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sabato 24 agosto 2024

ANDARE DOVE ?

        VOLETE ANDARE    ANCHE VOI?

 – Commento al Vangelo - Domenica 25 Agosto 2024 -


Commento al brano del Vangelo di: Gv 6, 60-69

di Paolo Curtaz

 Dove vuoi che andiamo? A me piacerebbe stare nel mezzo. 

Adattarmi, prendere il meglio delle diverse posizioni, delle diverse opinioni. E ci sta, va bene che sia così: la vita necessariamente ci porta al compromesso che è una vittoria a metà.

E l’idea che la realtà sia bianca o nera è semplicemente fuorviante, produce nemici, avversari, contrappone, esaspera, come vediamo accadere accanto a noi.

Ma su alcune cose la scelta va fatta. Luce o tenebra. Costruire o distruggere. Fiorire o appassire.

Su alcuni temi: la vita, l’amore, le azioni essenziali, i valori, una scelta va fatta. E ripetuta ogni volta che ne abbiamo la necessità.

È quello che accade anche con la fede.

È quello che è accaduto ai discepoli, dopo il durissimo discorso del pane di vita che risulta inconcepibile e incomprensibile per molti. Anzi, per la maggioranza fra i presenti, discepoli compresi.

Sangue

Gesù ha toccato il fondo: ha chiesto alla folla di saziarsi della sua carne, di dissetarsi al suo sangue. Cristo, probabilmente, ha già in mente l’estremo dono, l’eucarestia. Chiede ai suoi di non seguirlo solo per le cose magnifiche che dice, né solamente per i prodigi. Ma di accogliere la sua carne, che nella Scrittura indica la fragilità, e il suo sangue cioè la sua essenza. 

Di nutrirci della sua presenza, di cristificarci, di accedere a Dio attraverso il suo sguardo.

È troppo. Davvero. La folla è sgomenta e irritata: questo pazzo furioso sta loro chiedendo di diventare dei cannibali? Ma chi si crede di essere? 

È bastato un confronto duro ma schietto per far crollare la fama del Nazareno.

Parole che scarnificano, che mettono all’angolo, che impongono una scelta, come ha dovuto fare il popolo di Israele nell’assemblea di Sichem, come abbiamo sentito nella prima lettura.

Parole che cambiano prospettiva, come la difficile seconda lettura che va ben interpretata: in un mondo in cui tutti, giudei, greci, latini, pensano che le moglie siano sottomesse ai mariti, Paolo parla di amore nel matrimonio, cosa inaudita.

Gesù è chiaro, diretto, inequivocabile. Dio lo è.

Ora si tratta di scegliere da che parte stare.

Fino a quando Gesù sfama le folle è idolatrato, quando parla di Dio, del suo Dio, è abbandonato. 

Fino a quando Dio risponde alle nostre esigenze e alle nostre richieste è grande, quando – a nostro avviso – ciò non avviene più, è rinnegato e rigettato. 

Dramma di un Dio che mendica la nostra adesione! 

Dramma inaudito di un Dio che si fa carne e compassione e che viene ignorato perché ci risulta più comprensibile un dio intangibile nella sua asettica e lontana divinità. 

Crescere

Gesù non cede al gioco del politicamente corretto. Non annusa l’aria per proferire parole che blandiscono. Ha parlato con le parole di Dio. La folla le considera eccessive, abituata com’è a vivere di ribassi. 

Credenti sì, ma senza eccessi. Devoti, certo, ma senza esagerare.

Ossessionati dal rimarcare le distanze, dal dirci cattolici sì, ma…, ossessionati dal non apparire fuori luogo, fuori moda, fuori tempo. Sempre pronti a prendere li distanze da questa Chiesa che rappresentiamo, troppe volte, in maniera mondana, con lo sguardo limitato del mondo.

No, non se l’aspettava questa reazione da parte della folla che ama con tenerezza. Forse pensava (ingenuo Dio!) di convertire i cuori con le parole e con lo sguardo. 

Gesù, indurito, scosso, attonito, si rivolge agli apostoli. 

La domanda, inquietante e tagliente come una lama, è rivolta a ciascuno di noi: Volete andarvene anche voi? 

Non blandisce gli apostoli sgomenti, non recede dalle sue parole, non chiede appoggio o carezza o consolazione. Non elemosina consensi, nemmeno dai suoi amici più fedeli, con cui ha condiviso tanto.

A Gesù sta più a cuore il Regno della compagnia, la verità dell’applauso.

È libero. Sa, Gesù, quanto possa diventare ambiguo un rapporto spirituale, sa quanto possa tarpare le ali il discepolato, invece di far crescere il discepolo. Gesù non è un guru, è un vero Maestro. Libero. Sa che l’obiettivo di ogni discepolo è di crescere, non di appassire ai piedi del Maestro.

Sa che ogni Maestro ha un solo desiderio: che il discepolo diventi autonomo. Che se ne vada, finalmente autonomo.

Volete andarvene anche voi?   È solo il Rabbi, non è stato così solo.

Vuoi andartene?

E tu vuoi andartene? 

Ora che incontri le prime difficoltà vuoi lasciare tutto per tornare a chiuderti nel tuo piccolo mondo di tiepide certezze? Rinunci al sogno di Dio?  Vuoi davvero lasciare questa fragile Chiesa che, ora più che mai, ha bisogno di discepoli fedeli, sofferenti ma fedeli, onesti, autentici e fedeli, disposti a rimettere in moto l’annuncio del Vangelo che sta languendo con le nostre appassite comunità parrocchiali?

Vuoi davvero metterti dalla parte di coloro che pensano che questo cristianesimo sia da abbandonare e metterti dalla parte degli illuminati che criticano senza mettersi in gioco? O degli indifferenti che dicono che Dio sia inutile o dannoso?

Fallo. Sei libero, straordinariamente, drammaticamente libero di credere. O di fuggire.  Di spalancarti, o di chiuderti. 

L’amore di Dio ci lascia liberi, giunge a chiedere a noi, creature fragili e incostanti, di aderire liberamente al suo progetto. 

Pietro, il grande, risponde a nome di tutti. Poco convinto, forse, un po’ amareggiato, come gli altri undici, un po’ preoccupato del domani fattosi improvvisamente incerto, perplesso di fronte a questo Maestro troppo esigente, troppo grande, troppo tutto. 

La sua risposta è sussurrata ma ferma, assoluta.

Una risposta come un vulcano che erutta, come un vento impetuoso che abbatte i boschi, come una professione di fede urlata a se stessi e al mondo: Dove vuoi che andiamo, Signore? 

Dove trovare tanta serenità, tanta verità, tanto bene, tanta luce, tanto silenzio, dove, Dio santo, trovare qualcosa o qualcuno che ti sia pari? Dove, amico degli uomini, trovare compassione e futuro, dove respirare l’ebbrezza di Dio? 

Ci sconcerti, Maestro, ci sfidi, è difficile convertire il nostro cuore alla tua tenerezza e luce ma – Signore – ormai la nostra vita è segnata a fuoco. 

Tu ci hai sedotti.  Dove vuoi che andiamo, Signore?


Cercoiltuovolto

 

venerdì 4 agosto 2023

AL DIO BELLISSIMO E GRANDISSIMO

Trasfigurazione del Signore


Dn 7,9-10 / 2Pt 1,16-19 / Mc 9,2-10  -  

Commento di Paolo Curtaz al Vangelo di Domenica 6 Agosto 

Il cuore dell’estate, le città arroventate, l’estate che raggiunge lo zenit. Oggi celebriamo la Trasfigurazione del Signore, brano che leggiamo ogni anno in Quaresima e, più in sordina, all’inizio di Agosto. Quest’anno (ci voleva, con tutto l’immenso dolore che scuote il mondo) sostituisce la domenica e interrompe la serie delle parabole.

 Ironia della sorte: un sei agosto esplose la bomba atomica su Hiroshima, un sei agosto il Signore chiamò a sé l’animo inquieto di san Paolo VI, papa, fragile e possente cercatore di Dio.

 Ci voleva questa domenica in cui si parla di bellezza. Della bellezza di Dio.

 Un Dio felice che mi vuole felice.

 Perché viviamo mondi orribili. E vite vuote e arroventate, rabbiose e scoraggiate. Viviamo in un occidente che sta perdendo il senso della misura, che perde la memoria del suo divenire, che si lascia invadere da qualunque moda, che vive un’idea di bellezza che decidono altri imponendo una griffe, uno stile, un trend.

E tutti a correre, a elemosinare attenzione, un complimento, un giudizio che certifichi la nostra esistenza nello spazio ingombro di un pianeta che esplode, uno di ottomiliardierotti. Disposti a farci tagliare a pezzi e ricucire pur di piacere, a imporci sforzi sovrumani in palestra, diete draconiane per avere un like sui nostri profili social.

 Abbiamo confuso il lusso con la bellezza. Il plauso con la grazia. L’eccesso con l’armonia. Aneliamo a ciò che è bello e grande e buono. Ci accontentiamo di ciò che piace, che pensano tutti, che serve a me.

 Urge bellezza.

 Colline. Salgono sul monte, su un alto monte. In realtà è una collina ma l’amore rende tutto immenso. E lì, annota Matteo, Gesù viene trasfigurato. Svela la sua profonda natura, la sua vera identità. Non si toglie il vestito dozzinale sotto cui si nasconde Superman, no.

 È lo sguardo dei discepoli che cambia. Perché la bellezza, come l’innamoramento, come la fede, sta nel nostro modo di vedere.

 Quando sono innamorato trovo il mio amato il più bello fra tutti. Quando amo una disciplina sportiva sono disposto a sudare e a faticare per praticarla. Quando riesco a orientare la mia mente verso le mie emozioni, colgo la bellezza abbagliante di un paesaggio.

 Molte cose concorrono nella bellezza. Una fra queste, certamente, è lo sguardo interiore capace di cogliere la verità, l’armonia, la pienezza in un oggetto, in un paesaggio, in una persona.

 Possiamo stare con Gesù tutta la vita, e frequentarlo, e credere, e seguirlo. Ma fino a quando il nostro sguardo interiore non si arrende alla sua bellezza, non ne saremo mai definitivamente segnati.

 Accade come sul Sinai, quando Dio si manifesta a Mosè in tutta la sua gloria: le nubi, i fulmini, la voce, l’ombra, la paura. Paura che deriva dall’intensità della bellezza, dall’insopportabilità della visione interiore. Mosè e Elia conversano con Gesù: la Legge e i Profeti si inchinano al rivelatore del Padre. Pietro viene travolto: la bellezza gli ha colmato il cuore.

 Bellezza

 Abbiamo urgente, assoluto bisogno di recuperare il senso del bello nella nostra vita. La bellezza risulta essere una straordinaria forza che ci attira verso Dio, che in sé è armonia, pienezza, verità. Quante volte mi viene da dire, a chi mi chiede ragione della fede: è bello credere. È bello e svela in me e negli altri l’intima e nascosta bellezza che lega le persone, gli avvenimenti, le emozioni.

 Quanti uomini e donne, nella storia, si sono avvicinati alla fede perché attratti dalla bellezza del Cristo, dalla sua ineguagliata umanità, dalla sua profonda tenerezza, dalla sua stupefacente maturità.

 Sì: è bello essere qui, Signore, è bello essere tuoi discepoli. Così gli apostoli, scesi dal Tabor, dovranno salire su un’altra collina, il Golgota. Lì la loro fede sarà macinata, seminata, resa pura. Dopo, avere sperimentato la bellezza.

 Solo l’esperienza della gloria di Dio ci permette di affrontare il dolore. Senza coinvolgimento emotivo, senza reale bellezza, senza entusiasmo, è difficile essere credenti, è difficile restare cristiani. Il nostro mondo ha bisogno di bellezza, di armonia.  Nel caos dell’eccesso (che di bello ha l’apparenza, ma che spesso nasconde il nulla) il nostro mondo può imparare dal cristianesimo la bellezza della fede, della preghiera, del silenzio, del gesto d’amore verso il fratello.

 La strada della bellezza

 È noioso credere. È giusto – certo – ma immensamente noioso. Il Vangelo di oggi ci dice, al contrario, che credere può essere splendido. Varrebbe la pena di ricuperare il senso dello stupore e della bellezza, l’ascolto dell’interiorità che ci porta in alto, sul monte, a fissare lo sguardo su Cristo.

 E dare tempo al “dentro”, all’anima, all’ascolto, al silenzio, al fruscio del vento, al calore del sole sulla pelle, all’odore del muschio o dell’erba, ai rumori del bosco e del mare. Alla discreta e grandiosa presenza di Dio nella natura, quella in cui possiamo trovare, come un’impronta, il suo silenzioso sorriso. E la preghiera. Intensa. Vera. Umile. Prostrata. Stupita. Aperta al mistero.

 Facciamo delle nostre messe dei luoghi di bellezza: il silenzio, il canto, la fede, il luogo in cui preghiamo, può riportare un briciolo di bellezza nella nostra quotidianità. E accorgerci che credere è la cosa più bella che possiamo sperimentare nella nostra vita.

Nella seconda metà dell’Ottocento una delle chiese parrocchiali della mia diocesi, Saint Georges, venne affrescata da un modesto artista del luogo, tale Grange. Il parroco di allora, don Thèrisod, suggerì al decoratore cosa scrivere, inserendo delle frasi in ebraico e in greco (!) qua e là nel coro e nella navata. Sopra le canne dell’altare, in un luogo che solo dall’altare maggiore si riesce a vedere, il parroco fece scrivere, in greco, la dedica del lavoro (e della sua vita):

 Tzeu kallisto kai meggisto, Al Dio grandissimo e bellissimo.

 

Paolo Curtaz

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sabato 19 novembre 2022

PERDUTI E SALVATI

DOMENICA DI CRISTO RE

2 Sam 5,1-3/ Col 1,12- 20/ Lc 23,35-43

Abbiamo bisogno di salvezza. Ho bisogno di salvezza, urgentemente. Di una soluzione, di qualcuno che mi aiuti a mettere ordine nel mio caos interiore, qualcuno che intervenga nella Storia, che faccia giustizia, che convinca alla pace.

 Abbiamo bisogno di un salvatore. Urgentemente.

E lo cerchiamo con affanno, siamo disposti ad ascoltare le sirene di quanti propongono soluzioni definitive. Lo attendiamo sperando ci sia un politico, un imprenditore, un uomo di spettacolo, un guru, qualcuno, chiunque! capace di toglierci dal buio. Siamo disposti a tutto, purché facciano loro, purché faccia lui. Solo che, spesso, cerchiamo salvatori senza ammettere di esserci perduti.

Salvatori a buon mercato, diciamo, loro a salvare, a salvarci, noi seduti a guardare (disposti però a ringraziare, nel caso). No, non ci sentiamo davvero persi, non scherziamo. Confusi sì, ma non persi.

 Temiamo la disperazione, ci inorridisce l’assurdo.

 Senza ammettere di esserci persi, spaventati dalla serietà della vita, dall’ineluttabilità dell’esistere, senza ammettere, semplicemente, che non abbiano in noi tutte le risposte, che da soli non ce la possiamo fare, che la risposta di senso e di felicità, pur avendo bisogno di noi, di trova fuori da noi, non sappiamo più cosa sia la salvezza. E nell’ultima domenica dell’anno liturgico la Parola ha ancora qualcosa da dire, un’indicazione forte, destabilizzante, inattesa, rivolta ai cercatori di salvezza, nella Solennità di Gesù Cristo re dell’Universo. Una titolazione un po’ aulica, forse desueta, ma che proclama con forza quanto i discepoli hanno sperimentato: Gesù è la risposta di ogni ricerca, e il mondo non sta precipitando nel caos, ma nelle sue braccia.

 Gesù è la salvezza, l’unica salvezza, la mia salvezza.  La tua, se vuoi.

 Tu sei re?

 Tu sei re? (Gv 18,34), chiede uno stranito procuratore a quello scappato di casa che gli hanno portato per essere giudicato e crocefisso. Non crede ai suoi occhi il disincantato e spregiudicato Pilato: quale pericolo può rappresentare quello svaporato che gli sta dinnanzi? Eppure, se il Sinedrio si è umiliato chiedendogli un favore, deve esserci qualcosa di nascosto…

 Tu sei re? Ci chiediamo davanti alla croce: davanti al più sconfitto fra gli sconfitti, al più fragile tra i fragili. Un re senza trono e senza scettro, appeso nudo ad una croce, un re che necessita di un cartello per essere identificato. Non un re trionfante, non un Dio onnipotente, ma un uomo nudo, mostrato, sfigurato, piagato, arreso, sconfitto.  Una sconfitta che, per Lui, per Dio, è il definitivo e inequivocabile segno del dono di sé.

Un Dio sconfitto per amore, un Dio che – inaspettatamente – manifesta la sua grandezza nell’amore e nel perdono. Dio – lui sì – si mette in gioco, si scopre, si svela, si consegna.  Ecco Dio, è qui, appeso. Ecco il salvatore. Nudo.

 Salva te stesso

 Mette i brividi il vangelo di oggi, che dice in che senso Cristo è re. Gesù è appeso, agonizzante. Intorno a lui la folla, che poche ore prima ne chiedeva con forza la morte, tace, sgomenta. In pochi parlano, i sacerdoti, i soldati romani pagani e uno dei ladri, e ripetono lo stesso mantra: Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso.

 Vuoi che ti crediamo? (Dopo averlo appeso), dimostra che sei ciò che dici scendendo dalla croce e salvandoti. Salva te stesso e ti crederemo. Giusto. È esattamente ciò che pensiamo di Dio. Dio è Dio perché pensa solo a se stesso. Perché non si occupa degli altri, perché non he remore morali o densi di colpa. È un segno di debolezza il dover dipendere dagli altri.

 Il potente, così come ce lo immaginiamo (Dio, il miliardario, lo sfrontato, fate voi), è colui che salva se stesso, che può permettersi di pensare solo a sé, ha i mezzi per essere soddisfatto, senza avere bisogno degli altri.

 Dio è ciò che non possiamo permetterci di essere, il più potente dei potenti, che può tutto, che non ha bisogno di niente e di nessuno, beato lui!  Per dimostrare di essere veramente Dio, Gesù deve salvare se stesso, perché per molti, ancora, Dio è il Sommo egoista bastante a se stesso, beato nella sua perfetta, asettica, immarcescibile solitudine.

 Non è così. Il nostro Dio non salva se stesso, salva noi, salva me.  Dio si auto-realizza donandosi, relazionandosi, aprendosi a me, a noi. Questa è la sua regalità. Dio è re perché salva gli altri, noi, non se stesso.

 Ladri e ladroni

 I due ladri sono come noi; il primo sfida Dio, lo mette alla prova: se esisti, toglimi dalla croce, liberami da questa sofferenza, salva te stesso (di nuovo!) e noi, e me. Concepisce Dio come un re di cui essere suddito, ma lo riconosce re solo se Dio si fa suo suddito. Non ammette le sue responsabilità, non è adulto per rileggere la sua vita, tenta il colpo. Non è amorevole la sua richiesta: trasuda piccineria ed egoismo, servilismo e sfida. Come – spesso – è la nostra fede e la nostra preghiera. Cosa ci guadagno se credo? L’altro ladro, invece, è solo stupito. Non sa capacitarsi di ciò che accade: Dio è lì che condivide con lui la sofferenza. Una sofferenza conseguenza delle sue scelte, la sua. Innocente e pura, quella di Dio. Ammette di essersi perso, perciò viene salvato. Un ladro buono, dice la tradizione, nel senso di abile, aggiungo io: ha fatto il colpo più spettacolare della sua vita, ha rubato il paradiso.

 Ecco l’icona del discepolo: colui che si accorge che il vero volto di Dio è la compassione e che il vero volto dell’uomo è la tenerezza e il perdono. Nella sofferenza possiamo cadere nella disperazione o ai piedi della croce e confessare: davvero quest’uomo è il Figlio di Dio.

 Ecco il tuo re, Israele. Ecco il tuo re, discepoli del Signore, chiamati a costruire la profezia di un mondo nuovo e riconciliato che è la Chiesa. Un re umile, donato, pacificato, versato.

 Tremo, stordito.

Lo voglio davvero un Dio così? Un Dio debole che sta dalla parte dei deboli? È questo, davvero, il Dio che voglio? No, io preferisco un Dio potente che mi risolve i problemi e sono disposto a sfinirmi di preghiere per convincerlo!  

Ecco l’ultima provocazione che la Liturgia ci offre a conclusione del nostro cammino: di quale Dio vogliamo essere discepoli? Di quale re vogliamo essere sudditi?

 Non date risposte affrettate, per favore, altrimenti ci tocca convertirci.

 

Paolo Curtaz

 


sabato 6 agosto 2022

ESTOTE PARATI

Il Vangelo della XIX domenica C commentato da Paolo Curtaz.-

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

 Non temere piccolo gregge!

La Parola forte e rassicurante di Gesù, in questa domenica, ci raggiunge nella nostra estate infuocata e rissosa, lamentosa e banale, rassegnata e spensierata, e ci aiuta ad orientare la vita, a ridarle senso, vigore, speranza.

Non temere piccolo gregge! Sì, siamo un piccolo gregge, siamo pochi, ma scegliamo di avere un pastore solo, il pastore bello che sa dove condurci, che, diversamente dai mercenari, è interessato a noi per ciò che siamo, non per ciò che produciamo.

Non temere piccolo gregge! Non abbiamo paura, anche se facciamo fatica (quanta!) nel non perdere la speranza. Ma ci fidiamo, abbiamo fede, come padre Abramo, come Sara, perché ci siamo scoperti agapetoi, amati, e abbiamo scelto di amare. La fiducia nasce dall’esperienza: abbiamo conosciuto quanto il Signore Gesù ci ama.

 Sappiamo che ha dato la vita per noi. Perché Dio ama di un amore libero e liberante, vitale e vivificante, concreto e quotidiano. Non dobbiamo temere perché al Padre è piaciuto donarci il Regno.  i è stato regalato, donato, senza condizioni, gratuitamente.

Perché Dio è così: dona. E dona sé. Il Regno è là dove Dio regna, là dove dimora la sua presenza di luce e di pace.

Ma per accorgerci della sua presenza, per non lasciarci travolgere dalla paura, per scoprire davvero che il Regno è in mezzo a noi, è già qui, dobbiamo vivere da persone libere e dobbiamo vegliare.

 Buoni amministratori

Facciamoci due conti in tasca, serenamente e seriamente. Guardiamo per cosa vale la pena di vivere, dove stiamo investendo tempo ed energia, risorse e qualità, nella nostra vita. Se il Vangelo è solo un’appendice (sana e santa) all’interno della nostra quotidianità o se, invece, ha cambiato il nostro modo di vedere.  Il tempo che stiamo vivendo è un tempo di mezzo, nell’attesa che il Signore della gloria torni.

A noi, qui e ora, Dio affida la gestione del Regno, per renderlo presente, per vivere come figli di Dio. Le nostre comunità, allora, diventano succursali del Regno, pagine pubblicitarie dell’umanità nuova perché riconciliata, profezia di un mondo nuovo.

Anche se non siamo capaci, anche se non siamo degni, anche se zoppichiamo. Perciò facciamo Sinodo: per chiederci con franchezza evangelica se il modo che abbiamo di annunciare sia il miglior modo, oggi, per dire di Dio.

Estote parati

State pronti, ammonisce Gesù.   Pronti a viaggiare, pronti a mettere in discussione ogni risultato, ogni certezza, tanto più se derivante dalla fede e dalla religiosità. Se abbiamo capito che il nostro cuore è fatto per l’infinito e l’infinito cerchiamo, stiamo pronti a cercare all’infinito. È il salubre atteggiamento del discepolo, la consapevolezza del “già e non ancora”. Già conosco Dio, eppure non lo possiedo ancora.

Già ho vissuto una splendida esperienza affettiva, eppure so che nessun amore colma il mio cuore definitivamente. Già ho scoperto, alla luce del Vangelo, quanta grazia e luce interiore ricolmano il cuore, ma ancora vivi momenti di sconforto e di buio. Già ho capito chi sono, ma ancora non so chi sarò.

Una tensione sana, bella, che ci conduce all’essenziale, che ci stacca dalla pesantezza della quotidianità, che ci restituisce al realismo.

State pronti, ci chiede il Maestro. E noi vegliamo nella notte. Questa notte della Storia. Ogni notte. Scrutando l’Oriente, aspettando l’aurora. Quanta fede ci chiedi, Signore!

Nomadi

Come Israele, le cui gesta, enfatizzate e mitizzate, abbiamo letto nella prima lettura, anche noi siamo chiamati ad uscire dalla schiavitù, da ogni schiavitù, per imparare, nel deserto, a fidarci di Dio. Schiavi dell’idea che abbiamo di noi stessi, schiavi e preoccupati dell’immagine che dobbiamo restituire agli altri, schiavi dei finti bisogni che la pubblicità ci suscita, possiamo riscoprire, alla luce della parola, che o l’uomo è cercatore o non è, o l’uomo è mendicante o non è. O l’uomo è in cammino interiore o non è. Che la vita, che ogni vita, è progressiva liberazione interiore. Quanta fede ci chiedi, Signore!

Abramo ascolta la sua voce interiore.

Non è un giovane preso da deliri mistici: è un uomo realizzato, non travolto da impetuose passioni. Egli è l’uomo provato dalla vita, disilluso e che – pure – sente un appello irrefrenabile all’interiorità. Vai, sente nel cuore, Vai a te stesso.

Folle Abramo che lascerà ogni certezza e ruolo sociale per seguire un istinto interiore, per ritrovare se stesso! E questo suo gesto sarà immensamente fecondo: egli è il padre di tutti i cercatori di Dio.

Vai a te stesso, amico lettore, scopriti viandante, sul serio. Anche se pensi di avere vissuto a sufficienza, o troppo sofferto, o fatto le tue scelte. Siamo tutti straordinariamente liberi, resi capaci di iniziare percorsi nuovi anche quando tutto sembra deciso, sbagliato, irremovibile. Vai a te stesso.

L’Attesa

La vita, allora, diventa inquieta (e felice) attesa, l’attesa del ritorno, l’attesa dell’incontro del padrone che torna dalle nozze.  Attesa: la mia vita, la tua vita è attesa.

Di un senso, del superamento del tuo dolore, della chiave per capire la tua vita, di una persona da amare, di un figlio da stringere e baciare, di un mondo migliore, della luce infinita che illumini le tue paure, di Dio.

Attesa.  L’uomo è l’unico essere vivente capace di attendere, di vegliare, di insistere, di credere.  Nella notte, spesso, nel lungo e corposo silenzio della notte, sentiamo crescere la nostra fede, abbandonarsi il nostro cuore, capiamo cosa ci è essenziale. Nella notte, come le sentinelle che aspettano l’aurora, diventiamo dei credenti, dei discepoli.  Quando le ginocchia vacillano, quando la fatica è tanta, quando ci sembra di non farcela ad attendere, quando la disperazione fa pressione alla porta del cuore, possiamo guardare ai testimoni, guardare ai padri della fede, ai tanti, tantissimi che hanno, come noi creduto nella notte, e visto la luce, infine.

La fede è questo misterioso già e non ancora, questo silenzio assordante, questa notte luminosa.

Vegliamo, dunque.

Amati. amando.


Paolo Curtaz

 

sabato 2 luglio 2022

PACE A QUESTA CASA !

 

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 10,1-12.17-20

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi quelli che vi lavorano! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi chi lavori nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.

Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

 Commento di p. Paolo Curtaz

Paura

Dalla paura del Covid alla paura del vaccino alla paura della guerra alla paura della crisi economica (basta fare il pieno o comprare la frutta per accorgersene). Da anni, ormai, ci nutriamo di paure.

La crisi economica, culturale e di civiltà che stiamo vivendo mettono a fuoco alcune cose che forse non erano ancora così chiare.

Il momento è piuttosto delicato, i nodi vengono al pettine. Anche per la Chiesa. La nostra Chiesa.

Che diamine, viviamo in Italia, la terra dei santi, dei navigatori e dei poeti!

Respiriamo cristianesimo da quando veniamo al mondo, siamo immersi in testimonianze d’arte che rimandano continuamente al Vangelo, teniamo così tanto alle nostre feste cristiane!

Tutto vero. Più o meno.

Ma vivere in una società in cui i riferimenti storico culturali ancora si rifanno al Vangelo non significa essere discepoli di chi quel Nazareno professa essere Maestro e Signore. E, alla fine, la cosa è diventata evidente.

Certo, ci sono ampie zone del paese in cui le parrocchie radunano molte persone e si respira una religiosità popolare forte e radicata. Ma, appena si toccano le questione vere del Vangelo, ecco il fuggi-fuggi generale.

Ci scopriamo egoisti, vittimisti, razzisti, rabbiosi.

Come scriveva tempo fa il cardinal Ravasi: è il pensiero cristiano ad essere in minoranza, non il cristianesimo. Non è il cristianesimo ad essere in crisi, ma la forma storica che ha assunto in occidente e che fatica a dire di Dio.

Ecco allora la domanda peperina: esiste ancora la Chiesa? Chi è la Chiesa? Cosa identifica l’essere discepoli?

Il grande Luca ci aiuta, in questo percorso, mettendo a fuoco le necessità del discepolo.

Dal punto di vista di Gesù, non dal nostro.

Un’altra storia

Israele credeva che il mondo fosse composto da settantadue nazioni: ogni anno al tempio di Gerusalemme si immolavano settanta buoi per la conversione delle nazioni pagane.

Gesù invia a tutto il mondo, alle settantadue nazioni, i discepoli.

Non si ferma a pregare per la loro conversione. Non si lamenta della deriva che sta prendendo la Storia, della brutta piega degli eventi. Agisce: invia discepoli credibili per proporre a tutti il cambiamento di vita.

Decisamente un’altra storia.

Ed è interessante notare una sfumatura nella nuova traduzione liturgica del testo: non si parla di pochi operai ma di pochi che lavorano.

Gli operai sono tanti, fin troppo, preti, suore, religiosi, catechisti, laici impegnati. Ma quanti fra noi, davvero, hanno il fuoco che brucia dentro dal desiderio di raccontare Cristo? Di viverlo? Di renderlo presente e accessibile? Quanti fra noi (scrivente in primis, principe dei somari) hanno fatto delle parole del Vangelo il proprio stile di vita sì da essere credibili e creduti?

Quand’anche fossimo stracolmi di preti e laici impegnati ma non avessimo chi lavora, non cambierebbe molto… Se, alla fine, non riusciamo a comunicare l’amore che abbiamo scoperto (che stiamo cercando, che ci abita, che ci affascina), diventiamo solo dei funzionari del sacro.

Annunciare, quindi. Ed è difficile.

Parlare di Gesù ai cristiani, terribile! Sanno già tutto.

Ma si può fare.

Stile

I discepoli sono mandati a due a due, precedendo il Signore. Non dobbiamo convertire nessuno: è Dio che converte, è lui che abita i cuori. A noi, solo, il compito di preparargli la strada.

In coppia veniamo mandati: l’annuncio non è atteggiamento carismatico di qualche guru, ma dimensione di comunità che si costruisce, fatica nello stare insieme.

E ci chiede di pregare: non per convincere Dio a mandare operai (è esattamente ciò che egli vuole!) ma per convincere noi discepoli a diventare finalmente evangelizzatori!

L’annuncio è fecondato dalla preghiera: perché non diventare silenziosi terroristi di bene, seminando benedizioni e preghiere segrete là dove lavoriamo?

Affidando al Signore, invece di giudicare?

Il Signore ci chiede di andare senza troppi mezzi, usando gli strumenti sempre e solo come strumenti, andando all’essenziale. Lo so, amiche catechiste: il corso di nuoto o la settimana bianca sono mille volte più attraenti della vostra stentata ora di catechismo. Ma voi avete una cosa che a nessun allenatore è chiesta: l’amore verso i vostri ragazzi.

E ci avvisa, Siamo pecore in mezzo a lupi, e quanto profetica sta diventando questa parola nel nostro mondo intriso di rabbia! A patto di non diventare anche noi lupacchiotti in attesa che i lupi si convertano.

Il Signore ci chiede di portare la pace, di essere persone tolleranti, pacificate. Nessuno può portare Dio con la supponenza e la forza, l’arroganza dell’annuncio ci allontana da Dio in maniera definitiva.

Infine, il Signore ci chiede di restare, di dimorare, di condividere con autenticità.

Noi non siamo diversi, non siamo a parte: la fatica, l’ansia, i dubbi, le gioie e le speranze dei nostri fratelli uomini sono proprio le nostre, esattamente le nostre.

Gioite!

È faticoso e crocifiggente, lo so.

Lo sa anche Paolo che, pur convertendo il bacino del Mediterraneo, sente tutto il limite del suo carattere. Lo sa anche Paolo che chiarisce anche a noi che il problema non sono le regole (nel suo caso la circoncisione) ma l’essere nuova creatura. E noi, prutroppo, veniamo percepiti come i garanti delle regole.

 Come Isaia, siamo chiamati a incoraggiare gli esiliati di ritorno da Babilonia, a volare alto, a sognare in grande, a costruire il sogno di Dio che è la Chiesa. E pazienza per i risultati che mancano: è un’epoca di profezia, la nostra. È tempo di semina, non di raccolto.

 Allora potremo davvero sperimentare la gioia dell’annuncio, la gioia di vedere che Dio, sul serio! passa attraverso le nostre piccole e balbettanti parole, vedere che la Parola si veste delle nostre piccole riflessioni.

Quale gioia proviamo nel vedere altri condividere la nostra stessa fede!

Riflettevo, stamani: questa mia riflessione è letta o vista, all’incirca, da cinquantamila persone.

Se dodici pescatori di Galilea hanno incendiato d’amore il mondo, cosa potremmo fare noi?

Smettiamola di restare impantanati nella routine, superiamo le paure del mondo, non valutiamo i risultati come un’azienda del sacro: gioiamo amici, i nostri nomi sono scritti nei cieli, Dio già colma i nostri cuori e ci affida il Regno.

 Paolo Curtaz

 

sabato 5 marzo 2022

NON DI SOLO PANE ...


  + Dal Vangelo secondo Luca - Lc 4,1-13

 In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».  Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

 Commento di p. Paolo Curtaz

 Due anni di paura, di malattia, di morte, di problemi economici. E che hanno inciso pesantemente sulle nostre scelte, sui nostri sogni, sulla nostra socialità.

Siamo tutti sfiniti, stanchi, insofferenti. Storditi e confusi, come se ci fosse stato tolto troppo. Allora, sinceramente: a che ci serve una Quaresima? Fare sacrifici, mortificazioni? Non ne abbiamo fatte abbastanza? Sì, certo, assolutamente.

Ma ne abbiamo bisogno, qui, ora, per lasciarci alle spalle il caos, per trovare un orizzonte in questo deserto. Per riappropriarci della nostra anima.

Abbiamo urgente bisogno di mettere dei punti fermi. Di mettere paletti. Di alzare lo sguardo per vedere se stiamo seguendo la strada che avremmo voluto percorrere, quella che, in qualche modo, ci porta verso la felicità. Perché la peggiore delle tentazioni è di smettere di vivere. Per paura di morire.

Tentazioni

Ci si scherza, sulle tentazioni. Si banalizzano, anche fra noi cristiani. Le si butta sull’eccesso. Il sesso, il denaro, le parolacce, le bestemmie…  Ma dai.

E in questo tempo in cui vediamo il diavolo ovunque, così almeno incolpiamo lui, rischiamo davvero di non vedere l’evidente. C’è un modo di vivere che ci annienta, che ci spazza via, che ci allontana da noi stessi e da Dio.

Quando mettiamo le cose, il pane, al centro della nostra vita, delle nostre scelte. E non parlo delle legittime aspirazioni a vivere serenamente, ma all’illusione di poter tenere tutto controllo. Di quanto soldi abbiamo bisogno per stare tranquilli? E quanto grande dev’essere la nostra casa? È importante il nostro lavoro?

Tutto può diventare un idolo, sostituirsi a Dio. Diventare dio. 

Le cose, sì, ma anche il giudizio degli altri, la fama, i like. È che non di solo pane vive l’umano. E la ricchezza promette ciò che non riesce a mantenere: la felicità. Occhio, dice la Parola oggi, scrollati di dosso l’illusione che le cose risolvano i problemi.

Quando la bramosia ci spinge e fare qualunque cosa per diventare visibili, importanti, adulati. Allora mi sforzo di apparire come gli altri vorrebbero, scelgo con cura le foto che posto, non importa chi io sia davvero, importa cosa penso farebbe piacere agli altri, cosa mi può rendere importante, cosa darmi potere. Sogno di diventare come quei personaggi (?) che venderebbero l’anima perché si parli di loro. E così accade. Diventando, di fatto, servi della parte oscura, ambigua, compromessa della realtà.

Quando la fede diventa manipolazione, quando la ricerca del miracolo diventa ossessione, quando anche dio diventa mio servo. Allora mischio tutto, faccio un gran minestrone: anima, madonne, apparizioni, angeli, energie… Allora Dio, le divinità, il cosmo, gli eoni, tutto deve in qualche modo assecondare le mie esigenze, risolvere i miei problemi.  Tipo galleggiare nell’aria sorretto dagli arcangeli. Oppure Dio non mi serve. Contro tutto questo Gesù combatte.

E invece

Per due volte Luca insiste sul fatto che è lo Spirito a spingere Gesù nel deserto.

Gesù ha appena ricevuto il battesimo ed è tentato: la tentazione colpisce sempre chi si avvicina a Dio, non chi se ne allontana o non se ne interessa.

Gesù entra nel deserto come Israele che resta quarant’anni anni a vagare nel deserto del Sinai prima di scoprirsi popolo: ancora manifesta solidarietà assoluta col genere umano. Le tentazioni sopraggiungono in un momento di fame. 

Quando abbiamo fame di Dio, quando abbiamo fame di affetto, quando abbiamo fame di pace, iniziano le difficoltà più grandi.

Ho riletto molte volte le tentazioni del diavolo: sono piene di buon senso.  Per rendersi credibile, il male è sempre pieno di buon senso.

Un’altra cosa è interessante: l’avversario cita bene la Scrittura. La conosce, ovviamente, sa di cosa parla, e ne capovolge il significato, stravolgendolo. Gesù smaschera l’inganno con la Parola di Dio in mano. Letta nel modo giusto.

Scelte

Gesù è deciso: certo, bisogna nutrirsi, soprattutto della Parola. No, non farà compromessi: nessuno dà niente per niente, e lui vuole essere libero. No, non farà gesti eclatanti: il Nazareno vuole che la gente ami Dio per ciò che è, non per ciò che dona. Dio non è un fenomeno da baraccone, non è una capricciosa divinità da convincere a modificare gli eventi naturali.

Il suo messianismo è delineato: nel segno dell’amore e della condivisione, nella forza della parola e nell’autenticità, nello svelare il volto misericordioso del Padre si orienterà la scelta di Gesù.

Gesù vuole dei figli, non dei servi, l’affetto sincero, non un rispetto reverenziale. Fallirà, ma ancora non lo sa. È un ingenuo, un illuso, ma ancora non lo immagina. Sarà il diavolo, che per ora si allontana, a ricordarglielo. Tornerà nel tempo appropriato, quando Gesù avrà sperimentato sulla sua pelle che, forse, il demonio aveva ragione: l’uomo non si converte con le parole e l’amore. Tornerà al Getsemani.

Così inizia la nostra Quaresima.

Questi quaranta giorni che ci sono donati per fare ascesi, cioè allenamento. Per fare più silenzio, per prendere maggiormente sul serio la preghiera, per decidere quale appetito deve dominare sui nostri sensi, per accorgerci del povero che ho accanto, per lasciare che la nostra anima ci raggiunga. E trovare il risorto, alla fine del cammino.

Per scoprirci ancora e ancora, amati. Perciò capaci di amare.

 Paolo Curtaz