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venerdì 14 agosto 2026

LE PICCOLE VIRTU'

 


Trattato 

delle 

piccole virtù: 


Breviario 

di civiltà



di Carlo Ossola (Autore)  

 

Viviamo un’epoca in cui l’«assolo» sembra prevalere decisamente sul «vivere corale».

Sebbene si sia ormai affermata la necessità di prendersi cura dei beni comuni, risulta però impossibile tutelarli senza fare appello a quelle virtù che riducono le pretese del singolo a favore dell’armonia dell’insieme.

Carlo Ossola ci accompagna in un viaggio che è anche un dialogo con alcuni maestri delle «piccole virtù», esponenti del pensiero e della letteratura: da Cicerone e Lucrezio ad Alessandro Manzoni e Victor Hugo, da Carlo Goldoni a Giacomo Leopardi, da Emily Dickinson a Wisława Szymborska, da T.S.Eliot a Georges Bernanos.

Guida ideale lungo il percorso è il trattato settecentesco – che fa da appendice al volume – in cui Giovan Battista Roberti, compendiando secoli di civiltà europea, descrisse le «virtù sociali, utili a chiunque vive in società di altri viventi razionali».

Nella consapevolezza che ricercare e praticare queste virtù non è altro se non, citando sant’Agostino, «scorgere in un fatto modesto i concetti comuni delle piccole come delle grandi realtà».

Marsilio editore

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sabato 9 maggio 2026

LA PAROLA CHE FERISCE


 Fermare quella parola che ferisce

L’odio che entra da fessure piccole


. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. 

Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo

 Gli “attrezzi” che noi usiamo? Precisione, gentilezza, visione panoramica, senso di comunità e racconto lungo»

 -di MARCO GIRARDO

Pubblichiamo un’ampia parte dell’intervento tenuto martedì 5 maggio dal direttore di Avvenire, Marco Girardo, in occasione dell’audizione presso la Commissione straordinaria del Senato per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, presieduta dalla senatrice Liliana Segre. L’audizione si è tenuta nell’ambito dell’indagine conoscitiva avviata dalla Commissione sui discorsi d’odio con particolare attenzione all’impatto del linguaggio pubblico sulla diffusione dei discorsi d’odio.

Vorrei partire da una constatazione semplice: i discorsi d’odio non nascono nel vuoto di parole, nascono nel vuoto di senso. Non compaiono all’improvviso, come un incidente isolato dentro uno spazio pubblico altrimenti sano. Sono piuttosto il sintomo, spesso estremo, di un ambiente comunicativo che si è progressivamente deteriorato. Prima dell’odio dichiarato, c’è quasi sempre una lunga preparazione: mutano lentamente le parole, si modifica il tono, cambia anzitutto lo sguardo sull’altro (…). Per questo interrogarsi sull’impatto del linguaggio pubblico significa andare alla radice: non solo misurare quante parole d’odio circolano, ma domandarsi quale spazio pubblico le rende possibili, le premia, le accelera e infine le normalizza.

I connotati dello spazio pubblico

Questo spazio pubblico, oggi, ha alcune caratteristiche che vorrei brevemente richiamare.

 La prima è la polarizzazione. Il discorso pubblico tende sempre più a trasformare ogni questione in uno scontro binario: di qua o di là, amico o nemico, puro o impuro, traditore o fedele. Il “tifo calcistico” è diventato la modalità con cui affrontiamo problemi sempre più complessi. Piace perché semplifica, non costringe a pensare, conferisce identità “per contrasto”. Ma proprio lì l’odio si prepara: quando l’altro non è più una persona con cui condivido uno spazio comune, ma il segno di ciò che temo e respingo.

La seconda caratteristica è la paura, un materiale comunicativo potentissimo, perché cattura l’attenzione, crea appartenenza e produce reazione. Ma quando diventa il registro ordinario del discorso pubblico, la paura restringe lo sguardo. Non vediamo più persone, storie, cause, responsabilità: vediamo anzitutto minacce. Il migrante diventa così l’invasore, il povero un fastidio, il diverso un rischio. La paura semplifica, e l’odio trova terreno fertile nelle semplificazioni.

La terza caratteristica è la ridondanza.

Non siamo mai stati così informati e, insieme, così disorientati. Ci sentiamo spesso sovraccarichi, “schiacciati”. Ma l’eccesso di informazione non produce automaticamente conoscenza. Anzi: tende a produrre assuefazione, stordimento, paralisi. La quarta caratteristica è la post-verità o, meglio, il groviglio nel quale oggi siamo immersi: disinformazione mirata, clickbaiting, fonti algoritmiche. L’informazione procede spesso per addizione e accumulo, ma non sempre genera senso. E “senso” significa anzitutto “direzione”. Dove manca la direzione, resta il rumore. La quinta caratteristica è il fattore tempo. Vince il mordi e fuggi. Leggiamo titoli, anteprime, frammenti d’informazione, guardiamo video di pochi secondi. Ma il linguaggio in una democrazia ha bisogno di tempo, oltre che di verifica. Quando questo tempo scompare, resta la reazione. E la reazione, soprattutto negli ambienti digitali, tende facilmente a trasformarsi in aggressione.

Ad essersi completamente “snaturato”, dunque, è lo spazio pubblico, prima ancora del “discorso pubblico”.

Come ricorda Zygmunt Bauman ( Il silenzio dell’opinione pubblica, dialogo con Ezio Mauro), nella polis greca tra la casa privata, l’oikos, e la sfera propriamente pubblica, l’ekklesia, si collocava l’agorà, il luogo della traduzione. Traduceva gli interessi privati in questioni comuni e, all’inverso, le questioni pubbliche in doveri e diritti delle persone. Ecco, oggi il punto è proprio questo: abbiamo moltissime opinioni private esposte in pubblico, ma fatichiamo ad avere una vera opinione pubblica. Abbiamo molte, troppe connessioni ma pochi legami. Abbiamo reazioni, non sempre giudizio. Abbiamo flussi, quasi mai “senso” – come si diceva, nella sua accezione originaria di “direzione”. Perché ci manca un’agorà.

Ruolo delle piattaforme: prima e dopo i social

Su tutto questo pesa il ruolo delle grandi piattaforme. C’è un prima e un dopo i social. Nati per connettere, in molti casi hanno finito per alimentarsi di scontro più che di incontro. La giornalista filippina-statunitense Maria Ressa, premio Nobel per la Pace, ha parlato nel suo intervento in Vaticano, in occasione del Giubileo della Comunicazione, di «strumenti di ingegneria comportamentale di massa»: piattaforme che monetizzano indignazione, odio, divisione, sfruttando le nostre vulnerabilità psicologiche. Barbara Kingsolver (Avvenire, 30 aprile) lo dice con grande chiarezza: quando una società si abitua a pensare che la forza sia una soluzione ‒ nelle relazioni internazionali, nella retorica, nella vita quotidiana ‒ prima o poi quella logica entra anche nella politica. E quando qualcosa diventa pensabile, può diventare praticabile. Ecco il punto: le parole non causano meccanicamente la violenza. Ma possono creare le condizioni perché la violenza appaia giustificabile (…).

Ruolo e responsabilità del giornalismo

Non credo che i media siano gli unici responsabili del deterioramento del linguaggio pubblico. Sarebbe ingiusto e troppo comodo dirlo. Ma il giornalismo ha una responsabilità specifica, perché lavora ogni giorno con la materia prima della democrazia: le parole, i fatti, il contesto, la gerarchia delle notizie. Ad Avvenire proviamo a rispondere a questa crisi non con una predica sul linguaggio, ma con un metodo che cerca di privilegiare il fondamentale sul sensazionale e il rilevante sul recente (anche perché recente significa ormai istantaneo...). Ecco alcuni attrezzi che utilizziamo.

Il primo attrezzo è la precisione.

La precisione non è freddezza. È una forma di rispetto. Chiamare le cose con il loro nome, evitare parole che deformano, distinguere, contestualizzare, non confondere casi singoli e fenomeni generali. Non passare arbitrariamente ‒ e provocatoriamente ‒ dalla cronaca alla sociologia. Tutto questo è già un argine ai discorsi d’odio. Perché l’odio vive di indistinto. Il giornalismo, invece, deve saper restituire differenze.

Il secondo attrezzo è la gentilezza. So che questa parola può sembrare fragile, ingenua e quasi inadatta alla durezza del nostro tempo. La gentilezza, tuttavia, non è remissività o rinuncia al giudizio. È una disciplina del linguaggio. La scelta di non aggiungere veleno al veleno e di sfuggire al ricatto ideologico del “se non ti schieri così, se non la pensi come me, allora stai con quelli là”. Una parola pubblica può essere ferma sui principi ma disarmata nei toni.

Il terzo è la visione panoramica. Il buon giornalismo deve fare il contrario dello scrolling. Non aggiungere semplicemente pezzi al flusso, ma aiutare a vedere l’insieme, dare proporzione. Decidere che cosa conta davvero: anche la gerarchia delle notizie, oggi, è linguaggio pubblico. E proprio in questa particolare operazione i giornali quotidiani, per la loro natura e lo stesso processo di “fattura”, assumono a mio parere un ruolo fondamentale: è un direttore di lungo corso come Ezio Mauro, nel suo già citato dialogo con Bauman, a ricordare che «il giornale non è una stazione neutra nel percorso dell’informazione». Il quotidiano è oggi sempre più uno «strumento cognitivo». Se, infatti, in Rete l’informazione scorre come l’acqua di un fiume – contano quindi portata e velocità – il giornale, invece, sta fuori dal flusso perché sceglie, scarta, trattiene, ordina. Attribuisce una misura ai fatti.

Tale gerarchia non è soltanto una tecnica professionale, è un’assunzione di responsabilità.

Il giornale quotidiano è “neghentropia” e cioè la tendenza di un sistema aperto, come gli organismi viventi o le organizzazioni, a generare ordine, complessità e organizzazione opponendosi al naturale decadimento entropico verso il disordine. Il quarto strumento nella cassetta è il giornalismo di comunità. Uso questa espressione con convinzione. Non significa parlare solo a chi la pensa come noi, né chiudersi in una comunità identitaria. Significa pensare il giornale come luogo di legame: piazza e ponte, non curva dello stadio.

Il giornalismo deve parlare ai cittadini, alle persone, non ai clienti o ai follower. Deve costruire comunità, non soltanto community (…). Il quinto “attrezzo” è il racconto lungo. In un ecosistema dominato dalla velocità, il racconto lungo è un atto controcorrente. Significa fermarsi quando tutto scappa, tornare sui luoghi, dare profondità storica ai fatti, cercare cause e non solo effetti. Ci stiamo investendo, ad Avvenire, con campagne giornalistiche della durata di un anno come “ Donne per la pace”, “ Figli di Haiti”, “ Guerre dimenticate”, “ Europa bene comune”. (…).

Una risposta culturale

Ecco perché davanti ai discorsi d’odio non basta una risposta repressiva, pur necessaria quando si oltrepassano i limiti della legge. Serve anche una risposta culturale. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo, tra conflitto democratico e delegittimazione dell’altro.

Una democrazia non vive senza conflitto.

Non dobbiamo avere paura delle parole forti, delle opinioni nette, del dissenso e persino dello scontro. Ma c’è una soglia che non può essere varcata: quella in cui l’avversario diventa nemico assoluto, il diverso diventa una minaccia ontologica e la persona viene ridotta alla categoria che la contiene. Il problema non è il dissenso: è l’espulsione simbolica dell’altro dallo spazio comune (…).

Il filosofo Davide Assael (Avvenire, 30 aprile), riflettendo sui segnali di violenza politica e antisemitismo, ha parlato della necessità di «resistere ai meccanismi di importazione del conflitto e delle propagande organizzate» verso cui l’opinione pubblica mostra un cedimento quasi strutturale. È una definizione utile anche per questa sede: il linguaggio pubblico può diventare il luogo in cui conflitti lontani vengono importati, deformati, radicalizzati, vengono trasformati in identità aggressive. Per questo le istituzioni hanno una responsabilità speciale.

La parola istituzionale pesa più delle altre. Non perché debba essere meno libera, ma perché produce effetti più larghi. Può rassicurare o incendiare. Può riconoscere o escludere. Può aprire un varco di convivenza o legittimare il sospetto. Anche noi giornalisti abbiamo una responsabilità speciale. Non siamo custodi proprietari della verità. Ma siamo chiamati a custodire un metodo: verificare, distinguere, contestualizzare, dare voce, non cedere alla tentazione dell’incendio permanente (…). Vorrei concludere con un’immagine. L’odio non entra quasi mai nella casa comune sfondando la porta. Entra da fessure piccole: una parola detta con leggerezza, una battuta ripetuta, una categoria usata al posto di un volto, una paura trasformata in identità, una notizia privata del suo contesto. Poi quelle fessure si allargano. E a un certo punto ci accorgiamo che l’aria è cambiata, diventando irrespirabile.

Contrastare i discorsi d’odio significa allora riparare il linguaggio pubblico

Non per renderlo più debole, ma per renderlo più giusto. 

Non per cancellare il conflitto, ma per impedire che il conflitto cancelli l’umanità dell’altro.

 www.avvenire.it

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martedì 6 gennaio 2026

IL POTERE DELLA GENTILEZZA

 

Seneca svela 

perché la gentilezza 

rende più forti 

ed ha il potere 

del successo

 




Essere gentili è da deboli? Seneca, in "Sui benefici" ribalta questa convinzione e mostra perché la gentilezza è la fonte vera di successo e libertà. 

Essere gentili in un mondo aggressivo non è la via più facile, è la più ardua e, per questo, la più gloriosa.

 -         di Saro Trovato

 Siamo in un mondo in cui la prepotenza sembra sia la strada per dominare gli altri e che la gentilezza sia un attributo della fragilità, un lusso che solo chi non ha ambizioni può permettersi. Eppure, un’analisi rigorosa del pensiero di Lucio Anneo Seneca rivela l’esatto contrario: la benevolenza non è un segno di cedimento, ma la suprema tecnologia del potere e della stabilità.

Nel suo trattato De Beneficiis, il filosofo stoico descrive il “beneficare” come un atto di sovranità assoluta, capace di generare un successo che non teme l’usura del tempo.

Il cuore di questa visione risiede in una definizione che sposta l’accento dall’oggetto del dono all’integrità di chi lo compie:

Che cos’è dunque un beneficio? Un’azione di benevolenza che arreca gioia e la riceve procurandola, caratterizzata da un’inclinazione e da una spontaneità naturali in quello che fa. Perciò, non ha importanza che cosa venga fatta o data, ma la disposizione d’animo con cui questa cosa viene realizzata: il beneficio infatti non consiste in quanto viene fatto o dato, bensì nel sentimento di chi ne è l’autore. (De Beneficiis, Libro I, 6.1)

La forza di chi non si lascia condizionare dai prepotenti

Proprio partendo da questa “disposizione d’animo”, Seneca scardina il pregiudizio che vede nella gentilezza una forma di sottomissione. Al contrario, essa viene presentata come l’unico vero antidoto alla prepotenza. Mentre l’aggressivo è costantemente alla ricerca di una reazione per sentirsi potente, colui che mantiene la propria benevolenza interrompe il circuito della violenza.

Questa fermezza comunica un messaggio di potere silenzioso: il prepotente non ha la forza di cambiare il carattere di chi ha di fronte. Essere gentili con chi è sgarbato non significa subire, ma dimostrare di essere gli unici padroni del proprio stato d’animo.

Non è debolezza, ma la prova di essere l’unica persona, in quel momento, a non aver bisogno di aggredire per sentirsi forte. Nella prospettiva di Seneca, il successo nasce dal diventare la fonte del valore, anziché farsi dettare le regole del gioco dai difetti altrui.

La gentilezza è fonte di successo

Per Seneca, il successo non è un trofeo isolato da difendere con i denti, ma la capacità di rendersi indispensabili all’interno di una struttura più grande. La forza del singolo, nella visione stoica, non risiede nell’indipendenza assoluta, ma nella stabilità che egli è capace di offrire agli altri.

Per spiegare questo paradosso del potere, il filosofo ricorre a una metafora architettonica folgorante:

La società umana è simile a una volta di pietre, che cadrebbe se le pietre non si sostenessero a vicenda: essa è tenuta insieme proprio da questo appoggio reciproco.
(Lettere a Lucilio, 95, 53)

In questa prospettiva, la gentilezza è la forza che impedisce al sistema, e quindi alla posizione dell’individuo al suo interno, di crollare. Chi sostiene la struttura attraverso atti di benevolenza è, di fatto, l’ultimo a poter essere abbattuto.

Il successo generato dalla gentilezza è infinitamente più solido di quello ottenuto con la forza, perché non poggia sul timore o sull’invidia, ma sulla gratitudine. Creando alleati anziché sudditi, la persona gentile costruisce una base di potere che non ha bisogno di essere difesa costantemente, poiché è la struttura stessa a proteggere chi la sostiene.

La gentilezza non prevede di essere misurata

La grandezza di questo potere risiede nel rifiuto di “mercanteggiare” i rapporti. Seneca avverte che la gentilezza svanisce non appena diventa un’operazione contabile. L’uomo forte non è un esattore di favori, ma un generatore di valore a fondo perduto.

Nessuno prende nota dei benefici sul proprio libro dei crediti né, come un avido esattore, va a riscuotere all’ora e al giorno stabiliti. […] È proprio di un esecrabile usuraio mettere in conto un beneficio dato.  (De Beneficiis, Libro I, 2.3)

La logica del beneficio si limita a dare. Questa assenza di calcolo non è ingenuità, ma suprema fierezza: ho dato perché volevo farlo, e questo mi basta. Restituire l’atto è un guadagno per chi riceve, non una necessità per chi dà.

Quest’approccio è ciò che rende l’umano virtuoso nei confronti di se stesso e rispetto agli altri. Essere gentili significa non misurare mai i benefici offerti, ciò che si fa è per fare del bene alla propria anima ed essere riconosciuti dalla comunità come persone degne e di valore.

La perseveranza che ammansisce il mondo

Seneca sottolinea che la gentilezza costante possiede il potere di trasformare anche le nature più ostili. Come i domatori ammansiscono le bestie feroci con la cura e il cibo, così la perseveranza nel bene finisce per vincere l’ingratitudine umana. Non si tratta di una fiducia ingenua, ma di una forza d’assedio che non accetta la sconfitta morale.

Qualcuno è ingrato nei confronti di un primo beneficio? Non lo sarà riguardo a un secondo; ne ha già dimenticati due? Un terzo lo porterà a ricordare anche quelli che sono usciti dalla sua memoria. (De Beneficiis, Libro I, 2.5)

Non bisogna dunque stancarsi di essere virtuosi. Sia attraverso un aiuto materiale, offrendo il proprio credito, o mettendo a disposizione la propria saggezza, la perseveranza nel beneficare è l’unica forza capace di trasformare un nemico in un alleato.

In questa prospettiva, chi sceglie di non dare per timore di essere sfruttato o ignorato rivela la sua natura di vero debole. La sua rigidità non è fermezza, ma paura; la sua chiusura non è prudenza, ma l’incapacità di sostenere il peso di un gesto gratuito.

Il prepotente o l’egoista sono figure fragili, poiché la loro identità crolla se non ricevono un tornaconto immediato. Al contrario, l’individuo forte di Seneca continua a donare perché la sua stabilità non dipende dal riconoscimento altrui, ma dalla propria incrollabile integrità.

Egli è il domatore che, con la propria costanza, finisce per conquistare anche l’animo più indurito, dimostrando che il vero potere appartiene a chi ha così tanto da non aver paura di perdere nulla.

Essere gentili richiede coraggio

In ultima analisi, la lezione di Seneca è un richiamo alla forma più alta di coraggio. Essere gentili in un mondo aggressivo non è la via più facile, è la più ardua e, per questo, la più gloriosa. È un atto di ribellione contro la forza di gravità dell’egoismo.

Il successo autentico non risiede nell’arrivare primi in una corsa solitaria, ma nell’avere la forza di non lasciare indietro nessuno, sapendo che la propria posizione è sicura solo se l’intera “volta” sociale rimane integra.

La gentilezza richiede il coraggio dei forti perché espone al rischio dell’ingratitudine, ma è proprio questo rischio a nobilitare l’azione. Non si è gentili perché il mondo è buono, ma perché si è deciso di essere tali.

In questa decisione di dare senza misurare risiede l’unica forma di successo che il tempo non può scalfire, ovvero l’aver vissuto da individui liberi, da pietre angolari di una società che, senza il sostegno reciproco, sarebbe già polvere.

La gentilezza, dunque, non è un’opzione morale per i fragili, ma l’armatura più resistente dei forti. È l’essenza della civiltà, dove il vero potere e il successo sono una conseguenza delle virtù e non della forza e della cattiveria.

Essere gentili è il più grande investimento che si possa fare per costruire una società capace di reggersi nel tempo, e una vita vissuta con serenità, gioia e libertà interiore.

Per questo, non resta che ringraziare Seneca per questa lezione e iniziare, senza più alibi, ad agire seguendo i suoi suggerimenti.

Liberiamo

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giovedì 13 novembre 2025

ESSERE GENTILI SI PUO'

 

Il 13 novembre si celebra la “Giornata mondiale della gentilezza” nata in Giappone nel 1988 ad opera del gruppo Small Kindness Movement sulla scia del Movimento mondiale per la gentilezza. Da lì si è rapidamente diffusa in tutto il mondo e viene festeggiata proprio in questa data. Ovviamente si tratta di una data celebrativa, in quanto siamo chiamati a praticare e ad educare alla gentilezza ogni giorno dell’anno.

- di di 

È possibile educare alla gentilezza? Certamente è un compito e una sfida complessa, ma non impossibile. Quindi gentili si può nascere, ma si può anche diventare, seguendo la raccomandazione di Seneca che “ovunque ci sia un essere umano, vi è la possibilità per una gentilezza”.

Essere gentili implica un’apertura e un’attenzione all’altro per comprenderlo empaticamente, ma anche capacità di riflettere su se stessi cogliendo i propri bisogni e quelli altrui, per essere poi in grado di pensare, agire e comunicare attraverso parole e azioni gentili.

Educare bambini/e, ragazzi/e ad essere gentili nella vita di oggi contribuirà a fare di loro degli adulti migliori nella vita di domani. Potremmo dire che la gentilezza non passa mai di moda, anche se oggi sembra sempre più rara e poco praticata.

L’attenzione e il rispetto dell’altro, l’accoglienza e la valorizzazione di tutte le differenze che caratterizzano le persone, praticare con pazienza la cura e l’ascolto dei bisogni degli altri, sono tutte “posture” e azioni che siamo chiamati ad agire ogni giorno, partendo proprio dalle piccole cose che caratterizzano il nostro quotidiano nei nostri vari e diversificati contesti di vita. Si tratta quindi di assumere un approccio altruistico che non solo fa bene agli altri ma anche a noi stessi.

Parole come grazie, prego, scusa, per favore, ecc. non devono appartenere a frasi fatte e convenzionali di buona educazione, quanto piuttosto far parte di un’attenta pratica relazionale verso l’altro basata su un sentimento di generosità altruistica, una disponibilità a porsi in ascolto, per poter poi agire e comunicare in modo adeguato.

Ma come è possibile educare bambini/e, ragazzi/e alla gentilezza? Ci sono strategie e indicazioni metodologiche utili per coloro che ricoprono ruoli educativi nella scuola, nell’extrascuola e in famiglia?

Una prima indicazione ci proviene dalla teoria dello psicologo Albert Bandura che si potrebbe riassumere nel motto “se vuoi educare un bambino ad essere gentile, sii gentile tu stesso”.

Con i suoi studi a partire dagli anni Sessanta nell’ambito dell’apprendimento sociale, Bandura ha evidenziato come l’apprendimento di determinati comportamenti e modi di agire non implichi esclusivamente il contatto diretto con determinate situazioni specifiche, ma avvenga anche attraverso esperienze indirette, sviluppate tramite l’osservazione e la successiva imitazione del comportamento di altre persone.

Si può quindi imparare anche in situazioni e attraverso esperienze indirette, in cui non si agisce in prima persona, ma si osserva un’altra persona in azione. Si tratta dell’imitazione di un modello di riferimento e del successivo modellamento del proprio comportamento sulla base del comportamento osservato in altre persone e tramutandolo, poi, in azioni e atteggiamenti ben precisi.

Le persone apprendono quindi tramite modelli di comportamento; solitamente tale modello è rappresentato dalle persone di riferimento più importanti e salienti in un determinato contesto.

Grazie a questi studi oggi sappiamo con certezza che il comportamento di una figura adulta è una delle principali fonti di apprendimento per bambine/e e ragazzi/e. Questo fa assumere quindi una posizione di ancora maggiore responsabilità alle figure di riferimento educativo che possono realmente fare la differenza, proprio a partire dal loro agire quotidiano che fungerà da esempio.

Un esempio molto semplice in questa direzione è quello di prediligere sempre un dialogo pacato e rispettoso piuttosto che grida e atteggiamenti aggressivi.

Allargando lo sguardo a quelle che possono essere le metodologie educativo-didattiche da utilizzare a scuola per promuovere la gentilezza e lo sviluppo di competenze prosociali c’è indubbiamente il cooperative learning (apprendimento cooperativo).

Creare un ambiente di apprendimento cooperativo e collaborativo, in cui gli altri sono accolti, rispettati e con i quali ci si relaziona con gentilezza è alla base di un apprendimento significativo anche sul piano emotivo, sociale e interpersonale.

L'apprendimento cooperativo è un approccio che si basa sull’interazione all’interno di un gruppo di alunni/e che collaborano al fine di raggiungere un obiettivo comune, attraverso un lavoro di co-costruzione, responsabilità e interdipendenza reciproca.

 Ogni studente è quindi indispensabile per la realizzazione del lavoro complessivo e il raggiungimento degli obiettivi di tutto il gruppo.

Quasi certamente un alunno/a che ha avuto modo di partecipare ad esperienze di lavoro cooperativo nel suo percorso scolastico, sarà un adulto maggiormente predisposto a cooperare nella vita lavorativa e sociale, e a relazionarsi con rispetto e gentilezza.

Inoltre, sarà importante anche impostare un intervento educativo-didattico mirato allo sviluppo delle social skills (competenze sociali), tanto richieste oggi praticamente in tutte le professioni lavorative.

Si tratta dell’insieme di abilità e competenze personali riconducibili alla sfera sociale e relazionale, che usiamo per comunicare e interagire verbalmente e non verbalmente (attraverso i gesti e il linguaggio corporeo).

Anche queste sono fortunatamente competenze che possono essere insegnate e apprese e che vanno adeguatamente sviluppate e “allenate” fin da piccoli.

 Erikson


martedì 8 luglio 2025

L'EDUCAZIONE DEL CUORE A SCUOLA


 Nuove Indicazioni Nazionali primo ciclo, ecco l’educazione del cuore: occasioni didattiche per stimolare fiducia, empatia, tenerezza e gentilezza

 

L’iter di adozione delle nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione si è concluso. Dopo una fase preparatoria che ha coinvolto commissioni di esperti, società scientifiche, organizzazioni sindacali e una consultazione pubblica, il CSPI ha espresso il suo parere.

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, tenendo conto delle osservazioni, ha ora predisposto il testo definitivo, che sarà sottoposto al Consiglio di Stato per l’ultimo passaggio formale.

-         di Andrea Carlino

Educazione alle relazioni: empatia e rispetto al centro

Le nuove linee guida pongono l’accento su una scuola che educa alle relazioni, all’empatia e al rispetto della persona. Non si tratta solo di alfabetizzazione emozionale, ma di un lavoro educativo profondo che aiuta bambini e ragazzi a comprendersi nelle loro differenze. Fiducia, gentilezza, tenerezza diventano elementi chiave, da sviluppare attraverso tutte le discipline: dall’educazione motoria alla letteratura, dalle STEM alla musica, fino al teatro e al cinema. L’obiettivo è decostruire stereotipi e promuovere un nuovo patto tra i sessi, soprattutto in un’epoca in cui insicurezze e sospettosità minano le relazioni sociali.

Continuità e collaborazione per un’educazione efficace

Perché l’azione educativa sia efficace – propone il Ministero – è fondamentale che abbia continuità tra i diversi gradi di istruzione e sia trasversale alle discipline. Le scuole dovranno progettare percorsi in collaborazione con enti territoriali e associazioni, creando occasioni didattiche che rafforzino la bona fides – quel principio di lealtà e onestà che dovrebbe guidare ogni relazione. In un mondo sempre più complesso, la scuola si conferma il luogo ideale per costruire relazioni corrette e valorizzare le differenze, a partire dai primi anni di formazione.

Leggi anche

Nuove Indicazioni Nazionali: ecco il TESTO definitivo. Ecco quali sono le modifiche. Ora si attende parere del Consiglio di Stato

Orizzonte Scuola

 

domenica 1 giugno 2025

RIPARTIRE DALLA GENTILEZZA

            Educarci

ed educare

 alla gentilezza 


è la sfida
 più importante di oggi

 

La Redazione

 

In un tempo in cui si premiano cinismo e arroganza, la gentilezza rischia di sembrare debolezza. Eppure, è il primo vero atto educativo, dentro la scuola e dentro le famiglie…

"Sei sempre gentilissimo", mi è stato detto. Una frase semplice, forse detta per cortesia, ma che mi ha fatto riflettere. Perché oggi la gentilezza, che dovrebbe essere normale, viene spesso percepita come qualcosa di raro. Viviamo in un tempo in cui chi urla viene scambiato per deciso, chi è freddo per efficiente, chi è cinico per intelligente. E invece, tra tutte le qualità umane, la gentilezza è forse la più importante, e la più rivoluzionaria.

La gentilezza non è debolezza. Non è buonismo. È ascolto, è rispetto, è cura. È il modo in cui ci rivolgiamo agli altri, è il tono che scegliamo, è la capacità di non ferire quando potremmo. È saper dire “grazie”, “scusa”, “come stai?” con sincerità. È presenza, è attenzione, è umanità.

Eppure, oggi, ci siamo abituati all’opposto. In molte famiglie si è smesso di insegnare la gentilezza. Nella scuola, si parla tanto di competenze e valutazioni, ma troppo poco di relazioni. E allora accade che si tolleri l’insulto, si accetti l’arroganza, si premi la prepotenza, perché “nella vita bisogna farsi valere”. Come se la gentilezza fosse un ostacolo, invece che una forza educativa.

Ma educare alla gentilezza non è una debolezza: è un atto di cura profonda, soprattutto verso chi, crescendo, non ha ancora imparato a gestire le proprie emozioni. Un bambino che non è educato alla gentilezza non imparerà mai davvero a stare con gli altri. Ecco perché essere gentili è, prima di tutto, una responsabilità degli adulti.

La famiglia è il primo luogo in cui si impara (o non si impara) la gentilezza. Non servono grandi discorsi. Bastano i piccoli gesti: uno sguardo, un tono pacato, una parola detta con delicatezza anche quando si è stanchi o arrabbiati. Perché il genitore che grida sempre, che comanda senza dialogare, non sta formando un bambino forte, ma un bambino spaventato. E un bambino spaventato sarà un adulto insicuro.

Lo stesso vale per la scuola. Una scuola che ignora la gentilezza è una scuola che rischia di diventare fredda, tecnica, disumanizzante. E invece, educare è molto più che insegnare nozioni. È aiutare un ragazzo a diventare consapevole degli altri, a cooperare, a non ridere del dolore altrui, a saper chiedere scusa, a saper accogliere. Il vero successo educativo non è un ragazzo perfetto nei voti, ma un ragazzo che sa prendersi cura.

A ricordarcelo, con forza, è anche Paolo Crepet, che in un’intervista ha detto: "Io penso che le persone gentili siano persone migliori. Uno che sbraita, che urla, non dà il meglio di sé. Io ho conosciuto persone di grandissima intelligenza, a volte anche capaci di grandi discussioni, ma non era gente che avrebbe preso un fucile e ti avrebbe ammazzato. Quindi, la genialità in qualche modo ha a che fare con la costruzione, non con la distruzione."

Ecco il punto: la vera intelligenza non ha bisogno di ferire. La vera forza non si impone, ma si offre. Le persone più capaci non sono quelle che distruggono, ma quelle che costruiscono, ogni giorno, nelle parole, nei gesti, nelle relazioni.

Abbiamo bisogno di gentilezza. Non quella di facciata, ma quella radicata nella consapevolezza che ogni essere umano merita rispetto, ascolto, attenzione. La gentilezza non è solo una virtù: è ciò che ci tiene umani.

Per questo, educare alla gentilezza è oggi il compito più urgente. Perché un bambino non educato alla gentilezza sarà un adulto ferito, confuso, in lotta col mondo. Invece, un bambino cresciuto nella gentilezza sarà un adulto capace di fare la differenza. Per sé, per gli altri, per il mondo.

In queste ore, mentre questo articolo viene letto e condiviso da migliaia di persone, torna una domanda fondamentale: stiamo davvero educando i nostri figli alla gentilezza, o ci stiamo arrendendo a un modello urlato, freddo, competitivo? 

Ripartire dalla gentilezza è forse l’unico modo per restare umani.

 Ascuolaoggi


 

giovedì 22 maggio 2025

LA GENTILEZZA, UNA RICCHEZZA

 Crepet: un ragazzo gentile, cortese ed educato diventerà ben presto un adulto rispettoso, aperto al dialogo ed altruista, capace di esprimere il proprio pensiero senza mai alzare la voce o imporsi

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La Redazione

Ecco allora l’importanza di un educatore che sia in grado di insegnare la gentilezza, una splendida qualità dell’anima, proprio perché un bambino gentile, cortese ed educato diventerà ben presto un adulto rispettoso…

La convinzione radicata nella nostra società è che per essere occorre apparire e così i giovanissimi, assecondando il loro bisogno di sentirsi accettati, celano le loro insicurezze, indossando una maschera che possa non far trasparire la loro timidezza o indecisione, mostrandosi spesso sfrontati ed arroganti, sicuri di sé oltre modo.

Tale prassi, però, rischia di mistificare la realtà generando confusione e smarrimento in generazioni prive di punti di riferimento che appaiono, al contrario, sempre più vulnerabili e manipolabili.

Occorrerebbe, pertanto, ritrovare un metodo educativo capace di porre in risalto la gentilezza di ciascun giovane ragazzo.

“Ogni educatore, ogni persona civile dovrebbe avere lo scopo di insegnare tenerezza e gentilezza, parole rivoluzionarie. Se si vuole vivere bene quando l’età s’allunga e appesantisce il corpo, l’unico sollievo, rimedio possibile, è la gentilezza cercata nell’esistenza trascorsa e ritrovata in qualche angolo di sé. Ma perché questa strategica magia possa avverarsi, occorre che fin da piccoli ce l’abbiano insegnata”, in tal modo inizia la sua profonda riflessione il sociologo e psichiatra Paolo Crepet.

Ecco allora l’importanza di un educatore che sia in grado di insegnare la gentilezza, una splendida qualità dell’anima, proprio perché un bambino gentile, cortese ed educato diventerà ben presto un adulto rispettoso, aperto al dialogo ed altruista, capace di esprime il proprio pensiero senza alzare la voce, ma anzi in maniera pacata e serena.

“Gentilezza è educare lo sguardo, l’ascolto, il rispetto. Non esclude l’autorevolezza, anzi la fa brillare, non elide la scomodità ma ne esalta la portata di cambiamento”, così continua la sua disamina lo psichiatra.

Occorre insegnare ai bambini sin da piccoli cosa sia il rispetto, l’educazione, l’umiltà, il garbo nel porsi senza mai imporre il proprio pensiero, senza mai urlare o essere arroganti, ma anzi avendo la capacità di ascoltare perché le persone gentili sanno ascoltare e sono persone migliori, i loro modi di fare sono affascinanti ed il loro carisma appare magnetico.

L’essere educati, gentili e cortesi permette di interagire in maniera propositiva con gli altri, instaurando conversazioni costruttive, prediligendo un confronto diretto, senza mai essere sfrontati o insolenti.

“Se le giovani generazioni di un nuovo mondo potessero scegliere una rivoluzione sentimentale, direbbero che stanno cercando gentilezza, ovvero rispetto, curiosità, necessità di mettersi nei panni di altri, prospettive non involgarite e avvizzite da rabbia e violenza. Un auspicabile capovolgimento che li renderebbe migliori dei loro genitori, insegnanti, educatori”, in tal modo continua la sua riflessione Paolo Crepet.

Tuttavia, nell’ambito della nostra società, tale gentilezza sembra venir meno e così non si riesce più ad essere riconoscenti, grati, umili, ma si diventa arroganti, prepotenti e prevaricatori.

"La gentilezza è una cosa che è rara. Ed è anche giusto che sia rara. Perché sennò la volgarizziamo. È tipica delle anime superiori. La gentilezza di rispettare l’altro, soprattutto quando l’altro dice delle cose divergenti dalle tue. Capisci tante cose se ascolti storie e opinioni diverse. Ecco, la gentilezza è nell’ascolto", queste le parole pregne di significato dello psichiatra con le quali conclude la sua disamina.

È importante, dunque, che le nuove generazioni coltivino la gentilezza, un nuovo modo di porsi e relazionarsi con gli altri, ma soprattutto è fondamentale che sperimentino la propria attitudine all’ascolto perché ascoltare significa in primis comprendere, mettendosi nei panni degli altri, e solo attraverso umiltà e gentilezza si potrà costruire un futuro migliore, nel quale ognuno possa esprimere il proprio pensiero senza arroganza o presunzione, riscoprendo le meravigliose ed insostituibili qualità dell’anima.

 Ascuolaoggi

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martedì 29 aprile 2025

INSEGNANTE ARTIGIANO DELLA SPERANZA

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 L’insegnante è un artigiano della speranza: il gesto gentile, quella parola nel momento giusto, uno sguardo che dà fiducia. 
Sono gli strumenti per costruire il futuro


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Di Bruno Lorenzo Castrovinci

 La campanella che scandisce il ritmo delle giornate, ogni mattina, da settembre a giugno, è il battito silenzioso di un tempo che si rinnova con lentezza e costanza. Questa è la scuola: un luogo dove il futuro non è mai del tutto scritto, dove ogni giorno è un’occasione nuova, e ogni sogno trova spazio per nascere. Un mondo bellissimo, carico di attese, di speranza, di possibilità.

In questo spazio semplice e straordinario, fatto di suoni familiari e gesti quotidiani, anche il sorriso del bidello diventa segno di accoglienza e calore. Ed è lì, in quell’inizio ordinario, che accade qualcosa di speciale: insegnanti e studenti danno vita, insieme, alla magia dell’apprendere. Una magia che prende forma diversa in ogni classe, in ogni sguardo curioso, in ogni mente pronta a lasciarsi trasformare. Alla fine di ogni lezione, qualcosa è cambiato: un pensiero in più, un dubbio nuovo, una luce accesa. E quel cambiamento fa la differenza, rende la vita più intensa, più consapevole, più bella.

In un tempo segnato da crisi globali, da smarrimento e cambiamento continuo, la figura dell’insegnante acquista un valore sempre più centrale. Non è solo colui che insegna, ma chi accompagna, chi ascolta, chi semina. È un artigiano della speranza, capace di incidere con semplicità nella vita di chi ha davanti. Un gesto gentile, una parola detta al momento giusto, uno sguardo che infonde fiducia: sono questi gli strumenti con cui costruisce il futuro.

In un mondo dove tutto si muove velocemente e molte certezze si sgretolano, l’insegnante resta una guida preziosa, una presenza stabile, un punto di riferimento umano ed etico. La scuola, per tanti bambini e ragazzi, è l’unico vero spazio di comunità, l’unico luogo dove sentirsi accolti, riconosciuti, protetti. Insegnare oggi vuol dire affrontare sfide complesse: la dispersione scolastica, la povertà educativa, le solitudini emotive. Ma significa anche essere testimoni del cambiamento, costruttori di possibilità. Insegnare è scegliere, ogni giorno, di credere nel potenziale dell’altro.

Esploriamo allora il mestiere dell’insegnante in tutte le sue sfumature: dalla vocazione più profonda agli aspetti psicologici, pedagogici, sociali e neuroscientifici. Uno sguardo che si apre anche al mondo, per capire come la scuola possa essere diversa ma restare, ovunque, il cuore pulsante della società. Perché educare è un viaggio dentro la complessità dell’essere umano, un atto continuo di fiducia, una promessa quotidiana fatta al domani.

La vocazione all’insegnamento: tra scelta e destino

Insegnare non è semplicemente un mestiere, è, per molti, una chiamata profonda, un’inclinazione che nasce dal desiderio di incidere positivamente nella vita degli altri. La vocazione all’insegnamento si manifesta come un impulso interiore, una tensione verso la condivisione del sapere e la cura delle giovani menti. Chi sceglie di insegnare spesso sente di avere un compito da svolgere, una responsabilità morale nei confronti della società e delle future generazioni.

Tuttavia, il cammino verso la docenza non è sempre lineare o frutto di una scelta pienamente consapevole. Esistono docenti che approdano alla cattedra come esito di un lungo percorso formativo, guidati da ideali di trasformazione sociale e da un profondo amore per la conoscenza. Altri, invece, vi giungono per necessità, a volte come ripiego dopo la rinuncia a carriere considerate più prestigiose o remunerative. In taluni casi, l’insegnamento si rivela una seconda opportunità, capace di dare nuovo significato alla propria vita, offrendo spazi di espressione personale e di gratificazione relazionale.

In entrambi gli scenari, insegnare diventa un atto esistenziale: un incontro quotidiano con la complessità dell’essere umano in crescita. Spesso, chi ha iniziato per caso scopre nel tempo un senso profondo nel proprio ruolo, riscoprendo una vocazione che forse era solo sopita. L’insegnamento, allora, non è solo trasmissione di contenuti, ma relazione, cura, presenza, costruzione di senso. Una fonte inaspettata di realizzazione che cambia radicalmente il modo di stare nel mondo e di guardare al futuro.

Aspetti psicologici, sociologici e pedagogici del mestiere

Dal punto di vista psicologico, l’insegnante è chiamato a sviluppare un’elevata intelligenza emotiva: deve saper riconoscere, gestire e rispecchiare le emozioni proprie e altrui. La relazione educativa, essendo profondamente asimmetrica, richiede una continua capacità di mettersi nei panni dell’altro, di ascoltare in profondità e di costruire un clima di fiducia. L’empatia, in questo senso, non è solo una qualità relazionale, ma uno strumento didattico potente, che permette di personalizzare l’insegnamento e di rispondere in modo efficace ai bisogni affettivi e cognitivi degli studenti.

Sociologicamente, l’insegnante occupa una posizione centrale nella rete di significati che struttura la società: è ponte tra generazioni, custode e trasmettitore di cultura, ma anche agente del cambiamento. Le sue azioni educative si inseriscono in un tessuto collettivo fatto di norme, valori, aspettative sociali e storie individuali. Il docente, in questo senso, rappresenta spesso la prima figura adulta esterna alla famiglia con cui il giovane si confronta in modo stabile, e la sua autorevolezza può diventare leva per emanciparsi, crescere e orientarsi nel mondo.

Dal punto di vista pedagogico, l’insegnamento si configura come un mestiere artigianale che unisce arte e scienza. È arte, perché implica creatività, intuito, sensibilità; ma è anche scienza, perché richiede competenze teoriche, padronanza metodologica, conoscenze disciplinari aggiornate. Insegnare significa progettare, sperimentare, osservare, valutare, riflettere. Ogni classe è diversa, ogni studente un universo unico: per questo occorre calibrare ogni giorno metodi, tempi, contenuti e contesti. La pedagogia contemporanea, da Freinet a Montessori, da Bruner a Vygotskij, ha messo in luce come l’apprendimento sia un processo sociale, attivo e costruttivo: il docente ne è il facilitatore, colui che crea ambienti favorevoli e stimolanti, in cui ciascuno possa apprendere secondo i propri tempi e potenzialità.

Neuroscienze e processi cognitivi: cosa accade nella mente di chi insegna (e di chi impara)

Le neuroscienze educative hanno dimostrato che l’apprendimento è un processo dinamico, multisensoriale e relazionale, che coinvolge in modo interconnesso la memoria, l’attenzione, le emozioni e la motivazione. Le ricerche più recenti, grazie all’utilizzo della risonanza magnetica funzionale, hanno messo in luce come l’apprendimento non possa avvenire senza una base affettiva solida e un coinvolgimento attivo del sistema limbico, la sede delle emozioni. L’insegnante efficace è colui che sa creare ambienti stimolanti, capaci di attivare le aree cerebrali legate alla curiosità, al piacere della scoperta e alla costruzione del significato personale.

Quando un insegnante suscita interesse, suscita anche una risposta dopaminergica: la dopamina, neurotrasmettitore della motivazione e del piacere, favorisce l’apprendimento e la memorizzazione. La mente che apprende è una mente emozionata, e un insegnamento che lascia il segno è quello che riesce a connettere i contenuti alla vita degli studenti, ai loro vissuti, sogni, domande. Insegnare, a sua volta, attiva nel cervello del docente un’intensa attività di elaborazione: occorre prendere decisioni rapide, leggere il contesto relazionale, adattare la proposta didattica, anticipare reazioni. Tutto ciò richiede un’enorme capacità cognitiva e affettiva.

Non meno importanti sono le ricompense implicite legate alla relazione educativa: il sorriso di uno studente che ha capito, la domanda inaspettata che rompe gli schemi, la gratitudine espressa da un gesto o da uno sguardo. Questi segnali positivi attivano nel docente circuiti cerebrali legati al rinforzo sociale e al senso di autostima, nutrendo la motivazione intrinseca e rafforzando il senso di efficacia personale. L’insegnamento, dunque, è anche biologicamente un atto generativo, in cui mente e cuore si intrecciano in un’esperienza trasformativa tanto per chi apprende quanto per chi educa.

Perché è bello lavorare con bambini e giovani

Lavorare con le giovani generazioni è un privilegio raro e profondamente trasformativo. Bambini e ragazzi sono specchi trasparenti, capaci di entusiasmo sincero, intuizioni disarmanti e critica spietata. In loro, l’adulto può ritrovare una parte dimenticata di sé, riscoprire il senso dell’inaspettato, della meraviglia, del possibile. Offrono continuamente occasioni per mettersi in discussione, per apprendere nuove modalità comunicative, per aggiornare la propria visione del mondo.

Essere insegnante significa partecipare attivamente alla costruzione dell’identità di qualcun altro, diventare parte integrante del suo racconto di vita, contribuire alla formazione di uno sguardo sul futuro. Significa assumersi la responsabilità di accogliere le fragilità, valorizzare i talenti, sostenere i percorsi anche quando sono tortuosi. Ogni giornata scolastica è una palestra di ascolto, dialogo, reciprocità: un intreccio di emozioni, scoperte e piccoli gesti che lasciano segni duraturi.

Avere l’opportunità di seminare futuro ogni giorno, anche nei contesti più difficili, rende l’insegnamento una missione ad alto valore umano. La classe non è solo un luogo di trasmissione di contenuti, ma uno spazio relazionale in cui si sperimentano valori, si esercita la cittadinanza, si vivono emozioni autentiche. È un laboratorio di umanità, dove l’adulto e il giovane imparano insieme a diventare persone migliori.

Le diverse tipologie di insegnanti

Non esiste un solo tipo di insegnante, così come non esiste un solo modo di educare. Vi sono i maestri della scuola primaria, che lavorano con delicatezza sulle fondamenta dell’apprendimento, coltivando le prime scoperte, le emozioni basilari, il linguaggio e la socialità. La loro funzione è cruciale: gettano i semi su cui poggerà tutta l’architettura del sapere futuro. I docenti delle scuole secondarie, invece, accompagnano gli studenti attraverso le sfide dell’adolescenza, un’età di passaggio in cui si affrontano interrogativi esistenziali, crisi identitarie e primi confronti critici con il mondo. In questo contesto, il docente diventa anche mentore, guida, figura di riferimento.

I professori universitari, dal canto loro, sono spesso più concentrati sulla ricerca, ma non meno importanti nella trasmissione del pensiero critico e della conoscenza avanzata. Il rischio, in certi contesti accademici, è quello di perdere il contatto umano con lo studente, a favore dell’efficienza produttiva o dell’elaborazione teorica. Tuttavia, quando la passione didattica si unisce alla profondità intellettuale, l’insegnamento universitario diventa fonte inesauribile di ispirazione.

Ogni livello ha la sua peculiarità, ma tutti gli insegnanti sono chiamati a un continuo aggiornamento professionale e a una tensione costante verso il miglioramento personale. L’insegnamento richiede una formazione continua, non solo sulle discipline, ma anche sulle dinamiche relazionali, sulla psicologia dello sviluppo, sull’educazione inclusiva.

Esistono inoltre insegnanti che operano in contesti informali o alternativi, come le scuole parentali, le carceri, le strutture ospedaliere, i contesti di marginalità. In questi luoghi, dove il sapere è spesso l’unico strumento di emancipazione possibile, la funzione educativa assume una potenza etica ancora più profonda. A dimostrazione che l’insegnamento può assumere forme plurime, stili diversi, intenzioni molteplici. Ma il cuore resta sempre lo stesso: la relazione educativa, fondata sull’ascolto, sulla fiducia e sulla possibilità di far emergere l’altro nella sua interezza.

Uno sguardo globale: la figura del docente nel mondo

Nel mondo, la figura dell’insegnante è valorizzata in modo molto diverso, rispecchiando le priorità culturali, economiche e politiche dei singoli contesti nazionali. In Finlandia, per esempio, è una delle professioni più ambite e rispettate: l’accesso all’insegnamento richiede una preparazione rigorosa, e gli insegnanti sono considerati alla stregua dei medici o degli ingegneri. La fiducia della società nel sistema educativo si riflette nella libertà pedagogica concessa ai docenti, nella qualità della formazione iniziale e nella stabilità contrattuale garantita.

In Giappone, l’insegnante gode di un altissimo status sociale e culturale. I docenti vengono spesso indicati come modelli di disciplina e dedizione, e la cultura scolastica valorizza il rispetto verso di loro fin dalla più tenera età. In Corea del Sud, dove l’istruzione è vista come chiave per la mobilità sociale, gli insegnanti sono fortemente incentivati e sottoposti a valutazioni costanti, ma ricevono anche grande stima pubblica.

In molti paesi del Sud globale, invece, la situazione è drammaticamente diversa: qui il docente è spesso mal retribuito, privo di risorse, costretto a operare in condizioni strutturali precarie e con classi sovraffollate. In alcuni casi, la professione è vista come un ripiego, e la formazione continua è carente o inesistente. Tuttavia, proprio in questi contesti, l’insegnante può diventare un vero e proprio eroe silenzioso: colui che, pur tra mille ostacoli, riesce a fare la differenza nella vita dei suoi studenti.

Anche nei paesi occidentali, il riconoscimento sociale della figura del docente è in crisi: la precarizzazione del lavoro, il carico burocratico e la crescente disillusione rischiano di erodere il senso della missione educativa. Tuttavia, ovunque, chi insegna è ancora percepito come un costruttore di futuro, un attore fondamentale nella formazione delle coscienze e nello sviluppo delle comunità. L’UNESCO ha riconosciuto l’importanza strategica del docente nella promozione dello sviluppo sostenibile, della cittadinanza globale e nella costruzione di una cultura di pace e giustizia.

Conclusione: un mestiere artigianale, una speranza quotidiana

L’insegnante è davvero un artigiano della speranza: plasma ogni giorno con pazienza, dedizione e cura, come uno scultore che lavora con mani leggere ma ferme sul materiale più delicato e imprevedibile che esista: l’essere umano in crescita. Ogni parola, ogni gesto, ogni silenzio misurato con attenzione può lasciare un segno duraturo nel cammino di uno studente. L’insegnante è colui che custodisce sogni, ripara ferite invisibili, orienta traiettorie esistenziali spesso incerte.

In un mondo in continuo cambiamento, segnato da disorientamento, frenesia e frammentazione, il docente resta un punto di riferimento stabile, un costruttore di senso e di comunità. È testimone e interprete del presente, ma anche seminatore di futuro. La sua missione non si esaurisce nella trasmissione del sapere, ma si espande nel compito più alto e difficile: accendere menti e cuori, rendere visibile ciò che ancora non esiste, evocare possibilità.

Ed è proprio in questa capacità di generare speranza, di alimentare fiducia, di dare forma a ciò che è in divenire, che questo mestiere rivela la sua straordinaria bellezza: quella di chi lavora nel silenzio, ma lascia eco; di chi non sempre raccoglie frutti immediati, ma sa che ogni seme, prima o poi, trova la sua terra.

 

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