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sabato 28 giugno 2025

KOINONIA

 


La festa degli apostoli Pietro e Paolo ci ricorda che la Chiesa è un mistero di comunione.




At 12,1-11; Sal 33; 2Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

 La Chiesa celebra e onora assieme nello stesso giorno i due santi apostoli Pietro e Paolo, che “Dio ha voluto unire in gioiosa fraternità” (prefazio della messa). Due personaggi molto diversi, ma ambedue spinti dallo stesso amore per Cristo e la sua Chiesa. Secondo sant’Agostino, il loro martirio è segno di unità della Chiesa: “Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli” (Discorso letto nell’Ufficio delle letture). In questo giorno celebriamo il mistero della Chiesa, fondata sul sangue e sull’insegnamento degli apostoli (cf. l’orazione colletta).

 La prima lettura racconta che re Erode fece mettere in prigione Pietro per poi ucciderlo appena passata la Pasqua. Ma Dio lo liberò prodigiosamente in virtù della preghiera incessante della comunità di Gerusalemme. Nella seconda lettura, Paolo, ormai al tramonto, fa il bilancio della sua vita e anche lui, nonostante le difficoltà trovate e le prove subite nell’adempimento della sua missione apostolica, dichiara che il Signore gli è stato vicino e, guardando al futuro, conclude: “il Signore mi libererà da ogni male…” Perciò nel salmo responsoriale proclamiamo: “Il Signore mi ha liberato da ogni paura”. Il vangelo riporta la confessione di fede che Pietro fa a nome di tutti gli apostoli: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, e la risposta di Gesù: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…” Il prefazio fa riferimento a questo passaggio quando dice che “Pietro per primo confessò la fede nel Cristo”, ma subito dopo aggiunge: “Paolo illuminò le profondità del mistero”. La fede di Pietro è illuminata dal mirabile magistero di Paolo. Pietro e Paolo sono le colonne della Tradizione cristiana. Pietro, la roccia sulla quale Cristo ha fondato la sua Chiesa; Paolo, “il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti” (prefazio).

 Oltre al prefazio anche le orazioni della messa delineano il significato ecclesiologico dei due apostoli. Il prefazio afferma che i santi Pietro e Paolo “in modi diversi hanno radunato l’unica famiglia di Cristo”. E l’orazione dopo la comunione contempla questa unica Chiesa alla luce delle note che hanno caratterizzato l’ideale della primitiva Chiesa gerosolimitana: perseveranza nella frazione del pane, nella dottrina degli apostoli, per formare nel vincolo della carità un cuor solo e un’anima sola. Il testo fa riferimento a At 2,42 (e paralleli), che descrive la vita della comunità primitiva come comunione fraterna o koinonia, termine greco che definisce la comunione di fede con Dio o con Cristo e l’unione profonda tra i credenti che si esprime e si attua nella fede comune, nell’esperienza eucaristica e nella condivisione spontanea dei beni. Questa comunione dei beni esprime tuttavia una realtà più profonda: la comunione dei cuori e delle anime. L’immagine della comunità delle origini sarà in seguito per la Chiesa di tutti i tempi l’ideale a cui tendere.        

La festa degli apostoli Pietro e Paolo ci ricorda che la Chiesa è un mistero di comunione. Possiamo quindi affermare che la missione primaria della Chiesa è quella di essere segno di comunione nel mondo. Il cristiano deve avere un cuore grande, sgombro di pregiudizi, un cuore pulito e trasparente, pronto all’incontro e al servizio.

 

Pubblicato da M. Augé B. 

Etichette: Omelie

 

 

PIETRO E PAOLO


Il magistero dei Papi sui santi Pietro e Paolo, fondamento della Chiesa di Roma

Il 29 giugno è la festa dei due apostoli fratelli nel martirio. A Pietro, un pescatore di Galilea, Gesù dice: "Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa”. Paolo, un tempo nemico e persecutore dei cristiani, diventa testimone di Cristo. Ripercorriamo, attraverso alcune riflessioni dei Pontefici, il legame di questi due principi della fede con Roma

-         - di Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Il 29 giugno, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Leone XIV presiederà, nella Basilica di San Pietro, la celebrazione eucaristica, benedirà i Palli e li imporrà ai nuovi arcivescovi metropoliti. In questa festa si riflette la storia della Chiesa di Roma, fondata sul martirio di Pietro e Paolo. Nelle riflessioni dei Pontefici su questi testimoni della fede, rigenerati dall’incontro con Cristo, emerge innanzitutto un orizzonte: i due apostoli, patroni di Roma, sono un esempio di unità nella diversità. Pietro, un semplice pescatore, ha vissuto nella sequela del Signore. Paolo, un colto fariseo, ha annunciato il Vangelo.

Pietro e Paolo, testimoni di vita nuova

Due uomini molto diversi ma uniti da un incontro

Pio XII: fede di Roma sigillata con il sangue di Pietro e Paolo

Pietro e Paolo, percorrendo strade diverse, hanno abbracciato e testimoniato la fede in Gesù. A questa fratellanza sono dedicate le parole di Pio XII nel radiomessaggio del 29 giugno del 1941:

Pio XII: la Roma dei Cesari fu battezzata Roma di Cristo

In questa solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, il vostro devoto pensiero e affetto, diletti figli della Chiesa cattolica universa, si rivolge a Roma con la strofa trionfale: O Roma felix quae duorum Principum es consecrata glorioso sanguine! ‘O Roma felice, che sei stata consacrata dal sangue glorioso di questi due Principi!’. Ma la felicità di Roma, che è felicità di sangue e di fede, è pure la vostra; perché la fede di Roma, qui sigillata sulla destra e sulla sinistra sponda del Tevere col sangue dei principi degli apostoli, è la fede che fu annunziata a voi, che si annunzia e si annunzierà nell’universo mondo. Voi esultate nel pensiero e nel saluto di Roma, perché sentite in voi il balzo della universale romanità della vostra fede. Da diciannove secoli nel sangue glorioso del primo Vicario di Cristo e del Dottore delle genti la Roma dei Cesari fu battezzata Roma di Cristo, ad eterno segnale del principato indefettibile della sacra autorità e dell’infallibile Magistero della fede della Chiesa; e in quel sangue si scrissero le prime pagine di una nuova magnifica storia delle sacre lotte e vittorie di Roma.

Giovanni XXIII: Pietro e Paolo hanno fatto splendere il Vangelo

Roma, Pietro e Paolo. È in questo trittico che si collocano le parole pronunciate nell’omelia da Giovanni XXIII il 29 giugno del 1961. Con la testimonianza dei due apostoli, sottolinea Papa Roncalli, l’Urbe è “diventata discepola della verità”.

San Pietro e San Paolo sono venerati dappertutto nel mondo per la più alta dignità del loro compito quale si è manifestato nel disegno di Cristo. Di fatto, San Leone Magno dice che i due Apostoli Pietro e Paolo, araldi precipui del Vangelo, sono giustamente oggetto di culto straordinario in quest'Urbe gloriosa, centro della cristianità, per aver consumato qui il loro sacrificio, e segnato per ciò da Roma l'inizio della loro universale esaltazione. Che belle parole per questa loro festa, in die martyrii laetitiae principatus. ‘Questi sono in verità i grandi personaggi che hanno fatto splendere innanzi a te, o Roma, il Vangelo di Cristo; e da maestra che tu eri di errore, sei divenuta discepola della verità‘.

Paolo VI e la bellezza morale di Roma

“Roma, se vuole essere beata, deve essere fedele a se stessa, per la sua formazione religiosa, per la sua coscienza cattolica, cioè universale, per la sua dignità morale”. Papa Paolo VI all’Angelus del 29 giugno 1972, intreccia come i suoi predecessori le figure dei due apostoli con la storia di Roma.

Paolo VI: Pietro e Paolo sono le prime colonne della cristianità

Pietro e Paolo, che possiamo dire le prime colonne fondamentali della cristianità, hanno dato a Roma la testimonianza del loro ministero apostolico e del loro martirio; un impegno perenne ne deriva ai Romani d’ogni secolo, e più che mai a quelli del nostro, di conservare all’Urbe il suo volto spirituale, nella fede e nel costume specialmente, e di qualificare cristianamente la sua caratteristica fisionomia, non profanata dalle bassezze, che oggi il decadente agnosticismo etico rende pur troppo tanto facili e comuni. A chi tocca difendere la bellezza morale di Roma? A noi Romani, a noi cristiani specialmente, facendo del culto dei due grandi apostoli, oggi commemorati, lo scudo nobile di difesa e la sorgente di autentica consapevolezza civile e religiosa del suo immortale decoro.

Giovanni Paolo II: la vita di Pietro e Paolo permane in Dio

La vita degli apostoli Pietro e Paolo è al centro dell’Angelus, il 29 giugno del 1986, di Giovanni Paolo II. Una vita straordinaria “per la potenza dello Spirito Santo”:

Giovanni Paolo II: Pietro e Paolo nella memoria della Chiesa

Questa vita - la vita di ognuno di loro - è stata tanto straordinaria per il rapporto con Cristo, che li chiamò alla sua sequela. Chiamò Simone, figlio di Giona, che fu pescatore in Galilea, e gli diede il nome di Pietro, cioè “pietra”. Chiamò pure Saulo di Tarso, che fu persecutore dei cristiani, e fece di lui l’apostolo delle genti, “strumento eletto” (At 9, 15). La vita di tutti e due è così straordinaria per la potenza dello Spirito Santo, che ha permesso loro di dare testimonianza a Cristo crocifisso e risorto: “Egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza” (Gv 15, 26-27). La morte che l’uno e l’altro hanno subìto a Roma ai tempi di Nerone fu l’ultima parola di questa testimonianza. Decise della sua definitiva pienezza. Proprio per questa morte come martiri la loro vita permane in modo particolare nella memoria della Chiesa. Essa permane soprattutto in Dio che “non è il Dio dei morti ma dei viventi” (Mt 22, 32); in Dio in cui “tutto vive”.

Benedetto XVI e l’atto di nascita della Chiesa di Roma

La morte genera vita. È a questo fondamento dell’amore cristiano che Benedetto XVI lega la propria riflessione dell’Angelus del 29 giugno 2006. Pietro e Paolo, apostoli di Cristo, sono “colonne e fondamento della città di Dio".

Benedetto XVI: sangue fuso quasi in un'unica testimonianza

Il loro martirio viene considerato come il vero e proprio atto di nascita della Chiesa di Roma. I due Apostoli resero la loro testimonianza suprema a poca distanza di tempo e di spazio l'uno dall'altro: qui, a Roma, fu crocifisso san Pietro e successivamente venne decapitato san Paolo. Il loro sangue si fuse così quasi in un'unica testimonianza a Cristo, che spinse sant'Ireneo, Vescovo di Lione, a metà del secondo secolo, a parlare della "Chiesa fondata e costituita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo" (Contro le eresie 3, 3, 2). Poco tempo dopo, dall'Africa settentrionale, Tertulliano esclamava: "Questa Chiesa di Roma, quanto è beata! Furono gli Apostoli stessi a versare a lei, col loro sangue, la dottrina tutta quanta".

Testimoni di Gesù che bussano ai nostri cuori

Le riflessioni di Papa Francesco sulle figure di questi due apostoli

Francesco: il Popolo di Dio è debitore verso Pietro e Paolo

Quella del 29 giugno è dunque, in modo speciale, la festa della Chiesa di Roma, fondata sul martirio dei Santi Pietro e Paolo. Ma è anche una grande festa per la Chiesa universale, sottolinea Francesco all’Angelus il 29 giugno del 2013:

Francesco: l’amore di Cristo genera la fede

Tutto il Popolo di Dio è debitore verso di loro per il dono della fede. Pietro è stato il primo a confessare che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio. Paolo ha diffuso questo annuncio nel mondo greco-romano. E la Provvidenza ha voluto che tutti e due giungessero qui a Roma e qui versassero il sangue per la fede. Per questo la Chiesa di Roma è diventata, subito, spontaneamente, il punto di riferimento per tutte le Chiese sparse nel mondo. Non per il potere dell’Impero, ma per la forza del martirio, della testimonianza resa a Cristo! In fondo, è sempre e soltanto l’amore di Cristo che genera la fede e che manda avanti la Chiesa.

È l’amore la chiave di un autentico apostolato. La parola “Roma”, letta nel senso inverso, forma il vocabolo “Amor”. Questa antica capitale del mondo, crudele con molte generazioni di cristiani, ha fatto morire come martiri i primi apostoli di Cristo. Ma nel suo nome si consolida la verità sull’amore di Dio, sulla misericordia del Padre. Una verità più grande della morte.

Vatican News

 

 

lunedì 21 ottobre 2024

APOSTOLO PER ECCELLENZA


Biografia di Paolo 



di Gianfranco Ravasi  (Autore)

 

Mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, Paolo fu “afferrato, ghermito, conquistato, impugnato” da Cristo. È questa la linea di demarcazione tra il prima e il poi, tra il persecutore e l’apostolo del cristianesimo.

Da quel giorno, a poca distanza dalla morte di Cristo, Paolo diventa il più appassionato missionario cristiano.

L’evangelo che egli annuncia però non è solo una teoria, è anche un modo di esistere: le sue Lettere sono questo intreccio tra parole e vita.

Per scoprire il contenuto del messaggio di Paolo e la stessa trama della sua esistenza è dunque necessario rifarsi al suo epistolario. Si tratta di lettere genuine e non solo rivestite fittiziamente del carattere epistolare: la trattazione teologica è sempre aperta alla proposta etica, pastorale, esistenziale.

Questo itinerario nel mondo personale e ideale dell’“Apostolo per eccellenza” è un invito a staccare Paolo dalle pagine agiografiche per farlo scendere nel nostro mondo secolarizzato.

 

Gianfranco Ravasi, Ero un blasfemo, un persecutore e un violento. Biografia di Paolo, ed. Cortina, 2024

 


 

sabato 10 giugno 2023

PENSARE E DIRE


 Pensare e dire… coscienza e parresia: due dimensioni essenziali dell’essere e del relazionarsi. 

Con un taglio esperienziale e pratico si indicano qui percorsi che aiutino a rivisitare il proprio vissuto: i pensieri che lasciamo abitare in noi e le parole che transitano per le nostre labbra.

- di Sabino Chialà*

        

Nel Nuovo Testamento osserviamo una situazione diversa, ma in continuità con quanto già esaminato. Il sostantivo greco synéidesis nei vangeli è quasi del tutto assente. L’unica ricorrenza è in una variante attestata solo da alcuni manoscritti per l’episodio della donna adultera condotta a Gesù, in cui leggiamo a proposito degli accusatori della donna: “Quelli, udito ciò [variante: “e accusati dalla loro coscienza”], se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani” (Gv 8,9).

Gli evangelisti non mettono mai sulla bocca di Gesù il termine “coscienza”. Tuttavia, come osservato nell’Antico Testamento, molte volte è il termine “cuore” a svolgerne la funzione. Penso in particolare all’episodio dell’uomo dalla mano paralizzata, guarito da Gesù nella sinagoga in giorno di sabato. Alla fine della scena, l’evangelista riferisce che Gesù resta irritato e rattristato “per la durezza dei loro cuori” (Mc 3,5). Qui è evidente che “cuore” sta per coscienza: i presenti, infatti, non hanno usato la propria coscienza per giungere a quel discernimento cui Gesù è giunto decidendo di guarire l’infermo. Quante volte poi Gesù si appella alla coscienza dei suoi interlocutori!

Ad esempio, allorché interrogato non offre una risposta diretta, ma propone una domanda o una parabola, per stimolare così la coscienza dei suoi interlocutori, ed essi trovino da sé stessi e in sé stessi la risposta.

A chi si rifiuta poi di mettere in gioco la coscienza, Gesù nega la propria parola, ritenendola inutile. Emblematico è il caso dei capi religiosi che lo interrogano sulla sua autorità: “Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?” (Mc 11,28). Gesù risponde interpellando la loro coscienza: “Vi farò una sola domanda. Se mi risponderete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi” (Mc 11,29-30). Gesù interpella il loro discernimento, ma i capi decidono di non farne uso, preferendogli il calcolo di convenienza: “Se diciamo: ‘Dal cielo’, risponderà: ‘E perché allora non gli avete creduto?’. Diciamo dunque: ‘Dagli uomini?’. Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: ‘Non lo sappiamo’” (Mc 11,31-33). Per cui Gesù risponde: “Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose” (Mc 11,33). A chi rifiuta di usare la coscienza, vale a dire che non è disposto a lasciarsi coinvolgere in profondità, Gesù nega la propria parola, non per ripicca, ma perché la ritiene inutile e condannata all’inefficacia.

La situazione muta sensibilmente con la letteratura paolina e gli altri scritti del nt, che invece fanno uso abbondante del termine synéidesis, per un totale di una trentina di occorrenze.

Paolo insiste particolarmente sul tema della coscienza come luogo interiore e centro propulsore dell’attività umana. Una coscienza che egli definisce ora buona (cf. 1Tm 1,5.19; Eb 13,18; 1Pt 3,16.21) e pura (cf. 1Tm 3,9; 2Tm 1,3; At 24,16), ora cattiva (cf. 1Tm 4,2; Tt 1,15). Per l’Apostolo essa è innanzitutto il luogo della verità più profonda dell’essere umano: ritorna infatti più volte su quella che egli chiama la “testimonianza” che la coscienza dà all’uomo (cf. Rm 2,15; 9,1; 2Cor 1,12), indicandogli il valore delle sue azioni. La coscienza è dunque vista in prima istanza come il luogo del dialogo interiore, del confronto “interno”.

Essa però è anche il luogo del dialogo con Dio, nello Spirito santo che si rivela nella coscienza dell’uomo e che con essa coopera, e ospita anche il dialogo autentico con l’altro. A questo proposito merita menzione il fatto che nella Prima lettera ai Corinti Paolo invita a rispettare la “coscienza dell’altro” (cf. 1Cor 10,29; cf. anche 2Cor 4,2), soprattutto del debole (cf. 1Cor 8,7-12). La vera comunicazione è da coscienza a coscienza, da profondo a profondo, come egli afferma appellandosi alla coscienza dei suoi interlocutori: “A Dio siamo ben noti, e spero di esserlo anche alle vostre coscienze” (2Cor 5,11).

 *Sabino Chialà - "Pensare e Dire" Edizioni Qiqajon

Sabino Chialà (Locorotondo 1968) è monaco e priore di Bose dal 2022 a oggi. Studioso di ebraico e siriaco, si è dedicato in particolare allo studio della figura e dell’opera di Isacco di Ninive, di cui ha recentemente pubblicato la prima traduzione italiana completa della prima collezione dei suoi scritti.

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venerdì 1 ottobre 2021

ALZATI! SEI UN TESTIMONE!


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

PER LA XXXVI GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
21 novembre 2021

 

“Alzati! Ti costituisco testimone di quel che hai visto!” (cfr. At 26,16)

Carissimi giovani!

Vorrei ancora una volta prendervi per mano per proseguire insieme nel pellegrinaggio spirituale che ci conduce verso la Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona nel 2023.

L’anno scorso, poco prima che si diffondesse la pandemia, firmavo il messaggio il cui tema era “Giovane, dico a te, alzati!” (cfr Lc 7,14). Nella sua provvidenza, il Signore già ci voleva preparare per la durissima sfida che stavamo per vivere.

Nel mondo intero si è dovuta affrontare la sofferenza per la perdita di tante persone care e per l’isolamento sociale. L’emergenza sanitaria ha impedito anche a voi giovani – per natura proiettati verso l’esterno – di uscire per andare a scuola, all'università, al lavoro, per incontrarvi... Vi siete trovati in situazioni difficili, che non eravate abituati a gestire. Coloro che erano meno preparati e privi di sostegno si sono sentiti disorientati. Sono emersi in molti casi problemi familiari, come pure disoccupazione, depressione, solitudine e dipendenze. Senza parlare dello stress accumulato, delle tensioni ed esplosioni di rabbia, dell’aumento della violenza.

Ma grazie a Dio questo non è l’unico lato della medaglia. Se la prova ci ha mostrato le nostre fragilità, ha fatto emergere anche le nostre virtù, tra cui la predisposizione alla solidarietà. In ogni parte del mondo abbiamo visto molte persone, tra cui tanti giovani, lottare per la vita, seminare speranza, difendere la libertà e la giustizia, essere artefici di pace e costruttori di ponti.

Quando un giovane cade, in un certo senso cade l'umanità. Ma è anche vero che quando un giovane si rialza, è come se si risollevasse il mondo intero. Cari giovani, quale grande potenzialità c’è nelle vostre mani! Quale forza portate nei vostri cuori!

Così oggi, ancora una volta, Dio dice a ciascuno di voi: “Alzati!”. Spero con tutto il cuore che questo messaggio ci aiuti a prepararci a tempi nuovi, a una nuova pagina nella storia dell’umanità. Ma non c’è possibilità di ricominciare senza di voi, cari giovani. Per rialzarsi, il mondo ha bisogno della vostra forza, del vostro entusiasmo, della vostra passione. È in questo senso che insieme a voi vorrei meditare sul brano degli Atti degli Apostoli in cui Gesù dice a Paolo: “Alzati! Ti costituisco testimone di quel che hai visto” (cfr At 26,16).

Paolo testimone davanti al re

Il versetto a cui si ispira il tema della Giornata Mondiale della Gioventù 2021 è tratto dalla testimonianza di Paolo di fronte al re Agrippa, mentre si trova detenuto in prigione. Lui, un tempo nemico e persecutore dei cristiani, adesso è giudicato proprio per la sua fede in Cristo. A distanza di circa venticinque anni, l’Apostolo racconta la sua storia e l’episodio fondamentale del suo incontro con Cristo.

Paolo confessa che nel passato aveva perseguitato i cristiani, finché un giorno, mentre andava a Damasco per arrestarne alcuni, una luce “più splendente del sole” avvolse lui e i suoi compagni di viaggio (cfr At 26,13), ma solo lui udì “una voce”: Gesù gli rivolse la parola e lo chiamò per nome.

“Saulo, Saulo!”

Approfondiamo insieme questo avvenimento. Chiamandolo per nome, il Signore fa capire a Saulo che lo conosce personalmente. È come se gli dicesse: “So chi sei, so che cosa stai tramando, ma, ciò nonostante, mi rivolgo proprio a te”. Lo chiama due volte, in segno di una vocazione speciale e molto importante, come aveva fatto con Mosè (cfr Es 3,4) e con Samuele (cfr 1 Sam 3,10). Cadendo a terra, Saulo riconosce di essere testimone di una manifestazione divina, una rivelazione potente, che lo sconvolge, ma non lo annienta, anzi, lo interpella per nome.

In effetti, solo un incontro personale, non anonimo con Cristo cambia la vita. Gesù mostra di conoscere bene Saulo, di “conoscerlo dentro”. Anche se Saulo è un persecutore, anche se nel suo cuore c’è l’odio per i cristiani, Gesù sa che questo è dovuto all’ignoranza e vuole dimostrare in lui la sua misericordia. Sarà proprio questa grazia, questo amore non meritato e incondizionato, la luce che trasformerà radicalmente la vita di Saulo.

“Chi sei, Signore?”

Di fronte a questa presenza misteriosa che lo chiama per nome, Saulo chiede: «Chi sei, o Signore?» (At 26,15). Questa domanda è estremamente importante e tutti, nella vita, prima o poi la dobbiamo fare. Non basta aver sentito parlare di Cristo da altri, è necessario parlare con Lui personalmente. Questo, in fondo, è pregare. È un parlare direttamente a Gesù, anche se magari abbiamo il cuore ancora in disordine, la mente piena di dubbi o addirittura di disprezzo verso Cristo e i cristiani. Mi auguro che ogni giovane, dal profondo del suo cuore, arrivi a porre questa domanda: “Chi sei, o Signore?”.

Non possiamo dare per scontato che tutti conoscano Gesù, anche nell’era di internet. La domanda che molte persone rivolgono a Gesù e alla Chiesa è proprio questa: “Chi sei?”. In tutto il racconto della vocazione di San Paolo, è l’unica volta in cui lui parla. E alla sua domanda, il Signore risponde prontamente: «Io sono Gesù, che tu perseguiti» (ibid.).

“Io sono Gesù, che tu perseguiti!”

Attraverso questa risposta, il Signore Gesù rivela a Saulo un mistero grande: che Lui si identifica con la Chiesa, con i cristiani. Fino ad allora, Saulo non aveva visto nulla di Cristo se non i fedeli che aveva rinchiuso in prigione (cfr At 26,10), per la cui condanna a morte egli stesso aveva votato (ibid.). E aveva visto come i cristiani rispondevano al male con il bene, all’odio con l’amore, accettando le ingiustizie, le violenze, le calunnie e le persecuzioni sofferte per il nome di Cristo. Dunque, a ben vedere, Saulo in qualche modo – senza saperlo – aveva incontrato Cristo: lo aveva incontrato nei cristiani!

Quante volte abbiamo sentito dire: “Gesù sì, la Chiesa no”, come se l’uno potesse essere alternativo all’altra. Non si può conoscere Gesù se non si conosce la Chiesa. Non si può conoscere Gesù se non attraverso i fratelli e le sorelle della sua comunità. Non ci si può dire pienamente cristiani se non si vive la dimensione ecclesiale della fede.

“È duro per te rivoltarti contro il pungolo”

Queste sono le parole che il Signore rivolge a Saulo dopo che è caduto a terra. Ma è come se già da tempo gli stesse parlando in modo misterioso, cercando di attirarlo a sé, e Saulo stesse resistendo. Quello stesso dolce “rimprovero”, nostro Signore lo rivolge a ogni giovane che si allontana: “Fino a quando fuggirai da me? Perché non senti che ti sto chiamando? Sto aspettando il tuo ritorno”. Come il profeta Geremia, noi a volte diciamo: “Non penserò più a lui” (Ger 20,9). Ma nel cuore di ognuno c'è come un fuoco ardente: anche se ci sforziamo di contenerlo, non ci riusciamo, perché è più forte di noi.

Il Signore sceglie uno che addirittura lo perseguita, completamente ostile a Lui e ai suoi. Ma non esiste persona che per Dio sia irrecuperabile. Attraverso l’incontro personale con Lui è sempre possibile ricominciare. Nessun giovane è fuori della portata della grazia e della misericordia di Dio. Per nessuno si può dire: è troppo lontano… è troppo tardi… Quanti giovani hanno la passione di opporsi e andare controcorrente, ma portano nascosto nel cuore il bisogno di impegnarsi, di amare con tutte le loro forze, di identificarsi con una missione! Gesù, nel giovane Saulo, vede esattamente questo.

Riconoscere la propria cecità

Possiamo immaginare che, prima dell’incontro con Cristo, Saulo fosse in un certo senso “pieno di sé”, ritenendosi “grande” per la sua integrità morale, per il suo zelo, per le sue origini, per la sua cultura. Certamente era convinto di essere nel giusto. Ma, quando il Signore gli si rivela, viene “atterrato” e si ritrova cieco. Improvvisamente scopre di non essere capace di vedere, non solo fisicamente ma anche spiritualmente. Le sue certezze vacillano. Nel suo animo avverte che ciò che lo animava con tanta passione – lo zelo di eliminare i cristiani – era completamente sbagliato. Si rende conto di non essere il detentore assoluto della verità, anzi di esserne ben lontano. E, insieme alle sue certezze, cade anche la sua “grandezza”. Improvvisamente si scopre smarrito, fragile, “piccolo”.

Questa umiltà – coscienza della propria limitatezza – è fondamentale! Chi pensa di sapere tutto di sé, degli altri e persino delle verità religiose, farà fatica a incontrare Cristo. Saulo, diventato cieco, ha perso i suoi punti di riferimento. Rimasto solo, nel buio, le uniche cose chiare per lui sono la luce che ha visto e la voce che ha sentito. Che paradosso: proprio quando uno riconosce di essere cieco, comincia a vedere!

Dopo la folgorazione sulla via di Damasco, Saulo preferirà essere chiamato Paolo, che significa “piccolo”. Non si tratta di un nickname o di un “nome d’arte” – oggi tanto in uso anche tra la gente comune: l’incontro con Cristo lo ha fatto sentire veramente così, abbattendo il muro che gli impediva di conoscersi in verità. Egli afferma di sé stesso: «Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio» (1 Cor 15,9).

Santa Teresa di Lisieux, come altri santi, amava ripetere che l’umiltà è la verità. Oggigiorno tante “storie” condiscono le nostre giornate, specialmente sulle reti sociali, spesso costruite ad arte con tanto di set, telecamere, sfondi vari. Si cercano sempre di più le luci della ribalta, sapientemente orientate, per poter mostrare agli “amici” e followers un’immagine di sé che a volte non rispecchia la propria verità. Cristo, luce meridiana, viene a illuminarci e a restituirci la nostra autenticità, liberandoci da ogni maschera. Ci mostra con nitidezza quello che siamo, perché ci ama così come siamo.

Cambiare prospettiva

La conversione di Paolo non è un tornare indietro, ma l’aprirsi a una prospettiva totalmente nuova. Infatti, lui prosegue il cammino verso Damasco, ma non è più quello di prima, è una persona  diversa (cfr At 22,10). Ci si può convertire e rinnovare nella vita ordinaria, facendo le cose che siamo soliti fare, ma con il cuore trasformato e motivazioni differenti. In questo caso, Gesù chiede espressamente a Paolo di andare fino a Damasco, dove era diretto. Paolo obbedisce, ma adesso la finalità e la prospettiva del suo viaggio sono radicalmente cambiate. D’ora in poi, vedrà la realtà con occhi nuovi. Prima erano quelli del persecutore giustiziere, d’ora in poi saranno quelli del discepolo testimone. A Damasco, Anania lo battezza e lo introduce nella comunità cristiana. Nel silenzio e nella preghiera, Paolo approfondirà la propria esperienza e la nuova identità donatagli dal Signore Gesù.

Non disperdere la forza e la passione dei giovani

L’atteggiamento di Paolo prima dell’incontro con Gesù risorto non ci è tanto estraneo. Quanta forza e quanta passione vivono anche nei vostri cuori, cari giovani! Ma se l’oscurità intorno a voi e dentro di voi vi impedisce di vedere correttamente, rischiate di perdervi in battaglie senza senso, perfino di diventare violenti. E purtroppo le prime vittime sarete voi stessi e coloro che vi sono più vicini. C’è anche il pericolo di lottare per cause che all’origine difendono valori giusti, ma che, portate all’esasperazione, diventano ideologie distruttive. Quanti giovani oggi, forse spinti dalle proprie convinzioni politiche o religiose, finiscono per diventare strumenti di violenza e distruzione nella vita di molti! Alcuni, nativi digitali, trovano nell’ambiente virtuale e nelle reti sociali il nuovo campo di battaglia, ricorrendo senza scrupoli all’arma delle fake news per spargere veleni e demolire i loro avversari.

Quando il Signore irrompe nella vita di Paolo, non annulla la sua personalità, non cancella il suo zelo e la sua passione, ma mette a frutto queste sue doti per fare di lui il grande evangelizzatore fino ai confini della terra.

Apostolo delle genti

Paolo, in seguito, sarà conosciuto come “l’apostolo delle genti”: lui, che era stato un fariseo scrupoloso osservante della Legge! Ecco un altro paradosso: il Signore ripone la sua fiducia proprio in colui che lo perseguitava. Come Paolo, ognuno di noi può sentire nel profondo del cuore questa voce che gli dice: “Mi fido di te. Conosco la tua storia e la prendo nelle mie mani, insieme a te. Anche se spesso sei stato contro di me, ti scelgo e ti rendo mio testimone”. La logica divina può fare del peggior persecutore un grande testimone.

Il discepolo di Cristo è chiamato ad essere «luce del mondo» (Mt 5,14). Paolo deve testimoniare quello che ha visto, ma adesso è cieco. Siamo di nuovo al paradosso! Ma proprio attraverso questa sua personale esperienza Paolo potrà immedesimarsi in coloro ai quali il Signore lo manda. Infatti, è costituito testimone «per aprire i loro occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce» (At 26,18).

“Alzati e testimonia!”

Nell’abbracciare la vita nuova che ci è data nel battesimo, riceviamo anche una missione dal Signore: “Mi sarai testimone!”. È una missione a cui dedicarsi, che fa cambiare vita.

Oggi l’invito di Cristo a Paolo è rivolto a ognuno e ognuna di voi giovani: Alzati! Non puoi rimanere a terra a “piangerti addosso”, c’è una missione che ti attende! Anche tu puoi essere testimone delle opere che Gesù ha iniziato a compiere in te. Perciò, in nome di Cristo, ti dico:

- Alzati e testimonia la tua esperienza di cieco che ha incontrato la luce, ha visto il bene e la bellezza di Dio in sé stesso, negli altri e nella comunione della Chiesa che vince ogni solitudine.

- Alzati e testimonia l’amore e il rispetto che è possibile instaurare nelle relazioni umane, nella vita familiare, nel dialogo tra genitori e figli, tra giovani e anziani.

- Alzati e difendi la giustizia sociale, la verità e la rettitudine, i diritti umani, i perseguitati, i poveri e i vulnerabili, coloro che non hanno voce nella società, gli immigrati.

- Alzati e testimonia il nuovo sguardo che ti fa vedere il creato con occhi pieni di meraviglia, ti fa riconoscere la Terra come la nostra casa comune e ti dà il coraggio di difendere l’ecologia integrale.

- Alzati e testimonia che le esistenze fallite possono essere ricostruite, che le persone già morte nello spirito possono risorgere, che le persone schiave possono ritornare libere, che i cuori oppressi dalla tristezza possono ritrovare la speranza.

- Alzati e testimonia con gioia che Cristo vive! Diffondi il suo messaggio di amore e salvezza tra i tuoi coetanei, a scuola, all’università, nel lavoro, nel mondo digitale, ovunque.

Il Signore, la Chiesa, il Papa, si fidano di voi e vi costituiscono testimoni nei confronti di tanti altri giovani che incontrate sulle “vie di Damasco” del nostro tempo. Non dimenticate: «Se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 120).

Alzatevi e celebrate la GMG nelle Chiese particolari!

Rinnovo a tutti voi, giovani del mondo, l’invito a prendere parte a questo pellegrinaggio spirituale che ci porterà a celebrare la Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona nel 2023. Il prossimo appuntamento, però, è nelle vostre Chiese particolari, nelle diverse diocesi ed eparchie del mondo, dove, nella solennità di Cristo Re si celebrerà – a livello locale – la Giornata Mondiale della Gioventù 2021.

Spero che tutti noi possiamo vivere queste tappe come veri pellegrini e non come “turisti della fede”! Apriamoci alle sorprese di Dio, che vuole far risplendere la sua luce sul nostro cammino. Apriamoci ad ascoltare la sua voce, anche attraverso i nostri fratelli e le nostre sorelle. Così ci aiuteremo gli uni gli altri a rialzarci insieme, e in questo difficile momento storico diventeremo profeti di tempi nuovi, pieni di speranza! La Beata Vergine Maria interceda per noi.

 

www.vatican.va

 

sabato 29 giugno 2019

PIETRO E PAOLO: UNA DIVERSITA' CHE SI FA DONO E RICCHEZZA PER CIASCUNO E PER LA COMUNITA'

Papa Francesco: " ...... La mia Chiesa. Non lo diciamo con un senso di appartenenza esclusivo, ma con un amore inclusivo. Non per differenziarci dagli altri, ma per imparare la bellezza di stare con gli altri, perché Gesù ci vuole uniti e aperti. La Chiesa, infatti, non è “mia” perché risponde al mio io, alle mie voglie, ma perché io vi riversi il mio affetto. 
È mia perché me ne prenda cura, perché, come gli Apostoli nell’icona, anch’io la sorregga. Come? Con l’amore fraterno. Col nostro amore fraterno possiamo dire: la mia Chiesa.

In un’icona i Santi Pietro e Paolo sono ritratti mentre si stringono a vicenda in un abbraccio. Fra loro erano molto diversi: un pescatore e un fariseo con esperienze di vita, caratteri, modi di fare e sensibilità alquanto differenti. Non mancarono tra loro opinioni contrastanti e dibattiti franchi (cfr Gal 2,11 ss.). 
Ma quello che li univa era infinitamente più grande: Gesù era il Signore di entrambi, insieme dicevano “mio Signore” a Colui che dice “mia Chiesa”. Fratelli nella fede, ci invitano a riscoprire la gioia di essere fratelli e sorelle nella Chiesa. In questa festa, che unisce due Apostoli tanto diversi, sarebbe bello che anche ognuno di noi dica: “Grazie, Signore, per quella persona diversa da me: è un dono per la mia Chiesa”. 
Siamo diversi ma questo ci arricchisce, è la fratellanza. Fa bene apprezzare le qualità altrui, riconoscere i doni degli altri senza malignità e senza invidie. 
L’invidia! L’invidia provoca amarezza dentro, è aceto sul cuore. Gli invidiosi hanno uno sguardo amaro. Tante volte, quando uno trova un invidioso, viene voglia di domandare: ma con che ha fatto colazione oggi, col caffelatte o con l’aceto? Perché l’invidia è amara. Rende amara la vita. 
Quant’è bello invece sapere che ci apparteniamo a vicenda, perché condividiamo la stessa fede, lo stesso amore, la stessa speranza, lo stesso Signore. 
Ci apparteniamo gli uni gli altri e questo è splendido, dire: la nostra Chiesa! Fratellanza..... "



martedì 19 gennaio 2016

RENDETE PIENA LA MIA GIOIA - La lettera ai Filippesi


Lettera ai Filippesi. L’inno cristologico.

 di don Giulio Cirignano


L’inno cristologico della lettera di Paolo ai Filippesi è sicuramente una delle pagine più adatte a guidare quella rigenerazione della Chiesa che Papa Francesco sogna con tutta la ricchezza della sua anima. Dalla Chiesa della controriforma, ingessata nel suo modo di pensare e parlare, ferma in un tempo che non c’è più, alla Chiesa del Vaticano Secondo, con la sua ricca dote di prospettive vivificanti, dote che si riferisce non solo agli aspetti istituzionali ma anche a quelli del pensare teologico e della prassi morale. La Parola di Dio riproposta come traguardo di studio e contemplazione, l’azione liturgica vitalizzata da una più intensa partecipazione del popolo di Dio, la configurazione interna all’insegna della pari dignità di tutti i battezzati e del ruolo positivo del laicato, la dinamica di estroversione attenta alle gioie e ai dolori dell’uomo, la speranza ecumenica, la proposta morale compaginata intorno alla bellezza di essere cittadini del Vangelo, tutto è chiamato a passare attraverso la cruna dell’ago della conversione pastorale. Il novecento è finito, è ormai inarrestabile il futuro. La conversione è dono di Dio e responsabilità degli uomini. Proprio per questa ragione è doveroso il piegarsi in silenzio davanti alla Parola di Dio e lasciare che raggiunga il nostro animo. L’inno della lettera ai Filippesi è come lo specchio in cui vedere riflessi i lineamenti del nostro essere chiesa secondo il pensiero di Gesù. Può essere utile onorare l’anno giubilare con la mente totalmente invasa da quella parola........


leggi: RENDETE PIENA LA MIA GIOIA