Visualizzazione post con etichetta Cristo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cristo. Mostra tutti i post

venerdì 11 settembre 2026

IL BENE E LA GIUSTIZIA

 


'Chi vive 
per il Bene 

e la Giustizia 

entra in Dio 

qui e ora'


Intervista a Vito Mancuso 

a cura di Daniele Madau 

Nella fascetta che accompagna e racchiude il suo ultimo saggio, c’è scritto: ‘Un grande maestro dei nostri tempi’, perché in questo periodo di postverità e decostruzione, ha saputo incarnare il nuovo desiderio di senso, il senso della vita, il bene e il male, la libertà, la speranza, il rapporto tra ragione e fede. E’ un piacere, allora, dialogare con Vito Mancuso, in Sardegna per tre appuntamenti, promossi dal ‘Club di Jane Austen Sardegna’, tra Tortolì, Sant’Antioco e Cagliari, per portare dentro tre rassegne diverse le domande che attraversano da anni il suo lavoro filosofico e teologico. Studioso tra i più conosciuti nel dibattito culturale italiano, Mancuso ha costruito la propria ricerca nel confronto tra pensiero filosofico, tradizione religiosa, coscienza individuale e conoscenza scientifica. 

Nell’ultimo lavoro, ‘Gesù e Cristo’, torna sulla figura di Gesù e sul rapporto tra il personaggio storico e il Cristo della fede. Da quella distinzione si aprono interrogativi più ampi: che cosa significa credere oggi, quale posto occupa la verità, quanto siamo realmente liberi, come si orienta una vita verso il bene. Le sue posizioni sono rivoluzionarie e, in alcuni casi, in assoluta controtendenza nei confronti della tradizione, ma proprio per questo vanno studiate con apertura, rispetto e interesse anche da chi è sempre stato all’interno del credo ortodosso. L’incontro di oggi è un dialogo di crescita e contatto umano profondo. 

Professor Mancuso, il suo ultimo lavoro, ‘Gesù e Cristo’, è un poderoso volume, sulla figura del Gesù della storia e del Cristo della fede. Tra i numerosi personaggi che lei analizza da un punto di vista del tutto nuovo, da Barabba alla commovente possibile storia di Maria, incontriamo, però, nella parte indubbiamente più originale, un Gesù perdente, che si abbandona alla morte, non volendola, chiamando il Padre. È questo ciò di cui ha bisogno la società oggi, magari perché riesce a identificarsi meglio in questo nuovo Gesù? 

Il presente, l’oggi, come sempre, ha bisogna di una sola cosa: la verità. ‘Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi’. Questo proclama del Gesù del quarto vangelo, il vangelo di Giovanni, penso che sia valido per tutte le persone e per tutti i tempi. Ora, parlando di verità, il fatto che la morte di Gesù sia una sconfitta emerge in maniera incontrovertibile dal vangelo più antico, quello di Marco, e viene ripreso dal vangelo a quello successivo in ordine cronologico, quello di Luca. Nel vangelo di Giovanni, però, quello più recente, la morte di Gesù è presentata in un modo completamente diverso, e si passa dalla sconfitta al compimento, con quel verbo greco al tempo perfetto – il tempo che indica proprio l’azione compiuta, conclusa: ‘Tutto è compiuto’- che presenta la realizzazione di un progetto. 

Secondo me, però, occorre riprendere quello che è il dettato del Nuovo Testamento, al fine di restituire, per tornare alla parte iniziale della risposta, il più possibile la verità. Per rispondere, poi, ancora più precisamente alla domanda, io non so se questo Gesù sia ciò di cui ha bisogno la società oggi; so, però, che la società stessa non è più disposta a ricevere i dogmi tradizionali presentati come verità assoluta. 

Uno degli argomenti più forti di ‘Gesù e Cristo’ riguarda la resurrezione. Lei afferma che per quanto riguarda la sua ricezione del messaggio di Gesù, non le è necessario credere nella resurrezione per come è stata raccontata. Eppure, se Gesù rappresenta la Storia, il personaggio storico, Cristo, con la sua resurrezione, è l’Idea, che ci spinge a credere nei grandi ideali che ci permettono di trascendere la vita, passeggera ed effimera. Come preservare l’Idea senza la resurrezione? 

Io non nego la resurrezione, e neanche l’affermo. Loro, i discepoli, credevano che Gesù fosse risorto. Alcuni, se non tutti, affermano anche di averlo visto, benché i testi siano contraddittori. Una cosa è certa: io non seguo Reimarus, che ha sostenuto che il corpo di Gesù fu trafugato dai suoi discepoli per poter inventare e proclamare il racconto della sua risurrezione. Di sicuro accadde qualcosa. Ma questo credere nella risurrezione, di che cosa è significativo: che è successo qualcosa di straordinario, in base al quale, poi, il corso degli eventi è cambiato? Io non mi fermerei a questo, ma vorrei analizzare il significato ontologico profondo di ciò che loro credevano. I discepoli non riconobbero Gesù, pensiamo ai discepoli di Emmaus o alla Maddalena; questo perché non dobbiamo pensare a un semplice ‘tornare in vita’, come per Lazzaro, per la figlia di Giairo o il figlio della vedova di Nain, ma all’entrare in un’altra dimensione, senza tempo e senza spazio. ‘Deus non est corpus’, diceva San Tommaso. Quindi per me, nel suo profondo dato filosofico e teologico, la resurrezione che, ripeto, non nego ma che molto umilmente presento in modo diverso per contribuire al dibattito scientifico, significa entrare in un’altra dimensione, che si accorda con la fisica quantistica, per cui si supera la morte, e questa non esiste più. 

Quindi la resurrezione non è un momento storico, ma l’idea che Gesù, con la sua personalità vera, con la sua anima continuerà a vivere in Dio. Così noi, potremmo entrare in Dio qui e ora, vivendo nel bene e nella giustizia, e poi restare in Lui per sempre. 

Una domanda che presenterei come di aspetto metodologico. Anche in questo saggio ha testimoniato la sua acribia, la sua accuratezza nella ricerca, nello studio e nella presentazione delle fonti per le sue teorie. Una di queste mostra come il messaggio che Paolo trasmette, come ‘apostolo delle genti’, ai popoli che incontra sia stato ricevuto da Pietro. Ma Pietro era un umile pescatore, come ha potuto elaborare la grande riflessione teologica che, poi, vedremo in Paolo? 

Il fatto che Paolo abbia ricevuto da altri il messaggio è un dato incontrovertibile, che lo stesso Paolo conferma. I discepoli credevano che Gesù fosse risorto, tuttavia non toccavano con mano quel regno di cui lui aveva parlato tutto il tempo. Per loro, quindi, per le prime comunità cristiane, era fondamentale e naturale chiedersi: ‘Come mai il maestro è morto? Questa era la domanda: ‘Come mai Gesù è morto?’ Cosa fecero, allora, quelle prime comunità, per rispondere e per risolvere il problema? Quello che fanno tutti i credenti, ricorrere ai testi sacri, in questo caso alla Bibbia ebraica, a Isaia, a Zaccaria, ai Salmi. Così scoprono alcuni passi, come Isaia 53 sul servo di Jahvè che deve morire, che loro interpretano come profezia. Pietro, non a caso, negli Atti degli apostoli, emerge sempre come figura principale. È sempre il primo negli elenchi: del resto, è colui a cui sono state date le chiavi del regno. Per le prime comunità cristiane era una figura di riferimento assoluto. Certo, insieme alla sua stessa comunità, con i suoi stretti discepoli, avrà elaborato il messaggio che, poi, arriverà a Paolo. Il ‘primo degli apostoli’, quindi, come simbolo, non lui individualmente, si fa interprete della necessità di intendere la morte di Gesù non come sconfitta ma come progetto, per cui il quarto evangelista, Giovanni, darà alla luce la grande ‘teologia del compimento’. Consegnerà a Paolo questa costruzione teologica che l’apostolo della genti, come dice lui stesso nella lettera ai Corinti – scritta poco dopo la più antica delle lettera paoline, la più vicina alla morte di Gesù, la prima ai Tessalonicesi, secondo alcuni studi – trasmetterà ai nuovi fedeli: Gesù è morto per i nostri peccati ‘secondo le scritture’, diventando il secondo Adamo. 

Nel suo volume precedente, prettamente filosofico e dedicato a Kant, ha analizzato le tre domande con le quali il filosofo tedesco riassume ogni interesse della ragione, sia speculativo sia pratico. Una di queste chiede: ‘Cosa ci è lecito sperare’. Ecco, cosa ci è lecito sperare in questo periodo, anche di grande vociare politico, mentre ormai entriamo nell’ultimo anno di governo e inizia la campagna elettorale? Pensando a un altro dei suo recenti saggi, ‘I quattro maestri’, forse l’etica dello Stato di Confucio potrebbe guidarci? 

La più grande speranza che possiamo coltivare, pensando alla singolarità di ogni essere umano, è la speranza nella vita eterna. Anche in un mondo in cui è evidente la decadenza etica e spirituale, in questa nostra storia sempre più complicata, è possibile coltivare la dimensione contemplativa della vita, è possibile agire per il bene: insomma salvare la propria anima, che è il vero obiettivo di ogni ricerca spirituale. Rendere l’anima capace di accogliere l’eterno. Questa è la speranza intesa come virtù teologale. Sulla lettura del presente, lo sappiamo, entrano in gioco tante analisi, che ci portano a volte a sperare, a volte a disperare. A esempio, parlando di stretta attualità socio-politica, ho paura che si disgreghi il sogno dell’Unione Europea, ho paura per il clima, per il rischio di perdere le nostre sensibilità e la nostra umanità nella realtà artificiale, per lo scollamento tra generazioni: sono tante le paure, inutile ricordarle. Non è la prima volta che questo accade, il mondo non è mai stato un posto tranquillo: pensiamo al tempo di S. Agostino, a un mondo che crollava e alle paure che questo portava. Anche non sognando più, come da ragazzi, come era capitato a me, che il futuro sarebbe stato sempre migliore, noi possiamo sperare di salvare la propria anima. 

Mi permetto una riflessione personale, a cui penso spesso, ricollegandomi proprio a S. Agostino, e a una ‘teologia della storia’: come realizzare la città di Dio, la città celeste di S. Agostino in terra? Per riallacciarmi alla domanda precedente, a me viene in mente un nuovo accordo tra religione ed etica, tra spiritualità e senso dello Stato. Mi vengono in mente i sovrani illuminati, come Caterina II di Russia. 

Le due città, di Dio e degli uomini, sono destinate a rimanere tali, distinte. Per S. Agostino non c’è nessuna possibilità che questo popolo di dannati – libro IV della ‘Città di Dio’- diventi il ‘popolo di Dio’. Questo popolo è una minoranza di pochi eletti da Dio, con la grazia che scende verticalmente dall’alto. Questa è l’immagine di S.Agostino, soprattutto del secondo Agostino, quello della maturità. Il primo Agostino, neoplatonico, io lo cito spesso, perché rappresenta la spiritualità in cui mi ritrovo, quella che al centro presenta l’anima e l’interiorità. Nel ‘De vera religione’, in cui non c’è mai un accenno alla morte e resurrezione di Gesù, si dice che sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, l’anima umana può aprirsi a Dio, cioè al bene. ‘Noli foras ire, in te impsum redi: in interiore homine habitat veritas’, ‘Non uscire fuori, ritorna in te stesso; nell’uomo interiore abita la verità’. 

La verità del libero arbitrio capace di discernere il bene e l’amore. Questo è difficile, per tornare al rapporto tra religione e Stati, che possa accadere nel potere politico, che è spesso governato da logiche del tutto diverse. 

Conoscendo la sua passione per lo studio e la scrittura, immagino sia al lavoro per un nuovo saggio: è così? E nel caso, ci può anticipare qualcosa? 

Sì, ho affrontato e terminato un lavoro sul grande problema del male, di prossima uscita, in autunno, a novembre.

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine

 

giovedì 2 luglio 2026

UNO SCISMA

 


A proposito 
dello scisma lefebvriano

*Quando un’idea 

di cristianesimo 

prende il posto di Cristo*


-di Rocco Femia


C’è una domanda
che mi torna alla mente ogni volta che nella Chiesa esplode una polemica come quella che in queste ore oppone Roma ai lefebvriani: dov’è finito Gesù di Nazaret?

Confesso che la prospettiva di un nuovo scisma mi inquieta meno di un’altra possibilità: che, a duemila anni dalla sua morte, dei cristiani possano ancora considerare la difesa di una certa idea della Tradizione, della liturgia e dell’identità ecclesiale una ragione sufficiente per spezzare la comunione ecclesiale.

È questa la domanda che dovremmo avere il coraggio di porci.

Come può una religione il cui fondatore ha continuamente ricordato che il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato arrivare ancora a dividersi sulla difesa di un determinato modello di Chiesa?

Nei Vangeli, le parole più dure di Gesù non sono rivolte ai peccatori. Sono rivolte ai professionisti della religione, quando la religione diventa più importante dell'uomo.

Gesù non ha lasciato un trattato di liturgia. Non ha scritto un manuale di cerimoniale. Non ha stabilito un codice sull’abbigliamento sacro né una disciplina dettagliata dei riti. Il centro del suo insegnamento era altrove. Ed è forse proprio questo il punto che rischiamo di dimenticare. Ha parlato della giustizia, della misericordia, del perdono, del rapporto con il denaro e con il potere, dell’ipocrisia religiosa, della dignità degli ultimi. Ha ricordato instancabilmente che l’uomo vale più della norma e che il prossimo conta più dell’osservanza.

È difficile immaginare che il cuore del cristianesimo possa davvero identificarsi con la lingua di una liturgia, la forma di un rito o la difesa di un determinato assetto ecclesiale.

Eppure, duemila anni dopo, ci sono cristiani disposti a rompere la comunione per difendere ciò che ritengono essere l’unica autentica interpretazione della Tradizione.

È un paradosso che dovrebbe inquietarci.

So bene che, ai loro occhi, non è in gioco una semplice questione liturgica.

Essi ritengono di custodire l’integrità della fede.

È proprio per questo che la domanda  diventa ancora più radicale.

 Forse il problema di una parte del cattolicesimo contemporaneo non è nemmeno

quello di essere troppo fedele alla Tradizione.

La fedeltà è una virtù quando rimane viva.

Il problema nasce quando la Tradizione smette di essere una trasmissione e diventa un rifugio, quando non conduce più al Vangelo ma finisce per sostituirlo.
Allora il cristianesimo non si presenta più come un incontro capace di trasformare un'esistenza, ma come un'identità da difendere.

E quando una religione diventa soprattutto un marcatore identitario, smette poco a poco di essere un’avventura spirituale. Serve a distinguere chi è «dentro» da chi è «fuori», chi possiede i codici giusti da chi non li possiede.

È qui che si manifesta il paradosso più drammatico.

Nel tentativo di difendere il cristianesimo, si rischia di nascondere Cristo dietro il cristianesimo stesso.

La vera crisi non è che alcuni cristiani difendano troppo la Tradizione. La vera crisi comincia quando il cristianesimo prende il posto di Cristo.

Non credo che il cristianesimo sia nato per formare custodi di un museo. È nato da una parola che invitava a uscire da sé, ad andare incontro all’altro, ad amare oltre ogni appartenenza, a spostare le frontiere invece di rafforzarle.

Per questo ciò che sta accadendo oggi va ben oltre il caso dei lefebvriani. Non riguarda soltanto un conflitto tra Roma e una fraternità sacerdotale. Pone una domanda che interpella ogni credente e, in fondo, ogni religione: che cosa stiamo
davvero difendendo?

Un’identità o una speranza? Un sistema o un messaggio? Una Tradizione o il Vangelo che quella Tradizione dovrebbe custodire e trasmettere?
Una religione non tradisce il suo fondatore soltanto quando nega le sue parole.

 Può tradirlo anche quando parla continuamente di lui senza più guardare il mondo con suoi occhi.


_______________________________________________
Articolo pubblicato nella pagina Facebook dell’autore il 30.6.2026


lunedì 15 giugno 2026

FAI IL BENE E VIVRAI

 'Dio non preferisce un solo popolo' 


A proposito della vicenda 

Israele e Palestina. 





Un libro su Gesù e Cristo:  «Il primo un profeta apocalittico,

 l’altro riletto dai discepoli». 


Intervista al prof. Vito Mancuso di Piero Erle 


“Gesù nacque a Nazaret, Cristo a Betlemme”. “Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle. Cristo era figlio unico”. È uno schiaffo alle certezze dei credenti cristiani, la nuova mastodontica opera Gesù e Cristo, edizioni Garzanti, che il teologo laico e filosofo Vito Mancuso ha presentato giovedì 11 giugno 2026 al Castello degli Ezzelini a Bassano, primo giorno della rassegna “Resistere”. 

Prof. Mancuso, la questione fondamentale è quella che il titolo riassume nella “e” che differenzia Gesù da Cristo. Ma chi era allora Gesù? 

Gesù era la figura storica, reale, di un ebreo di 2 mila anni fa che si può ricostruire dalla lettura critica del Nuovo Testamento e delle fonti coeve. A mio avviso, ne emerge che era un profeta escatologico e apocalittico: attendeva la rivelazione finale del Regno di Dio con la trasformazione completa della storia, un momento di giudizio per tutta l’umanità che lui attendeva molto presto … 

Il Cristo è invece ben altro? 

Certo. Innanzitutto, non è un nome personale ma un titolo come “re”, che definisce l’importanza storica del soggetto di cui si parla. È “l’unto”, che è esattamente il Messia atteso da Israele. Ma per questo vanno divisi: Gesù non era il Messia atteso, un re vittorioso che avrebbe stabilito l’indipendenza di Israele. Il cristianesimo invece lo intende come “l’agnello di Dio”, predestinato a dare la sua vita sulla croce. Io presento un’altra visione. 

 Lei scrive che il libro è per “gli incerti”. Ma ai credenti lei dice: la tua fede nel Cristo, più che da Gesù, nasce da Pietro e da Paolo, che sono quelli che danno la vera direzione del messaggio giunto poi per millenni ai cristiani. 

È così. Naturalmente Pietro e Paolo non avrebbero potuto dire nulla senza la vicenda storica di Gesù. Non “inventano”, però interpretano la vicenda di Gesù in modo originale. 

Io sono sicuro che Gesù non volesse morire in croce, essere immolato. Il vangelo di Marco, e Matteo copia, dice che morì disperato, con un forte grido: non voleva morire. I vangeli successivi cambiano. Pietro e Paolo volevano capire come mai Gesù, così buono, era morto. E così leggendo la Bibbia ebraica scoprono brani di Isaia, i Salmi, i Profeti, e sentono che “Gesù doveva morire e soffrire per l’espiazione dei nostri peccati”: per loro la croce non è un incidente, ma una necessità prevista fin dall’inizio, “secondo le Scritture”. 

Lui invece predicava la rivoluzione del Regno di Dio – per questo i romani decidono di ucciderlo – ma tutto viene letto come una volontà superiore. E Paolo poi aggiunge che la spiegazione è il peccato originale di Adamo che andava espiato. 

Ma non può essere che i discepoli che vanno a rileggersi l’Antico Testamento, invece che “reinterpretare tutto”, trovino un aiuto per capire quello che davvero avevano vissuto e visto con i loro occhi nello stare con Gesù, lui che si lascia uccidere sulla croce anche se aveva il potere di reagire e fare miracoli? 

Non lo sapremo mai, non abbiamo accesso diretto al come sono andate le cose: sono in gioco interpretazioni. Anche io credo in Dio e nell’immortalità dell’anima, ma non che ci si giunga tramite la redenzione che scaturisce dalla morte e risurrezione di Gesù, bensì dal bene e la giustizia che uno pratica in concreto. E penso che il Gesù storico, quello reale, la pensasse così: legava la salvezza all’osservare i comandamenti, al praticare la giustizia. Lo argomento a lungo nel libro. 

Lei analizza molti miracoli e fatti narrati nei Vangeli, evidenziando contraddizioni e inattendibilità, poi la crocifissione e infine la resurrezione. 

Io dico che ci troviamo al cospetto di un evento imponderabile, non sottoponibile alla bilancia della nostra mente. Ammesso che sia esistita, la resurrezione non è accaduta nel tempo e nello spazio, ma va al di là: è escatologica. Un telefonino davanti al sepolcro quella notte non avrebbe ripreso nulla: non è rianimazione del cadavere, lo scrive anche Ratzinger. E non è paragonabile a Lazzaro e altri personaggi che Gesù rianima. Gesù non muore più: ciò va al di là della nostra capacità di percepirlo. La speranza di risorgere c’è. Ma il fondamento è il bene, l’essere onesto, solidale, le beatitudini di Gesù: questo lo posso capire, e posso invitare i miei figli a seguire questa strada. 

Anche il Natale, scrive lei, è un aver voluto dare una “leggenda” alla nascita di una persona importante come Gesù. 

È quello che avveniva comunemente nel mondo antico, come per Romolo, Zarathustra, Budda e altri. Lo si faceva per affermare la particolarità del personaggio e l’essere eccezionale rispetto alle persone comuni: gli si attribuiva una nascita eccezionale. Il Vangelo di Marco, invece, riferisce che gli abitanti di Nazaret chiamano Gesù non “figlio di Giuseppe” ma “figlio di Maria”: è inaudito e scomodo, tant’è che gli altri evangelisti cambiano. 

E lei ricorda però anche Matteo: nel riportare la genealogia di Gesù vuole segnalare che c’è qualcosa di particolare, che influirà sullo stesso Gesù. 

Inserisce nella genealogia quattro donne dalla vita sessuale irregolare. L’unica spiegazione che tiene è che anche per Maria c’era qualcosa di irregolare nel suo essere incinta, ma Giuseppe, uomo giusto, la guarda negli occhi, capisce il dramma e la ama veramente. E penso che Gesù vada a farsi battezzare dal Battista come gli altri perché sentiva l’impurità della sua nascita, cosa molto rilevante nell’ebraismo. 

Ha citato l’ebraismo: nel libro afferma con decisione che non esiste una “unica via” per giungere a Dio, che si tratti di Gesù o la Bibbia, e così pure non esiste un “popolo eletto” che si senta giustificato anche nell’uccidere gli altri. Concetti che anche oggi colpiscono per quanto sta succedendo. 

È così. Perché se si parla di esercito israeliano può anche essere che si discuta di difesa dello Stato d’Israele. Ma per l’esproprio e la violenza che ogni giorno i coloni esercitano su territori che legittimamente appartengono ai palestinesi, non ci sono dubbi che lo fanno per l’idea di “grande Israele”. È già insostenibile in sé l’idea che Dio preferisca un popolo a scapito di altri, lasciandoli senza terra – nel Nuovo Testamento Pietro dice “Dio non fa preferenze di persone” – tanto che nella Scrittura io distinguo tra una parte che è “ebraismo” ed è sublime nella sua spiritualità e un’altra che è “israelismo”, inaccettabile e violenta: da quelle pagine vanno prese le distanze. Non è tutta Parola di Dio, la Bibbia. 

Lei paragona Gesù ad altre persone della storia che sono “cristi” (Budda, Confucio, Francesco d’Assisi, Etty Hillesum) che ci fanno cogliere la realtà del trascendente. E conclude il suo libro invitando al concetto di “neo-cristianesimo”. 

Ci sono persone che diventano “vie”, “viatici” che aiutano a salire sopra gli interessi immediati, la superficie, e ci immettono sul sentiero della trascendenza: per questi si può usare il termine “unto”, Cristo. Come fa la Bibbia parlando di Ciro il re dei Persiani, che non è ebreo. Nella mia visione il “neo-cristianesimo” è una spiritualità che non ha bisogno di un evento storico particolare, ma fa capire a un essere umano che se scava dentro di sé, sotto la sua psiche con tutte le paure e i sogni che ci sono, trova una piattaforma che si può chiamare “coscienza morale” che ti permette di toccare l’eternità. Neo-cristianesimo è “fai il bene e vivrai”, perché Dio è amore e così si entra nella logica dell’eterno.

il Giornale di Vicenza 

Immagine



venerdì 29 maggio 2026

RADICATI IN CRISTO

 


CEI, la Chiesa italiana

 traccia la rotta 

per il prossimo

 quinquennio


Fede, comunità e missione sono le assi portanti del documento finale "Radicati e costruiti in Cristo", approvato a conclusione dell’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Tra le novità: il parere favorevole dei vescovi ad elevare il Beato Rosario Livatino a patrono dei magistrati, un gruppo di studio per affrontare gli abusi di potere. Rilanciato l’appello per la pace in Medio Oriente, Ucraina e nelle aree di conflitti dimenticati

-di Cecilia Seppia – Città del Vaticano

Non esiste una Chiesa senza l’audacia e il coraggio di testimoniare, senza l’impegno a custodire, alimentare e trasmettere la fede, come esperienza viva ed edificante, che coinvolge tutti: laici e consacrati, giovani e anziani, poveri e abbienti, famiglie e comunità fino all’intera struttura nazionale che deve essere sempre più al servizio della comunione e dell’incontro. Soprattutto, non esiste una Chiesa che non guardi al Vangelo come priorità assoluta. L’82ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, svoltasi in Vaticano dal 25 al 28 maggio 2026, sotto la guida del cardinale Matteo Maria Zuppi, si è chiusa con la definizione delle linee guida per il futuro della famiglia ecclesiale in Italia. Al centro dei lavori, che hanno visto la partecipazione di oltre duecento tra presuli, rappresentanti di istituti secolari e aggregazioni laicali, l'intervento conclusivo di Papa Leone XIV fondato sull'urgenza di "riportare al centro il Vangelo" e sul "coraggio dell'essenziale" all'interno delle comunità parrocchiali chiamate, senza troppi fronzoli e sovrastrutture, ad accogliere, a formare, a rispondere alle sfide quotidiane.

Leggi anche:

Il Papa alla CEI: la Chiesa non si misura coi numeri, la forza è la logica della piccolezza

Quattro assi portanti

Con l’approvazione del documento “Radicati e costruiti in Cristo”. Linee di orientamento per l’attuazione del documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, i vescovi assumono dunque, per il prossimo quinquennio, l’impegno a riportare al centro il dono della fede che illumina scelte radicali e dà linfa a tutto il tessuto sociale oltre che ecclesiale. Riconnessione tra vita quotidiana e Vangelo, rilancio della vita comunitaria come testimonianza concreta della fede contro l'individualismo dilagante; promozione della corresponsabilità e dei ministeri laicali, verifica e adeguamento delle strutture ecclesiali territoriali, sono le assi su cui si snoda il documento, approvato a larga maggioranza, che sul fronte meramente amministrativo, ribadisce la necessità di trasparenza e rendicontazione per l’intera gestione economica, non solo per i fondi dell’8x1000, attraverso l'adozione del “bilancio di missione”.

Terre di missione 

Nel rinnovare lo slancio missionario e l’aderenza più profonda al Vangelo, non con l’intento di difendere recinti, i vescovi indicano dunque come terra di missione l’attenzione alla famiglia, alla cura dei presbiteri, alla dimensione vocazionale, alla formazione, alla pace e alla non violenza, all’accompagnamento delle fragilità e alla questione educativa proponendo anche esperienze e buone pratiche. E’ iniziata ad esempio la raccolta dei dati sui percorsi di Iniziazione cristiana nelle Diocesi italiane e in altre Chiese europee, e si lavora alla costituzione di un centro per il censimento di esperienze sui temi della pace. Inoltre, in vista della Giornata Mondiale della Gioventù di Seul 2027, sono stati attivati processi per valorizzare il protagonismo giovanile attraverso i social media. Per la tutela di minori e adulti vulnerabili è stato costituito un gruppo di studio per elaborare strumenti volti a prevenire e affrontare abusi di potere e di coscienza nelle comunità ecclesiali.

La pace non è un'opzione

I vescovi non mancano di lanciare un nuovo, accorato appello per la pace in Medio Oriente, Ucraina e in tutte le aree colpite dai conflitti dimenticati, richiamando l’invito di Papa Leone a lavorare con pazienza e determinazione per una pace “disarmata e disarmante” e promuovendo percorsi non superficiali di riconciliazione, dialogo e opposizione alla logica della forza: “Per le Chiese in Italia – si legge nel comunicato finale - la pace non è un’opzione ma una responsabilità da assumere con coraggio”.

Livatino, patrono dei magistrati

I vescovi hanno espresso anche parere favorevole unanime per elevare il Beato Rosario Livatino, martire della giustizia e della fede, a Patrono dei magistrati italiani riconoscendo l’esemplarità e l’attualità del suo messaggio come testimone “che la legalità non è un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità”. Dopo il placet dei vescovi la richiesta passa ora al Dicastero Vaticano per la conferma definitiva. Adempimenti giuridico-amministrativi, come l’approvazione del bilancio consuntivo della Cei per il 2025 e nomine chiudono il comunicato finale insieme ai prossimi appuntamenti comunitari che vedranno la Chiesa italiana impegnata nella preparazione della GMG di Seul e del XXVIII Congresso Eucaristico Nazionale di Orvieto, entrambi previsti per il 2027.

Vatican News

martedì 7 aprile 2026

DONNE DELLA PASQUA

TREMORE

 ED 

ESTASI

 A Pasqua troviamo le donne sotto la croce e poi davanti a un sepolcro: il primo annuncio pasquale, in tutti i vangeli, passa attraverso di loro, lo sappiamo bene, anche se si stenta a tradurre pienamente questo elemento della Rivelazione in un ministero appropriato.

 -di Emanuela Buccioni 

 Per secoli, fra sospetti e ironie, si è scherzato sulle “donne chiacchierone” che per questo tratto sarebbero state coinvolte così da diffondere rapidamente la buona notizia. 

 Tuttavia il più antico dei racconti, quello di Marco, si chiude con una frase enigmatica che la liturgia pasquale dell’anno B omette (!) e che gli agiografi si sono premurati di completare aggiungendo delle sintesi tratte dagli altri vangeli successivi. 

 La frase controversa è: «Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite» (Mc 16,8). 

 È l’ultimo versetto del vangelo nella sua forma più originale. Nessuna apparizione del Risorto, nessun incontro rassicurante. Solo donne che fuggono e tacciono. 

  Il silenzio di Marco 

 Il testo greco è più denso di quanto sembri, Marco parla infatti di tromos kai ekstasis, «tremore e estasi». Quest’ultimo termine non indica semplice stupore, ma appunto uno “stare fuori di sé”, la stessa parola usata per descrivere esperienze di rivelazione che sconvolgono le categorie abituali. Non è paura codarda, ma spaesamento teofanico. 

 Anche il verbo phobeomai (“avevano paura”) non designa soltanto timore psicologico. Nelle Scritture il “timore” è spesso la reazione alla manifestazione del divino. È la soglia tra l’evento e la sua comprensione. Marco non sta screditando le donne: sta descrivendo l’istante in cui l’irruzione di Dio rompe il linguaggio disponibile. 

 Il silenzio, allora, non è negazione dell’annuncio, ma la sua gestazione. Come scriveva R.M. Rilke, «le cose, tutte, non sono così facili da afferrare o da dire, come di solito ci si vuol far credere; le esperienze, per lo più, sono indicibili, e si compiono in uno spazio in cui nessuna parola si è mai inoltrata» (Lettere a un giovane poeta, I lettera). Anche la Pasqua, in Marco, appare come un evento che chiede di essere custodito prima di essere detto. 

 Il vangelo finisce così, con un vuoto narrativo. Se la buona notizia è giunta fino a noi, significa che quel silenzio non è stato definitivo, ma Marco ci costringe a sostare nella frattura tra evento e parola. 

  Matteo e Luca: il silenzio interpretato 

 Gli altri evangelisti non sopportano quella sospensione e integrano con altre informazioni. Matteo racconta che le donne «corsero a dare l’annuncio» e che, lungo la strada, incontrarono Gesù e «gli abbracciarono i piedi» (Mt 28,9). Il verbo è krateō, che può significare “afferrare, trattenere”. È un gesto di riconoscimento, ma anche il segno di un attaccamento comprensibile: l’amore vorrebbe fermare ciò che ha perduto. 

 Luca, dal canto suo, le presenta come annunciatrici fedeli, anche se «quelle parole parvero loro come un vaneggiamento» (Lc 24,11). L’annuncio è rallentato per l’incredulità maschile. Il problema non è il silenzio femminile, ma l’incapacità di ascolto dei discepoli. 

 In entrambi i casi, il silenzio di Marco non viene negato: viene superato. L’amore che ha accompagnato Gesù fino alla croce diventa, gradualmente, parola pubblica. 

 Non è irrilevante che proprio questo dettaglio – le donne come prime testimoni – sia oggi richiamato anche dagli studiosi come esempio del cosiddetto “criterio di discontinuità” o di imbarazzo, uno degli argomenti utilizzati per valutare la storicità delle tradizioni evangeliche. Nel contesto giudaico del I secolo in cui la testimonianza femminile aveva scarso peso giuridico, difficilmente una comunità che avesse voluto costruire un racconto apologetico efficace avrebbe scelto di affidare l’annuncio fondativo della propria fede a figure considerate marginali. Proprio questa “scomodità” narrativa – donne legalmente inattendibili, impaurite, non immediatamente credute – diventa così un indizio a favore dell’autenticità della memoria trasmessa. Il Vangelo poi non idealizza le sue protagoniste: conserva l’imbarazzo, il tremore, la fatica del passaggio alla parola. Forse è proprio questa franchezza a rendere il racconto pasquale tanto disarmante quanto credibile. 

  L’amore che spinge 

 Il passaggio decisivo è quello dall’emozione all’annuncio. Qui la tradizione paolina offre una chiave preziosa: «L’amore di Cristo ci possiede» (2Cor 5,14). Il verbo greco synechei non indica possesso nel senso di dominio, ma una forza che stringe, che tiene insieme, che spinge. È lo stesso termine usato per la febbre che “opprime” la suocera di Pietro o per la folla che “stringe” Gesù. L’amore di Cristo mette in movimento. 

 Le donne al sepolcro vivono esattamente questo passaggio: non trattengono il Risorto, anzi, sono da lui inviate. Il loro amore non è fusione né nostalgia del corpo perduto, ma fedeltà che diventa testimonianza. Una volta compresa la posta in gioco, l’affetto non si trasforma come conseguenza degli eventi pasquali in devozione spirituale, ma si converte in urgenza missionaria. In ogni caso l’amore autentico non elimina il tremore, cioè non finge sicurezza immediata, e nemmeno evita il silenzio iniziale. 

 Marco, con il suo finale spiazzante, ci ricorda che tra l’esperienza e l’annuncio esiste sempre una soglia e che il Vangelo – almeno quello orale – nasce non da una calma certezza, ma da un amore che, pur tremando, sceglie di parlare. Se oggi la Chiesa continua a proclamare Cristo risorto, è perché quel silenzio iniziale non è rimasto tale. Forse ogni autentico annuncio pasquale nasce ancora così: da un amore che prima tace, poi si lascia spingere, e infine trova le parole giuste. 

  Silenzi e parole 

 Il silenzio delle donne di Marco non è – letteralmente – l’ultima parola. Non lo è stato allora, non deve esserlo oggi. In molte parti del mondo donne che vivono sotto le bombe, nei territori occupati, in regimi che reprimono il dissenso, conoscono bene il peso di un silenzio imposto. Tuttavia continuano a custodire parole di vita: madri che proteggono i figli nelle città assediate, insegnanti che mantengono aperta una scuola clandestina, credenti che pregano e trasmettono speranza in contesti dove parlare può costare caro. Non sempre la loro voce trova orecchi disponibili, figuriamoci microfoni; spesso resta fragile, sommessa, perfino inaudibile. Eppure è da lì che la storia può ripartire. Come al sepolcro, la Pasqua non comincia con un proclama trionfale, ma con un amore che attraversa la paura e prepara la parola. Anche oggi il Vangelo rinasce così: dove qualcuno, pur tremando, sceglie di custodire e poi di dire che la vita è più forte della morte.

 Rocca 

Immagine


giovedì 29 gennaio 2026

FIGLI DI MAMMONA

 

Quando

 la ricchezza

 diventa 

tirannia



di Francesco Cicione

In dieci giorni l’1% più ricco brucia il “budget” annuale 

di carbonio e, come mostra Oxfam, 

trasforma ricchezza in potere: 

un culto di Mammona che produce fame e disuguaglianze globali

Dieci giorni.

In dieci giorni – dieci soli, fuggevoli giorni – l’uno per cento più ricco dell’Umanità ha esaurito la disponibilità di carbonio annuale. Poi, più niente. Il resto dell'anno diventa surplus. È debito scaricato sui polmoni della Terra. Sui corpi sofferenti dei poveri. È furto del futuro. Travestito da diritto acquisito.

L'Oxfam, nel suo implacabile rapporto del gennaio 2026 – “Resisting the Rule of the Rich: Protecting Freedom from Billionaire Power” – ci pone davanti a uno specchio frantumato. Il recente World Economic Forum di Davos ne ha amplificato la prospettiva. Vi si riflette un’Umanità lacerata. Divisa. Non più soltanto in ricchi e poveri, ma in padroni e sudditi. In creatori del futuro e vittime del presente. In coloro che dettano il tempo e coloro ai quali il tempo è negato. Derubato.

È uno specchio al limitare del quale stanno tremila miliardari, custodi di diciotto trilioni e trecento miliardi di dollari. Avanguardia di una nuova Umanità. O, più precisamente, di una post-Umanità. Un’Umanità che ha deciso di trasformarsi in qualcos’altro: artificiale, aumentata.  Dall’altra parte dello specchio, metà del mondo vive in povertà. Un quarto dell’Umanità non ha cibo sufficiente.

Diciotto trilioni. La cifra più alta mai registrata nella storia. Cresciuta dell’ottantuno per cento dal 2020. Dell’ottantuno per cento! Aumentata di due trilioni e mezzo nel solo 2025. Mentre, fuori dalle porte dorate, brillano incendi, carestie, guerre, naufragi. E dire che, dopo la pandemia, ci eravamo ripromessi di diventare migliori.

Ma il rapporto Oxfam va oltre la mera constatazione delle disuguaglianze. Indaga – con lucidità chirurgica – il nesso profondo che lega ricchezza e potere. Ed è qui emerge una verità scandalosa: la nostra civiltà non si è limitata ad accumulare ricchezza. Ha costruito un modello. Un paradigma. Un’antropologia. Un culto. Il modello dello sviluppo estrattivo, acquisitivo, incrementale. Il modello dell’homo oeconomicus. Il modello della crescita infinita in un mondo finito. Il modello della competizione come legge naturale e della massimizzazione del profitto come misura ultima del valore.

Questo modello potremmo chiamarlo con un nome proprio: il Modello-Mammona. È diventato religione. Prima in occidente, poi nel mondo intero. Con i suoi falsi dei, i suoi templi, i suoi sacerdoti, i suoi seguaci, i suoi riti, i suoi dogmi, i suoi comandamenti.  E, soprattutto, con i suoi frutti. Frutti velenosi, descritti analiticamente dal rapporto Oxfam. I miliardari hanno quattromila probabilità in più di occupare cariche politiche rispetto alle persone comuni. Oltre la metà delle principali aziende mediatiche globali è nelle loro mani. Un milione e trecentomila le morti previste entro fine secolo per ondate di calore imputabili alle emissioni dell’uno per cento più ricco. Quarantaquattro trilioni di dollari i danni economici ai paesi poveri entro il 2050. Il “One Big Beautiful Bill Act”, con cui l’Amministrazione Trump ha appena approvato la più grande redistribuzione di ricchezza verso l’alto degli ultimi quarant’anni. I super-ricchi vedranno ridursi le tasse; i più poveri – coloro che guadagnano meno di quindicimila dollari –vedranno aumentare il proprio carico fiscale. Una persona su quattro non ha cibo sufficiente con regolarità. Metà della popolazione mondiale vive in povertà. Questa è la realtà fotografata in pochi dati sintetici.

Non si tratta più di avere. O di avere di più. Si tratta di essere. O meglio: di non essere. Perché questo modello – il Modello-Mammona – non si limita a distribuire in modo iniquo la ricchezza: esso plasma l'Umano. Lo deforma. Lo riduce. Lo svuota. Lo distrugge. Lo annichilisce. Fa dell’Uomo una funzione del sistema produttivo, un ingranaggio della macchina economica, un consumatore di beni e un produttore di valore aggiunto. Mai – mai davvero – una persona. Un fine in sé. Un mistero irriducibile. Un’immagine di Dio. Cambiano i modelli di sviluppo, ma non cambia – purtroppo – la loro essenza.

Eppure – ed è qui che la riflessione si fa vertiginosa – l’Umanità possiede da sempre un altro Modello. Un Modello non inventato dall'Uomo, ma rivelato all'Uomo. Un Modello che non è teoria, ma Persona. Non idea, ma Incarnazione. Non progetto, ma Storia vissuta. È il Modello-Cristo. Il Modello tradito. La morale cristiana, nella sua essenza più vera, è riprodurre la vita di Cristo Gesù nella nostra vita. Non si tratta di osservare norme astratte: ogni norma è, in realtà, la descrizione della vita di Cristo. Cristo è l’unico Modello da realizzare. È il paradigma perfetto dell'Umano. È la forma compiuta dell'esistenza. È la verità vivente di ciò che siamo chiamati a essere.

Ma che cosa significa, concretamente, realizzare il Modello-Cristo in un’epoca dominata dal Modello-Mammona? Significa vivere una vita radicalmente alternativa. Una vita in cui il primo comandamento non è massimizzare il profitto, ma amare Dio e il prossimo. In cui la misura ultima non è l’efficienza, ma la misericordia. In cui il criterio supremo non è l’accumulo, ma il dono. In cui la legge fondamentale non è la competizione, ma la comunione. Nella verità. Per la verità. Cristo non ha accumulato ricchezze. «Non aveva nemmeno dove posare il capo». Cristo non ha cercato il potere. «Il mio regno non è di questo mondo». Non ha fatto guerre. Non ha calunniato alcuno. Non ha detto false testimonianze. Non ha pronunciato parole vane. Ha abbracciato la croce con purissimo amore, facendo di essa sacrificio per la redenzione del mondo. Ha dato la vita: non l’ha tolta, non l’ha sfruttata, non l’ha mercificata.

Ecco il Modello. Ecco il Paradigma. Ecco la forma alternativa di esistenza che avrebbe dovuto –e dovrebbe ancora – plasmare la civiltà cristiana. E invece? Per secoli abbiamo tentato di servire due padroni. Di conciliare Cristo e Mammona. Di ibridare il Vangelo con la speculazione. Di cercare una sintesi impossibile tra la logica del dono e quella dell’accumulo indiscriminato. Tra il Discorso della Montagna e il desiderio di opulenza. Il risultato – tragico, inevitabile – è quello che Oxfam documenta: abbiamo costruito una civiltà cristiana solo di nome. Nei fatti, abbiamo eretto il più gigantesco tempio mai dedicato a Mammona.

Come si è giunti a questo punto? Come è stato possibile che una civiltà nata dal Vangelo – dalla Buona Novella del Dio che si fa povero, che nasce in una stalla, che muore su una croce – abbia prodotto tremila miliardari mentre metà del mondo vive in povertà? La risposta sta in una separazione fatale. Abbiamo scisso la morale dalla Parola. Dalla vita stessa di Cristo, dal Logos eterno, incarnato. L’abbiamo sostituita con principi astratti. L'abbiamo fondata non più sulla Rivelazione, ma sulla sola ragione. Non più sul Vangelo, ma sulla razionalità. Non più sulla Parola eterna, ma sul consenso mutevole.

Ecco allora la teoria dei «principi non negoziabili». Ma quali sono questi principi? Quelli che, di volta in volta, la ragione dell’Uomo considera indispensabili. Quelli che la coscienza contemporanea può ancora tollerare. Il problema è che, man mano che la ragione si indurisce –nella misura in cui la verità viene soffocata nell’ingiustizia – ciò che ieri non era negoziabile, oggi diventa negoziabile. Domani si potrà abrogare, cancellare, abolire. Questo avviene quando la morale si fonda sulla razionalità dell'Uomo e non sulla verità di Cristo. Quanto lo Spirito Santo condanna, la coscienza indurita non solo non lo condanna più: addirittura lo giustifica. Lo eleva a diritto. Lo trasforma in legge. L’immorale diventa morale.

Così, gradualmente, abbiamo assistito alla dissoluzione del Modello-Cristo. Si tratta di uno slittamento progressivo e invisibile. Ancora in atto. Prima si è detto: la ricchezza non è male in sé. È neutrale. Dipende dall’uso che se ne fa. Poi: accumulare è lecito, purché si rispettino alcune regole minime. Poi ancora: competere è naturale. È inscritto nella natura umana. E ancora: il mercato è efficiente. Redistribuisce meglio dello Stato. Continuando: i ricchi creano ricchezza per tutti. La ricchezza “sgocciola”" verso il basso. E infine – conclusione inevitabile di questa china scivolosa – i miliardari sono benefattori dell'Umanità. Sono innovatori. Sono visionari. Sono coloro che muovono il progresso.

Ed ecco che il Modello-Cristo – quello del Dio che si fa povero – è stato completamente rovesciato. Non più «beati i poveri in spirito». Ma: beati i ricchi, perché di essi è il regno della terra. Non più «non potete servire Dio e Mammona». Ma: servite Mammona e Dio vi benedirà. Questa non è teologia. È ideologia. Non è fede. È idolatria. Non è cristianesimo. È il suo tradimento più radicale. Frutto dell’opera tenace e sofisticata di raffinatissimi “ladri e briganti di verità”.

Perché – ed è questo il punto che l'Armonauta sa e testimonia – la ricchezza (o, meglio ancora, la vita) che non si fa dono, uccide chi la possiede prima ancora di chi ne è escluso. Diventa prigione dorata. Diventa isolamento ontologico. Diventa incapacità di riconoscere l'altro come parte costitutiva del proprio essere. Diventa tirannia.  I super-ricchi – paradossalmente – sono i più poveri di tutti. Poveri di relazione. Poveri di senso. Poveri di eternità. Abitano castelli di sabbia costruiti sulla sabbia mobile delle quotazioni di borsa. Accumulano tesori che la tignola consuma e la ruggine corrode. Si illudono di comprare l'immortalità con la crionica e la longevità con la bioingegneria. Ma non sanno – o non vogliono sapere – che «la vita di un uomo non dipende da ciò che possiede, anche se ricco». Che «chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio» è stolto. Che «nessuno può servire due padroni».

Sarebbe giusto domandarsi, allora: come ridistribuiamo la ricchezza? Di più: che cos’è la ricchezza? A cosa serve? Qual è il suo senso ultimo? E – soprattutto – chi è l’Uomo che può possederla senza esserne posseduto? Qual è il senso più profondo e autentico della vita? La tradizione sapienziale – da Aristotele a Tommaso d'Aquino, da Seneca ad Agostino – ci ha insegnato che i beni esteriori non costituiscono la beatitudine. Che la vera economia è scienza morale, altrimenti è crematistica. Che la ricchezza ha valore solo in funzione d’altro. Che la vera prosperità non è nell’avere ma nell’essere. Ne ha parlato con grande lucidità Cristina Uguccioni su Avvenire lo scorso 20 gennaio, in un bellissimo articolo dal titolo: La lezione di Sant’Agostino: la ricchezza va condivisa. Ma questa sapienza – antica e perenne – è stata progressivamente dimenticata. Sostituita da un utilitarismo amorale che misura il valore in termini di utilità individuale. Da un materialismo pratico che riduce l’esistenza alla massimizzazione del piacere. Da un darwinismo sociale che giustifica la sopravvivenza del più ricco come legge naturale.

L’Uomo che pretende di realizzare non il Modello-Cristo, ma il Modello-Mammona, non diventa più Umano. Diventa meno Umano. Si riduce. Si impoverisce. Si svuota. Perde ciò che lo rende veramente tale. Perde la capacità di accogliere il dono. Di dire grazie. Di inginocchiarsi davanti al mistero. Ecco perché la vera alternativa alla tirannia della ricchezza non è una diversa redistribuzione economica. O meglio: non è solo questo. È un cambiamento di paradigma. È una conversione dello sguardo. E non solo. È conversione integrale. È passaggio dal Modello-Mammona al Modello-Cristo. Dall’economia dell’avere all’economia dell’essere. Dalla logica dell’accumulo alla logica del dono. Dalla tenebra alla luce. Dalla morte alla vita. Dall’inganno alla verità.

È questo – e solo questo – il cammino dell’innovazione armonica. Che non nega il progresso, ma lo orienta secondo il Modello-Cristo. Che non rifiuta la tecnologia, ma la subordina all’Umano vero. Che non disprezza la ricchezza, ma la riconosce come mezzo e non come fine. Che non condanna i ricchi, ma li invita alla conversione. Alla santificazione della loro ricchezza. A viverla da poveri. Come Cristo visse da povero pur essendo ricco. A farla diventare strumento di redenzione e non di oppressione. Perché l’ultima parola non appartiene ai potenti. Non appartiene ai ricchi. Non appartiene a coloro che accumulano tesori sulla terra. L’ultima parola appartiene a Colui che disse: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». A Colui che – pur essendo ricco – si fece povero per arricchire noi della sua povertà. A Colui che non venne per essere servito, ma per servire e dare la vita.

E quella Parola – pronunciata duemila anni fa su un monte in Galilea – continua a risuonare. Continua a giudicare. Continua a convertire. Continua a salvare. Continua ad amare. Continua a indicare il Modello. Anche oggi. Anche ora. Anche qui, nel cuore stesso dell’impero della ricchezza e del potere.

www.avvenire.it

Immagine