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giovedì 11 giugno 2026

NOI SIAMO I TEMPI

 


 Leone in Spagna, perfetta letizia





-di ROSANNA VIRGILI

«Siate voi migliori e i tempi saranno migliori

Noi siamo i tempi»! Antonio Banderas esplode nella climax del suo discorso davanti a papa Leone mentre tutta la platea del Movistar di Madrid corrisponde il suo consenso con un applauso scrosciante.

La star che rappresentata la Spagna nel cinema mondiale cita Sant’Agostino e la sua concezione del tempo che – come è noto – è continua costruzione “spirituale” in un presente fatto di movimento, d’opportunità, di promessa. Riconosce alla Chiesa di essere stata la più grande produttrice d’arte nella storia e di aver dato al Volto del Cristo il primato d’essere “immaginato” più di ogni altro al mondo.

E la sera di domenica 7 giugno nell’Arena castigliana quel Volto sembra assumere un’ulteriore incarnazione fatta di migliaia di volti protesi a guardare, ad ascoltare, ad accogliere, ad abbracciare la trasparenza del viso del Papa. Tutt’altro che un idolo per gente in gran parte, non credente, attori, cantanti, danzatrici di flamenco, Rettori ed economisti di un Paese – come la Spagna – laico e “secolarizzato”, come si diceva una volta. Ma un Paese in busqueda e pure in cercania, che si presenta mite anch’esso, che sembra consapevole di non potersi salvare da solo e non crede, e non vuole nemmeno farlo.

Un popolo immenso che si riversa spontaneamente sulle strade, nelle arene, negli stadi, nelle chiese, nelle piazze, di giorno e di notte come raramente accade nei Paesi – ricchi – del Vecchio Continente. Se gli fai la domanda: perché siete qui? Rispondono: per salutare con riconoscenza chi viene a farci visita per pura amicizia, per stima e gratitudine. 

Una perfetta letizia

Chi non c’è stato credo non possa immaginare il tipo di “trionfo” che ha avuto il Papa in Spagna nei giorni passati. Anzi: non lo chiamerei trionfo, ma incontro come tra due che si cercano, che nutrono un’attesa e che finalmente possono liberare ‒ trovandosi ‒ una perfetta letizia! Vi ringrazio per l’“alegria” ha detto più volte, col pudore che gli è tipico, Papa Leòn. Mentre attendeva con docilità al fitto programma, non riusciva a nascondere tuttavia dove tenesse il cuore: negli occhi della gente! La sfiorava con occhiate furtive, con sorrisi inevitabili, con la spontaneità di chi è felice per quella sorprendente sintonia. Così Papa Leone è stato testimone di una Chiesa “disarmata” quindi tenera, vicina, amica. Accanto, insieme, dentro il desiderio di dignità e di luce morale, di armonia intellettuale, di bellezza spirituale di cui ha sete la gente non solo in Spagna. Il discorso che il Papa ha fatto nell’incontro coi membri del Parlamento la mattina di lunedì 8 giugno è stato, appunto nel segno del «dialogo con i popoli e con gli Stati». «La Chiesa cammina con l’umanità», ne condivide le speranze e le ferite, ascolta le domande di ogni epoca e si lascia interpellare «da tutto ciò che riguarda l’esistenza degli uomini e delle donne di oggi». Così ha esordito mettendo in chiaro la ragione per cui ha accettato l’invito a rivolgersi al Parlamento di un Paese che rappresenta tutti e non solo i cattolici. Una premessa che avremmo ritenuto ormai scontata, in Occidente, ma che torna invece a dover essere riconfermata a fronte di chiese e di nuove comunità cristiane che pretendono di mettere la bandiera del loro “vangelo” sui governi – o alle dipendenze ‒ dei Paesi democratici. Il Papa ribadisce la nobile distinzione evangelica: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt 22,21) e continua il suo discorso dicendo che la Chiesa: «Riconosce “l’autonomia delle realtà terrene” e “la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica”; e, proprio a partire da questa consapevolezza, offre una riflessione che nasce dal desiderio di servire il bene comune». 

Un’idea dell’umano

Mentre invita i Deputati a servire la comunità civile per mezzo delle istituzioni e delle leggi, condivide con loro la riflessione che per far ciò occorre avere un’idea dell’umano. Che non devono inventare ma rinnovare con la ricchezza della grande tradizione letteraria, filosofica, teologica spagnola. Il primo autore ad esser citato è Cervantes col suo Don Chisciotte e l’amore per la libertà che è «è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini»; e poi c’è Teresa d’Avila con la sua profondità spirituale e Miguel de Unamuno che insegna che l’uomo «non si rassegna a morire del tutto»! Pensieri e ideali fondamentali per lo sviluppo della civiltà europea moderna e contemporanea. Infine il Papa si attarda a meditare sulla sapienza della scuola di Salamanca: «In quella sede universitaria, cinquecento anni fa, quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere. Bisogna riconoscere che la società e la Chiesa stessa non sono state sempre all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana».

A Madrid, in questi primi giorni di giugno, è apparsa un’“intuizione” per l’Europa la quale si manifesta, oggi, come sconfitta, afona, imbarbarita, bellicosa, immemore delle intelligenze e delle sapienze, delle conquiste sudate e pagate a caro prezzo, che son gettate nell’oblìo e nel disprezzo. Ma la Chiesa Cattolica nella persona del Papa risponde con amore e determinazione a quella che sente come la prima delle responsabilità: la cura e il futuro di una magnifica humanitas, dono divino, di cui la nostra civiltà è stata culla e nutrice e che oggi cerca uomini e donne cui passare il testimone.

www.avvenire.it

 

mercoledì 3 dicembre 2025

UNA PRESENZA CHE TRASFORMA IL QUOTIDIANO

 

QUEL PICCCOLO LIBRO

 CHE RIVELA 
L’ANIMA DEL PAPA

 

Durante la conferenza stampa sul volo che lo riportava dal suo primo viaggio apostolico in Turchia e in Libano, Papa Leone XIV ha sorpreso i giornalisti con un riferimento inatteso. Invitato a indicare un testo capace di illuminare la sua spiritualità personale – oltre a Sant’Agostino, da lui più volte citato – il Papa ha scelto un libretto quasi invisibile, lontano dai grandi manuali di teologia e dalla saggistica spirituale contemporanea: La pratica della presenza di Dio, del carmelitano Fra Lorenzo della Resurrezione.

«È un libro davvero semplice» ha spiegato il pontefice, «scritto da qualcuno che non firma neppure con il suo cognome, fratel Lawrence. Ma descrive un tipo di preghiera e di spiritualità con cui uno semplicemente dona la sua vita al Signore e permette al Signore di guidarlo».

Un’indicazione che dice molto: mentre il mondo guarda alle grandi sfide geoponiche affrontate nel viaggio, Leone XIV preferisce richiamare l’attenzione a un testo che invita al raccoglimento, al silenzio interiore, al dialogo continuo con Dio nel cuore delle occupazioni quotidiane. Un invito alla semplicità evangelica, alla vita spirituale incarnata nella ferialità.

Ma che cos’è, realmente, questa “pratica della presenza di Dio” che il Papa propone come via per comprenderlo meglio?


La presenza che trasforma il quotidiano

Fra Lorenzo della Resurrezione, carmelitano vissuto in Francia tra il 1614 e il 1691 e oggi venerabile, non ha lasciato trattati sistematici né opere teologiche elaborate. Ci rimangono soprattutto le sue lettere e alcuni colloqui, nei quali emerge con limpidezza un’idea centrale: la pratica della presenza di Dio è il mezzo più semplice ed eccellente per vivere un’unione profonda con il Signore.

Non si tratta di una forma di preghiera delimitata, con un inizio e una fine, né di un metodo complesso riservato a momenti particolari. È, piuttosto, uno stato dell’anima, un atteggiamento continuo, una conversazione silenziosa che accompagna ogni istante della vita.

Per Fra Lorenzo vivere alla presenza di Dio significa coltivare un sguardo amoroso e costante verso di Lui, una specie di attenzione semplice ma reale, che non si basa sullo sforzo intellettuale, bensì sull’amore. È come mantenere il cuore rivolto a Colui che ci ama, senza parole superflue: un “colloquio muto e segreto” che non abbandona mai chi lo pratica.

Questa presenza non è un’astrazione spirituale: è un fatto concreto. Fra Lorenzo la chiamava “presenza attuale di Dio”, come se Dio fosse realmente e fisicamente accanto a lui, nelle pentole della cucina del convento, nella bottega dove riparava i sandali, nei corridoi dove passava inosservato. La sua cura principale – raccontano i confratelli – era essere sempre con Dio, e non fare nulla, neppure il gesto più minimo, che non fosse per amore.

È una spiritualità estremamente quotidiana, quasi domestica. Per chi desidera abbracciarla, Fra Lorenzo suggerisce gesti piccoli, quasi impercettibili: un ricordo improvviso durante il lavoro, un atto di adorazione al passare di un pensiero, una breve domanda di aiuto, l’offerta delle proprie fatiche, un movimento del cuore verso Dio mentre si conversa o si mangia. Non gesti eroici, ma fedeltà nei dettagli.

Fondamentale è ciò che il carmelitano chiama lo “sguardo interiore”: un rivolgersi al Signore prima di qualunque azione, anche per un brevissimo istante, lasciando che quella presenza accompagni l’agire e lo concluda. È un movimento tanto dolce quanto costante, che non chiede sforzi titanici ma continuità, umiltà, amore.

Fra Lorenzo insiste anche su un’idea potentissima: il cuore può diventare un oratorio. Non occorre essere in chiesa per stare con Dio; non è necessario isolarsi dal mondo o sospendere le attività. Dio è lì, nelle cose più semplici e ordinarie. Basta ritirarsi dentro di sé, per un momento, e fargli spazio.

Una spiritualità per il nostro tempo

Aver scelto proprio questo libro, da parte di Papa Leone XIV, non è un dettaglio secondario. In un’epoca di distrazioni continue, di frenesia, di identità frammentate, la proposta di Fra Lorenzo appare sorprendentemente attuale. È una via alla portata di tutti, che non chiede perfezione ma disponibilità, non richiede particolari condizioni esterne ma un cuore che si lasci abitare.

In un mondo che corre, il Papa indica un uomo che camminava lentamente in una cucina del Seicento, ma che in quella lentezza aveva trovato la pace.

E forse è proprio questo che la sua citazione vuole ricordare: che la spiritualità cristiana non vive soltanto nei grandi eventi o nelle parole solenni, ma nel segreto dei cuori che, anche mentre pelano patate o affrontano le sfide di ogni giorno, scelgono di non dimenticare la presenza di Dio.

 

Il timone

 

Genere: Scienze umane - Religione - Cristianesimo

Editore Vidyananda

Formato Brossura

Pubblicato 01-01-2009

Pagine 122

ISBN 9788886020091