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mercoledì 22 luglio 2026

LA VERA SFIDA

 


La vera sfida? 


Il bene comune


Le questioni poste dal caldo estremo come (probabile) dato strutturale del futuro mostrano l’inadeguatezza dei criteri con i quali affrontiamo le grandi sfide di questo tempo. Che esigono il coraggio di saperci prendere cura di ciò che appartiene a tutti. 

di Mauro Magatti 

L’estate del 2026 sarà ricordata per il caldo. Da settimane l’Europa è attraversata da ondate di calore che hanno trasformato un fenomeno atmosferico in una questione sociale. Le città sono diventate inabitabili, gli ospedali hanno registrato un aumento dei ricoveri, gli anziani e le persone più fragili hanno pagato il prezzo più alto. L’agricoltura ha sofferto, i consumi energetici sono aumentati, lavorare è diventato difficile. Il caldo ha mostrato, ancora una volta, quanto sottile sia il confine tra normalità e vulnerabilità. 

Tutti speriamo che si tratti di un’eccezione. Ma in realtà è ragionevole pensare che si tratti di un’anticipazione di quello che ci aspetta. Se anche così fosse, non è la rassegnazione che deve prevalere. Le società umane hanno sempre saputo adattarsi. Lo faranno anche questa volta. Costruiremo edifici migliori, ripenseremo le città, svilupperemo nuove tecnologie, cambieremo le nostre abitudini. La capacità di apprendere è la grande forza della nostra specie. 

E tuttavia, sarebbe miope non accorgersi che il caldo è (l’ennesimo) segnale di una difficoltà più profonda. Davanti alle sfide che ci riguardano tutti ci scopriamo sorprendentemente deboli. È successo con la pandemia. Accade con il cambiamento climatico. Ma lo vediamo anche col disordine geopolitico, le migrazioni, il governo dell’intelligenza artificiale, gli squilibri demografici. 

Disponiamo di strumenti scientifici e tecnologici straordinari, eppure non riusciamo ad affrontare con efficacia i problemi che abbiamo in comune. Il punto è che siamo entrati in una nuova fase della storia. 

Per oltre due secoli la modernità si è costruita attorno a una promessa precisa: liberare l’individuo dai vincoli tradizionali e affidare al mercato e allo Stato il compito di organizzare la vita collettiva. È stato un progetto che ha portato libertà, innovazione, ricchezza, diritti. Ma oggi ne vediamo anche i limiti. 

Viviamo in un mondo nel quale tutto è diventato interdipendente. Le emissioni prodotte in un continente modificano il clima di un altro. Una guerra lontana cambia il prezzo dell’energia. Una crisi finanziaria attraversa il pianeta in poche ore. Gli squilibri economici e ambientali spingono le migrazioni che trasformano poi i nostri quartieri. Un virus percorre il mondo in pochi giorni. Le reti digitali mettono in relazione miliardi di persone nello stesso istante. 

L’interdipendenza è diventata un tratto costitutivo della nostra esistenza. 

Ma il problema è che continuiamo a pensarci con le categorie nate in epoche passate. Abbiamo affidato quasi tutto al mercato, immaginando che la ricerca dell’interesse individuale producesse automaticamente un beneficio collettivo. 

In molti casi è stato così. Ma i beni comuni non funzionano secondo questa logica. Nessuno, perseguendo soltanto il proprio vantaggio, può produrre un clima stabile, una pace duratura o un equilibrio demografico. 

Allo stesso modo, abbiamo delegato sempre più la nostra responsabilità personale agli apparati pubblici e ai sistemi tecnici. Ogni problema sembra dover essere risolto da un’amministrazione, da un ministero, da un’autorità, da un esperto. Gli apparati sono indispensabili. Ma quando diventano gli unici protagonisti finiscono, quasi inevitabilmente, per deresponsabilizzare cittadini, comunità, associazioni, imprese. La sussidiarietà non è un lusso della democrazia: è la condizione che rende una società capace di agire e, in questo modo, di rigenerarsi. 

Infine, continuiamo a chiedere agli Stati nazionali di governare fenomeni che hanno ormai una scala globale. Ma gli Stati possono difendere gli interessi dei propri cittadini; fanno molta più fatica a difendere interessi che appartengono all’umanità nel suo insieme. È qui che nasce la sensazione di impotenza che attraversa le democrazie contemporanee. 

Per questo il nodo decisivo non è soltanto politico o tecnologico. È culturale. E spirituale. Dobbiamo imparare a pensare il bene comune in modo nuovo. Non come un ideale morale da evocare nelle cerimonie ma come la condizione concreta di ogni avvenire. Il bene comune è ciò che nessuno può costruire da solo e di cui tutti hanno bisogno. È l’aria che respiriamo, il clima che rende abitabile il pianeta, la pace che permette lo sviluppo, la fiducia che sostiene l’economia, la natalità che garantisce il ricambio tra le generazioni, l’ospitalità che ricrea la socialità. 

La grande questione del nostro tempo è tutta qui. Abbiamo costruito una civiltà straordinariamente efficace nel moltiplicare le possibilità individuali. Ora dobbiamo imparare a generare le condizioni collettive che rendono quelle possibilità realmente vivibili. 

È dunque questa la lezione di questa estate rovente: il clima sta cambiando. 

Ma cambia anche quel mondo nel quale potevamo immaginare che i problemi comuni si risolvessero come effetto secondario delle nostre scelte individuali. 

Il XXI secolo ci pone davanti a una sfida nuova: siamo capaci di prenderci cura di ciò che appartiene a tutti? Da come risponderemo dipenderà non soltanto la qualità della nostra convivenza ma la possibilità stessa di abitare il tempo che viene.

Alzogliocchiversoilcielo

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mercoledì 30 giugno 2021

COVID 19. UNA SFIDA APERTA


Una lettura interdisciplinare, antropologica, sociologica e medica, per sottolineare l'eccezionalità del dramma Covid-19. 

Una pandemia che ha avuto anche la forza di attivare in tempi rapidissimi la ricerca, in tutto il mondo, dalla Cina agli Stati Uniti, dall'Europa all'India, dalla Russia a Israele, per trovare vaccini efficaci. 

Una sfida aperta che ha bruciato tempi e promosso collaborazioni fino a ora inedite, che ha rafforzato la percezione della scienza come elemento fortemente positivo nella società. 

Una lezione che ha modificato sostanzialmente consolidati stili di vita nell'ambito del lavoro e della scuola, nelle relazioni interpersonali, nella famiglia, nell'organizzazione e programmazione della vita personale e collettiva, nelle modalità di fruizione del tempo libero. 

La scommessa nelle nostre mani è di cogliere l'opportunità di un cambiamento, di passare dal coronavirus alla coronavirtus, di rivisitare cioè il dramma in una prospettiva etica quanto mai necessaria e urgente.

 

Covid-19. Una sfida aperta

di Gioia Di Cristofaro Longo

 Editore: Aracne (Roma)

  • Collana: L'altra faccia della luna
  • Data di Pubblicazione: 2021
  • EAN: 9791259940902
  • ISBN: 125994090X
  • Pagine: 124
  • Formato: brossura
  • € 9

 




domenica 6 dicembre 2020

NATALE. NON SEMPLICE ASPETTARE

IL NATALE 

CI SFIDA AD OSARE 

- José Tolentino Mendonça 

Il Natale non viene solo a darci delle conferme: serve piuttosto a proiettarci in avanti, a inquietare, a convertire, a riconfigurare. 

Un grande teologo come Dietrich Bonhoeffer affermava che Dio ci viene incontro non solo come un “tu” ma anche come un “ciò”. Il “ciò” che egli farà per il mondo e per gli altri; un “ciò” in grado di mobilitare la speranza; un “ciò” che sia capace di rompere con il nostro sonnolento conformismo e ci ricollochi a sentinelle di una vita che deve avere un significato. 

Perché il Natale non viene per imprigionarci nel labirinto delle frasi fatte, nell'assillante cantilena dei simboli o nei passi perduti dei centri commerciali. 

Non viene a ingabbiarci in quella preoccupazione a orologeria che ci induce all'artificiale frenesia di celebrare presenze che, in fin dei conti, non è in questo modo che si possono onorare. 

Il Natale ci sfida, questo sì, a osare e ad agire differentemente. Il consumismo non fa che risucchiarci e consumarci. Il dono deve essere più di un commercio meccanico o di una fregola in cui noi stessi crediamo poco. 

L'importante è la costruzione che ognuno di noi è chiamato a fare, nel riconoscimento che Dio ci viene incontro celato nelle sfide del qui e ora. E che noi, così come siamo, poveri e incompiuti ma anche inquieti e vivi, scopriamo una possibilità di dono e di reincontro, di fiducia reimparata, di un'attesa che sia di più di un semplice aspettare.

www.avvenire.it