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giovedì 11 giugno 2026

NOI SIAMO I TEMPI

 


 Leone in Spagna, perfetta letizia





-di ROSANNA VIRGILI

«Siate voi migliori e i tempi saranno migliori

Noi siamo i tempi»! Antonio Banderas esplode nella climax del suo discorso davanti a papa Leone mentre tutta la platea del Movistar di Madrid corrisponde il suo consenso con un applauso scrosciante.

La star che rappresentata la Spagna nel cinema mondiale cita Sant’Agostino e la sua concezione del tempo che – come è noto – è continua costruzione “spirituale” in un presente fatto di movimento, d’opportunità, di promessa. Riconosce alla Chiesa di essere stata la più grande produttrice d’arte nella storia e di aver dato al Volto del Cristo il primato d’essere “immaginato” più di ogni altro al mondo.

E la sera di domenica 7 giugno nell’Arena castigliana quel Volto sembra assumere un’ulteriore incarnazione fatta di migliaia di volti protesi a guardare, ad ascoltare, ad accogliere, ad abbracciare la trasparenza del viso del Papa. Tutt’altro che un idolo per gente in gran parte, non credente, attori, cantanti, danzatrici di flamenco, Rettori ed economisti di un Paese – come la Spagna – laico e “secolarizzato”, come si diceva una volta. Ma un Paese in busqueda e pure in cercania, che si presenta mite anch’esso, che sembra consapevole di non potersi salvare da solo e non crede, e non vuole nemmeno farlo.

Un popolo immenso che si riversa spontaneamente sulle strade, nelle arene, negli stadi, nelle chiese, nelle piazze, di giorno e di notte come raramente accade nei Paesi – ricchi – del Vecchio Continente. Se gli fai la domanda: perché siete qui? Rispondono: per salutare con riconoscenza chi viene a farci visita per pura amicizia, per stima e gratitudine. 

Una perfetta letizia

Chi non c’è stato credo non possa immaginare il tipo di “trionfo” che ha avuto il Papa in Spagna nei giorni passati. Anzi: non lo chiamerei trionfo, ma incontro come tra due che si cercano, che nutrono un’attesa e che finalmente possono liberare ‒ trovandosi ‒ una perfetta letizia! Vi ringrazio per l’“alegria” ha detto più volte, col pudore che gli è tipico, Papa Leòn. Mentre attendeva con docilità al fitto programma, non riusciva a nascondere tuttavia dove tenesse il cuore: negli occhi della gente! La sfiorava con occhiate furtive, con sorrisi inevitabili, con la spontaneità di chi è felice per quella sorprendente sintonia. Così Papa Leone è stato testimone di una Chiesa “disarmata” quindi tenera, vicina, amica. Accanto, insieme, dentro il desiderio di dignità e di luce morale, di armonia intellettuale, di bellezza spirituale di cui ha sete la gente non solo in Spagna. Il discorso che il Papa ha fatto nell’incontro coi membri del Parlamento la mattina di lunedì 8 giugno è stato, appunto nel segno del «dialogo con i popoli e con gli Stati». «La Chiesa cammina con l’umanità», ne condivide le speranze e le ferite, ascolta le domande di ogni epoca e si lascia interpellare «da tutto ciò che riguarda l’esistenza degli uomini e delle donne di oggi». Così ha esordito mettendo in chiaro la ragione per cui ha accettato l’invito a rivolgersi al Parlamento di un Paese che rappresenta tutti e non solo i cattolici. Una premessa che avremmo ritenuto ormai scontata, in Occidente, ma che torna invece a dover essere riconfermata a fronte di chiese e di nuove comunità cristiane che pretendono di mettere la bandiera del loro “vangelo” sui governi – o alle dipendenze ‒ dei Paesi democratici. Il Papa ribadisce la nobile distinzione evangelica: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt 22,21) e continua il suo discorso dicendo che la Chiesa: «Riconosce “l’autonomia delle realtà terrene” e “la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica”; e, proprio a partire da questa consapevolezza, offre una riflessione che nasce dal desiderio di servire il bene comune». 

Un’idea dell’umano

Mentre invita i Deputati a servire la comunità civile per mezzo delle istituzioni e delle leggi, condivide con loro la riflessione che per far ciò occorre avere un’idea dell’umano. Che non devono inventare ma rinnovare con la ricchezza della grande tradizione letteraria, filosofica, teologica spagnola. Il primo autore ad esser citato è Cervantes col suo Don Chisciotte e l’amore per la libertà che è «è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini»; e poi c’è Teresa d’Avila con la sua profondità spirituale e Miguel de Unamuno che insegna che l’uomo «non si rassegna a morire del tutto»! Pensieri e ideali fondamentali per lo sviluppo della civiltà europea moderna e contemporanea. Infine il Papa si attarda a meditare sulla sapienza della scuola di Salamanca: «In quella sede universitaria, cinquecento anni fa, quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere. Bisogna riconoscere che la società e la Chiesa stessa non sono state sempre all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana».

A Madrid, in questi primi giorni di giugno, è apparsa un’“intuizione” per l’Europa la quale si manifesta, oggi, come sconfitta, afona, imbarbarita, bellicosa, immemore delle intelligenze e delle sapienze, delle conquiste sudate e pagate a caro prezzo, che son gettate nell’oblìo e nel disprezzo. Ma la Chiesa Cattolica nella persona del Papa risponde con amore e determinazione a quella che sente come la prima delle responsabilità: la cura e il futuro di una magnifica humanitas, dono divino, di cui la nostra civiltà è stata culla e nutrice e che oggi cerca uomini e donne cui passare il testimone.

www.avvenire.it

 

mercoledì 20 maggio 2026

IL BOTTONE




 Ci ricordiamo di avere la coscienza quando (ri-)morde, perché il male fatto brucia fino a che non lo ripariamo.




-di Alessandro D’Avenia

Se tu potessi, soltanto attraverso un desiderio, uccidere un uomo in Cina ed ereditare la sua fortuna in Europa, con la certezza che non se ne saprebbe mai nulla, daresti seguito a questo desiderio?».

Così scriveva nel 1802 François-René de Chateaubriand nel «Genio del cristianesimo» chiedendosi se la capacità umana di discernere il bene e il male, la coscienza, sia innata e universale, o una serie di convenzioni e paure. Nel 1880 lo scrittore portoghese Eça de Queirós. ispirato da quel passo, scrisse «Il Mandarino», un racconto in cui a un semplice impiegato di nome Teodoro compare una misteriosa figura che gli promette immense ricchezze se deciderà di azionare un campanello: erediterà l'immenso patrimonio di un vecchio e malato cinese che morirà all'istante. Il protagonista, desideroso di cambiare la sua modesta vita, aziona il campanello, diventa ricchissimo ma non ha più pace: il pensiero del morto, anche se non sa chi sia, comincia a perseguitarlo. La coscienza rimorde. Se vogliamo sapere come finisce il racconto è perché abbiamo una coscienza: ci sarà giustizia? Leggiamo i gialli perché vogliamo giustizia, come mostra l'interesse per i pervasivi casi di cronaca che, sotto il “torbido” superficiale strato di curiosità da serie tv a basso costo, celano il nostro desiderio profondo di “pura” verità, perché non c'è giustizia senza verità. 

Ci ricordiamo di avere la coscienza quando (ri-)morde, perché il male fatto brucia fino a che non lo ripariamo. Infatti, nel racconto di Queirós il protagonista per trovare pace si mette in viaggio verso la Cina per cercare i parenti del morto, chiedere perdono e restituire ciò che può. Confessare è il primo passo per la pace, senza «la presa» (metafora perfetta) di coscienza che sono io responsabile del male fatto non ci può essere pace, infatti anche se proviamo ad auto-ingannarci e auto-giustificarci, il male continua a (ri-)mordere. Il secondo passo è riparare, perché il male non fa male solo a noi ma a tutto il creato a cui siamo inestricabilmente connessi (l'entaglement quantistico riguarda la fisica quanto l'etica). Confessare è appropriarsi del male (pentimento) e poi ripararlo (pena). Il senso di colpa smette di mordere solo quando diventa senso di responsabilità: se confesso un furto devo poi restituire il maltolto. Il male frammenta la psiche, apre un tribunale interiore in cui siamo contemporaneamente accusato, avvocato, accusa e giudice. Lo sapeva Dostoevskij che diede al protagonista di Delitto e castigo il nome Raskol'nikov, che significa «tagliato», «diviso», «separato», in sé e dal mondo, proprio perché, sebbene ideologicamente convinto che uccidere una vecchia usuraia e appropriarsi del suo denaro sia giusto, poi però non ha pace, e precipita in una progressiva dis-integrazione.  

Il peggior castigo di un delitto è averlo commesso. A volte cerchiamo chissà dove i motivi della nostra infelicità e di quella che procuriamo agli altri, e sono nella mancata presa di coscienza del male fatto, perché ogni male non riconosciuto e non riparato divide la psiche: per non sentirla confiniamo la parte di noi che sa di aver fatto il male in un angolo, da dove non smette di (ri-)mordere. Confessare e riparare re-integrano la parte separata o segregata. Si crede di poter sopportare questa frattura, ma una frattura non curata prima o poi va in cancrena, e a marcire qui è la psiche. Tanti disturbi psichici sono fratture morali mai curate. Chi confessa invece si appropria del male commesso, lo fa suo, e sente poi il bisogno di porre riparo (la fase riparativa è quella spesso carente nel nostro sistema penale). Il sacramento della confessione (o meglio «riconciliazione» perché in «confessione» manca un pezzo del processo), oggi spesso sostituita dalla psicanalisi, protegge la psiche dalla disintegrazione: non sono il male che ho fatto, ma ho fatto del male, e il male per guarire non richiede alibi ma serietà e riparazione, in e fuori di me.  

Dal male guarisco se lo faccio mio, lo affronto come male e lo riparo (anche il sacramento cattolico non è valido se non c'è pentimento e riparazione). Nel 1970 lo scrittore di fantascienza americano Richard Matheson (suo «Duel», da cui il film d'esordio di Spielberg, suo il romanzo «Io sono leggenda» da cui il film con Will Smith) pubblicò «Button, button», in cui riprendeva Chateaubriand e Queirós: una coppia newyorchese trova davanti alla porta una scatola di legno con un pulsante. Norma e Arthur pensano a una trovata pubblicitaria ma poco dopo bussa il rappresentante di una misteriosa organizzazione che darà loro cinquantamila dollari se premeranno il pulsante, però questo causerà la morte di uno sconosciuto. Matheson dice di essersi ispirato a una lezione di psicologia in cui era stato chiesto: «Se servisse a contribuire realmente alla pace nel mondo, sareste disposti a camminare nudi per le strade di New York?». È la domanda di Chateaubriand girata in positivo, ma lo scrittore di fantascienza torna al quesito iniziale, alzando la posta. Infatti Norma, quando il marito esce per andare al lavoro, preme il bottone. Poco dopo però riceve la notizia che Arthur è stato investito e le spetta l'indennizzo dell'assicurazione sulla vita del marito: cinquantamila dollari. La donna disperata telefona all'uomo della scatola: «“Aveva detto che non sarebbe morto qualcuno che conoscevo!”. “Mia cara signora - rispose lui - pensava davvero di conoscere suo marito?”». Il morto non è in Cina, ma accanto a me, sono io.  

 Quante volte schiacciamo il bottone perché ci fa comodo e non vediamo le conseguenze del male, ma è un'illusione, il male colpisce sempre, vicinissimo, innanzitutto noi, e quindi le nostre relazioni, perché chi è «diviso» dentro, «divide» anche fuori: quanta rabbia, invidia, bugie, offese dipendono dal male che (ri-)morde dentro e che scagliamo sugli altri pur di non vederlo in noi. 

L'inferno, sulla Terra, è questo. E i guai peggiori vengono da persone divise dentro che ricoprono cariche di responsabilità politica, sociale, economica... Oggi la tecnologia permette di cliccare continuamente “bottoni” sugli schermi, senza percepirne le conseguenze funeste (penso per esempio alla dipendenza da gioco che sta diventando una piaga anche tra i minori). Vedo ragazzi compiere gesti di cui non sentono la minima rilevanza morale, perché le conseguenze sembrano non esserci, come in un videogioco.  

La loro coscienza è «addormentata», ma la realtà prima o poi presenta il conto, come ai cinque minorenni in carcere per aver accoltellato senza motivo e reso paralitico il ventiduenne Davide Simone Cavallo, che ha scritto una lettera sorprendente (consiglio di leggerla ai ragazzi) in cui dice: «Le cose vanno così a causa di cinque ragazzini arrabbiati col mondo. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero... La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere amico. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi». 

La loro coscienza si risveglierà? La coscienza, se non l'avveleniamo, è un cane fedele che custodisce la vita perché la vita senza verità marcisce. La coscienza è la verità in noi, prima di noi, proprio come la vita è in noi, prima di noi. E senza verità non c'è giustizia, senza giustizia non c'è pace, anche se lungo è il cammino per raggiungerla come accade a Raskol'nikov in Delitto e castigo: «Qui comincia una nuova storia, la storia del graduale rinnovamento d’un uomo, la storia della sua graduale rigenerazione, del graduale passaggio da un mondo in un altro, della conoscenza di una nuova, finora assolutamente ignota realtà». Il male, se lo confessiamo, ci salva.

Corriere della Sera

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sabato 18 ottobre 2025

EDUCARE I SENTIMENTI

 


Educare a sentire:

 la scuola come

 laboratorio

 dell’indignazione,

 del ribrezzo, 

della pietà

 e della coscienza

 

-di Nobile Filippo

 C’è un livello dell’educazione che non si misura con i voti, né con le prove standardizzate. È quello che tocca le fibre profonde dell’essere umano, che educa al sentimento del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male, della dignità e dell’abiezione.

È la didattica dell’indignazione, la didattica del ribrezzo, la didattica della pietà, la didattica della coscienza: quattro parole che, se riportate al centro del discorso educativo, possono ridare senso alla missione della scuola in un tempo di indifferenza e di anestesia morale.

La didattica dell’indignazione

Indignarsi è un atto di libertà.

È il primo segno che la coscienza è viva.

Insegnare ai giovani a indignarsi non significa incitarli alla rabbia o alla protesta sterile, ma educarli al rifiuto consapevole dell’ingiustizia. L’indignazione è ciò che spinge a non accettare il sopruso, la menzogna, la discriminazione.

Come scriveva Stéphane Hessel, “indignatevi!” non è un grido di rivolta, ma un appello a riscoprire la responsabilità.

Una scuola che insegna a indignarsi è una scuola che non si limita a trasmettere saperi, ma che forma cittadini capaci di dire no davanti al razzismo, alla violenza, all’odio, alla menzogna travestita da verità.

L’indignazione autentica è cultura del limite e del rispetto. È la prima lezione di democrazia.

La didattica del ribrezzo

Il ribrezzo è una reazione istintiva, ma può diventare una forma di coscienza morale.

Provare ribrezzo di fronte all’orrore, alle immagini dei campi di sterminio, alle guerre, alle torture, alle disuguaglianze estreme, non significa cedere alla retorica della commozione. Significa riconoscere che il male non è un concetto astratto, ma una realtà che si tocca con mano.

Educare al ribrezzo è educare al senso del limite umano.

Chi non prova più ribrezzo per la violenza, chi scrolla le spalle davanti all’umiliazione dell’altro, è già un essere addormentato, un’anima resa tiepida dall’indifferenza.

Il ribrezzo è il freno etico che impedisce alla civiltà di scivolare nella barbarie. La scuola deve avere il coraggio di mostrarlo, di nominarlo, di farlo sentire.

La didattica della pietà

Pietà non è commiserazione.

È empatia profonda, capacità di mettersi nei panni dell’altro, di riconoscere la fragilità come valore e non come difetto.

La pietà è l’altra faccia della giustizia: senza pietà la legge è cieca, la ragione è fredda, la conoscenza è sterile.

Educare alla pietà significa insegnare che ogni vita ha lo stesso peso, che ogni lacrima ha lo stesso valore, che il dolore di uno appartiene a tutti.

È la lezione che la Shoah, la guerra, la povertà, la malattia, continuano a impartirci. È la dimensione umana che trasforma il sapere in coscienza morale.

Un insegnante che sa generare pietà nei suoi studenti ha già compiuto un atto educativo supremo.

La didattica della coscienza

La coscienza è la casa dell’anima civile.

Non nasce per caso: si costruisce nel tempo, attraverso l’esperienza, la conoscenza e l’esercizio del dubbio.

La scuola deve tornare ad essere il luogo della coscienza critica, dove si impara non soltanto a conoscere, ma a discernere, a pensare con autonomia, a scegliere con responsabilità.
Una didattica della coscienza mette insieme tutte le altre: dall’indignazione trae la forza morale, dal ribrezzo la capacità di riconoscere il male, dalla pietà la compassione, dalla conoscenza la libertà.

È la didattica che non si ferma al “sapere”, ma arriva al “capire” e al “sentire”.

Una pedagogia per il nostro tempo

Viviamo in un’epoca che sembra aver perso il senso del limite e della vergogna.
Le parole vengono svuotate, la storia piegata, la memoria usata come strumento politico. In questo deserto emotivo, la scuola ha il compito più alto: ricostruire l’alfabeto dei sentimenti morali.

Serve un nuovo umanesimo educativo, in cui la cultura non sia solo trasmissione di nozioni, ma trasformazione interiore, esperienza di libertà e di responsabilità.

Insegnare la matematica, la storia, la letteratura o la scienza deve significare anche insegnare a provare emozione, a reagire, a commuoversi.

Educare a sentire per imparare a vivere

Una scuola che non insegna a sentire è una scuola che prepara tecnici, non uomini.

L’indignazione, il ribrezzo, la pietà, la coscienza non sono accessori dell’educazione: ne sono il cuore pulsante.

Nei banchi dove si apprende la libertà, si deve anche imparare a dire “basta” davanti al male, a chinarsi davanti al dolore, a custodire la verità, a sentire il peso e il valore delle proprie azioni.

Solo così l’educazione diventa atto di civiltà.

E allora sì, possiamo dire che ogni viaggio della memoria, ogni lezione di storia, ogni lettura di un testo che racconta la sofferenza, non serve solo a “sapere”, ma a diventare uomini capaci di provare vergogna davanti al male e responsabilità davanti alla vita.

Perché educare a sentire è l’unico modo per imparare davvero a vivere.

 Orizzonte Scuola

 

sabato 5 ottobre 2024

E' LECITO ?


XXVII Domenica 

del Tempo Ordinario 

 

Vangelo: Mc 10,2-16

 


Commento di S.B. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme

Nel brano di Vangelo di oggi (Mc 10,2-16) vediamo che Gesù, ormai arrivato in Giudea (Mc 10,1), viene interrogato da alcuni farisei circa la possibilità per un uomo di ripudiare la propria moglie.

 Una porta che ci permette di entrare questa Parola la troviamo all’inizio del dialogo, quando i farisei chiedono se il ripudio è lecito (Mc 10,2). Poco più avanti, gli stessi farisei affermano che Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio con cui separarsi dalla moglie (Mc 10,4).

 A questi farisei interessa dunque sapere cosa si può fare e cosa non si può fare, cosa è permesso dalla Legge e cosa non lo è. Non pensano di poter decidere da soli, con la propria coscienza, davanti a Dio. Non pensano neppure che è nell’intimo del cuore che è dato di conoscere l’unica legge che Dio ha dato all’uomo, quella dell’amore.

 Dietro a queste domande c’è dunque un modo diverso di concepire la vita di fede, la relazione con Dio e con gli altri, la vita stessa. La vita di fede per quei farisei consiste nell’osservare alcune norme, nello stare dentro alcuni limiti. Fatto questo, si è autorizzati a sentirsi a posto, con Dio e con tutti.

 Non illudiamoci che questo modo di pensare appartenga solo ad alcuni, a gente un po’ fanatica della legge: dietro la domanda di Pietro su quante volte bisogna perdonare c’è, in fondo, la stessa logica (Mt 18,21).

 Ed è anche, questo, un modo comodo di vivere la vita, perché la legge ci è necessaria, e Gesù non parla contro la legge. La legge serve per garantire il minimo necessario. Mette un limite al nostro dovere, non ci chiede nessuno spazio di gratuità, non ci porta oltre ciò che è giusto. La legge, in fondo, giustifica il nostro egoismo, il nostro cuore duro (“Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma” - Mc 10,5).

 Gesù sposta completamente l’asse del discorso: il riferimento per la nostra vita di fede e per il nostro agire etico non è più esclusivamente la legge, ma ciò per cui la nostra vita è creata, la vocazione a cui ciascuno è chiamato, l’altissima dignità insita nel disegno con cui Dio ha voluto creare l’uomo. Non la legge è il criterio di discernimento, ma la vocazione di ciascuno. Non qualcosa di esterno, che dal di fuori ci dice cosa fare. Ma qualcosa di interno, che da dentro ci dice chi siamo.

 Per sapere cosa dobbiamo fare, bisogna guardare a ciò che possiamo fare: possiamo avere compassione, possiamo accogliere, possiamo fare attenzione, possiamo perdonare…; possiamo vivere a somiglianza della vita di Dio.

 Richiamando il principio della creazione (“Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina” – Mc 10,6) Gesù ricorda ai suoi interlocutori proprio questo. E lo fa per dire che la “misura” della nostra vita non potrà essere definita da una norma a cui obbedire, ma dalla realizzazione di questo progetto originario, che chiama l’uomo ad un esodo continuo verso un di più di vita, che non sarà mai pienamente raggiunto.

 Il disegno originario è quello di essere capaci di amare nella fedeltà, ovvero di tenere aperto il proprio cuore all’altro, avendo cura dei propri legami e delle proprie relazioni, prima di ogni altra cosa.

 Non si tratta quindi di obbedire ad una legge, ma ad una persona, alle persone che amiamo, e di farlo anche quando questa obbedienza ci chiede di donare la vita.

 Se la legge, dunque, tende a definire il minimo da fare per potersi considerare giusti, un argine sotto il quale non scendere, la legge dell’amore, al contrario, offre un cammino di crescita graduale, apre la vita alla possibilità di crescere in umanità.

 Non solo la protezione di una soglia minima, perché la legge dell’amore non può fissare un limite, e non è mai uguale per tutti.

 L’importante è non accontentarsi di avere la coscienza a posto, ma mettersi continuamente in cammino verso l’altro, ricominciando sempre a conoscerlo e ad amarlo.

 + Pierbattista

Patriarcato di Gerusalemme


venerdì 5 luglio 2024

LA SALVAGUARDIA DELLA DEMOCRAZIA

  


La democrazia 

va sempre 

di nuovo riconquistata

 

-         di Giuseppe Savagnone*

-          

Ha avuto grande eco sui mezzi di comunicazione il discorso sulla democrazia del presidente Mattarella, in apertura della Settimana Sociale dei cattolici, a Trieste. Per una pura coincidenza, proprio in queste settimane è in corso di svolgimento la campagna per la raccolta di firme in vista di un referendum abrogativo che modifichi la legge elettorale attualmente vigente, consentendo all’elettore di esprimere le proprie preferenze per singoli candidati.

 Una iniziativa che si pone come alternativa all’attuale sistema decisamente “partitocratico” e di cui infatti è promotore un comitato trasversale rispetto a tutti i partiti e non riconducibile a un univoco colore politico. 

 Il legame tra i due eventi è dato dal fatto che al centro del discorso di Mattarella c’è stato un monito riguardante «tutta la difficoltà, e a volte persino un certo affanno, nel funzionamento delle democrazie» e sul fatto che «la democrazia non è mai conquistata per sempre».

 A ridarle sempre nuovo vigore devono essere i cittadini con la loro attiva partecipazione. E proprio sotto questo profilo un segnale allarmante viene dall’astensionismo sempre crescente delle ultime consultazioni elettorali.

 Alla radice, nell’analisi del presidente, c’è la perdita della grammatica elementare della cittadinanza responsabile. Un “analfabetismo” che impedisce che «tutti prendano parte alla vita della sua società e delle sue istituzioni (…). Ogni generazione, ogni epoca, è attesa alla prova della“alfabetizzazione”, dell’inveramento della vita della democrazia (…). Battersi affinché non vi possano essere “analfabeti di democrazia” è una causa primaria, nobile, che ci riguarda tutti (…). Per definizione, democrazia è esercizio dal basso, legato alla vita di comunità, perché democrazia è camminare insieme».

 La proposta di referendum

Ebbene è a questa prospettiva che si spira l’iniziativa referendaria volta a cambiare l’attuale legge elettorale, nota come “Rosatellum” (dal nome di Ettore Rosato che fu uno dei proponenti,) in vigore dal 2017, dopo le sentenze della Corte Costituzionale che avevano modificato sia la legge elettorale per il Senato nota col significativo nome di “Porcellum”, sia quella, in realtà mai utilizzata, per la Camera, soprannominata “Italicum”.

 Il “Rosatellum” è una legge elettorale mista, in parte maggioritaria e in parte proporzionale. Non entriamo qui nel merito della sua struttura.

 Ciò che i promotori del referendum hanno di mira e chiedono di abrogare è il fatto che, in base ad essa al cittadino viene sottratta la possibilità di scegliere uno o più candidati, tra quelli presenti nella lista, e di esercitare così un ruolo decisivo nel determinare il successo dell’uno o dell’altro di sua fiducia. A gestire il voto da lui dato alla lista è alla fine la direzione del partito che ha composto la lista e che in buona sostanza ha scelto per lui i candidati destinati a entrare in Parlamento.

 Una manipolazione della volontà popolare che assume la forma di una vera e propria illusione ottica quando il leader del partito, o un altro soggetto di richiamo, per attirare sulla propria persona il maggior numero possibile di voti si presenta come capolista in più collegi, riservandosi di sceglierne uno, a elezione avvenuta, e far entrare in Parlamento i “secondi”, a cui in realtà chi aveva votato per loro non pensava affatto.

 L’iniziativa “Io voglio scegliere” vuole chiamare i cittadini a cambiare questo sistema, reintroducendo il voto di preferenza per i singoli candidati e abolendo le pluri-candidature.

 L’intento è quello di riavvicinare alla politica attiva frange sempre più consistenti di cittadini che ormai non si recano neppur alle urne, nell’ipotesi che questa disaffezione sia derivata, almeno in una certa misura, dalla consapevolezza che il proprio voto viene ormai incasellato all’interno di un meccanismo di cui solo i vertici dei partiti hanno il controllo.

 «Il diritto di scegliere» in una democrazia parlamentare

In questo senso, dopo la grande ondata di populismo che ha investito il nostro paese portando a una radicale svalutazione del Parlamento – in nome di una “democrazia diretta” e al primato di una volontà popolare, che poi in realtà veniva a identificarsi con quella degli iscritti alla fatidica «piattaforma Rousseau» (il nome non era casuale) – , qui la lotta contro la “casta” viene condotta seguendo la via opposta: non la svalutazione della rappresentanza parlamentare, ma la sua rivalutazione e personalizzazione.

 L’idea è che la democrazia non si garantisce meglio abolendo le mediazioni e puntando sull’adesione delle masse, come hanno sempre fatto e fanno tutti i regimi totalitari, bensì esprimendo dei rappresentanti qualificati, con cui gli elettori che li scelgono come espressione delle proprie idee e dei propri interessi possano avere prima e dopo l’elezione un rapporto dialogico e responsabile, impossibile nelle “adunate oceaniche” che caratterizzano il consenso incondizionato al “capo” di turno.

 Una prospettiva molto diversa da quella del disegno di legge sul premierato, appena passato al Senato, anche se per certi ha in comune con esso alcune esigenze. «Un primo passo in avanti per rafforzare la democrazia, dare stabilità alle nostre Istituzioni, mettere fine ai giochi di palazzo e restituire ai cittadini il diritto di scegliere da chi essere governati», l’ha definito la premier Giorgia Meloni.

 Ebbene, anche secondo i promotori di “Io voglio scegliere” questo «diritto di scegliere da chi essere governati» è stato in questi anni sottratto, in una certa misura, ai cittadini, e va restituito ad essi.

 Ma la soluzione da essi proposta non è di scavalcare il Parlamento – come nella più pura logica populista – sottraendogli la scelta del primo ministro e del governo , per affidarlo alla roussauiana “volontà generale”, bensì di rendere più personale e più limpido il rapporto dei cittadini con coloro che formeranno il Parlamento e che poi dovranno esprimere l’esecutivo.

 Non è certo questo l’intento del disegno di legge sul premierato. Basta pensare che in esso si prevede che alla lista del premier eletto spetti un «premio su base nazionale, che garantisca una maggioranza dei seggi in ciascuna delle Camere».

 Il dibattito parlamentare, a questo punto, sarebbe a priori vanificato e il Parlamento avrebbe solo il compito di sanzionare e tradurre in leggi le scelte del premier. Come in tutte le dittature. Non è un caso che proprio  grazie all’introduzione del premio di maggioranza, previsto dalla legge elettorale Acerbo, nel 1923, il fascismo abbia potuto dare al suo potere una vernice di legittimità costituzionale.

 Sempre in nome della fiducia nel “capo” («Se volete dirmi che ancora credete in me scrivete sulla scheda “Giorgia”) che rende superflua l’attenzione  alle persone e ai programmi dei membri del Parlamento.

 Ma perché un eventuale referendum sul “Rosatellum” abbia successo e non naufraghi nell’indifferenza generale, come tanti altri, per la mancanza del quorum, è necessario un risveglio della coscienza  politica degli italiani, da troppo tempo assuefatti a una logica di delega.

 Il vecchio e il nuovo populismo si possono sconfiggere solo attraverso quella effettiva, consapevole, personale assunzione di responsabilità dei cittadini verso il bene comune a cui il presidente Mattarella si appellava nel suo discorso a Trieste. È attraverso questo sforzo di consapevolezza, non con la fede in un leader, che potremmo riappropriarci della nostra democrazia.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo

www.tuttavia.eu

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sabato 28 ottobre 2023

IL MALE CI INTERROGA


NEL SAPERSI INTERROGARE SUL MALE  STA LA FORZA DELLA NOSTRA UMANITÀ


L’enigma intellettuale e morale che continua a sfidarci 


-         di GIOVANNI SCARAFILE

 

Quando il male irrompe inaspettatamente nelle nostre vite, la coscienza si trova catapultata in uno stato di profondo turbamento. Questa irruzione, spesso incomprensibile e inattesa, ci spinge a interrogarci sulle profondità della nostra essenza, facendoci sentire incredibilmente vulnerabili e smarriti. L’esperienza travolgente del male, nella sua cruda ineffabilità, rende qualsiasi tentativo di descriverlo o di circoscriverlo verbalmente una battaglia ardua e forse persino vana. Eppure, nonostante la tentazione di rifugiarsi nel silenzio, l’anima sente una pressante necessità di dare voce al proprio sconcerto, di cercare parole che possano lenire, se non spiegare, l’indicibile dolore.

 Nel tempo, la riflessione filosofica sul male ha generato molteplici interpretazioni. Una delle distinzioni più significative in questo ambito è tra il male commensurabile e il male incommensurabile. Il primo, in quanto misurabile, si presta a forme di analisi e comparazione, permettendo una categorizzazione che ne stabilisce la natura, le cause e le possibili soluzioni. Si tratta di mali che, seppur devastanti, rientrano in una griglia di comprensione che l’essere umano può, in qualche modo, affrontare e su cui può riflettere. Il male incommensurabile, invece, rappresenta una categoria del tutto differente. Esso sfugge alle nostre metriche, alle nostre categorie, sconcertando la nostra capacità di comprensione. Questo genere di male solleva domande profonde sulla natura stessa dell’esistenza, poiché non può essere facilmente spiegato né razionalizzato. Si potrebbe pensare a tragedie senza apparente motivo, a sofferenze senza causa identificabile o a eventi traumatici incomprensibili. Una tentazione comune nella filosofia e nella teologia è di considerare il male come una necessaria ombra del bene, come una sorta di contrappunto che evidenzia e magnifica la presenza del bene. Questo argomento, tuttavia, diventa problematico di fronte al male incommensurabile. Come può, infatti, un male apparentemente senza motivo o spiegazione servire a esaltare il bene? E come può un Dio benevolo, se concepito in tal modo, permettere tali mali?

 Rispondere a queste domande richiede il ricorso alla razionalità che possediamo, benché limitata e incapace di svelare pienamente i misteri della fede. Questo non implica una rinuncia, ma piuttosto l’adozione di una postura che, pur mantenendo intatto il mistero del male, ci offra una percezione almeno parzialmente comprensibile. Come suggerito nei Saggi di teodicea da Leibniz, ciò che possiamo permetterci è «una spiegazione sufficiente per credere, ma mai abbastanza per capire” . Superare questa soglia ci espone invece a «parole destituite di senso», come peraltro la vicenda di Giobbe insegna.

Nel contesto di una riflessione sulla natura del male, è importante distinguere inoltre tra male fisico, male morale e male metafisico. Mentre altre forme di male possono derivare da forze esterne o da circostanze incontrollabili, il male morale scaturisce da un conflitto interno tra ciò che si sa essere giusto e ciò che si decide di fare. Questa forma di male, infatti, si svela quando un individuo, pur avendo la chiara consapevolezza delle possibili sofferenze che potrebbe causare, decide comunque di agire in modo dannoso. La specificità del male morale risiede proprio nella deliberata scelta di nuocere, in opposizione alla propria consapevolezza del bene. La presenza del male morale pone notevoli sfide al pensare. Una delle principali difficoltà è capire come, in presenza di una coscienza che riconosce il bene, possa emergere la scelta deliberata di compiere azioni dannose. Questo interroga le fondamenta stesse della nostra comprensione della libertà, della responsabilità e dell’essenza dell’etica. Nelle parole scritte in Fede e critica da Guido Morselli – «bisogna, ragionando, convincersi che il ragionamento non è sufficiente» – si manifesta il culmine di una riflessione che interroga le frontiere stesse della ragione. Morselli suggerisce non solo l’essenzialità del ragionamento, ma anche la sua potenziale inadeguatezza nel sondare l’abisso del male. Di fronte a tale enigma, la nostra coscienza si scontra con il paradosso di voler comprendere ciò che spesso appare incomprensibile. Il dilemma non è solo intellettuale ma profondamente esistenziale: il male, infatti, oltre a essere una sfida filosofica e teologica, è anche una questione profondamente personale. Ogni individuo, nel corso della sua vita, deve trovare un proprio modo di affrontare e dare un senso alla sofferenza e all’ingiustizia. E, nonostante le risposte possano essere diverse, ciò che accomuna tutti gli esseri umani è la ricerca incessante di significato, di speranza e di redenzione.

 Cercare di capire il male, nonostante la sua devastazione apparentemente insensata, è dunque una testimonianza del nostro profondo bisogno di cercare significato. 

Ma forse, il vero valore risiede non tanto nel trovare una risposta definitiva ma nell’avere il coraggio di porre la domanda. 

Nel nostro continuo interrogarci riscopriamo l’umanità dell’animo umano. E in questo sforzo risiede la nostra vera forza.

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sabato 19 agosto 2023

ORIGINE E SVILUPPO DELLA COSCIENZA


Pensare e dire… coscienza e parresia: due dimensioni essenziali dell’essere e del relazionarsi. Con un taglio esperienziale e pratico si indicano qui percorsi che aiutino a rivisitare il proprio vissuto: i pensieri che lasciamo abitare in noi e le parole che transitano per le nostre labbra.    

 

- di Sabino Chialà*

 Partendo da quanto osservato nelle prime pagine della Genesi e poi nell’insegnamento di Paolo, vorrei ora soffermarmi brevemente sull’origine e il processo di sviluppo della coscienza, cercando di rispondere alla domanda su come essa si formi, se si tratta di un puro dono o se va coltivata, e in che modo.

Da più parti, nella Scrittura e nella letteratura patristica, emerge la convinzione che la coscienza costituisca un dono fatto alla nostra natura, ma che, come tutti i doni, ha bisogno di cure da parte di colui che la riceve. Un autore anonimo del xii secolo afferma: “La coscienza umana è la vigna del Signore, che dev’essere coltivata” (1).

Si tratta in primo luogo di un’istanza presente nell’essere umano, quale “criterio”, “scintilla” o “germe”, secondo le immagini osservate nei padri. È quell’istanza che emerge naturalmente nei progenitori cui si aprono gli occhi e in Caino che avverte il male commesso e lo sente troppo grande. La coscienza, dunque, abita nell’essere umano e precede ogni sua volontà: è il desiderio di bene e di bellezza, o di felicità, posto in tutti indistintamente; in una visione cristiana è riflesso dell’immagine di Dio, che il Creatore ha impresso in ogni uomo e donna al momento della loro creazione. Ogni essere umano, dunque, quale che sia il suo peccato e la sua alienazione, porta dentro di sé tale aspirazione, spesso calpestata e sotterrata – per riprendere le immagini di Doroteo di Gaza –, che è capacità di discernimento del bene dal male, del bello dal brutto, di ciò che dà gioia da ciò che fa soffrire, anche allorché deliberatamente egli decida di fare il male, come aveva detto Girolamo.

Tale dono primordiale, come osservato nelle pagine della Genesi, è anche, però, frutto di elaborazione. Cresce e si sviluppa attraverso quello che chiamerei un “duplice dialogo”, come l’etimologia del termine greco synéidesis e del corrispondente latino conscientia, suggeriscono. Ambedue i termini sono infatti composti da un prefisso che indica “compagnia” (syn e con) e da un termine che rimanda all’idea di “conoscenza”, che significativamente è ancora un composto.

Potremmo dire che i due termini indicano un “conoscere insieme”, una “conoscenza frutto di dialogo”, di cooperazione, appunto.

La domanda che a questo punto si pone riguarda i soggetti di tale dialogo, e le risposte possibili mi sembrano due: dialogo all’interno dell’uomo, tra le varie voci e istanze in esso presenti; dialogo dell’uomo con altri soggetti a lui esterni. Nel primo caso la conoscenza si forma attraverso un dialogo interiore, la fatica del pensare, del fermarsi a riflettere. Nel secondo essa si articola in forza di un confronto con l’altro essere umano o, in una dimensione di fede, con Dio, l’Altro per eccellenza.

Il dialogo interiore

La coscienza necessita dunque in prima istanza di dialogo interiore, vale a dire di elaborazione tramite il confronto dei tanti pensieri e inclinazioni che abitano l’essere umano. Ciò richiede la fatica dell’habitare secum di cui parlano i padri, di immergersi in sé e di dialogare con sé stessi.

Un esercizio non facile, perché si scontra con la paura di visitare le proprie profondità, dove abitano tratti dell’essere che spesso si preferisce ignorare. Tuttavia, senza questo esercizio è impossibile coltivare la propria coscienza.

La Scrittura offre alcune direttrici lungo le quali articolare tale pensiero, in particolare le due domande che abbiamo visto emergere nelle prime pagine della Bibbia: dove sono io e dov’è mio fratello. Mai l’una senza l’altra! La coscienza cresce, attraverso il dialogo interiore, se si ha il coraggio di abitare tali domande: dove sono io, dove colloco la mia umanità? E poi: dov’è l’altro da me, che nella fattispecie è “mio fratello”? Ogni elaborazione di pensiero, sia esso umano o teologico, che non tenga conto di questi due interrogativi primordiali, è destinato a produrre una sottocultura, che con il tempo conduce una chiesa o una società alla morte per asfissia.

A queste due domande originarie se ne potrebbero aggiungere altre, che ne sono una necessaria esplicitazione. Interrogativi quali: dove mi portano le mie azioni? E prima ancora: dove mi portano i miei pensieri? Domande che indirizzano verso l’altro dialogo necessario alla crescita della coscienza che è il confronto con l’esterno: con Dio e con gli altri. Non basta riflettere in sé, correndo il rischio di un ripiegamento insano nel proprio intimo e sui propri punti di vista, poiché questo, anziché far crescere la coscienza, la atrofizza. Essa cresce, invece, se ci si sporge anche al di fuori. È utile qui ricordare ciò che Salomone chiede a Dio nel Primo libro dei Re 3,9: un “cuore in ascolto”, vale a dire un’interiorità (cuore) aperta verso l’esterno (in ascolto).

Il dialogo con Dio

In una dimensione di fede si tratta di dialogare con Dio, come abbiamo osservato nel libro della Genesi, dove le domande del Creatore avevano aiutato Adamo e poi Caino a far maturare quella coscienza emersa in modo confuso dal loro intimo. Dialogo con Dio significa confronto costante con le Scritture, con le parole di Gesù e con il suo esempio, indispensabile per la crescita di una coscienza cristiana.

Di pari passo è necessario il dialogo con gli altri. La coscienza si nutre di confronto con l’altro, con il diverso da sé, con cui è necessario intessere un dialogo autentico che trasforma e affina il proprio sguardo e le proprie comprensioni. Di un altro concreto, visto e toccato, come mostrano tante esperienze in cui la potenza di uno sguardo è capace di cogliere e trasformare in profondità, risvegliando una coscienza assopita: gli occhi di un bambino, lo sguardo sofferente di un malato, la carezza di un anziano fragile. Quante volte sicurezze e pregiudizi, frutto di deduzioni astratte e teoriche, sono andati in frantumi dinanzi a un volto reale, che ha saputo risvegliare la coscienza!

Anche lo sguardo del nemico o di chi è ritenuto tale ha il potere di risvegliare la coscienza, ragione per la quale l’inimicizia, per durare nel tempo, necessita di distanza, di non-incontro tra vittima e carnefice, e del perpetuarsi di un incontro irreale, che avviene solo in un pensiero che rimugina la propria visione dell’altro, anziché la sua realtà.

Ogni chiusura verso l’altro e il diverso comporta inevitabilmente una perdita di coscienza, un impoverimento e un’atrofizzazione del proprio luogo interiore. Ogni chiusura che all’inizio sembra difendere, con il tempo isola, impoverisce e uccide nel profondo.

 tratto da "Pensare e Dire" Edizioni Qiqajon

 * Sabino Chialà (Locorotondo 1968) è monaco e priore di Bose dal 2022 a oggi. Studioso di ebraico e siriaco, si è dedicato in particolare allo studio della figura e dell’opera di Isacco di Ninive, di cui ha recentemente pubblicato la prima traduzione italiana completa della prima collezione dei suoi scritti.

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sabato 10 giugno 2023

PENSARE E DIRE


 Pensare e dire… coscienza e parresia: due dimensioni essenziali dell’essere e del relazionarsi. 

Con un taglio esperienziale e pratico si indicano qui percorsi che aiutino a rivisitare il proprio vissuto: i pensieri che lasciamo abitare in noi e le parole che transitano per le nostre labbra.

- di Sabino Chialà*

        

Nel Nuovo Testamento osserviamo una situazione diversa, ma in continuità con quanto già esaminato. Il sostantivo greco synéidesis nei vangeli è quasi del tutto assente. L’unica ricorrenza è in una variante attestata solo da alcuni manoscritti per l’episodio della donna adultera condotta a Gesù, in cui leggiamo a proposito degli accusatori della donna: “Quelli, udito ciò [variante: “e accusati dalla loro coscienza”], se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani” (Gv 8,9).

Gli evangelisti non mettono mai sulla bocca di Gesù il termine “coscienza”. Tuttavia, come osservato nell’Antico Testamento, molte volte è il termine “cuore” a svolgerne la funzione. Penso in particolare all’episodio dell’uomo dalla mano paralizzata, guarito da Gesù nella sinagoga in giorno di sabato. Alla fine della scena, l’evangelista riferisce che Gesù resta irritato e rattristato “per la durezza dei loro cuori” (Mc 3,5). Qui è evidente che “cuore” sta per coscienza: i presenti, infatti, non hanno usato la propria coscienza per giungere a quel discernimento cui Gesù è giunto decidendo di guarire l’infermo. Quante volte poi Gesù si appella alla coscienza dei suoi interlocutori!

Ad esempio, allorché interrogato non offre una risposta diretta, ma propone una domanda o una parabola, per stimolare così la coscienza dei suoi interlocutori, ed essi trovino da sé stessi e in sé stessi la risposta.

A chi si rifiuta poi di mettere in gioco la coscienza, Gesù nega la propria parola, ritenendola inutile. Emblematico è il caso dei capi religiosi che lo interrogano sulla sua autorità: “Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?” (Mc 11,28). Gesù risponde interpellando la loro coscienza: “Vi farò una sola domanda. Se mi risponderete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi” (Mc 11,29-30). Gesù interpella il loro discernimento, ma i capi decidono di non farne uso, preferendogli il calcolo di convenienza: “Se diciamo: ‘Dal cielo’, risponderà: ‘E perché allora non gli avete creduto?’. Diciamo dunque: ‘Dagli uomini?’. Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: ‘Non lo sappiamo’” (Mc 11,31-33). Per cui Gesù risponde: “Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose” (Mc 11,33). A chi rifiuta di usare la coscienza, vale a dire che non è disposto a lasciarsi coinvolgere in profondità, Gesù nega la propria parola, non per ripicca, ma perché la ritiene inutile e condannata all’inefficacia.

La situazione muta sensibilmente con la letteratura paolina e gli altri scritti del nt, che invece fanno uso abbondante del termine synéidesis, per un totale di una trentina di occorrenze.

Paolo insiste particolarmente sul tema della coscienza come luogo interiore e centro propulsore dell’attività umana. Una coscienza che egli definisce ora buona (cf. 1Tm 1,5.19; Eb 13,18; 1Pt 3,16.21) e pura (cf. 1Tm 3,9; 2Tm 1,3; At 24,16), ora cattiva (cf. 1Tm 4,2; Tt 1,15). Per l’Apostolo essa è innanzitutto il luogo della verità più profonda dell’essere umano: ritorna infatti più volte su quella che egli chiama la “testimonianza” che la coscienza dà all’uomo (cf. Rm 2,15; 9,1; 2Cor 1,12), indicandogli il valore delle sue azioni. La coscienza è dunque vista in prima istanza come il luogo del dialogo interiore, del confronto “interno”.

Essa però è anche il luogo del dialogo con Dio, nello Spirito santo che si rivela nella coscienza dell’uomo e che con essa coopera, e ospita anche il dialogo autentico con l’altro. A questo proposito merita menzione il fatto che nella Prima lettera ai Corinti Paolo invita a rispettare la “coscienza dell’altro” (cf. 1Cor 10,29; cf. anche 2Cor 4,2), soprattutto del debole (cf. 1Cor 8,7-12). La vera comunicazione è da coscienza a coscienza, da profondo a profondo, come egli afferma appellandosi alla coscienza dei suoi interlocutori: “A Dio siamo ben noti, e spero di esserlo anche alle vostre coscienze” (2Cor 5,11).

 *Sabino Chialà - "Pensare e Dire" Edizioni Qiqajon

Sabino Chialà (Locorotondo 1968) è monaco e priore di Bose dal 2022 a oggi. Studioso di ebraico e siriaco, si è dedicato in particolare allo studio della figura e dell’opera di Isacco di Ninive, di cui ha recentemente pubblicato la prima traduzione italiana completa della prima collezione dei suoi scritti.

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