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martedì 22 luglio 2025

SANT'AGOSTINO MAESTRO E ORATORE

 


Sant’Agostino, 

maestro di scuola, 

di fede e oratore cristiano



-di p. Giuseppe Oddone*

 Elezione di Leone XIV: un invito ad avvicinarci a Sant’Agostino

 E’ stato eletto Papa l’8 maggio 2025 il Card. Robert Francis Prevost, ex generale dell’Ordine degli Agostiniani dal 2001 al 2013, poi vescovo missionario in Perù nella diocesi di Chiclayo dal 2014 al 2023; infine è stato richiamato a Roma da Papa Francesco nel gennaio del 2023 e nominato Prefetto del Dicastero dei Vescovi, Presidente della Pontificia commissione dell’America Latina e creato Cardinale il 20 settembre del 2023. Ha preso il nome di Leone XIV. L’elezione a Sommo Pontefice di un figlio spirituale di Sant’Agostino rappresenta un invito ad approfondire il legame profondo e significativo che egli ha con questo Santo. E’ un’affinità interiore che si è manifestata subito in vari aspetti: prima di tutto come religioso, perché la sua formazione spirituale si è ispirata e continua ad ispirarsi direttamente alla vita, agli scritti e alla spiritualità del grande Dottore della Chiesa, che ha posto l'accento sulla vita comune, la ricerca di Dio, l’interiorità, l'amore fraterno e il servizio alla Chiesa. Prima di diventare Papa, come superiore generale, P. Robert Francis Prevost è stato moderatore e responsabile dell'Istituto Patristico Augustinianum di Roma. Questo istituto è un centro di studi di altissimo livello specializzato nella patristica, con un’attenzione particolare alle opere e alla spiritualità di Sant'Agostino. Nei primi anni del suo sacerdozio, dopo la sua formazione accademica, dal 1988 al 1999, l’attuale Papa è stato formatore di seminaristi in Perù, nella diocesi di Trujillo, ed insegnante di Diritto canonico, Patristica e Morale, attualizzando la figura di Sant’Agostino come maestro. Lo stemma episcopale e papale di Leone XIV è tipicamente agostiniano: sotto la tiara papale e le due chiavi, una color oro e l’altra color argento, segni del potere papale, lo scudo araldico è diviso trasversalmente in due parti: sopra in campo azzurro un giglio, simbolo tradizionale della Vergine Maria, sotto in campo bianco il rosso libro, che rappresenta sia la parola di Dio sia le opere di Sant’Agostino; il libro è sormontato da un cuore rosso porpora coronato di fiamme e trafitto da una freccia. E’ un chiaro riferimento alla Sacra Scrittura e alla sua interpretazione allegorica che fa riferimento al cuore umano bersaglio dell’amore di Dio: Lam. 3,1: “Posuisti quasi signum ad sagittam” (Mi hai posto come un bersaglio per la tua saetta) e alle Confessioni IX,2,3 “Sagittaveras tu cor meum charitate tua” (Hai saettato il mio cuore con il tuo amore). Anche il motto episcopale e papale di Papa Leone è tratto da Sant’Agostino ed allude al mistero della Chiesa come Christus totus, corpo mistico di Cristo: In Illo Uno Unum (Esposizione sul Salmo 127,3) ossia “in quell’Uno (Cristo) siamo una cosa sola”. Con queste parole, Agostino sottolinea l'unità dei cristiani in Cristo, nonostante la loro molteplicità. Questo motto è un chiaro segno dell'influenza agostiniana sul suo pontificato e sulla sua visione della Chiesa. Anche quando si è presentato alla loggia di San Pietro ha citato un'altra celebre frase agostiniana, che ha fatto da sfondo a tutto il suo discorso: Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano. E’ tratta da un discorso di Agostino, che riassume il suo metodo pastorale e che è opportuno citare nella sua completezza: “Nel momento in cui mi dà timore l'essere per voi, mi consola il fatto di essere con voi. Per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome è segno dell'incarico ricevuto, questo della grazia, quello è occasione di pericolo, questo di salvezza”. (Sermo 340,1).

Agostino maestro di scuola

 Agostino nacque a Tagaste, nell'attuale Algeria, nel 354 d.C. La sua formazione iniziale fu di tipo grammaticale e retorica, discipline fondamentali nell'istruzione romana dell'epoca che orientava all’attività politica e forense. Fin da giovane, mostrò una spiccata intelligenza e un'innata attitudine per la lingua latina, distinguendosi per la sua capacità di comprendere e manipolare il linguaggio con giochi di parole, con parallelismi ed antitesi, con rime ed assonanze, con le clausole musicali e ritmiche per concludere un periodo, con la padronanza dei vari stili oratori, con l’attenzione al pubblico a cui si rivolgeva. Studiò i manuali dei grandi retori latini, in particolare di Cicerone e di Quintiliano, amò in particolare il poeta Virgilio, assorbendone lo stile e la profondità di pensiero. Questa base classica, sebbene inizialmente rivolta a una carriera laica, si rivelò fondamentale per la sua futura attività di insegnante prima e poi di predicatore e scrittore, fornendogli gli strumenti per esprimere concetti complessi con chiarezza ed efficacia. Scrisse lui stesso da vescovo un completo trattato di retorica, il De doctrina christiana, rivolto in particolare a tutti coloro che nella Chiesa hanno compiti di insegnamento e di predicazione. Dopo i primi studi ampliò la sua formazione a Tagaste e Madaura e la completò a Cartagine.

Poi Agostino intraprese la carriera di maestro di retorica e iniziò la sua attività di insegnante: essa durò 13 anni dal 373 al 386 prima a Tagaste, poi a Cartagine, all'epoca una delle città più importanti dell'Impero Romano, dove operò per diversi anni. Qui la sua reputazione crebbe rapidamente, attirando numerosi studenti. Tuttavia, insoddisfatto della condotta morale dei suoi allievi e della superficialità dei suoi colleghi, decise di trasferirsi. La tappa successiva fu Roma, dove sperava di trovare studenti più disciplinati e un ambiente più stimolante. Sebbene la sua esperienza romana non fosse del tutto priva di delusioni, essa costituì un periodo di ulteriore crescita professionale. La sua ricerca di un incarico più prestigioso lo portò infine a Milano, che all'epoca era la capitale di fatto dell'Impero d'Occidente. Qui nel 384 d.C. ottenne la cattedra di retorica imperiale, quella più prestigiosa fra tutte. Il suo periodo come insegnante in questa città non solo affinò le sue doti oratorie, ma gli permise anche di approfondire le dinamiche della comunicazione e dell'apprendimento. Milano si rivelò un punto di svolta decisivo nella sua vita. Entrò in contatto con il vescovo Ambrogio; fu profondamente influenzato dalle sue prediche e dalla sua profondità intellettuale e nel 387 Agostino si convertì al cristianesimo e ricevette il battesimo.

Agostino maestro di fede e oratore cristiano

Divenuto cristiano e successivamente sacerdote e vescovo, Agostino ripensò al suo insegnamento. Confessò di aver venduto nel passato una vittoriosa loquacità e di aver servito alla vanità. Sentì l’esigenza di ridimensionare gli ideali di quella scuola di cui era stato discepolo e maestro, di mettersi al servizio non della vanità e del successo mondano, ma della verità; propose un nuovo modello di maestro e di oratore con un bagaglio culturale desunto non solo dalle discipline retoriche, ma soprattutto dalla fede e dalla Sacra Scrittura. In questa prospettiva il maestro cristiano ha come compito principale di illuminare la mente, di penetrare il cuore dell’allievo o dell’ascoltatore, di suscitare la fede. Per tale motivo egli deve fare prima l’esperienza di ascesa a Dio: un viaggio interiore, una navigazione, una corsa, una salita sulla scala degli esseri fino a toccare personalmente Dio in Gesù Cristo, Verbo di Dio. Ma il Verbo è disceso a noi nel mistero della creazione, dell’incarnazione, della sacra scrittura, della Chiesa, dei poveri, continua a scendere nell’insegnamento cristiano e nella predicazione. Il maestro o l’oratore cristiano, talora con una personale sofferenza ma sempre nella carità, deve farsi piccolo con i piccoli, adattarsi al loro linguaggio e alla loro comprensione. Tra il maestro ed il discepolo, tra il predicatore e l’oratore deve crearsi una forma di inabitazione reciproca che sviluppa un intimo scambio di sentimenti e di concetti. E’ l’amore di Cristo che si è umiliato fino alla morte in croce l’anima e lo stimolo di ogni insegnamento e di ogni predicazione: tutti, maestro ed alunni, predicatori ed uditori, siamo suoi condiscepoli. Cristo ha rivoluzionato anche il linguaggio, che deve essere essenzialmente umile, perché è un messaggio di salvezza rivolto a tutti gli uomini, specialmente agli ultimi e agli emarginati, descritti solitamente nella retorica tradizionale pagana con un linguaggio sprezzante e caricaturale.

L’oratore cristiano e la distinzione dei tre stili

 Agostino riconosce l'importanza e la necessità del sermo humilis per la predicazione cristiana. L’idea principale è che il discorso umano deve riflettere la parola del Dio vivente, che scende e penetra come una spada fino alle midolle dell’anima e come un aratro affonda nel campo del cuore. Tuttavia, egli non rinnega la retorica, ma la cristianizza. Per lui, la bellezza e l'efficacia del linguaggio non sono fini, ma strumenti al servizio della verità divina. Egli riprende pertanto la distinzione tradizionale della retorica classica: lo stile semplice se devi insegnare, lo stile medio o temperato se vuoi dilettare e piacere all’uditorio, lo stile sublime se devi persuadere. Tuttavia, un predicatore efficace deve essere in grado di passare agilmente da uno stile all'altro a seconda dell'argomento e dell'effetto desiderato sull'uditorio. Tutti i sermoni di Agostino manifestano questa flessibilità, e dimostrano come la retorica, lungi dall'essere una tecnica vuota, può essere un veicolo potente per la verità e la salvezza. Un predicatore o uno scrittore cristiano deve essere in grado di variare il suo stile a seconda dell'obiettivo. Le sue proposte possono valere anche per l’insegnante che si trova davanti a classi diverse o in particolari situazioni emotive.

Lo stile umile o semplice

L’oratore cristiano utilizza prevalentemente lo stile semplice quando insegna e presenta ai credenti i misteri della fede o spiega la Sacra Scrittura. Esso esige un tono familiare e discorsivo che annulli le distanze e sia attento alle reazioni emotive. Agostino cerca anche di instaurare un dialogo con l’uditorio, di renderlo attore e non solo ascoltatore, talvolta addirittura dialoga con i personaggi del Nuovo Testamento di cui si sta parlando, come Pietro, Paolo, Marta, Zaccheo. Vi è poi l’aspetto dialettico e argomentativo, che risveglia l’attività dell’intelligenza, presentando con chiarezza di linguaggio e semplicità la verità di fede e risolvendo le difficoltà, prevalentemente per i credenti nella linea del crede ut intelligas: un invito ad accendere la propria fede per poter comprendere. Per Agostino la fede potenzia l’intelligenza. Lo stile semplice si avvale in particolare della sentenza, ossia di una frase inaspettata, acuta e penetrante, sostenuta da un’intensa emozione, che avvicina i due poli opposti, il tempo e l’eternità, la miseria e la misericordia, la sofferenza terrena e la beatitudine celeste, il peccato e la grazia, l’uomo e Dio. Lo stile medio o temperato Agostino apprezza anche lo stile medio, che era molto ricercato dai suoi ascoltatori. Esso ha la finalità di piacere agli ascoltatori e di dilettare e viene proposto particolarmente nel celebrare le feste cristiane: il mistero della Trinità, l’Incarnazione con il rapporto tra la natura umana e divina in Cristo, la nascita di Gesù, la sua vita terrena, la passione, la resurrezione, la bellezza del creato. Questo stile non ha una sua funzione autonoma, come per gli oratori pagani e i sofisti, ma è sempre al servizio dello stile semplice che insegna, o dello stile sublime che persuade. Nel creare bellezza e diletto lo stile medio si avvale di alcune tecniche di cui Agostino è insuperabile maestro e modello: il parallelismo di struttura e di pensiero, le figure di ritmo e di suono con allitterazioni e assonanze, le antitesi che sono nella struttura stessa della fede cristiana, le gradazioni, in genere con periodi semplici e brevissimi che martellano con insistenza un’idea, si richiamano a vicenda e si imprimono nella memoria per le clausole ritmiche e per la rima e portano l’uditore a passare dal diletto esteriore alla verità espressa nel mistero cristiano. Lo stile sublime Quando l’oratore cristiano deve convertire o stimolare all’amore di Dio e dei fratelli o al dolore per gli scandali nella Chiesa adotta una nuova forma di stile, lo stile sublime. Esso presuppone un’intensa carica emotiva, una sofferenza interiore davanti agli errori di cristiani coinvolti nell’avarizia, nella lussuria, nello scandalo. Nello stile sublime è essenziale l’ardore dell’animo: gli ornamenti retorici non sono direttamente ricercati, ma nascono dall’impeto emotivo. In genere si ricorre quasi senza accorgersene a figure di pensiero come a interrogative incalzanti e spezzate, ad apostrofi agli ascoltatori, a illuminanti metafore, ad esempi del passato, ad accumulazione di termini con enumerazioni e paradossi, in alcuni casi ad ironia sferzante, ma anche ad anafore ed epifore, cioè a periodi che incominciano e finiscono con la stessa parola; importante è ricostruire e demolire i meccanismi psicologici di difesa che l’uditore inconsciamente vive. Agostino ricorre allo stile sublime in alcuni suoi sermoni, in particolare quando cerca senza acidità moralistica ma con fraternità di distogliere i cristiani dall’avarizia, dall’adulterio, dai disordini sessuali, dalla piaga della prostituzione e degli spettacoli immorali, proponendo e demolendo le motivazioni degli ascoltatori che ritenevano questo un segno di civiltà e di libertà. Egualmente con intensa carica emotiva, con un ritmo spezzato come in un singhiozzo, Agostino si rivolge ai suoi fedeli e a coloro che avevano cercato riparo nella provincia d’Africa, parlando della distruzione di Roma del 410 per opera di Alarico, e mostrando la falsità delle obiezioni di coloro che davano la colpa ai cristiani di questa enorme sventura, segno della decadenza dell’impero. Occorre tuttavia aggiungere che un buon oratore cristiano sa variare gli stili all’interno del suo discorso e passare da uno stile ornato ed empatico, prevalentemente nell’esordio, allo stile semplice nel presentare la verità cristiana, per arrivare allo stile sublime nel persuadere gli ascoltatori a vivere concretamente la loro fede. Un’ultima osservazione agostiniana: per essere un buon oratore cristiano, prima devi essere un orante, perché nelle mani di Dio siamo noi e i nostri discorsi. È lo Spirito di Dio che “in quell’ora”, l’ora del nostro discorso ai fratelli, interviene nelle parole dell’oratore e le rende efficaci.

 *A.E. nazionale AIMC e UCIIM

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mercoledì 13 novembre 2024

L'EDUCATORE IDEALE

 

Il profilo dell’educatore ideale? 

Virgilio nella Divina Commedia

Ecco le cinque caratteristiche

 decisive per chi educa:

 il senso di missione, 

il lavoro di squadra, 

l’empatia verso gli allievi, 

una morale senza moralismo, 

la capacità di lasciare andare.

L’importanza di trasmettere valori capaci di indirizzare i giovani verso il traguardo dell’indipendenza.

 

 -         di MARCO ERBA

-          Duca, segnore, maestro: sono queste le tre parole con cui Dante definisce Virgilio, sua guida, alla fine del II canto dell’Inferno. Virgilio è duca, cioè colui che conduce, ma è anche signore e maestro: ha autorità su Dante e può insegnargli molto. I critici concordano sul fatto che Virgilio sia il simbolo della ragione, ma la sua figura va molto oltre. Virgilio è un personaggio estremamente autorevole, ma anche di straordinaria umanità. Per questo si può considerare il modello di ogni educatore, un modello estremamente vicino a noi. Cosa può dunque insegnare Virgilio a chi è chiamato a educare? I n primo luogo, un educatore è qualcuno che incarna un ideale, o almeno ci prova. Un educatore non è uno che si accontenta, che si guarda l’ombelico: è uno che è davvero convinto di poter cambiare il mondo a partire dal suo piccolo, cioè dalle ragazze e dai ragazzi con i quali gli è donato di camminare. Uno che tiene alto lo sguardo, si impegna nel particolare senza però dimenticare mai il quadro generale. Un educatore ha una meta, si sente chiamato. Virgilio lo dice subito a Dante nel II canto dell’Inferno: Io era tra color che son sospesi, e donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi.

Virgilio è inviato dal cielo per una missione. Missione è una parola bellissima e fortissima che, come tutte le parole potenti, suscita dibattito. Si è più volte discusso, ad esempio, se l’insegnamento sia un lavoro o una missione. C’è chi afferma che sia un lavoro, che parlare di missione sia fuorviante, da un lato perché si carica di una idealità eccessiva quello che ha il diritto di restare un mestiere, dall’altro perché, con la storia della missione, si vorrebbero evitare altre scomode discussioni legate alla qualità della vita e al livello salariale dei docenti. Non entro qui in un dibattito complesso, che meriterebbe ben altro spazio; dico che però sarebbe proprio bello se chiunque, non solo gli insegnanti e gli educatori, vivessero il loro lavoro come una missione: l’operatore ecologico, il dirigente pubblico, il banchiere, l’imprenditore, il muratore, il medico, e chi più ne ha, più ne metta. Tutti, col nostro lavoro, siamo chiamati alla missione di donarci agli altri e quindi a salvare un pezzo di mondo. Come Virgilio, che con la sua missione salva Dante. E Dante racconta di lui, e i versi di Dante arrivano fino a noi e salvano un po’ anche noi.

In secondo logo, un educatore è qualcuno che gioca in squadra. Non c’è nulla di più dannoso dell’invidia in una equipe educativa. Non c’è niente di più ferale della gelosia in un consiglio di classe. Invidia e gelosia portano a sviluppare ego ipertrofici, a vedere le classi come proprio possesso, gli allievi come potenziali seguaci, i colleghi come avversari su cui primeggiare. Basta una critica scorretta a un collega di fronte a una classe di adolescenti per gettare il seme della zizzania, per diffondere sfiducia, per distruggere ore e ore di educazione civica in cui si è parlato di rispetto reciproco. Siamo tutti al servizio di chi ci è affidato. Siamo tutti utili, ma nessuno è indispensabile. Siamo una squadra: ognuno deve giocare nel suo ruolo, con umiltà. Virgilio lo sa benissimo e lo dice subito a Dante nel primo canto dell’Inferno, parlando delle “beate genti”, le anime del Paradiso, che lui non potrà mostrargli: A le quai poi se tu vorrai salire, anima fia a ciò più di me degna: con lei ti lascerò nel mio partire.

Sarà un’altra anima a condurti nel regno dei beati. Sarà Beatrice. Lei è più degna di me. Io ho il mio compito, lei il suo.

Non c’è ombra di risentimento in queste nobilissime parole. In terzo luogo, l’educatore è capace di concreti gesti di cura. Non è un istruttore freddo; è uno che sente l’altro nel profondo, è una persona empatica. È felice con il suo allievo, soffre con lui nelle difficoltà. Non si limita a spiegare cosa bisogna fare, ma si mette in gioco in prima persona; si compromette, si fa carico del prossimo.

Virgilio a volte rimprovera Dante aspramente, però gli vuole bene e non lo molla mai nella difficoltà. All’ingresso dell’Inferno Dante è terrorizzato. Siamo nel canto III, è il momento di fare il primo passo nel buio della dannazione, e Virgilio fa un gesto di tenerezza infinita: prende la mano a Dante, gli mostra un volto lieto, probabilmente gli sorride: E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond’io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose.

Da prof ho sperimentato tante volte che tra un recupero e un mancato recupero, tra un successo scolastico e un fallimento c’è una linea molto sottile. Se trovi un insegnante che ti stronca, di cui percepisci la disistima, che di distrugge a parole, parti già penalizzato. Se trovi un insegnante che ti incoraggia, che crede in te, che ti supporta pur senza regalarti niente, magari anche tu finisci per credere che ce la puoi fare, e magari ce la fai davvero. In quarto luogo, l’educatore non è un moralista, ma ha una forte etica, che tenta di incarnare in una coerente condotta morale. L’educatore non può essere uno spietato censore: deve porsi in ascolto, deve accogliere le fragilità, deve accettare che il cammino di crescita comporta sia passi avanti che cadute. Crescere è un cammino imperfetto, ma graduale e progressivo, fatto di condizionamenti difficili da sconfiggere, ma anche di liberanti salti di qualità. Il moralista mette al primo posto l’ideale e lo usa come un letto di Procuste per distruggere le persone. Un educatore, invece, mette la persona al primo posto, accoglie la sua storia, ha uno sguardo di misericordia.

Con il vizio che distrugge, però, l’educatore è inflessibile. Nell’VIII canto dell’Inferno, nella palude Stigia, Dante incontra l’iracondo fiorentino Filippo Argenti. Costui si chiamava in realtà Filippo Adimari, ma era soprannominato “Argenti” perché ostentava a tal punto la sua ricchezza da ferrare con l’argento gli zoccoli del suo cavallo. Avversario politico di Dante, è l’incarnazione della spietata arroganza della ricchezza che, secondo il poeta, distrugge la società. Tema attualissimo, peraltro: gli Argenti di oggi sono quelli che misurano le persone sulla base del conto corrente, della fama, del numero di like; coloro che ritengono vi siano esseri umani di serie A e di serie B e che si credono tra i dominatori del mondo. Dante, contro Argenti, si mostra spietato: lo maledice, infierisce contro di lui a parole. Di fronte a questo atteggiamento, Virgilio abbraccia Dante, lo bacia, lo loda con espressioni quasi religiose, dice che la stessa madre di Dante è benedetta per essere rimasta incinta di lui: Lo collo poi con le braccia mi cinse; basciommi ’l volto e disse: ‘Alma sdegnosa, benedetta colei che ’n te s’incinse!

La reazione sembra esagerata, ma Argenti è qui il simbolo di tutti quegli atteggiamenti che più profondamente dividono la società, togliendo dignità agli esseri umani. Atteggiamenti dai quali l’educatore deve mettere in guardia duramente: se l’io prevale sul noi, tutte le relazioni risultano minate. Infine, l’educatore è qualcuno che sa che il suo compito ha un inizio e una fine. Il grande educatore non rende gli altri dipendenti da sé, ma desidera la loro autonomia. Non pretende di tenere i suoi allievi sempre con sé: il suo obiettivo è che vadano avanti per loro conto. L’educatore ti vuole così bene da sapere che il suo successo è completo quando tu sai camminare da solo. L’educatore vince quando tu sai fare a meno di lui. È ciò che avviene alla fine dell’ascesa del Purgatorio, nel XXVII canto. Sulla soglia del giardino dell’Eden, Virgilio saluta per sempre Dante con parole di immensa grandezza, le sue ultime nella Commedia: Non aspettar mio dir più né mio cenno; libero, dritto e sano è tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno: per ch’io te sovra te corono e mitrio.

Sei tu il re di te stesso, hai tu in mano il timone della tua vita. Ora puoi andare, tocca a te: non ti servono più le mie parole e le mie indicazioni. Ricordo una strepitosa collega, che regalò questi versi a una quinta superiore a cui era legatissima, proprio l’ultimo giorno di scuola insieme. Ci furono pianti e abbracci. Certamente c’era la sensazione di un tempo passato e irreversibile. C’era il dolore per la fine di una storia insieme. Ma a prevalere era la gratitudine: ragazze e ragazzi capivano benissimo che quella prof non li stava abbandonando. Col suo passo indietro, stava facendo loro il dono più grande: la libertà di essere ciò che desideravano.

Anche Dante lo capisce e, pur nel dolore, quando si rende conto che Virgilio se n’è andato, lo chiama “dolcissimo patre”. Perché un padre resta per sempre, anche quando non c’è più.

È allo stesso tempo duca, signore e maestro Così la guida di Dante incarna un modello di educazione che va oltre la semplice trasmissione della conoscenza.

 www.avvenire.it 

** Marco Erba è nato in provincia di Milano nel 1981. Dopo la maturità classica e la laurea in lettere, ha lavorato per anni come giornalista di cronaca e come addetto stampa. Dal 2007 è insegnante di lettere in un liceo. La sua attività di scrittore nasce tra i banchi di scuola, nella relazione quotidiana con i ragazzi e con le loro vite. I suoi studenti sono stati i suoi primi editor.

 

 

 

martedì 5 dicembre 2023

UN VERO EDUCATORE

 


GIOVANNI, IL BATTISTA



- di don Giuseppe Grampa

 

Nella chiesa ambrosiana stiamo vivendo il tempo di Avvento e un personaggio ci accompagna: Giovanni il Battista. Guardo a Lui come ad un vero educatore. Perché? Più volte nelle pagine evangeliche affiora il contrasto tra Giovanni e Gesù.

 Sono i discepoli di Giovanni che alimentano il confronto preoccupati che la gente si rivolga sempre più a Gesù abbandonando il Battista. Ma Giovanni ribadisce: “Non sono io il Cristo… Sono l’amico dello Sposo… Lui deve crescere io invece diminuire” (Gv 3,22ss.).

Con questa definizione di sè, Giovanni ribadisce la sua totale relatività a Cristo: non è a me che dovete guardare ma a Gesù, lo Sposo.  Con felice intuizione i pittori raffigurano il Battista con il dito indice che, appunto, indica Gesù. Giovanni Battista è tutto in quel suo dito: é totalmente relativo a Gesù, mette sulla strada dell'incontro con Gesù. 

Per questo Giovanni è modello di vero educatore.

L'educatore non deve essere preoccupato di richiamare su di sè l'attenzione dell’educando, ma piuttosto indicare la strada, aiutare a crescere, rendere libero e autonomo chi è affidato alla sua cura. Deve quindi, in un certo senso, rendersi progressivamente inutile.

Quel grande ed esigente educatore che è stato don Lorenzo Milani ha scritto: "Stanotte ho pensato che fosse meraviglioso veder sgorgare dalla mia scuola un virgulto vigoroso e diverso con tutti i suoi segreti gelosi, con una infinità di ideali in comune con me e con un'infinità di segreti suoi che non spartisce con nessuno. Che era meraviglioso da vecchi prendere una legnata da un figliolo perché è segno che quel figliolo è già un uomo e non ha più bisogno di balia”.

Da Giovanni anche la Chiesa deve essere educata. La Chiesa non ha altra ragion d'essere se non quella di svelare sempre più nitidamente il volto di Gesù. Anche la Chiesa può incorrere nella sottile tentazione di mettersi al centro dell'attenzione, mentre deve essere  segno che potentemente ed efficacemente indica Gesù.

Come Giovanni anche la Chiesa non ha altra ragion d'essere che diminuire perché Lui solo cresca.

 R/S SERVIRE

Immagine:Leonardo da Vinci, San Giovanni Battista

mercoledì 15 febbraio 2023

PRENDERSI CURA. EDUCARE VA OLTRE L'ISTRUIRE

  Tutto ciò che riguarda la “cura” in un contesto malato di relazioni complesse, di crisi derivante dalla solitudine del post-pandemia e dell’ipertrofia dell’Io sul Noi, assume i tratti della problematicità.

La preoccupante carenza di personale registrato diffusamente nelle professioni di cura, si configura come una vera e propria emorragia delle figure socio-educative e del personale sanitario. Mancano dati certi che delineino validamente il fenomeno, ma si articola ampiamente nel Paese da Nord a Sud con un invecchiamento dei professionisti e un progressivo abbandono del campo.

                                                                                                      - di BRUNO FORTE*

 La “cura” ha assunto connotati che si correlano tra loro e che vanno problematizzati con adeguata riflessione collettiva. Un primo elemento è riscontrabile nella vistosa carenza di programmazione atta a dimensionare il fabbisogno, ad implementare i percorsi formativi e a ripensare significativamente le condizioni effettive di lavoro. Stipendi bassi, erosione progressiva della fiducia sociale e della stima nei confronti delle professioni, come pure un mancato investimento collettivo nel pensiero e nell’operatività del settore, comportano una perdita di “attrattività”. Prendersi cura significa farsi carico delle persone e delle loro esigenze più profonde di ascolto empatico che richiede un coinvolgimento emotivo e psico-sociale dell’operatore. Sono questi i connotati che contraddistinguono tutti i professionisti di “cura”, se poi li decliniamo nei confronti delle professioni educative, assumono una ulteriore drammaticità. Lo sfondo della cultura di questa stagione punta al successo facile, all’efficienza ad ogni costo, a risultati certi, al tutto subito che sono criteri che non si riferiscono all’educazione che si configura come una seminagione ampia e un raccolto non certo, dilazionato nel tempo.

 Educatori e insegnanti cercasi e anche nidi e scuole dell’infanzia della Fism sono costretti a ripiegare su personale ancora impegnato nel percorso formativo iniziale. Ciò deriva da uno “stato confusionale” riferito al reclutamento che pone in seria difficoltà proprio il sistema paritario per l’esodo verso la scuola statale che almeno consente una maggiore sicurezza del posto e più agevoli condizioni di esercizio. La sussidiarietà educativa è stata colpevolmente resa insignificante proprio dalla “strabica” visione del Ministero dell’Istruzione che non ha assunto la chiave di lettura del sistema integrato statale e paritario, nella definizione previsionale del fabbisogno di educatori e di docenti; di conseguenza il sistema universitario statale si è appiattito sulla visione ministeriale che, correlata con la farraginosità burocratica, ha portato a questa situazione congiunturale. La Fism ha rinsaldato una volontà di reazione positiva nel riaccendere i fari sulla costruzione del sistema paritario che vede nel convenzionamento con il sistema universitario statale e quello pubblico offerto da soggetti privati, una risposta alla formazione di educatori e docenti.

La domanda di servizi educativi, nidi e scuole dell’infanzia cresce anche se siamo in presenza di un processo di contrazione demografica. Il Piano nazionale per la famiglia del 10 agosto 2022 costituisce uno strumento che declina il Family act (legge n. 32/2022) nel quadro del sistema 0/6 per sostenere il dovere/diritto educativo genitoriale che si esercita anche mediante i servizi del nido e della scuola.

Il processo risponde alla Raccomandazione del Consiglio d’Europa sui servizi all’infanzia che ridefinisce il ruolo dei servizi stessi per contrastare le diseguaglianze nello sviluppo personale e sociale a causa della disparità dei contesti. L’obiettivo di copertura delle presenze dei servizi sul territorio pari al 33% previsto per il 2010, viene ampliato al 45% entro il 2030. Già la prima tappa corre il rischio di non realizzarsi nonostante le risorse messe a disposizione dal Pnrr, poiché gli obiettivi intermedi non sono stati raggiunti a causa della inadeguata partecipazione dei comuni delle regioni meridionali.

Anche nella promozione della cultura e dei servizi all’infanzia emergono le diverse “Italie” per cui va opportunamente problematizzato nel segno dell’equità, il disegno della cosiddetta “autonomia differenziata”. La scuola dell’infanzia del sistema pubblico integrato ha contribuito significativamente a “fare gli italiani” nell’interazione e scambio tra diverse provenienze socio-culturali del sistema Paese. La nazionalità costituisce una dimensione nella quale si possono esprimere i territori educativi unificati nei livelli essenziali di prestazione e di fabbisogni standard. Per favorire l’integrazione tra i diversi contesti nei quali si radicano le scuole Fism e promuovere uno sfondo di arricchimento pedagogico, organizzativo e sociale, si delinea un progetto di gemellaggi tra le scuole delle diverse “Italie” anche con lo scopo di far cadere tabù e pregiudizi che riduttivamente interpretano le realtà delle diverse zone. L’onda lunga della pandemia ha contribuito a marcare pesantemente lo sbilanciamento tra educazione/istruzione in favore della seconda. La censura della relazione educativa e l’accentuarsi del disaccordo sociale sui princìpi fondamentali dell’umano, ha compresso l’esercizio della progettualità educativa. Si tende a curvare tutto sull’istruzione proprio in un contesto nel quale i ragazzi e la comunità richiedono educazione.

Per poter essere presi in braccio e per prendere in braccio è necessario condividere un cammino assieme: questo è educazione.

 * Responsabile pedagogico Fism

 www.avvenire.it

 

lunedì 13 agosto 2018

BENEDETTO XVI - LA RESPONSABILITA' DI EDUCARE

Dieci anni fa Papa Benedetto XVI scriveva ai fedeli di Roma - la sua Diocesi - e a tutti i romani una lettera sul tema centrale dell’educazione, uno degli argomenti su cui il Papa si è speso più volte nel corso del suo pontificato. 
Papa Benedetto parlava di una emergenza educativa, che nasce da “un'atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all'altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita”.
Benedetto XVI per rendere concreta la sua impostazione cerca di “individuare alcune esigenze comuni di un'autentica educazione. Essa ha bisogno anzitutto - sostiene il Papa - di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore: penso a quella prima e fondamentale esperienza dell'amore che i bambini fanno, o almeno dovrebbero fare, con i loro genitori. Ma ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore”.
Ma qual è - si domanda Papa Benedetto - il punto più delicato dell'opera educativa? “Trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro. Il rapporto educativo è però anzitutto l'incontro di due libertà e l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate. Quello che invece non dobbiamo mai fare è assecondarlo negli errori, fingere di non vederli, o peggio condividerli, come se fossero le nuove frontiere del progresso umano. L'educazione non può dunque fare a meno di quell’autorevolezza che rende credibile l'esercizio dell'autorità. Essa è frutto di esperienza e competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell'amore vero. L'educatore è quindi un testimone della verità e del bene: certo, anch'egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua missione”.

Infine, concludeva Benedetto XVI, ecco il rapporto tra educazione e “senso di responsabilità: responsabilità dell'educatore, certamente, ma anche, e in misura che cresce con l'età, responsabilità del figlio, dell'alunno, del giovane che entra nel mondo del lavoro. E' responsabile chi sa rispondere a se stesso e agli altri. Chi crede cerca inoltre, e anzitutto, di rispondere a Dio che lo ha amato per primo. La responsabilità è in primo luogo personale, ma c'è anche una responsabilità che condividiamo insieme, come cittadini di una stessa città e di una nazione, come membri della famiglia umana e, se siamo credenti, come figli di un unico Dio e membri della Chiesa”. 


giovedì 1 dicembre 2016

AVVENTO, sulle orme di Giovanni Battista


SAN GIOVANNI BATTISTA,
un educatore cristiano
di   Vincent Dollmann
Vescovo A. Strasburgo
AE UMEC-WUCT *

L’Avvento ci propone di camminare non solo con Maria, ma anche con san Giovanni Battista, il precursore di Gesù.  Egli, grazie al suo insegnamento e alla sua testimonianza di vita, annuncia l’imminente venuta del Messia. La sua autorevolezza e competenza sono riconosciute dalla gente, tanto da confonderlo con lo stesso Gesù.
Nel contempo, egli si mette da parte per dare spazio al vero Messia.
Nel “mestiere” dell’insegnante la competenza va di pari passo con l’umiltà. E’ una necessità per ogni educatore e condizione di riuscita nella sua professione.

  1. L’educatore, un ricercatore di verità
Essere educatore come San Giovanni Battista vuol dire cercare la verità, cioè essere capace di scoprire l’iniziativa e la presenza di Dio. Infatti, è sempre Dio a fare il primo passo. E’ Dio che ha incontrato Giovanni Battista attraverso Gesù.
Quando Giovanni vede avvicinare Gesù, egli dice: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Egli accoglie anzitutto il mistero di Gesù che vivrà la sua fedeltà a Dio Padre sino alla morte e aprirà una breccia al fine di permettere agli uomini d’accedere al perdono a alla vita di Dio.

Il dipinto di Matthias Grünewald (Museo Unterlinden di Colmar) presenta Giovanni Battista come un contemporaneo della crocifissione. L’artista lo raffigura con il dito che indica Cristo in croce, un Cristo sofferente che si fa carico di tutta la sofferenza del mondo e dei peccati degli uomini, manifestando l’amore infinito di Dio che raggiunge l’uomo e gli offre la salvezza........

Leggi:   SULLE ORME DI GIOVANNI BATTISTA



lunedì 2 maggio 2016

SORRIDERE .... SORRIDERE .... SORRIDERE - Il sorriso come dono al prossimo

I TRE SORRISI

Educarsi a sorridere, educare al sorriso

“Un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale". La provocazione di Papa Francesco non è una battuta casuale e l'idea che i cristiani appaiano tristi non è nuova: “Dovrebbero cantarmi dei canti migliori, perché io impari a credere nel loro Salvatore! Bisognerebbe che i suoi discepoli avessero un aspetto più da gente salvata", diceva Nietzsche.
 Ma come si fa a sorridere quando le preoccupazioni, il lavoro, i piccoli contrattempi e i grandi dolori sono così seri nella vita?

Il primo sorriso è quello fondamentale: ride colui che sta nei cieli, dice la Bibbia. E ancora: la gioia del Signore è la vostra forza. È il sorriso di Dio. La gioia con cui il Creatore contempla ogni sua creatura è il fondamento solido della serenità e della pace di ognuno di noi. Ma non è irriverente pensare che Dio, il Signore dell'universo, sorrida? “Dio deve amarci tanto più in quanto ridestiamo il suo senso dell'umorismo", dice un personaggio creato da Ray Bradbury. “Non avevo mai pensato al Signore come a un umorista", gli viene ribattuto. La risposta è folgorante: “Il creatore dell'ornitorinco, del cammello, dello struzzo e dell'uomo? Oh, ma andiamo!".

Il secondo sorriso è quello con il quale guardo me stesso. Senza perdere di vista la mia umanità, i miei limiti, che non sono necessariamente un difetto e non vanno presi troppo sul serio. Il mio Creatore mi vuole bene così come sono, perché se mi avesse voluto diverso mi avrebbe fatto diverso. “Saper vedere anche l'aspetto divertente della vita e la sua dimensione gioiosa – disse una volta Benedetto XVI – e non prendere tutto così tragicamente, questo lo considero molto importante, e direi che è anche necessario per il mio ministero. Un qualche scrittore aveva detto che gli angeli possono volare, perché non si prendono troppo sul serio. E noi forse potremmo anche volare un po' di più, se non ci dessimo così tanta importanza".

Sorridere è un atto di umiltà, vuol dire accettare me stesso e il mio modo di essere, rimanendo lì dove sono in santa pace. Senza prendermi troppo sul serio, perché “la serietà non è una virtù. Sarà forse un'eresia, ma un'eresia molto più sensata dire che la serietà è un vizio. C'è realmente una tendenza (una sorta di decadenza) naturale a prendersi sul serio perché è la cosa più facile a farsi. La solennità viene fuori dagli uomini senza fatica; invece la risata è uno slancio. È facile essere pesanti e difficile essere leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità" (Chesterton).

Il terzo sorriso è conseguenza dei primi due. È il sorriso con il quale accolgo chi incontro per caso e le persone con le quali vivo e lavoro. Con affetto e senza prendere troppo sul serio eventuali sbagli o presunti sgarbi. Con un volto allegro. Madre Teresa di Calcutta, ricevendo il Premio Nobel, spiazzò la platea con questo invito: “Sorridete sempre ai vostri familiari. Regalatevi reciprocamente il vostro tempo in famiglia. Sorridetevi".

Il vestito di un uomo, la bocca sorridente e la sua andatura rivelano quello che è, insegna il Siracide. Il sorriso può essere davvero il segno di riconoscimento caratteristico di un cristiano.

Don Carlo Marchi


Convegno Ecclesiale Firenze, maggio 2015