume completamente la responsabilità di questo problema. Se si vede l’esercito in strada è militarizzazione? No, solo sicurezza. Eppure, meritocrazia e sicurezza sono ancora tabù per parte della sinistra». 

Si parla di scuola e non si può non toccare il tema del bullismo. Secondo Recalcati «abbiamo perso di vista la differenza tra il senso della legge e il rispetto delle regole. Tutti invochiamo il secondo, ma senza il primo non funziona. Moltiplichiamo le regole perché non c’è il senso della legge, e cioè del limite, del non tutto: non si può fare o essere tutto. Dal passare col rosso in su. Il bullismo si diffonde nonostante le regole perché non c’è senso della legge nelle famiglie e nelle istituzioni. E anche qui non serve un bastone per riportarlo, ma un incentivo. La violenza, non solo per le guerre ma in generale, ha preso il posto della parola. Dove c’è violenza c’è sempre debolezza della parola, della politica, della democrazia. La scuola dovrebbe imporre la legge della parola e la rinuncia della violenza. La democrazia non a caso è il lutto dell’uno, è fatta di continui passaggi attraverso il discorso degli altri, è fatica». 

Il ruolo del maestro

Recalcati ragiona anche sul ruolo del maestro: «Nel film Parthenope di Sorrentino, che ho amato molto, il professore interpretato da Silvio Orlando alla domanda su cosa sia l’antropologia risponde con il verbo “vedere”. Ma per vedere ci vuole la luce. Il presupposto di ogni conoscenza è la luce, che dimentichiamo quando parliamo di scuola a partire dall’azienda. L’autorevolezza di un maestro non dipende dall’esercizio di un potere, ma dalla sua capacità di illuminare. L’altro significato della scuola è accendere il desiderio, fuochi o il fuoco del desiderio. Non è dispensare nozioni, ma mettere in movimento la vita, renderla viva. Possiamo fare l’elogio di un maestro quando la sua azione non si limita a trasmettere sapere, bensì mette in moto la vita». Ma come fa la vita dei nostri figli, si chiede lo psicoanalista, ad acquisire una forma, una formazione singolare? «Accade quando il desiderio diventa un dovere, superando la tradizionale separazione dal piacere. E se provassimo a pensare che il vero dovere sarebbe vivere coerentemente col nostro desiderio».

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