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giovedì 18 giugno 2026

SCUOLA SENZA ANSIA

 

La rivoluzione della valutazione descrittiva

Intervista a Vincenzo Arte*, insegnante e autore di “Crescere senza voti

 

Imparare non deve far soffrire i ragazzi. Per questo Vincenzo Arte, insieme ad alcuni colleghi del liceo Morgagni di Roma, ha deciso di lanciare nel 2016 la Scuola delle Relazioni e della Responsabilità. Addio ai voti come minaccia, più spazio a valutazioni descrittive e autovalutazioni, utilizzo massiccio della didattica cooperativa. Risultati? Meno emergenze per attacchi di panico, maggiore autonomia dei ragazzi e coesione nelle classi.

Come è arrivato all’insegnamento?

Mi sono laureato in ingegneria elettronica, indirizzo informatico, e ho iniziato subito a lavorare. Ero attratto però dal mondo della scuola, forse perché mia madre era insegnante. Così ho fatto la SSIS, Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario, e ho abbandonato la carriera da ingegnere informatico, dove mi occupavo di formazione, per insegnare informatica ed elettronica. Ho fatto la mia esperienza da precario, per circa sette anni, vivendo una condizione di privilegio, dato che a poter insegnare quelle materie eravamo in pochi e quindi molto richiesti. Poi nel 2007 sono entrato di ruolo per matematica e fisica.

Perché è passato a matematica e fisica?

Per un motivo pratico, si poteva lavorare in molte più scuole. E poi perché mentre insegnavo negli istituti tecnici mi ero accorto che i miei alunni andavano bene nelle mie materie, ma in matematica prendevano voti bassissimi. Qualcuno arrivava alla sufficienza, ma con enormi sacrifici. Sembrava che fosse impossibile insegnare matematica senza far soffrire i ragazzi. Ecco la mia sfida: insegnare bene la matematica, facendo stare bene i ragazzi.

Dove insegna ora?

Al liceo scientifico Morgagni, a Roma, dove insieme ad altre colleghe ho ideato e seguito un progetto, che dura dal 2016 e si chiuderà nel 2028: la “Scuola delle Relazioni e della Responsabilità”.

Lei lo ha raccontato nel libro Crescere senza voti. Come è nato?

La mia indole mi ha sempre spinto a insegnare in un certo modo: nella tesi finale della SSIS avevo sostenuto che sarebbe stato bello insegnare facendo autovalutare i ragazzi. Mi dissero che era impossibile. Insegnando mi sono convinto sempre più che usare il voto in modo strumentale, a volte quasi come minaccia, non dà risultati e suscita nei ragazzi grande disagio. Al Morgagni c’erano spesso ragazzi con attacchi di panico. Poi c’erano i pianti nei bagni, le scene disperate prima o dopo le verifiche. Io e qualche collega ci siamo domandati perché la scuola fosse un luogo di tanta frustrazione e rabbia. Allora abbiamo pensato a come realizzare una scuola funzionale, che centrasse gli obiettivi didattici senza generare ansia. E nemmeno noia, l’altro grande problema dei ragazzi a scuola. Abbiamo studiato altri esempi e ci siamo ispirati al modello scolastico della Finlandia.

Perché l’avete chiamata scuola “di relazioni e responsabilità”?

Sono due termini cruciali. Il nostro obiettivo era di lavorare in classe in un clima sereno. La didattica non passa per la relazione: è relazione. Tra docenti e alunni, tra gli alunni stessi, e anche con i genitori. Tutti devono stare bene perché possa esserci un apprendimento sano. Responsabilità, in questo senso: non è il docente che deve ricattare o minacciare. Sono i ragazzi che si devono mettere in gioco e capire che sono a scuola per compiere un proprio percorso culturale, non per dare soddisfazione a genitori e professori prendendo un bel voto.

Che tipo di valutazione avete utilizzato nel vostro progetto didattico?

Durante l’anno sempre la valutazione descrittiva, cioè un giudizio che delinea competenze, progressi e punti di miglioramento, con il voto numerico soltanto in pagella a fine quadrimestre o al termine dell’anno. Diamo grande importanza alle valutazioni osservative, che non corrispondono ad alcuna prova, ma che ci permettono il monitoraggio di comportamenti, abilità e interazioni per valutare l’apprendimento. Io lavoro con i miei alunni e posso dare un feedback sul registro scritto, valutando le attività svolte dallo studente in un certo intervallo di tempo.

La didattica non passa per la relazione: è relazione. Tra docenti e alunni, tra gli alunni stessi, e anche con i genitori. Tutti devono stare bene perché possa esserci un apprendimento sano.

Avete dato spazio anche all’autovalutazione.

Si può chiedere a un ragazzo di autovalutarsi dopo una prova, oppure alla fine di un dato periodo. Si può chiedere loro di autovalutarsi sulla teoria o sullo svolgimento degli esercizi, così come sulle competenze trasversali, sul benessere a scuola, sulla responsabilità. Si può utilizzare l’autovalutazione anche per il voto finale in pagella, così emerge subito se siamo in sintonia o se c’è qualcosa che va chiarito.

Quali metodologie didattiche avete utilizzato?

Abbiamo cercato di mettere in pratica le indicazioni della pedagogia attiva. L’apprendimento è funzionale, efficace e quindi duraturo se i ragazzi sono attivi. La scuola italiana fa apprendere soprattutto a casa: in classe ascolti la lezione e a casa memorizzi o ti eserciti. Ma a casa non c’è il docente ad aiutarti. Le lezioni frontali le abbiamo ridotte al minimo, facendo svolgere le esercitazioni in modalità cooperativa, perché facilita l’apprendimento. Con il metodo jigsaw, ogni studente è responsabile di una parte e la condivide con il gruppo per formare l’insieme, mentre la didattica a stazioni, un altro metodo didattico cooperativo, permette ai ragazzi di compiere attività diverse con molta autonomia. Li posso invitare a guardare un video su un argomento, oppure a confrontarsi con un compagno, lasciandoli liberi di scegliere cosa fare e in che ordine farlo.

Come vi siete formati voi docenti per questo progetto?

Ci abbiamo lavorato molto. Per la didattica a stazioni abbiamo fatto riferimento a docenti già esperte, come Elena Conte e Annalisa De Stasi. Daniela Lucangeli, professoressa di Psicologia dello sviluppo e dell’Educazione all’Università di Padova, ci ha tenuto un breve corso di psicologia dell’apprendimento. Un insegnante dell’Associazione Àpeiron, Mariella Colosimo, ci ha seguiti per un anno, stimolandoci a lavorare sull’osservazione senza giudizio. Giudicare sempre i ragazzi è una delle malattie professionali di noi docenti: lo facciamo in continuazione senza rendercene conto.

Come è stato accolto il vostro progetto di sperimentazione al Morgagni?

Chiamarla sperimentazione non è del tutto corretto. Di fatto, la normativa italiana non prevede in alcun modo i voti in itinere, si tratta di scelte didattiche di noi docenti. Ma noi eravamo consapevoli che la nostra fosse una relativa novità nel panorama italiano, e dunque abbiamo condiviso il progetto con le famiglie, mentre chi è convinto che usare il 4 sia utile per stimolare i ragazzi a studiare non si sognerebbe mai di chiedere il permesso ai genitori!


Siamo partiti con una classe, la prima G, abbiamo convocato ragazzi e genitori prima dell’inizio dell’anno scolastico, raccontando cosa volevamo fare. Soltanto dopo che tutti si sono detti d’accordo, siamo partiti. Dato il successo formativo di questa prima classe, i genitori hanno chiesto alla dirigente l’impegno di prolungare il progetto per tutti e cinque gli anni, fino al diploma. Così è stato, e ogni anno partiva una nuova prima. Dopo tre anni, su richiesta del collegio, è diventato un indirizzo vero e proprio, opzionabile dalle famiglie.

Si può chiedere loro di autovalutarsi sulla teoria o sullo svolgimento degli esercizi, così come sulle competenze trasversali, sul benessere a scuola, sulla responsabilità. 

Perché poi nel 2023 l’indirizzo è stato cancellato e il progetto abbandonato?

Per un solo voto contrario del collegio docenti, 37 contro 36. I motivi sono diversi: prima di tutto, alcuni insegnanti sono molto favorevoli ai voti e non considerano normale una scuola che ne faccia a meno. Io penso che nella decisione abbia influito negativamente anche il successo mediatico del progetto, che è stato semplificato e raccontato in maniera fuorviante: il Morgagni era diventato una “scuola senza voti”. Qualche collega si è arrabbiato per questo.

Qual è la situazione attuale?

Sono rimasti gli ultimi tre anni, mentre le prime due classi della G presentano didattica e valutazione tradizionali. Il progetto si sta spegnendo, nonostante molti genitori stiano chiedendo alla preside di riattivarlo. Oggi, comunque, ci sono molte scuole in cui si sta usando la valutazione descrittiva e c’è grande richiesta di insegnanti che la sappiano valorizzare.

Durante il progetto della Scuola delle Relazioni e della Responsabilità avete collaborato con l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. In che modo?

Abbiamo lavorato con Stefano Livi, che insegna Psicologia Sociale alla Sapienza e si occupa di adolescenza, e con Guido Benvenuto, professore in Metodologia della Ricerca Educativa alla Sapienza, uno dei docimologi più famosi in Italia, esperto di metodi, criteri e affidabilità delle valutazioni scolastiche, che avevo conosciuto negli anni della SSIS. Il monitoraggio prevedeva sessioni di osservazione della didattica e interviste ai primi diplomati della sezione G. Alcuni studenti, che a quel punto erano già all’università, hanno detto di sentirsi più preparati di altri perché cinque anni di lavoro cooperativo avevano insegnato loro a lavorare in gruppo. Il nostro progetto aveva stimolato la coesione del gruppo-classe, relazioni più sane, maggiore responsabilità e autonomia, riducendo l’ansia da prestazione.

Ha modificato i suoi criteri di valutazione da quando si è interrotto il progetto al Morgagni?

Io insegno sempre con il mio metodo. La legge italiana non solo non impone l’obbligatorietà del voto numerico in itinere ma prevede che la valutazione debba stimolare i ragazzi a sapersi autovalutare per incrementare la loro metacognizione. Inoltre, se si seguono le indicazioni della pedagogia attiva e della psicologia dello sviluppo, il voto numerico durante l’anno è sconsigliato.

Cosa dovrebbe cambiare la scuola perché il benessere e l’apprendimento siano realmente centrali?

Bisognerebbe, secondo me, fare a meno dei voti e modificare la disposizione di banchi, sedie e cattedra. Non serve rinunciare del tutto alle lezioni frontali, perché la spiegazione del docente è necessaria, ma fare in modo che i ragazzi siano sempre attivi in classe. E considerarli come persone. La Finlandia è stata esemplare: ha formato gli insegnanti, pagandoli durante la formazione. Si è trattato di un piano supportato da valutazioni pedagogiche, che ha permesso al suo modello scolastico di compiere uno spettacolare salto qualitativo.

 *Vincenzo Arte

Nasce a Reggio Calabria nel 1965, a diciotto anni si trasferisce a Roma per laurearsi in Ingegneria elettronica alla Sapienza. Dopo aver lavorato in aziende informatiche e un passaggio al «manifesto», inizia a insegnare a Rebibbia nel 2001. Oggi è docente di matematica e fisica in un liceo scientifico di Roma. Padre di due figli, eclettico e anticonformista, sa adattarsi ma anche rivoluzionare il contesto che ha intorno. Lo ha fatto più volte, lo ha rifatto nel 2016 con la scuola.

 

Before education

mercoledì 14 maggio 2025

DISLESSIA E CORSIVO


  «L’obbligo di corsivo a scuola

penalizza

 gli alunni dislessici»

 

L’Associazione italiana dislessia critica l’impostazione delle nuove Indicazioni nazionali per l’Infanzia e il primo ciclo, denunciando le ricadute negative sugli studenti con Dsa. 

-di PAOLO FERRARIO

 

«Nelle scuole del primo ciclo di istruzione la scrittura è fondamentale e va curata con particolare attenzione, a partire dall’apprendimento del corsivo e della calligrafia». Quando sono arrivati a questo passaggio delle nuove Indicazioni nazionali per la Scuola dell’infanzia e il primo ciclo d’istruzione, pubblicate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, gli specialisti dell’Associazione italiana dislessia (Aid) sono sobbalzati sulla sedia e hanno seriamente cominciato a preoccuparsi. La preoccupazione è diventata allarme una volta approdati alla sezione dei “Risultati attesi”. «Gli studenti – si legge a pagina 131 delle nuove Indicazioni nazionali – sapranno: riconoscere e applicare il ductus e le proporzioni del corsivo; sviluppare una scrittura fluida e leggibile con uno stile personale». Un’enfasi che, si sono chiesti, «porterà alla necessità di una certificazione diagnostica per permettere ai bambini che presentano difficoltà nell’area grafomotoria o disgrafia di non scrivere in corsivo?». 

E come staranno a scuola, questi bambini con Disturbi specifici dell’apprendimento? «Saranno tormentati e costretti ad imparare ed applicare il ductus e le proporzioni del corsivo?», si sono interrogati all’Aid. Mettendosi nei panni di alunni e genitori su cui, all’improvviso, è caduta in testa questa novità. «Usare le mani è sempre positivo, ma “corsivo per tutti” è una follia, una suggestione passatista che vuole tornare a una scuola severa e ordinata», sbotta Dario Ianes, già docente di Pedagogia e didattica dell’inclusione all’Università di Bolzano e co-fondatore del Centro Studi Erickson di Trento. Con cui ha dato alle stampe un instantbook che raccoglie i contributi di diciassette esperti chiamati a ragionare sulle nuove Indicazioni nazionali per gli alunni dai 3 ai 14 anni. Il titolo Credere, obbedire, insegnare è anch’esso una suggestione intrigante e rimanda a una scuola del “tempo, che fu” e che Ianes e il gruppo di esperti coinvolti non vorrebbero tornasse.

«Questa scelta di porre enfasi sull’utilizzo del corsivo e della bella scrittura può avere un forte impatto psicologico su tutti i bambini in generale, ma soprattutto sui bambini con Disturbi specifici dell’apprendimento», sottolinea il professor Ianes, ospite di un

webinar promosso dall’Aid proprio per indagare a fondo le ricadute delle nuove Indicazioni nazionali sulla vita scolastica del 6% di alunni con Dsa che abita la scuola italiana. « Non siamo contro il corsivo», mette le mani avanti Lucia Iacopini, pedagogista, docente, membro del Consiglio direttivo e del Comitato scientifico di Aid. «Ci preoccupa, però, come queste Indicazioni nazionali possano essere acquisite dagli insegnanti e recepite dalla scuola. Si arriverà a temi scritti al computer e ricopiati a mano? Scrivere in corsivo può anche essere divertente e rilassante, ma per un alunno disgrafico non lo è affatto», ricorda l’esperta. «Così si rischia che gran parte delle risorse cognitive del bambino siano concentrate sulla scrittura in corsivo e non sul contenuto di ciò che scrive», avverte Luciana Ventriglia, docente specializzata in pedagogia clinica e formatrice Aid. « I bambini vogliono imparare a scrivere per comunicare pensieri ed emozioni, non per scrivere in corsivo né in bella calligrafia – aggiunge Ventriglia –. Trovandosi di fronte a quest’obbligo saranno per lo meno disorientati e non capiranno il motivo di tale imposizione». E, magari, cominceranno a vedere la scuola sotto una luce diversa, meno brillante.

«Quello che si sta costruendo è un percorso formale potenzialmente costellato di errori – aggiunge Ianes –. Se un bambino, fin dalla prima elementare, è bersagliato da giudizi negativi, questo crea una barriera all’apprendimento e imparare, per lui, diventerà pauroso. A scuola bisogna essere contenti di ciò che si scrive e non avere paura di non scrivere bene in corsivo».

Questo approccio «rigido e autoritario », riflette sempre il professor Ianes, non fa bene nemmeno all’inclusività della scuola stessa. « Nelle nostre classi ci sono alunni provenienti da culture diverse e con scritture diverse, che l’obbligo di utilizzo del corsivo renderà ancora più fragili e ai margini. Purtroppo, l’apertura all’altro e alla mondialità non sono la cifra di queste Indicazioni nazionali», conclude Ianes. Lanciando una proposta al Ministero che suona anche un po’ come una sfida: assumere almeno il 5% di insegnanti con Dsa alla scuola primaria: «Nessun docente con Dsa si sognerebbe di imporre il corsivo ai propri alunni » è la categorica conclusione.

 www.avvenire.it

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sabato 3 luglio 2021

ELOGIO DELLA PENNA

L’infanzia è una fase della vita molto particolare dove la sensorialità, l’esperienzialità, la motricità, il movimento e la socialità devono prevalere su tutto e su tutti. Dare, viceversa, la precedenza assoluta al mondo virtuale appare una scelta estremamente incauta.

-         di Daniele Novara*

      

Fra la penna elettronica e quella su carta quest’ultima ha il vantaggio di poter incidere su un vero materiale fisico sviluppando così, in modo più completo, le tante connessioni neurocerebrali in gioco. Molte ricerche mettono in luce il pericolo di voler a tutti i costi passare dalla penna alla tastiera, come a suo tempo si fece dal pennino alla penna. Non è per nulla la stessa cosa, ricorda Daniele Novara. Di certo, l’uso della penna facilita l’apprendimento soprattutto per i suoi tempi dilatati che costringono a selezionare i concetti più importanti e, di conseguenza, assimilarli meglio. Già, forse è proprio questa resistenza al dominio della velocità che non piace ai venditori di prodotti elettronici e agli ossessionati della Dad

Mentre la scuola si accinge alla digitalizzazione della didattica, penso sia importante mettere qualche paletto per evitare che la moda prevalga a prescindere da ogni consapevolezza scientifica, pedagogica e psicoevolutiva. Il punto più importante della questione è che ogni cosa ha il suo tempo e quello che vale per un ragazzo di quindici anni non può valere per un bambino né di un anno, né di tre, né di cinque, né di sei, né di sette, né di otto. 

L’infanzia è una fase della vita molto particolare dove la sensorialità, l’esperienzialità, la motricità, il movimento e la socialità devono prevalere su tutto e su tutti. Dare, viceversa, la precedenza assoluta al mondo virtuale appare una scelta estremamente incauta.

Fra la penna elettronica e la penna su carta quest’ultima ha il vantaggio di poter incidere su un vero materiale fisico sviluppando così, in modo più completo, le tante connessioni neurocerebrali in gioco. Molte ricerche mettono in luce il pericolo di voler a tutti i costi passare dalla penna alla tastiera, come a suo tempo si fece dal pennino alla penna. Non è la stessa cosa. Già nel 2007, una ricerca pubblicata da Connelly – psicologo della Oxford Brookes University – e altri sul British Journal of Educational Psychology dimostrava che i temi scritti a mano dai bambini delle Scuole Primarie erano migliori rispetto a quelli scritti con una tastiera. Addirittura, dallo stesso studio emerse che i temi scritti al computer sembravano fatti da soggetti il cui sviluppo era indietro di due anni (un bambino di terza scriveva quindi come un bambino di prima). Nel 2011, lo studio di Sandra Sulzenbruck e altri analizzò il rischio che l’utilizzo continuo della tastiera per la produzione di testi possa contribuire in modo significativo alla perdita delle capacità di scrittura a mano. I vari studi condotti dalla neuroscienziata norvegese Audrey Van de Meer, dimostrano l’importanza dell’aspetto sensomotorio della penna sulla carta.

La penna consente connessioni neurocerebrali articolate e raffinate assolutamente improponibili e imparagonabili col puro e semplice battito del dito su una tastiera. Il movimento della mano che traccia lettere e parole, implica, nel bambino che sta incominciando a leggere e a scrivere, il riconoscimento di linee, curve, spazi, creando, dal punto di vista cognitivo, una connessione visivo-motoria. 

La scrittura manuale “costringe” in qualche modo a direzionare il movimento della mano a seconda della lettera che si deve scrivere.

 Il testo va orientato nello spazio e contenuto all’interno delle dimensioni di un foglio (per fare un esempio). Tutte queste azioni attivano la corteccia parietale preposta alla capacità di calcolo, linguaggio, orientamento spaziale e memoria. 

Più avanti, lo scrivere in corsivo richiederà necessariamente di saper collegare le lettere tra loro. La tastiera non richiede un simile sforzo: basta picchiare su tasti tutti uguali e le parole vengono da sé. L’uso della penna, inoltre, facilita l’apprendimento anche per i suoi tempi “dilatati” che costringono il cervello a selezionare i concetti più importanti e, di conseguenza, assimilarli meglio.

I rischi della scrittura su tastiera sono chiari: soprattutto nei bambini piccoli, viene impedito il corretto sviluppo di alcuni meccanismi cognitivi fondamentali. 

Sono noti i ritardi che l’uso della televisione, dei videoschermi, dei videogiochi e della tastiera provocano nei processi di lettoscrittura. Occorre ricordarli per evitare, fra anni, di ritrovarci con un aumento drammatico di disgrafie, disortografie se non, addirittura, ritardi nella vera e propria capacità di leggere e scrivere. 

Genitori e insegnanti non possono permettere che siano date informazioni non solo sbagliate, ma decisamente in malafede. A volte sono gli stessi venditori di questi prodotti che finiscono per promuovere convegni specifici sul passaggio dalla penna alla tastiera.

Le ricerche scientifiche lasciano poco spazio ai dubbi e quindi i bambini vanno, ancora una volta, tutelati nel loro mondo e nel loro pensiero che è pratico, operativo, concreto e sensoriale. Solo in questo modo potranno crescere e raggiungere le altre fasi della vita.


*Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP

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