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sabato 13 maggio 2023

SE MI AMATE


 Nel Dna umano

 un gene divino



 -Commento al brano del Vangelo di: Gv 14, 15-21

 -p. Ermes Ronchi


Sette versetti, nei quali Gesù ripropone, per sette volte, il centro del suo messaggio: in principio a tutto e a compimento di tutto, è posta la stessa azione: amare, pietra d’angolo e chiave di volta della vita viva. La legge tutta è preceduta da un “sei amato” e seguita da un “tu amerai”. Sei amato, fondazione della legge; amerai, il suo compimento. Chiunque astrae la legge da questo principio amerà il contrario della vita» (P. Beauchamp). Amerà la morte. 

«Se mi amate».

Gesù non detta regole, si fa mendicante d’amore rispettoso e paziente. Entra silenzioso e a piedi nudi nel tessuto più intimo della vita. Non rivendica amore per sé, lo spera. Lo fa con estrema delicatezza, mettendo a capo di tutto un “se”. Il punto di partenza più umile, fragile, fiducioso, paziente: «se mi amate». Nessuna minaccia, nessun ricatto. Puoi accogliere o no, in totale libertà.

Ma amarlo è pericoloso: amore è parola che brucia le labbra se pronunciata male, se suona incoerente. «Se mi amate, osserverete…» un bellissimo automatismo, radice della coerenza: solo se ami, osservi. Che cosa? «I miei comandamenti». Non le tavole di pietra del Sinai, ma il suo, il nuovo, l’unico, la cronaca del suo amore diventata legge: lui che si perde dietro alla pecora perduta, dietro a pubblicani e prostitute e vedove povere, che fa dei bambini i principi del regno, che ama per primo e in perdita. […] Continua a leggere tutto il testo di questo commento su Avvenire

Se ami non potrai ferire, tradire, rubare, violare. Se mi ami, diventerai un’altra persona. Sarai trasparenza di me, eco delle mie parole e del mio vento. Se mi ami, si spalancherà per te il mare immenso di Dio, e tu ne farai parte.

In questo passo del Vangelo di Giovanni, Gesù chiede, per la prima volta, di essere amato. In principio a tutto, pone un legame d’amore. La sua prima parola è “se”: se mi amate. Un punto di partenza libero, umile, fragile, fiducioso, paziente. Puoi aderire o rifiutare, in totale libertà.

Amatevi

La sua parola finora diceva: amerai Dio e il prossimo, vi amerete gli uni gli altri; ora agli obiettivi dell’amore aggiunge se stesso. ‘Se mi amate’: e seguono parole che grondano unione, vicinanza, intimità, un tu per tu con Dio, in divina monotonia: il Padre vi darà lo Spirito, che rimarrà con voi, che sarà presso di voi, che sarà in voi; io stesso verrò da voi, e se voi sarete in me, io sarò in voi.

Chi ama osserverà il suo comandamento, il nuovo, l’unico: amatevi come io vi ho amato, e farlo diverrà per lui naturale, perché l’amore ti cambia la vita, e se ami non potrai ferire, tradire, rubare, violare, restare indifferente.

Se mi ami, ti trasformerai in un’altra persona, prolungherai i miei gesti e diventerai trasparenza di me. Sarai eco delle mie parole e del mio vento. Se mi ami, si spalancherà per te il mare immenso di Dio, e tu ne farai parte.

Gesù cerca spazi aperti e spazi nel cuore, ma amarlo è rischioso. Infatti, per sette volte ribadisce il suo sogno: unirsi, abitare in noi: essere-in. Non soltanto “essere accanto”, presso, vicino, ma “essere-in”. Dentro, immersi, uniti, nella stessa creta, fino a diventare l’uno casa dell’altro.

E lo fa con parole che dicono unione, incontro, intimità, festa umile e sublime nella comunione, in una circolarità infinita. Ognuno è goccia della sua sorgente, fiamma dell’unico roveto, respiro nel suo vento, riflesso del suo sguardo.

Non temete

Quindi non temete, mai vi lascerò orfani. Orfano è parola legata all’esperienza della morte e del­la separazione, ma Gesù afferma: non abbiate paura! Non lo siete ora e non lo sa­rete mai. Mai orfani, mai se­parati da me.

La presenza di Cristo in me non è quindi da raggiungere, non è lontana. È già data, è qui, è dentro e indissolubile, oceano immenso che mai verrà meno.

E infine la promessa di Gesù: io vivo e voi vivrete. Lui che vive e fa vivere: cinge un asciugamano e lava i piedi, che spezza il pane, che nel giardino piange nel cuore dell’amica, che sulla spiaggia prepara il pesce per consolare i suoi. Comandamenti che confortano la vita. Vivrete, perché io vivo: il mestiere di Dio è far vivere.

Chi ama vive

Chi ama, vive: perché il tempo dell’amore è più lungo del tempo della vita, perché forte come la morte è l’amore, e le grandi acque non possono spegnerlo né i fiumi travolgerlo.

Il cristiano è così: un amato che diventa amante.

Un Vangelo da mistici, di fronte al quale si può solo tacere, portando la mano alla bocca. La mistica però è un’esperienza per tutti: “il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà” (Karl Rahner).

 Cerco il tuo volto

giovedì 7 gennaio 2021

ANNO NUOVO. INCIAMPARE IN UNA STELLA


«Inciampare in una stella», 

l’augurio per il nuovo anno

 di padre Ermes Ronchi

"Maria legge il passaggio al nuovo anno alla luce della fede e ci invita ad accorgerci che «c'è dell'oro in questo tempo strano".

 di Lauro Paoletto

«Inciampare in una stella, come i re magi e poi smarrirsi nel pulviscolo magico del deserto». È l’augurio di padre Ermes Ronchi per questo nuovo anno appena iniziato. Incontriamo il frate dell’Ordine dei Servi di Santa Maria al convento di S. Maria del Cengio a Isola Vicentina per farci aiutare a scrutare l’anno che sta iniziando e lui, richiamando un verso di fra Davide Montagna ci rimanda alla stella che «può essere una persona, un libro, una poesia, un amore, gli occhi di un bambino. Una stella per avere tanta luce quanto ne basta al primo passo. E ce ne sono tante stelle in giro. Camminiamo su gioielli – ci dice – senza accorgercene. E poi la luce si rinnova a ogni passo perché non siamo soli. Con noi c’è Dio».

Ma partiamo da questo incredibile Ventiventi. Padre Ermes ci dia tre immagini che, per lei, sintetizzano l’anno che si è appena concluso.

«Papa Francesco da solo in piazza San Pietro venerdì 27 marzo, in quella piazza deserta, sotto la pioggia, che va via a tu per tu con il crocifisso per pregare per il mondo. Era solo, ma c’eravamo tutti. A me è sembrato quello, in un certo senso, un punto zero della Storia.

La seconda è la bellezza degli occhi delle persone dietro le mascherine. Ci si può riconoscere con gli occhi, ci si può parlare con gli occhi, ci si può abbracciare con gli occhi. L’ultima è da dire sottovoce pensando a chi ha molto sofferto. La dico con un verso di una poesia di Mariangela Gualtieri: “C’è dell’oro in questo tempo strano”. E allora a me piace andare alla ricerca di qualche pepita».

Ci confida qualcuna delle pepite che ha trovato?

«Prima di tutto il linguaggio della cura. Noi siamo ciò di cui ci prendiamo cura.

Poi il non implodere dentro alle cose. Rischiamo di implodere per l’accumulo di cose e invece, come ci dice il profeta Isaia, dobbiamo alzare il capo e guardare. È questo un tempo che ha delle crepe, ma è attraverso le crepe che entra la luce. Attraverso le crepe ci parla di luce questo tempo desolante e desolato».

A livello comunitario questi dodici mesi che cosa ci dicono?

«Ci dicono che la salute dei più forti dipende dalla salute dei più deboli, cioè dalla cura dell’anello debole. È un rovesciamento paradossale. Abbiamo riscoperto la vita partendo dalla fragilità, non dall’esaltazione del vivere per il vivere e basta, ma dalla riscoperta di cosa è vita e di cosa non lo è. Questa attenzione me la rivelano soprattutto i più deboli. Proteggendo l’anello debole proteggiamo tutti. Questo è un grande insegnamento.

Secondo lei lo abbiamo capito?

«Io credo di sì. Nessuno si salva da solo. Nessuno è forte da solo. Noi siamo più forti se proteggiamo i deboli. Questo vuol dire rimettere la persona al centro, qualsiasi persona».

Lei ha avuto paura del questo virus?

«No. Non ho avuto paura. Ho cercato di tradurre la paura, che comunque fa capolino, in prudenza e in cura. Abbiamo sentito la vita assediata dal virus, assediata ma non espugnata. Non ho paura per il covid. Ho paura per ciò che ha causato questa pandemia. Questo sì mi fa paura: l’aggressione dell’uomo all’ecosistema. Tutti i virus sono di origine animale. Noi abbiamo bruciato la casa degli animali, l’abbiamo avvelenata. Quella è l’autostrada attraverso la quale i virus arrivano fino a noi. Mi fa paura questo atteggiamento suicidario dell’uomo che persevera ad aggredire la terra. Mi sembra che possiamo fare un comandamento che non c’è: “Ama la terra, come ami te stesso. Amala come l’ama Dio».

La pandemia come ci ha cambiati?

«Penso che non è un virus che cambia il cuore delle persone. Il covid può venire e andarsene senza che questo davvero ci cambi. I veri cambiamenti non sono indotti da un fattore esterno. I veri cambiamenti sono quelli che escono dall’anima. Neanche la paura ci cambia. La paura paralizza, non libera dal male che c’è in noi. La vita non avanza per divieti o Dpcm. Solo una passione positiva, la cura, un desiderio fanno avanzare la vita. La vita avanza per innamoramenti. Affrettiamoci ad amare. Le persone se ne vanno così in fretta. Non perdiamo tempo».

Tutto questo porterà a dei cambiamenti strutturali?

«Io penso di sì. Immaginare di chiudersi nella propria regione, nella propria provincia, nel proprio comune, nella propria camera per trovare la salvezza in queste situazioni in cui il mondo è sottosopra e brucia è come essere in una nave che affonda e ti chiudi nella tua cabina pensando di salvarti. Ma se la nave affonda, vai sotto anche tu. Siamo tutti sulla stessa barca. Questa percezione c’è, come sentimento strutturale. E infatti non si è mai visto tanto denaro promesso come per questo Recovery plan. C’è una strutturale crescita della corresponsabilità. Per questo sono fiducioso. Questa è una delle cose che segnerà il futuro. Quanto è accaduto porterà alla percezione che tutto si tiene, tutto è correlato. Non possiamo vivere sani in un mondo malato. Questa è una percezione diffusa e determinante per il futuro. Noi che ci credevamo i signori del creato abbiamo scoperto che dobbiamo stringere i fili dell’empatia e della solidarietà»

La Chiesa in questo che ruolo può avere?

«Questo tempo è l’occasione per fare un balzo indietro di duemila anni e riscoprire la domus ecclesiae, cioè la Chiesa nella casa. Fare un gesto religioso insieme, attorno alla tavola che è il primo altare. Il cristianesimo comincia nella casa non nella chiesa. Bisogna riscoprire questo».

Perché le parrocchie non danno questo input preciso?

«Lo Spirito Santo non ti spinge ad andare in chiesa, ma a diventare Chiesa. Gli ebrei hanno salvato la loro religione con la liturgia domestica».

Su cosa deve puntare la Chiesa?

«I tre vettori per il futuro della chiesa sono la Parola di Dio e la carità. Il terzo vettore che io vedo è la contemplazione, cioè la capacità di fermarsi, di inginocchiarsi davanti alle cose, di scoprire la bellezza delle cose, di stare a tu per tu con Dio. Il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà. O sarà un uomo che spezza il pane o non sarà».

E ciascuno di noi come deve affrontare il futuro prossimo?

 «”Affrettiamoci ad amare” direbbe il poeta polacco Jan Twardowski».


da LA VOCE DEI BERICI