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mercoledì 14 maggio 2025

DISLESSIA E CORSIVO


  «L’obbligo di corsivo a scuola

penalizza

 gli alunni dislessici»

 

L’Associazione italiana dislessia critica l’impostazione delle nuove Indicazioni nazionali per l’Infanzia e il primo ciclo, denunciando le ricadute negative sugli studenti con Dsa. 

-di PAOLO FERRARIO

 

«Nelle scuole del primo ciclo di istruzione la scrittura è fondamentale e va curata con particolare attenzione, a partire dall’apprendimento del corsivo e della calligrafia». Quando sono arrivati a questo passaggio delle nuove Indicazioni nazionali per la Scuola dell’infanzia e il primo ciclo d’istruzione, pubblicate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, gli specialisti dell’Associazione italiana dislessia (Aid) sono sobbalzati sulla sedia e hanno seriamente cominciato a preoccuparsi. La preoccupazione è diventata allarme una volta approdati alla sezione dei “Risultati attesi”. «Gli studenti – si legge a pagina 131 delle nuove Indicazioni nazionali – sapranno: riconoscere e applicare il ductus e le proporzioni del corsivo; sviluppare una scrittura fluida e leggibile con uno stile personale». Un’enfasi che, si sono chiesti, «porterà alla necessità di una certificazione diagnostica per permettere ai bambini che presentano difficoltà nell’area grafomotoria o disgrafia di non scrivere in corsivo?». 

E come staranno a scuola, questi bambini con Disturbi specifici dell’apprendimento? «Saranno tormentati e costretti ad imparare ed applicare il ductus e le proporzioni del corsivo?», si sono interrogati all’Aid. Mettendosi nei panni di alunni e genitori su cui, all’improvviso, è caduta in testa questa novità. «Usare le mani è sempre positivo, ma “corsivo per tutti” è una follia, una suggestione passatista che vuole tornare a una scuola severa e ordinata», sbotta Dario Ianes, già docente di Pedagogia e didattica dell’inclusione all’Università di Bolzano e co-fondatore del Centro Studi Erickson di Trento. Con cui ha dato alle stampe un instantbook che raccoglie i contributi di diciassette esperti chiamati a ragionare sulle nuove Indicazioni nazionali per gli alunni dai 3 ai 14 anni. Il titolo Credere, obbedire, insegnare è anch’esso una suggestione intrigante e rimanda a una scuola del “tempo, che fu” e che Ianes e il gruppo di esperti coinvolti non vorrebbero tornasse.

«Questa scelta di porre enfasi sull’utilizzo del corsivo e della bella scrittura può avere un forte impatto psicologico su tutti i bambini in generale, ma soprattutto sui bambini con Disturbi specifici dell’apprendimento», sottolinea il professor Ianes, ospite di un

webinar promosso dall’Aid proprio per indagare a fondo le ricadute delle nuove Indicazioni nazionali sulla vita scolastica del 6% di alunni con Dsa che abita la scuola italiana. « Non siamo contro il corsivo», mette le mani avanti Lucia Iacopini, pedagogista, docente, membro del Consiglio direttivo e del Comitato scientifico di Aid. «Ci preoccupa, però, come queste Indicazioni nazionali possano essere acquisite dagli insegnanti e recepite dalla scuola. Si arriverà a temi scritti al computer e ricopiati a mano? Scrivere in corsivo può anche essere divertente e rilassante, ma per un alunno disgrafico non lo è affatto», ricorda l’esperta. «Così si rischia che gran parte delle risorse cognitive del bambino siano concentrate sulla scrittura in corsivo e non sul contenuto di ciò che scrive», avverte Luciana Ventriglia, docente specializzata in pedagogia clinica e formatrice Aid. « I bambini vogliono imparare a scrivere per comunicare pensieri ed emozioni, non per scrivere in corsivo né in bella calligrafia – aggiunge Ventriglia –. Trovandosi di fronte a quest’obbligo saranno per lo meno disorientati e non capiranno il motivo di tale imposizione». E, magari, cominceranno a vedere la scuola sotto una luce diversa, meno brillante.

«Quello che si sta costruendo è un percorso formale potenzialmente costellato di errori – aggiunge Ianes –. Se un bambino, fin dalla prima elementare, è bersagliato da giudizi negativi, questo crea una barriera all’apprendimento e imparare, per lui, diventerà pauroso. A scuola bisogna essere contenti di ciò che si scrive e non avere paura di non scrivere bene in corsivo».

Questo approccio «rigido e autoritario », riflette sempre il professor Ianes, non fa bene nemmeno all’inclusività della scuola stessa. « Nelle nostre classi ci sono alunni provenienti da culture diverse e con scritture diverse, che l’obbligo di utilizzo del corsivo renderà ancora più fragili e ai margini. Purtroppo, l’apertura all’altro e alla mondialità non sono la cifra di queste Indicazioni nazionali», conclude Ianes. Lanciando una proposta al Ministero che suona anche un po’ come una sfida: assumere almeno il 5% di insegnanti con Dsa alla scuola primaria: «Nessun docente con Dsa si sognerebbe di imporre il corsivo ai propri alunni » è la categorica conclusione.

 www.avvenire.it

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domenica 13 aprile 2025

LA SCUOLA DELLA PAURA

DIBATTITO 

SULLE

 INDICAZIONI NAZIONALI



Paura dell'altro, quale che sia. Rifiuto della complessità. Necessità di controllo e prescrizione. Sono queste le critiche principali alle nuove Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo mosse dagli esperti che Dario Ianes ha coinvolto nel volume "Credere Obbedire Insegnare". Il ministero intanto ha spostato al 17 aprile il termine per consegnare il questionario. Il dibattito continua.

 -di Dario Ianes

 Le nuove Indicazioni nazionali 2025 hanno suscitato un ampio dibattito e numerose critiche, provenienti non solo dal mondo della scuola, ma anche da diverse società scientifiche che si occupano dei vari ambiti del sapere. Personalmente considero questo documento molto significativo: esso definisce l’orizzonte culturale e politico, e manifesta l’idea di scuola, di insegnamento e di apprendimento a cui dovrebbe ispirarsi il sistema scolastico italiano. È quindi essenziale esaminarlo con attenzione e spirito critico.

Se ripenso alle Indicazioni del 2012, arricchite poi nel 2018, emerge un impianto culturale aperto, ampio e multiculturale, con uno sguardo globale e un approccio inter- e transdisciplinare. Quelle indicazioni si muovevano all’interno della complessità del mondo contemporaneo. Un riferimento ispiratore era Edgar Morin, con la sua idea di una “testa ben fatta”, capace di pensiero critico e autonomo, più che semplicemente “piena di nozioni”. Si valorizzavano l’autonomia scolastica e la libertà di insegnamento.

Un cambio di paradigma: rigore e paura

Le Indicazioni 2025 si distinguono invece per una visione della scuola più rigida, selettiva e classificatoria, che appare scarsamente inclusiva e poco flessibile. Ma l’aspetto più marcato che emerge è la dimensione della paura.

Le Indicazioni 2025 si distinguono per una visione della scuola più rigida, selettiva e classificatoria, che appare scarsamente inclusiva e poco flessibile. Ma l’aspetto più marcato che emerge è la dimensione della paura

Paura del corpo degli studenti e delle studentesse, della loro sessualità e delle relazioni affettive, trascurando così completamente l’educazione alla sessualità e al benessere relazionale. Paura della mente autonoma, critica e libera. Paura della tecnologia, dell’intelligenza artificiale, della complessità epistemologica e della libertà di insegnamento.

Il rifiuto della complessità

Sembra emergere un rifiuto della complessità e della globalità: si preferisce mantenere confini netti tra le discipline e si promuove una visione centrata sull’identità italiana e occidentale. L’Altro — sia esso culturale, epistemologico o pedagogico — appare come una minaccia, e viene quindi escluso.

Questa logica porta a una forte necessità di controllo e prescrizione, evidente sia nei contenuti da trattare sia nei testi da utilizzare. Al contrario, le Indicazioni del 2012 si fondavano sulla fiducia nei docenti e nella loro professionalità.

L’altro — sia esso culturale, epistemologico o pedagogico — appare come una minaccia e viene quindi escluso. Questa logica porta a una forte necessità di controllo e prescrizione, evidente sia nei contenuti da trattare sia nei testi da utilizzare

Inclusione: una visione ristretta

Anche il concetto di inclusione proposto appare limitato: si concentra solo su disabilità, Dsa e Bes, senza allargare lo sguardo a una visione più ampia e rispettosa delle differenze umane. Colpisce l’assenza di riferimenti a due temi cruciali per l’inclusione scolastica: la nuova normativa sui Pei e le problematiche legate al personale di sostegno, agli educatori e agli assistenti per l’autonomia e la comunicazione.

Fragilità disciplinari e linguaggio

Analizzando il testo delle nuove indicazioni nelle singole discipline, si rilevano difformità stilistiche, imprecisioni e veri e propri errori metodologici, già evidenziati in diversi contesti. Il linguaggio alterna registri paternalistici e ingenuamente buonisti ad altri più arroganti, ricorrendo talvolta a meccanismi retorici di captatio benevolentiae che risultano poco efficaci e dissonanti.

Un confronto diretto e critico

Nel volume “Credere Obbedire Insegnare. Voci critiche sulle Indicazioni Nazionali 2025 per il primo ciclo di istruzione” (Erickson), abbiamo scelto di offrire un confronto diretto: le pagine di sinistra riportano le vecchie indicazioni, quelle di destra le nuove, permettendo una lettura comparativa chiara e immediata.

 Abbiamo inoltre raccolto 17 contributi autorevoli — da parte di docenti universitari, dirigenti scolastici e insegnanti — che hanno analizzato criticamente i diversi aspetti del documento. Tra gli autori: Lorenza Alessandri, Fabio Bocci, Ivano Colombo, Cristiano Corsini, Simona D’Alessio, Italo Fiorin, Nicola Fonzo, Vera Gheno, Irene Gianeselli, Simone Giusti, Franco Lorenzoni, Giuditta Matucci, Valentina Migliarini, Marianna Piccioli, Luca Raina, Giuseppe Vadalà.

VITA

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