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sabato 5 settembre 2026

L'ARCA DI NOE

 


Nel suo racconto, l'arca non è soltanto un rifugio, ma anche una «casa del segno», parola, bara e culla. Che cosa rappresenta per lei l’arca di fronte al caos del mondo moderno?

 

Il filosofo Hadjadj al Meeting di Rimini

 

Perché parla del caos del mondo moderno? Ci sono treni che arrivano in orario. C'è questa intervista che stiamo facendo e che viene pubblicata su un giornale. Del resto, non siamo più nella modernità, con la sua fede nel progresso e il suo umanesimo ateo. Siamo in una postmodernità segnata dal sentimento dell'imminenza di un crollo, se non addirittura di un’estinzione totale, e dalla fuga in quello che Papa Francesco e Papa Leone XIV hanno chiamato il «paradigma tecnocratico». È qui l’analogia con il tempo del diluvio. Davanti alla catastrofe imminente si moltiplicano i dispositivi di divertimento e si cerca di accoppiare l’uomo con la macchina, con la bestia, con il nulla. L’arca, in questo contesto, è anzitutto la Chiesa. Attraverso i suoi sacramenti (impossibile amministrare un sacramento via Internet), essa esige una prossimità reale. Delle famiglie si ritrovano di nuovo attorno a una tavola, condividono il pane e il vino della vita, parlano delle cose più semplici e più eterne.

Perché Noè salva anche ciò che è impuro?

È una domanda imprescindibile. L’arca, con i suoi scompartimenti e i suoi tre piani, è lì per preservare le distinzioni orizzontali e verticali. Ma con essa appare anche, per la prima volta, la distinzione tra gli animali puri e quelli impuri. Ci sono qui due affermazioni fondamentali. La prima è che, per salvaguardare il mondo, e contrariamente a ogni utopia totalitaria, occorre salvaguardare anche l’impuro. Gesù dirà: «Lasciate che l'una (la zizzania) e l’altro (il grano) crescano insieme» (Matteo 13,30). In tal senso, i commentatori ebrei della Genesi dicono che la moglie di Noè era una discendente di Caino, cosicché persino la discendenza del primo assassino viene preservata. La seconda affermazione è che gli animali puri, allevati per l’alimentazione, sono anche gli unici adatti al sacrificio. C’è dunque un legame tra la purezza e il dono della propria vita. E alcune bestie, in particolare l’agnello, appaiono improvvisamente come i nostri maestri spirituali.

Dopo il diluvio, Noè offre sacrifici e riflette sulla colpa e sulla grazia di essere sopravvissuto. Quale responsabilità ha colui che "è salvato"?

Noè sa che, se è giusto, lo è per grazia. Come sopravvissuto, sente che la sua vita non gli appartiene. È dunque pronto a offrirla per la salvezza degli altri. Ma è una prospettiva che riguarda tutti: noi, i viventi, che ci troviamo in questo tempo alla punta estrema di tutte le generazioni passate, perché siamo qui? Non abbiamo come vocazione fare memoria e rilanciare il futuro, restituendo la generosità che abbiamo ricevuto?

Lei scrive: "Così, tra l'arca e il mattatoio, tra la vita e la carne, c'è il sangue dell'altare. Così, tra la preservazione e la morte, e per superare definitivamente la tentazione del suicidio, c'è il sacrificio". Può spiegare questo passaggio?

La prima cosa che Noè fa dopo aver ritrovato la terraferma è offrire un sacrificio di animali puri. L’arca si trasforma in altare e poi in pira. Gli animali salvati diventano i sacramenti della nostra stessa offerta. Ho sempre pensato che ci fosse una sola alternativa: il suicidio o il martirio, l’odio per il dono della vita fino all’autodistruzione, o l’amore per questo dono fino all’ultima testimonianza.

Vatican News

giovedì 13 agosto 2026

REGINA APOSTOLORUM

 


La Vergine Maria 

tra gli apostoli: 


Madre sicura 

e presenza silenziosa


-di Antonio Tarallo

  "Regina degli Apostoli" (Regina Apostolorum): titolo affascinante, titolo che riesce bene a far comprendere l’importanza di Maria come “apostola” del Figlio, Cristo. Un titolo che affonda le sue radici nei testi evangelici e nella più antica tradizione cristiana, rivelando un legame spirituale, materno e teologico di straordinaria profondità. “Regina” intesa non certo per una determinata sovranità legata al potere temporale, ma come primazia di grazia, di fede e di presenza che ha sostenuto l'edificazione e i primi passi storici della Chiesa nascente. 

 Il rapporto tra Maria e gli apostoli trova il suo fulcro spirituale nel Cenacolo. Dopo l'Ascensione di Gesù, gli Atti degli Apostoli descrivono la prima comunità radunata in preghiera. In quel momento di transizione e - se vogliamo ancora di sgomento per la morte del Maestro - Maria non è affatto una figura marginale, ma il centro gravitazionale del gruppo degli apostoli, di coloro che avevano seguito il Figlio nella sua missione. Lei, che aveva già vissuto l'esperienza della “venuta” dello Spirito Santo nell'Annunciazione, diventa la memoria vivente di Cristo per gli apostoli. E’ Maria ad offrire, in quel momento, la stabilità della sua fede incrollabile: la dona a loro, li rassicura che non tutto è perduto. A Pentecoste, l'effusione dello Spirito Santo consacra definitivamente questa missione di comunione fra loro. Fra gli apostoli e la Vergine Maria,  presente al centro del collegio apostolico come Madre della Chiesa. Gli apostoli ricevono il mandato di evangelizzare il mondo, ma è lo sguardo e l'esempio di Maria a modellarne lo stile e il cuore pastorale. Lei è "Regina" proprio perché è stata la prima, la più fedele e la più perfetta discepola di Cristo, colei che ha vissuto il Vangelo in modo totale e radicale. 

Come è stato per Cristo, il Figlio, il rapporto con gli apostoli si palesa come un magistero silenzioso fatto di ascolto, preghiera e offerta quotidiana. Gli apostoli, chiamati ad andare in tutto il mondo ad evangelizzare i popoli, guardano a lei per imparare la docilità alla volontà divina e l'amore incondizionato, amorevole, verso il prossimo. Inoltre, Gesù stesso sulla croce aveva tracciato la via teologica di questa profonda relazione affidando Maria a Giovanni, e in lui a tutti gli apostoli e all'intera umanità: "Ecco tua madre". Da quel preciso istante, il legame tra la Vergine e i primi missionari si fa filiale e intimo. 

Vergine Maria, Regina e Apostola, e Regina degli Apostoli.  Lei e loro, uniti in un'unica opera di salvezza: i discepoli attraverso la predicazione e i sacramenti, Maria con la santità e l'incessante preghiera, guidando i pastori di ogni tempo a essere, docili allo Spirito, veri testimoni del Cristo Risorto.

ACI Stampa.

domenica 12 aprile 2026

E' SEMPRE PASQUA

 Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella II domenica di Pasqua (anno A)



At 2,42-47; Sal 117/118; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La cosiddetta “ottava di Pasqua” – che oggi celebriamo – non è semplicemente l’ottavo giorno dopo la Pasqua di risurrezione, bensì la Pasqua stessa, intesa e celebrata come ottavo giorno. Non mi sto esercitando in uno scioglilingua. Sto affermando che l’ottava di Pasqua significa la compiutezza e – anzi – la sovreccedenza della Pasqua. La quale si afferma, nel vissuto credente dei battezzati, come il regime feriale della loro esistenza: ormai ogni giorno, a partire dal battesimo, è per i discepoli del Crocifisso-Risorto il giorno della Pasqua.

La Pasqua di risurrezione, infatti, seppur sia accaduta – storicamente – in un ben preciso giorno della nostra storia comune di esseri umani, circa duemila anni fa, non resta confinata dentro i limiti cronologici di un accadimento. Come tale essa è accaduta, certamente. Ma non è per ciò stesso “caduta”, non è ritagliata e incollata in un puntino del tempo storico, cronologicamente lontano da noi. La Pasqua del Crocifisso-Risorto è – più esattamente – un evento, cioè un fatto che continua ad avvenire, a venire dentro il nostro tempo, a sopraggiungere e a raggiungerci, coinvolgendoci in essa.

Il kairòs e il chrònos

L’evangelista Giovanni ce lo fa intuire efficacemente, raccontandoci le manifestazioni del Crocifisso-Risorto agli apostoli rintanati da qualche parte a Gerusalemme dopo il dramma del Golgota, nella «sera di quel giorno, il primo della settimana» (nell’originale greco: «quello dopo il sabato»), ossia in quella che per noi è la domenica stessa della risurrezione. E poi, di nuovo, «otto giorni dopo», nella successiva domenica. In realtà, secondo l’interpretazione del quarto evangelista, l’ora pasquale scocca già nel grido di Gesù morente in croce: «È compiuto». La Pasqua del Crocifisso-Risorto – passaggio alla vita nuova attraverso la morte – avviene quando egli è «innalzato da terra» (Gv 8,28 e 12,32), cioè al contempo inchiodato sul palo del supplizio e risuscitato dal Padre. Però poi, come tutti gli altri evangelisti, Giovanni narra lo svolgimento del kairós pasquale dentro il chrónos storico, che ospita il kairós e lo assimila ai suoi ritmi, dalla crocifissione all’ascensione.

A partire da quell’ora suprema – qualitativamente “altra” rispetto a ogni altra ora temporale, tesa a tracimare i limiti di ogni ora temporale – la Pasqua rimane un tempo kairologico che s’intreccia permanentemente con il progressivo e transeunte tempo cronologico: l’ora pasquale tocca ogni ora temporale e s’innesta in ogni momento della storia. Per questo motivo, il giorno stesso della Pasqua, che è pure l’ottavo giorno – cioè il giorno che oltrepassa la settimana, esprimendo una sovrabbondanza salvifica che non si lascia schematizzare dentro la sequenza dei sette giorni –, diventa «ogni giorno», come si legge nel brano degli Atti degli apostoli che è proclamato quale prima lettura: «Ogni giorno [tutti i credenti] erano perseveranti insieme nel tempio, spezzando il pane nelle case […] lodando Dio, mentre il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati». Peraltro vivendo, in tal modo, il tempo pasquale come un tempo condiviso, comunionale, comunitario, «stando insieme e avendo ogni cosa in comune».

Il Signore appare

Si potrebbe obiettare che nell’odierna pagina giovannea sono le apparizioni del Crocifisso-Risorto a garantire qualità kairologica al tempo pasquale, tra la risurrezione e l’ascensione di Gesù. Ora, tuttavia, le apparizioni sono cessate: i mistici e le mistiche possono sì sperimentare la grazia delle visioni, ma le apparizioni del Signore – strettamente intese – sono tutte “accadute” in quel tempo pasquale “contenuto” in quel lontano tempo storico. Sarebbe un’osservazione corretta, se non fosse che nel quarto vangelo non si parla di apparizioni del Crocifisso-Risorto. Si annunciano, piuttosto, il suo Avvento e la sua Presenza: «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli […] venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!” […]. Otto giorni dopo […] venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”». Così, appunto, si rivela la sovreccedenza del kairós pasquale, che si prolunga in una Parusía sempre in corso, vale a dire in una ripresenzializzazione continua della Pasqua. Il tempo ha una valenza pasquale (kairologica) se registra la venuta e la presenza del Signore. E questa grazia pasquale non è esclusiva prerogativa dei primi discepoli, vissuti al “tempo” del Crocifisso-Risorto, ma resta alla portata di tutti i discepoli e le discepole che si lasciano raggiungere dal Signore Gesù, cantando (col cuore più che con le labbra) il Maranathà: canto liturgico che nell’aramaico dei primi discepoli significava «è venuto il Signore, viene ancora e verrà di nuovo».

Forse gli scienziati che si occupano di meccanica quantistica e di relatività generale, in particolare quelli che ragionano sulla “teoria delle stringhe”, potrebbero capire meglio di tutti quel che vuol dire l’incastro tra kairós e chrónos. E l’attualità della Pasqua che ne consegue. Del resto, nella pagina evangelica sono disseminati alcuni indizi narrativi che aiutano a comprenderlo, anche se non si è fisici come Albert Einstein o Edward Witten. Un indizio emblematico spicca su tutti e dice il modo straordinario in cui avviene-la-Presenza del Crocifisso-Risorto, capace di scavalcare i condizionamenti insiti nella condizione fisica spazio-temporale: «a porte chiuse».

Pace a Voi

Ma gli altri indizi non sono meno importanti. Anzi, dal punto di vista teologico, lo sono ancor più. Per esempio, il reiterato saluto del Signore ai suoi discepoli: «Pace a voi!». Non è soltanto un augurio. È un dono, un lascito. E un appello, che i discepoli devono riecheggiare a loro volta, facendolo risuonare sempre nel mondo, in ogni stagione della storia, per avvertire ogni uomo e ogni donna sulla terra che la guerra – con tutto ciò che essa comporta e produce: la paura, la sofferenza, la distruzione, la morte – perdura a oltranza se non prendiamo in consegna il lascito di Gesù, se non trattiamo il suo dono come un nostro impellente e ineludibile compito. E i cristiani hanno, a tal riguardo, una responsabilità maggiore: perché per loro il dono della pace coincide con la grazia dello Spirito Santo («Ricevete lo Spirito Santo»), finalizzata a portare il perdono, a far trionfare la misericordia, pena la smentita dell’evento pasquale. La pace, il perdono dei peccati (degli errori: hamartíai), la custodia e la trasmissione dello Spirito Santo, sono la missione pasquale dei cristiani nella storia, in favore del mondo. Da qui deriva, per loro, l’esito, o l’effetto, della Pasqua stessa: la trasfigurazione del timore in gioia. Dico “trasfigurazione” perché il timore resta, nell’esperienza credente, una dimensione costitutiva che dev’essere costantemente tradotta in gioia: il timore di fare la stessa fine dolorosa del Maestro e la gioia di sapere che facendo quella fine si ricomincia con lui e come lui la vita vera. Non si spiegherebbe altrimenti l’inciso dell’autore degli Atti degli apostoli, nella prima lettura: «Un senso di timore – phóbos, come nella pagina evangelica – era in tutti»).

Vedere il Signore

Per gli apostoli la gioia scaturisce dal «vedere – horáō – il Signore». Si tratta di vedere in virtù di uno sguardo contemplativo, che riesce a decifrare l’assenza come una semplice apparenza e di discernere in essa l’invisibile Presenza. Ecco perché in gioco c’è qualcosa che pesa molto di più di quelle che noi siamo abituati a ricordare come le apparizioni del Risorto: nell’apparenza dell’assenza, egli nondimeno si rende presente e si fa vedere. È questa la straordinaria esperienza che gli apostoli fanno, passando – Pietro e gli altri, e Tommaso dopo di loro – dal vedere al credere. Ma ancor più straordinaria è l’esperienza che fanno – da allora in avanti – tutti gli altri discepoli del Risorto, allorché riescono a sperimentare l’atto di fede come un autentico vedere. Il tempo pasquale è il tempo dell’esperienza credente, il kairós in cui credere è vedere davvero, vedere il vero. In tal modo dobbiamo interpretare la promessa di Gesù: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto». E non meno grande dev’essere la nostra gioia, se vale per noi ciò che ascoltiamo nella seconda lettura: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa».

www.tuttavia.eu

venerdì 27 marzo 2026

SEGUITE LE ORME DEL RISORTO

LA 

GIOIA 

PERFETTA



- di Vincent Dollmann

 La Liturgia della Parola di Dio durante la Veglia Pasquale ci invita a meditare sull'opera di Dio nel corso della storia, affinché possiamo sperimentare meglio la gioia della sua presenza. 

Il suo amore appassionato per il popolo chiamato dalla schiavitù in Egitto si manifesta pienamente in Gesù. 

Attraverso la morte e la risurrezione di Gesù, Dio ha inviato il suo Spirito d'Amore per raggiungere l'umanità in modo straordinario, offrendole la sua intimità in un rapporto di cuore a cuore che trascende l'amicizia che due persone possono sperimentare.

È a questo dono inestimabile che partecipiamo nel Battesimo, come sottolinea san Paolo: «Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Romani 6,11).

Così, illuminati dalla meditazione sulla Sacra Storia, possiamo accogliere la chiamata della benedizione pasquale al termine della celebrazione: «Seguite ora le orme del Risorto. Seguitelo ora nel suo Regno, dove finalmente possederete la gioia perfetta».

+ Vincent Dollmann

Arcivescovo di    Cambrai, Assistente Ecclsiasticio UMEC-WUCT

venerdì 20 marzo 2026

LAZZARO, VIENI FUORI !

 


Si avvicina la Pasqua

e trasfigura la morte 

in risurrezione

 


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola

nella V domenica di Quaresima (anno A)

Ez 37,12-14; Sal 129/130; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

Il cammino quaresimale è ritmato da varie anticipazioni della Pasqua: episodi evangelici che prefigurano il passaggio alla vita nuova fra le strettoie della morte, quest’ultima simboleggiata di volta in volta dalla fame, dalla sete, dalla paura, dalla cecità o da altre malattie e fragilità. Insomma: da tutto ciò che definisce la debole e povera condizione umana. Così a partire dalle tentazioni che Gesù affronta nel deserto, passando attraverso la teofania sul Tabor, l’incontro con la samaritana e la guarigione del cieco nato, fino a giungere alla risurrezione di Lazzaro, morto e sepolto da quattro giorni, di cui narra l’odierna pagina giovannea.

La morte di Lazzaro è presentata con il pietoso e – al contempo – crudo realismo che pertiene a ogni morte umana. La morte delude le nostre speranze, sancisce la fine della vita, ci sprofonda nella tomba, corrompe e dissolve il nostro corpo, semina il dolore nel cuore di chi sopravvive ai defunti. La morte puzza, ci ripugna, ci spaventa, ci intristisce. Anche la morte di Lazzaro, giacché non è morte apparente: è verissima e, in quanto tale, tragica. Gesù ne avverte l’urto emotivo non meno di Marta e Maria: vedendone il volto solcato dalle lacrime, si commuove a sua volta e scoppia a piangere. Egli partecipa della maniera umana di conoscere la morte, di rapportarsi con essa. E ne sperimenta gli effetti psicologici e spirituali (nel greco del quarto evangelista l’espressione che ne descrive la profonda commozione è enebrimḗsato tô pneúmati, restò scosso nello spirito). Davanti al sepolcro sigillato e di fronte alla pena di Marta e Maria, incontra la morte di Lazzaro come una premessa della morte che dovrà lui stesso subire di lì a poco.

Tuttavia, Gesù conosce pure un altro profilo della morte. E intrattiene con essa un rapporto che a tutti gli altri rimane ancora precluso. Ai suoi occhi morire al modo di Lazzaro – oppure al modo della figlia di Giairo in Mc 5,39 e Mt 9,24 – equivale ad addormentarsi, come dice ai suoi discepoli senza esser da loro compreso. E di conseguenza il suo intervento nei confronti dell’amico morto – davvero deceduto, decaduto dalla vita sul serio, non per finta – sarà come risvegliarlo. Così la risurrezione di Lazzaro diventa un ulteriore “segno” – il più esplicito – della Pasqua di cui Gesù, Crocifisso-Risorto, sarà protagonista.

D’altronde, la morte descritta come sonno e la risurrezione promessa come risveglio, non sono un espediente retorico. Sonno e risveglio non sono i termini gentili di un linguaggio metaforico, teso a imbellettare il volto terribile della morte umana. Esprimono, piuttosto, l’intima e misteriosa consapevolezza di Gesù che la morte di Lazzaro differisce comunque in qualcosa rispetto alla morte con cui egli stesso dovrà confrontarsi. È differente non perché meno reale, o meno drammatica, o meno eroica. La morte di Lazzaro è proprio la morte di ogni essere umano, la stessa che travolgerà il Messia, ho erchómenos («il veniente», come Marta definisce Gesù, usando la medesima parola che ricorre in Ap 1,4 per tradurre in greco il Tetragramma ebraico di Es 3,14: Yhwh, «Colui che è, che era e che viene»). Ma la morte cui si sobbarcherà Gesù ha un’altra portata, è di più: porta al culmine la pienezza dei tempi, fa scoccare l’ora, è il compimento della storia intera («Tutto è compiuto»: Gv 19,30). È sì la morte di Lazzaro e di ogni altro essere umano. Ma è inoltre la morte accettata dal Figlio di Dio, da chi impersona l’Esserci divino, da «Colui che è qui: che è, che era e che viene».

Di conseguenza la risurrezione (il risuscitamento) di Lazzaro non è ancora la risurrezione di Gesù. È certamente un fatto straordinario. Ma non è lo stesso evento radicale in cui consiste la risurrezione del Cristo: non ne ha l’energia metafisica, l’intensità esistenziale, la gittata cosmica. Pur essendo un “segno” di salvezza, non è la salvezza.

Nella pagina evangelica sono disseminati alcuni indizi che ce lo fanno intuire. Si pensi alla constatazione addolorata con cui prima Marta e poi Maria danno l’impressione di voler rimproverare Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Frase controversa, questa, perché invoca il Signore – ho Kýrios, traduzione greca dall’ebraico anticotestamentario Adonai – mentre pur mette in forse che colui al quale essa è rivolta impersoni veramente “Chi c’è”, l’Esserci di Dio: la morte di Lazzaro fa da velo alla Presenza (e in questo sta la sua concretezza). E si pensi all’ironia rassegnata con cui Tommaso accoglie la decisione di Gesù di tornare in Giudea – dopo essersene andato, mettendosi al riparo dal rischio della persecuzione – per andare a Betania, a pochi chilometri da Gerusalemme: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Affermazione profeticamente ispirata, quest’altra, poiché la Pasqua di Gesù rivelerà che per risorgere a nostra volta dovremo morire con lui, della sua stessa morte. Infatti, è lui solo che supera la morte, è lui solo che risorge. E noi risorgiamo veramente soltanto partecipando della sua singolare risurrezione, come pure della sua singolare morte. Paolo, nel suo epistolario, lo spiega a più riprese, annunciando che risorgiamo allorché con Cristo Gesù con-moriamo e con lui siamo con-sepolti (Rm 6,4 e Col 2,12), a lui resi solidali in virtù del suo Santo Spirito, come si legge anche nella seconda lettura di oggi: «E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi». Si adempie così la profezia di Ezechiele che risuona nella prima lettura: «Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete».

Occorre disambiguare la morte e la risurrezione, per comprenderne tutta la valenza salvifica quando esse sono riesperite a partire da Cristo Gesù e in vista di lui. Considerare debitamente lo scarto che sussiste tra il nostro punto di vista e quello del Maestro di Nazareth è un necessario esercizio ermeneutico, un fondamentale discernimento spirituale. Torna utile per capire il sensus plenior, il significato più pieno e completo, del dirsi di Dio a noi in Cristo Gesù. Vogliamo rintracciare un esempio emblematico, nella stessa pagina che racconta la risurrezione di Lazzaro? Si pensi a due frasi che vi riecheggiano: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro», annota dapprima l’evangelista, riferendo quel che il Signore prova verso i suoi tre amici di Betania. Qualche versetto dopo, riportando l’opinione popolare, scrive: «Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”». Due versetti in cui – nella traduzione italiana – ricorre il verbo “amare”, apparentemente sempre uguale. Ma amare al modo di Gesù (agapân, voce verbale greca che compare nel primo caso) non si riduce ad amare alla maniera di un amico (phileîn, voce verbale adoperata nel secondo caso): benché includa l’amore amicale, l’amore agapico rappresenta la misura più alta – divina – dell’amare, di cui Gesù è umile testimone, disposto nondimeno a chinarsi fino ai livelli più bassi. Il dialogo tra il Risorto e Pietro attorno alla brace sulla spiaggia di Tiberiade ne è la riprova più eloquente.

La chiave di lettura per disambiguare la morte e la risurrezione è la fede: «Gesù disse [a Marta]: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». È un interrogativo rivolto anche a noi.

 www.tuttavia.eu

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mercoledì 11 marzo 2026

SEGNI DI SPERANZA


 L’insostenibile leggerezza 

del vivere

  

-di FRANCESCO MARRAPODI

In questi giorni, continuano a interpellarci le notizie di nuovi (ma sempre antichi) scontri mondiali che seminano morte e distruzione: la pace e lo sviluppo comune dei popoli continuano a essere fagocitati dall’egoismo e dagli interessi di chi guarda alla vita con occhi da predatore.

Al tempo stesso, assuefatti alla paura di una vita insostenibile, rischiamo di cadere nel vortice della banalità, dove il male diventa protagonista e siamo costretti a combattere con le tentazioni di sempre: il successo che inganna, la religiosità che esclude, il potere che ingabbia (cfr. Mt 4,1-10). Se per molti questo è il tempo in cui si rimane schiacciati dall’angoscia del non-senso, un tempo in cui il mondo «sprofonda nell’abisso» (Giuliano da Empoli, L’ora dei predatori, Einaudi, 2025), la nostra fede ci invita ad alzare lo sguardo per riconoscere l’apocalisse ( dis-velamento) dell’amore di Dio: « Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» ( Gv 10,10).

Assumendo la carne mortale dell’uomo, il Figlio di Dio assume le sue fragilità e i suoi desideri. La rivelazione attuata da Cristo manifesta contemporaneamente il volto misericordioso del Padre e il compimento autentico del volto dell’uomo. Egli, Parola definitiva del Padre, donando la propria vita sulla Croce indica all’uomo la strada da percorrere per raggiungere il fine della propria esistenza. Sulla Croce le sue ferite sono le ferite di un’umanità piagata dall’incapacità di aprirsi alla condivisione e alla compassione.

Nell’amore più grande della Croce vengono guarite le ferite dell’umanità ed è nel dono della Croce che si coglie il senso di una vita donata per amore che genera speranza nella vita di ogni credente. Nella Pasqua di Cristo ci viene mostrato il senso e la logica di una vita pienamente umana, che ci consegna alla libertà dello Spirito per divenire costruttori di una nuova civiltà. La risurrezione di Cristo ci mostra il volto autentico di un’umanità redenta, chiamata a evangelizzare la storia perché la salvezza di Cristo accada qui ed ora. Infatti, la Pasqua «è l’annuncio che in Cristo abbiamo la chiave che interpreta la nostra esistenza e la storia dei popoli di ogni tempo e, insieme, la presenza di un Dio vicino alla nostra vita, compassionevole, misericordioso, che lotta per la crescita e lo sviluppo della nostra umanità e ci strappa dal male e dalla morte» (Francesco Cosentino, Dio ai confini,

San Paolo, 2022). Il paradosso della vita si dis-vela appunto nella leggerezza del vivere in Cristo per elaborare da credenti nuove forme di convivialità, in cui ciascuno possa sperimentare la forza rinnovatrice della Pasqua.

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero » ( Mt 11,28-20). La fatica del credere, che abita il cuore di ogni uomo, si risolve così solo immergendosi nel cuore di Cristo e riconoscendo che in Lui possiamo rintracciare le parole che danno senso alla nostra esistenza e ci liberano dalla paura di rimanere confusi e disorientati dagli sconvolgimenti sociali. « Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» ( Lc 24, 32).

www.avvenire.it 

 

venerdì 20 febbraio 2026

NATI PER RICOMINCIARE

 


La Bibbia insegna 

che le cose importanti 

non si cercano,

 si ricevono in dono. 



Nelle cadute,  qualcuno o qualcosa 

ci riporta sulla strada.


-di ERMES RONCHI

 La Bibbia è un libro di infinite ripartenze. Non traccia nessun percorso completamente lineare e progressivo; non riferisce di nessun personaggio che non abbia, un giorno, per amore o per paura, sbagliato sentiero. Ma la forza della Bibbia sta nel nuovo che accade come sorpresa, non come maturazione attesa e ragionevole di scelte umane, ma come fioritura di un seme d’altrove. Così la novità biblica sorge dalle paludi, dal deserto, dalla schiavitù, dall’esilio, dall’errore. 

 Modello emblematico di questo è il viaggio dei Magi (Matteo 2): il loro lungo andare è costellato di comete ma anche di sbagli; giungono a Gerusalemme anziché a Betlemme; chiedono del bambino a un assassino di bambini; lo cercano in una reggia e invece lo trovano in una casa qualunque. Perdono la stella un giorno... ma i Magi hanno l’infinita pazienza di ricominciare, di interrogare, di rialzare lo sguardo. Il loro dramma, come il nostro, non è sbagliare o cadere, ma fermarsi e non ripartire. 

I ricominciamenti e le ripartenze dei personaggi biblici sono una delle forme che la profezia assume lungo la storia sacra: lo Spirito del Signore adopera oracoli e immagini, segni e simboli, uragani e brezza sottile per non lasciar dormire la polvere. E ricalcola il percorso. Instancabilmente. Sono sempre percorsi parziali, una mappa segnata da linee spezzate, una geografia di cadute e di vicoli ciechi. Ma proprio questo trasmette la grande speranza. Penso a tutte le storie di pietre scartate che riempiono il Vangelo e che sono servite, meglio ancora delle altre, nelle mani di Gesù: PietroMaddalenaZaccheoPaolo: i ricomincianti. 

Tutti potremmo raccontare la storia di un nostro deserto, quando ci pareva di morire di sete, o di vagare senza strada e senza meta. E poi è arrivato qualcosa: una intuizione, un amico, un messaggio, un angelo, che ha fatto ripartire la vita. 

Le cose più importanti non sono frutto della nostra ricerca, ma sono un dono immeritato, la sorpresa di una grazia, una mano che ci ha preso per mano quando ci pareva di affondare, come Pietro nella tempesta sul lago

«Le cose più importanti non vanno cercate, vanno attese» (Simone Weil). Vengono. Per un dono, una grazia, un’illuminazione interiore, una misteriosa forza buona che ci raggiunge. Perché la grazia sia grazia e non merito o calcolo. 

Credo sia capitato a tutti di finire in un fossato, faccia nella polvere o nel fango, senza domani: per una malattia, una crisi, un legame spezzato, una violenza subita. Poi è successo qualcosa. Forse mi sentivo come Lazzaro di Betania, chiuso, spento, occhi bendati. E una voce è arrivata, una luce è entrata, una lacrima è scesa dagli occhi di uno che mi amava. E la lacrima è calda, ferro rovente, lava di vulcano che brucia le bende, scardina le porte della tomba, trascina dentro di te il sole. E fa ripartire la vita. 

Penso a Betania, a quella casa in lutto per un ragazzo dal nome bellissimo «Colui-che-tu-ami», chiuso in un buco nella roccia. Lazzaro ritorna come simbolo universale di ogni ripartenza. Puoi vedere in lui uno che si è rintanato a leccarsi le ferite della vita, uno ingoiato dalla depressione, uno braccato dal dolore. Posso riconoscere me stesso nel suo nome. E quando pensavo di non farcela più, una goccia di luce si è fatta strada nell’ombra, una voce mi ha toccato con il brivido di una carezza: «Amico, vieni fuori! C’è tanto sole!». 

È accaduto molte volte, lo so bene. E ringrazio: vorrei posare il capo su quel petto, quella voce limpida, che mi ha rimesso in piedi, ha ricalcolato per me il percorso. Nella Bibbia non esistono percorsi lineari. Proprio per questo è il libro infinito della vita. 

Messaggero di S. Antonio

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giovedì 22 gennaio 2026

BLUE MONDAY

  


* Il pesce pascolava la superficie di una roccia porosa, mentre un cespuglio di alghe smeraldine gli solleticava il ventre maculato. Si ricordò allora di quando si era innamorato, stregato dalla leggerezza di una ragazza che correva nel corridoio della scuola, in ritardo come lui, in un fine settembre in cui l’estate non voleva saperne di andarsene. Quel giorno di tanti anni fa aveva creduto che il mondo fosse fatto per la bellezza,


di Alessandro D’Avenia

Quando il timer suonò, Bruno Grigiotti alzò gli occhi dalla tastiera. La sua routine di lavoro era precisa: 55 minuti di dati senza interruzioni, 5 minuti di aria. Sopravviveva ai 55 grazie a quei 5. L’aria che si concedeva non era fuori dal suo spazioso ufficio al 63° piano della torre di vetro con vista sulla city che da lì, in quel terzo lunedì di gennaio, sembrava un film muto e sbiadito, quell’aria l’avrebbe respirata alle 20, dopo 12 ore di lavoro filate, come chi si scalza di scarpe rigide. L’aria di quei 5 minuti era dedicata alle news: navigazione nei pixel di quello stesso schermo sui siti di informazione. Si rese conto che invece di dargliela, quel lunedì, i pixel l’aria gliela toglievano: guerre, pubblicità, omicidi, pubblicità, truffe, pubblicità, violenze, pubblicità... L’ossigeno gli mancò: niente che gli desse la forza per affrontare altri 55 minuti di apnea. Sollevò lo sguardo sopra il monitor e vide l’acquario tropicale. Non ci faceva caso come ci accade con tutti gli oggetti che subiamo. Gli architetti lo avevano inserito nell’ambiente minimalista della sede centrale dell’agenzia leader nell’AI: «Onlife». Fu allora che Bruno Grigiotti, data analyst tra i migliori nel suo campo, vide Dio. Si aggirava nel grande acquario 2x1,5x1, tra alghe fluttuanti, rocce violacee e nere poggiate su un fondo sabbioso da cui salivano sinuose bolle. Come ci era finito là dentro? Era un pesce

 Si alzò per studiarlo da vicino: pinne blu elettrico, coda acquamarina, la parte superiore del tronco di un nero assoluto a pois fosforescenti e quella inferiore a cerchi bianchi leggermente sfrangiati, la bocca arancione e sotto l’occhio una striscia gialla, come una pennellata finale, quasi una firma. Non immaginava che Dio avesse tutti quei colori, mentre si aggirava nella vasca tra placide volute e improvvisi scarti. Quei colori lo ipnotizzarono: danzavano in un oceano compresso in tre metri cubi d’acqua. Non ne conosceva il nome, ma d’altronde chi conosceva il nome di Dio, eppure era lì, davanti a lui, ineffabile e muto. 

 Vide i colori della sua infanzia: la spiaggia che raggiungevano con la macchina rossa dei genitori con uno strano cambio vicino al volante. Lui le comprava solo grigie o nere, con il cambio automatico. E così era anche sulle strade della città sotto di lui, un film in bianco e nero: le auto avevano perso i colori. E così anche edifici e oggetti: bianco, grigio, nero, beige. Dove erano finiti gialli, rossi, arancioni, verdi, azzurri? Perché c’era così poco colore nelle nostre invenzioni: macchine del caffè, pc, lampade, telefoni? Tornò a seguire i movimenti del pesce che mescolavano frequenze di un mondo perduto. 

 Riemersero ricordi di scuola: la professoressa di scienze aveva detto che il manto degli animali serve loro per sopravvivere o riprodursi, nascondersi o sedurre. Il pesce scartò, sostenendo un altro livello di verità: «Le cose non sono tenute a esserlo, eppure lottano per essere belle», lo diceva il verso di un poeta di cui non ricordava il nome ma che gli era venuto in mente. Chi aveva ragione? I colori del pesce. Non erano così per soddisfare il suo metabolismo, ma il metabolismo per realizzare i suoi colori. E lui? Guardò i suoi vestiti: abitudini più che abiti, uniformi più che forme, senza colori, come se lui alla luce avesse smesso di credere. Da quanto? Da quando aveva preso a vestirsi pronto per la bara? 

Il pesce pascolava la superficie di una roccia porosa, mentre un cespuglio di alghe smeraldine gli solleticava il ventre maculato. Si ricordò allora di quando si era innamorato, stregato dalla leggerezza di una ragazza che correva nel corridoio della scuola, in ritardo come lui, in un fine settembre in cui l’estate non voleva saperne di andarsene. Quel giorno di tanti anni fa aveva creduto che il mondo fosse fatto per la bellezza, ma poi se n’era dimenticato e si era adattato: conservarsi, come i prodotti a scadenza, e riprodursi, come le fotocopie. Questa era la vita di un lunedì del secolo più progredito della storia umana: il XXI. Eppure c’era più originalità in quel pesce che nel suo lunedì, il terzo di gennaio, che lo psico-marketing aveva battezzato «blue monday», il più triste dell’anno, per spingere i sempre insoddisfatti a fare acquisti a causa della somma di fine delle feste, carenza di vitamina D e mancanza di forze per affrontare il gennaio dell’anima che dura almeno tre mesi. 

 Avrebbe voluto anche solo un sorso della gioia di cui era capace il pesce che, senza saperlo e senza dire una parola, univa oceani lontani e fotoni, vulcani estinti e coralli. Si ricordò del suo viaggio di nozze, quando si crede nei colori, si sceglie un luogo all’altezza di un amore e ci si tiene ancora per mano. Poi tutto s’era scolorito. Immerse la mano nell’acqua che un termometro segnalava oscillare tra i 26.5 e i 27 gradi. Bolle salivano regolari e al tempo stesso negligenti, ricordandogli che anche lui respirava ma non ci faceva più caso, lo dava per scontato. Lasciò la mano inerte e quando il pesce si avvicinò, lo afferrò. Voleva fargliela pagare perché gli aveva ricordato di aver perso l’anima: gli si era sbiadita non per mancanza di meraviglie ma di meraviglia... Ma il pesce gli diede un morso sul dito e fuggì, rintanandosi tra le rocce e la sabbia. 

 La ferita sanguinò e lui si succhiò il dito. Era vivo! E così alle 21, Pablo Gimenez, addetto alle pulizie della Onlife entrò nella stanza al 63° piano e urlò. Il famoso dottor Grigiotti, era disteso nell’acquario, nudo, solo la testa sopra la superficie, gli occhi chiusi. Immobile. Morto? Ucciso? Suicidato? Gli sfiorò il capo con il bastone della scopa e Grigiotti aprì gli occhi placidamente con un sorriso. «Sta bene, dottore?». «Mai stato meglio». «Cosa fa lì?». «I colori», sorrideva inebetito. «Dottore, è ubriaco?». «Sì», rispose indicandogli il pesce tropicale che nuotava placidamente nella vasca, inafferrabile. Il giorno dopo l’ufficio del personale obbligò Grigiotti a rimanere a casa per godere le ferie a cui rinunciava da troppo tempo. Lui partì con la moglie. Tornarono nei luoghi del viaggio di nozze. E la tenne di nuovo per mano.

Il pesce pascolava la superficie di una roccia porosa, mentre un cespuglio di alghe smeraldine gli solleticava il ventre maculato. Si ricordò allora di quando si era innamorato, stregato dalla leggerezza di una ragazza che correva nel corridoio della scuola, in ritardo come lui, in un fine settembre in cui l’estate non voleva saperne di andarsene. Quel giorno di tanti anni fa aveva creduto che il mondo fosse fatto per la bellezza, ma poi se n’era dimenticato e si era adattato: conservarsi, come i prodotti a scadenza, e riprodursi, come le fotocopie. Questa era la vita di un lunedì del secolo più progredito della storia umana: il XXI. Eppure c’era più originalità in quel pesce che nel suo lunedì, il terzo di gennaio, che lo psico-marketing aveva battezzato «blue monday», il più triste dell’anno, per spingere i sempre insoddisfatti a fare acquisti a causa della somma di fine delle feste, carenza di vitamina D e mancanza di forze per affrontare il gennaio dell’anima che dura almeno tre mesi. 

 Avrebbe voluto anche solo un sorso della gioia di cui era capace il pesce che, senza saperlo e senza dire una parola, univa oceani lontani e fotoni, vulcani estinti e coralli. Si ricordò del suo viaggio di nozze, quando si crede nei colori, si sceglie un luogo all’altezza di un amore e ci si tiene ancora per mano. Poi tutto s’era scolorito. Immerse la mano nell’acqua che un termometro segnalava oscillare tra i 26.5 e i 27 gradi. Bolle salivano regolari e al tempo stesso negligenti, ricordandogli che anche lui respirava ma non ci faceva più caso, lo dava per scontato. Lasciò la mano inerte e quando il pesce si avvicinò, lo afferrò. Voleva fargliela pagare perché gli aveva ricordato di aver perso l’anima: gli si era sbiadita non per mancanza di meraviglie ma di meraviglia... Ma il pesce gli diede un morso sul dito e fuggì, rintanandosi tra le rocce e la sabbia. 

 La ferita sanguinò e lui si succhiò il dito. Era vivo! E così alle 21, Pablo Gimenez, addetto alle pulizie della Onlife entrò nella stanza al 63° piano e urlò. Il famoso dottor Grigiotti, era disteso nell’acquario, nudo, solo la testa sopra la superficie, gli occhi chiusi. Immobile. Morto? Ucciso? Suicidato? Gli sfiorò il capo con il bastone della scopa e Grigiotti aprì gli occhi placidamente con un sorriso. «Sta bene, dottore?». «Mai stato meglio». «Cosa fa lì?». «I colori», sorrideva inebetito. «Dottore, è ubriaco?». «Sì», rispose indicandogli il pesce tropicale che nuotava placidamente nella vasca, inafferrabile. Il giorno dopo l’ufficio del personale obbligò Grigiotti a rimanere a casa per godere le ferie a cui rinunciava da troppo tempo. Lui partì con la moglie. Tornarono nei luoghi del viaggio di nozze. E la tenne di nuovo per mano.

  Alzogliocchiversoilcielo


sabato 18 ottobre 2025

RELAZIONI CHE CURANO

 


Giornata missionaria mondiale

Un’occasione per fare memoria del Mandatum Novum affidato duemila anni fa agli apostoli per riaccendere nel cuore d’ogni fedele la coscienza della vocazione missionaria propria di tutta la Chiesa e d’ogni battezzato



-         di GIULIO ALBANESE

Di questi tempi, siamo tutti pervasi da un profondo smarrimento collettivo e da un diffuso senso d’impotenza rispetto al sacrificio di tanta umanità dolente disseminata nei bassifondi del nostro povero mondo. Le macerie della guerra tra Russia e Ucraina, la tragedia di Gaza, le crisi umanitarie dimenticate che devastano intere regioni dell’Africa e del Sud del mondo più in generale, così come l’esodo di milioni di migranti o le persistenti emergenze ambientali, sono il segno di una civiltà planetaria che da Oriente a Occidente, da Meridione a Settentrione sembra abbia decisamente smarrito il senso di una pacifica convivenza. Ed è proprio in questo contesto che la Chiesa è chiamata a rinnovare la sua vocazione più profonda: essere segno di speranza, testimone dell’amore di Dio che non abbandona nessuno. Domani, 19 ottobre, celebreremo infatti la Giornata missionaria mondiale (Gmm), il cui tema, in linea con le celebrazioni giubilari, è «Missionari di Speranza tra le genti». Non si tratta di uno slogan, ma di un programma di vita, di una conversione del cuore e della mente.

Un’occasione, dunque, per fare memoria del Mandatum Novum affidato duemila anni fa agli apostoli per riaccendere nel cuore d’ogni fedele la coscienza della vocazione missionaria propria di tutta la Chiesa e d’ogni battezzato. Sia chiaro: tutta la Chiesa è missionaria! Così amava ripetere Papa Francesco, affermando nell’Evangelii Gaudium: «Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno» (EG 23).

L a Missio ad gentes non è allora un compito riservato a pochi, ma la forma stessa della vita cristiana: ogni battezzato è inviato, ogni comunità è chiamata ad aprirsi, ogni gesto di bene è seme di Vangelo. Papa Leone XIV, nella sua recente Esortazione apostolica Dilexi te, ha rilanciato questa visione mettendo al centro l’amore di Cristo per i poveri e la necessità di una missione che nasca dalla compassione. «Ti ho amato », dice il Signore: è da questo amore che la Chiesa trae la sua forza e la sua credibilità. La missione non può essere disgiunta dall’amore concreto, dal prendersi cura, dal condividere la sorte dei più fragili. In Dilexi te, papa Prevost ci ricorda che il volto di Cristo si riconosce in quello dei poveri, dei migranti, dei malati, dei dimenticati, e che l’annuncio del Vangelo passa attraverso la costruzione di fraternità reale, di giustizia e di pace. Missionari di speranza, dunque, sono coloro che, pur immersi nelle contraddizioni del mondo, continuano a credere nella forza del bene, a scommettere sulla dignità dell’altro, a testimoniare con la vita che Dio è ancora all’opera nella storia umana. La speranza non è ingenuità ma resilienza, non è illusione ma fede che si incarna, che rialza, che accompagna. Oggi, mentre il mondo sembra aver smarrito la fiducia nel futuro, la missione della Chiesa offre orizzonti nuovi, ricordando che l’amore è più forte dell’odio, che la pace è possibile, che la fraternità non è un’utopia ma un compito personale e comunitario. Essere missionari di speranza tra le genti significa allora seminare il Vangelo nei solchi della storia, non con parole effimere ma con la vita, credendo che ogni gesto di misericordia può cambiare il mondo.

Dilexi te ci invita a tornare a questo cuore pulsante della fede: amati per amare, inviati per servire, portatori di speranza per ogni popolo. La missione continua, e nel suo respiro si rinnova la gioia di essere Chiesa: un popolo in cammino che, anche tra le tenebre, non smette di credere nel trionfo della luce sulle tenebre. Animati da queste convinzioni, in occasione della Gmm, promossa dalle Pontificie Opere Missionarie, rappresentate in Italia dalla Fondazione Missio della Cei, siamo anche chiamati ad offrire le nostre preghiere e il nostro obolo per sostenere le Giovani Chiese, nella cristiana certezza che «la messe è molta, ma gli operai sono pochi» ((Mt. 9,37, Lc 10,2). Come ebbe a dire San Giovanni Paolo II nell’Enciclica missionaria Redemptoris Missio, «la fede si rafforza donandola».

www.avvenire.it

 MISSIONARI DI SPERANZA - Messaggio del Papa



sabato 23 agosto 2025

LA PORTA STRETTA


 -24 agosto 2025-

XXI Domenica del Tempo Ordinario C

*Lc 13, 22-30*


Commento del Card. Pierbattista Pizzaballa, 

Patriarca L. di Gerusalemme


Il tema centrale del brano di Vangelo di oggi (Lc 13, 22-30) è quello della salvezza.

Gesù è diretto a Gerusalemme, e passa per città e villaggi. Lungo la via, un tale gli chiede: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” (Lc 13,23). Ancora una volta la risposta di Gesù va oltre la domanda: non è importante sapere quanti sono quelli che si salvano, se sono pochi o tanti. L’importante è salvarsi.

E la salvezza, come sempre, ha qualcosa di paradossale, che non rientra negli schemi della nostra logica umana e che Gesù lascia trasparire attraverso il racconto che offre come risposta, piena di paradossi.

C’è una porta stretta (“Sforzatevi di entrare per la porta stretta” - Lc 13,24), che però fa entrare molta gente, da oriente ad occidente, da settentrione a mezzogiorno (“Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio” - Lc 13,29).

C’è qualcuno che sembrerebbe avere tutte le credenziali per entrare (“comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza” - Lc 13,26), eppure rimane fuori (“Voi, non so di dove siete” - Lc 13,27).

Ci sono ultimi che saranno primi, e primi che saranno ultimi (Lc 13,30).

Ci soffermiamo solo su una particolarità presente nel testo, quella che riguarda la porta, e la sua chiusura.

Molti, dice Gesù, cercheranno di entrare, ma troveranno la porta chiusa (“molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno” - Lc 13,24).

Costoro busseranno, ma la porta non si aprirà. Ci si potrebbe aspettare che il motivo della porta chiusa sia l’orario: ad un certo punto la porta si chiude e, chi arriva in ritardo, rimane fuori.

Ma non è così.

Chi arriva, trova la porta chiusa e bussa, e non gli viene aperto non perché sia tardi. Per entrare, infatti, non è mai troppo tardi, e c’è sempre una possibilità ulteriore, l’occasione dell’ultima ora.

La porta non viene aperta a chi pensa di avere dei meriti, a chi dà per scontato di averne il diritto.

“Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, hai insegnato nelle nostre piazze” (Lc 13,26). Per costoro, che pensano di avere il biglietto assicurato, la porta rimane chiusa. E non per una sorta di rivalsa, non per puntiglio, ma solo per il fatto che la salvezza è donata per grazia, e l’accoglie solo chi sa di non meritarla.

Un esempio di tutto questo è riportato più avanti nel Vangelo di Luca, al capitolo 23: Gesù è appeso alla croce e uno dei due malfattori, crocifisso accanto a lui, gli chiede di essere ricordato quando sarà nel suo regno. In qualche modo, sta bussando alla porta. Non ha nessun merito, sembrerebbe essere arrivato ben oltre il tempo limite. Eppure, per lui la porta si apre: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43).

Quindi la porta non è stretta perché dobbiamo guadagnarci l’ingresso attraverso opere di giustizia, attraverso una grande ascesi. Si tratta semplicemente di riconoscere che siamo piccoli e poveri. Tutto ciò che ci viene chiesto, come al malfattore crocifisso, è di ammettere il nostro peccato e il nostro bisogno di redenzione: questa è la “parola d'ordine” che apre la porta.

Gesù chiama “operatori di ingiustizia” (Lc 13,27) coloro che rimangono fuori dalla porta. Il testo però non fa pensare che abbiano fatto qualcosa di male. L’ingiustizia che li condanna a rimanere estranei al Signore è proprio quella di sentirsi giusti. È l’unica ingiustizia che impedisce la salvezza.

Verso costoro, Gesù ha dunque parole pesanti: “Non di dove siete” (Lc 13,27). Ovvero non vi conosco, non appartenete al mio Regno, non condividete la mia logica, il mio modo di vedere la vita, di vivere la fede.

Al contrario, i lontani, che arrivano come dei poveri senza meriti, loro sederanno alla mensa del Regno.

Oriente, occidente, settentrione e mezzogiorno (Lc 13,29): cioè da ogni parte, perché ogni punto di partenza è buono per camminare verso la porta che apre al banchetto del Regno.

A patto però di rimanere come il ladrone sulla croce del capitolo 23, che può solo implorare ciò che può solo essere gratuito, che può solo essere donato.

+ Pierbattista

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