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martedì 27 maggio 2025

LA CRUDELTA' DELL'INDIFFERENZA

 

Il dolore dell’altro

 e la lezione di Primo Levi. 

La crudeltà inizia

 con la nostra indifferenza

 

 

 

 

 

 

 

 Lo scrittore americano JONATHAN SAFRAN FOER: «Chi ci ha raccontato Auschwitz ci insegna che il silenzio e l’ombra sono complicità. L’ebraismo deve vivere nel mondo, ci chiederanno se siamo intervenuti di fronte al mondo che grida».

 Pubblichiamo il discorso che lo scrittore americano, autore di «Ogni cosa è illuminata» ha tenuto a Genova, alla cerimonia del premio Primo Levi, che gli è stato conferito. 

 Sono turbato dalla responsabilità che deriva dall'invocare il nome di Primo Levi. È giusto che sia così. Levi non ha scritto per confortarci, intrattenerci o redimerci. Ha scritto per turbarci. Credeva, come diceva lui stesso, che «è successo, quindi può succedere di nuovo», ciò che può succedere non è il cataclisma dell'Olocausto, ma l'indifferenza che ha permesso che accadesse. C'è una domanda alla base di tutta la sua opera: restare svegli. Non solo vigili nei confronti della storia, ma vulnerabili al presente. Levi non mirava a scioccare, ma a turbare. Il suo turbamento non era estetico o psicologico, era morale. Aveva lo scopo di mantenerci in una sorta di inquietudine sospesa. Non era solo un sopravvissuto che raccontava una catastrofe morale, ma un pensatore ebreo, profondamente radicato in una tradizione che diffida dell'agio e guarda con sospetto l'anima serena. 

 L'ebraismo ha sempre posto il disagio al centro del risveglio morale. Ad Abramo, il patriarca del monoteismo, viene comandato di non rimanere dove si trova, ma di «andare avanti» - lech lecha - un doppio comando di lasciare il luogo fisico e di allontanarsi da se stessi, dal proprio comfort, dalla stasi. Mosè non diventa profeta in virtù della sua discendenza o della sua intelligenza, ma perché si ferma a notare la violenza contro uno schiavo. La sua grandezza inizia con l'attenzione, il turbamento. I profeti della Torah sono figure profondamente turbate. Camminano per le loro città gridando contro l'ingiustizia, le loro parole sono come sirene contro l'autocompiacimento di chi vive nell'agiatezza. Non sono venerati dai loro contemporanei, anzi vengono derisi, esiliati, ignorati. Eppure, nella coscienza ebraica, sono la coscienza del popolo. Coloro che non permettono che la sofferenza diventi normalità. Nelle parole del profeta Amos: «Guai a coloro che vivono nell'agio». Non perché l'agio sia intrinsecamente sbagliato, ma perché genera dimenticanza. I profeti ci turbano perché la dimenticanza è il seme della crudeltà. 

 Essere turbati, nell'immaginario morale ebraico, non è una debolezza. È una forma di forza. È ciò che Dio loda in Giobbe: il suo rifiuto di accettare in silenzio le ingiustizie. Giobbe discute con Dio. Abramo discute con Dio. Mosè discute con Dio. Il tratto distintivo dell'esempio morale ebraico è la protesta. E non la protesta come rumore, ma la protesta come empatia, come rifiuto di accettare un mondo in cui la vita umana non viene venerata. 

 Il turbamento di Levi non era performativo. Non era autocelebrativo. Era faticoso. Era uno scienziato e uno scrittore, e ha usato gli strumenti di entrambe le professioni per illuminare i meccanismi della disumanizzazione: il linguaggio, i sistemi e i silenzi. Ci ha mostrato non solo cosa è successo ad Auschwitz, ma come è successo, come questa mancanza di reazione potrebbe succedere ovunque. 

 E così voglio parlare non solo di Levi, ma di questa tradizione più profonda su cui ha lavorato. Che dice: essere umani significa essere turbati. Diamo un'occhiata al mondo in cui viviamo. A Gaza sono stati uccisi più di 30.000 civili, molti bruciati nelle loro case, i loro nomi mai registrati, le loro vite a mala pena compiante. È una presa d'atto, un'emergenza che diventa politica. Gli esseri umani non sono statistiche. Sono bambini che cercano le braccia delle madri, madri che cercano di proteggere i figli. Dopo un anno e mezzo, ci sono ostaggi israeliani ancora nei tunnel, molti dei loro nomi dimenticati dai titoli dei giornali, il loro destino non menzionato nelle conversazioni quotidiane. La loro prigionia è uno specchio del nostro distacco. 

 In Sudan, ci sono quasi 9 milioni di sfollati per la guerra, la carestia e il collasso politico. Eppure, per la maggior parte di noi, il Sudan rimane un nome su una cartina, e che forse non proviamo neppure a cercare. In Ucraina, una guerra che un tempo ha sconvolto la coscienza dell'Occidente non fa più notizia. Ogni giorno muoiono civili. Abbiamo imparato a scorrere lo sguardo sugli schermi oltre la loro sofferenza, a tenere gli occhi e la bocca chiusi. Ma, come ben sapeva Levi, il silenzio non è assenza. È complicità. E mentre ci aggiorniamo in silenzio sulle notizie dai cellulari, 45 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione, la forma più letale di denutrizione. Corrisponde quasi alla popolazione della Spagna. 

Fermiamoci un attimo a immaginare la Spagna popolata esclusivamente da bambini che muoiono di fame di età inferiore ai cinque anni. Proviamo a immaginarli mentre camminano come zombie lungo Le Ramblas, seduti per terra dentro Reina Sofia, o che affollano ristoranti senza cibo... 

 Undici bambini muoiono di fame ogni minuto. Quasi un miliardo di persone va a letto affamato ogni sera. Quando è stata l'ultima volta che avete avuto fame? Una fame perenne? 

Per me, la fame è un concetto astratto. Ma per chi ha bisogno di mangiare, non è qualcosa di astratto. È un bambino che piange ed esausto si addormenta. È una madre che finge di aver già mangiato lasciare al figlio l'ultimo cucchiaio di riso. Non è solo una vergogna, non è solo una tragedia. Primo Levi aveva compreso qualcosa di essenziale: l'atrocità non inizia con la brutalità. Inizia con l'indifferenza. 

 Il pericolo più grande oggi non è una minaccia esterna, ma il fatto che non siamo più sufficientemente inorriditi. Diciamo: «È terribile» e andiamo avanti. Diciamo: «Non ce la faccio più», come se fosse un peso per noi e non la morte del figlio di qualcun altro. Nel Talmud c'è un insegnamento: «Se qualcuno può protestare per i peccati del mondo e non lo fa, è responsabile dei peccati del mondo». 

Nei suoi ultimi sermoni pubblici, Papa Francesco ha insistito sul fatto che la nostra speranza risiede in quella che ha definito una «cultura dell'incontro». Non la carità a distanza, non la pietà da uno schermo, ma l'incontro. Come ha affermato: «Dobbiamo aprire il nostro cuore a coloro che sono scartati e riconoscerli non come un peso, ma come uno specchio». Questa non è poesia. È strategia. Non combattiamo l'indifferenza con le statistiche. La combattiamo con i volti, i nomi, le storie. Questo è il ruolo della letteratura: non distrarci, ma disarmarci. Farci sentire più di quanto sia comodo. Riumanizzare ciò che il mondo ha reso anonimo, gettare luce dove le ombre si sono radicate più profondamente. 

 Io sbaglio costantemente. Vedo titoli che non clicco perché non voglio sapere. C'è uno strano conforto nell'indignazione: ci fa sentire svegli, giusti, impegnati. Ma l'indignazione senza azione è solo teatro. E io sono stato così spesso un attore. Quindi non vi parlo stasera da una posizione di chiarezza morale. Sono al vostro fianco come qualcuno che cerca, continuamente, di rimanere turbato. E fallisce. E ci riprova. 

 Da dove cominciare? La valanga di sofferenza non esiste solo nei titoli dei giornali di Paesi lontani. Vive nei nostri quartieri. Si nasconde in bella vista. Cosa significherebbe guardare i senzatetto. Non l'archetipo, ma l'individuo. L'uomo che dorme vicino alla stazione avvolto in coperte di recupero. Lo guardiamo. Ma non lo vediamo. E che dire del bambino che mangia solo a scuola, per il quale le vacanze estive sono una stagione di fame? Che dire del vicino malato di mente di cui non conosciamo il nome? O dell'immigrato le cui qualifiche non vengono mai riconosciute? Le loro vite non sono note a piè di pagina nelle nostre vite. Sono testi a sé stanti, testi sacri. E noi li stiamo ignorando. 

 Primo Levi ci ha chiesto di fermarci a leggerli. Levi non ha scritto solo di Auschwitz. 

L'immaginazione etica di Levi appartiene a questa tradizione. La sua scrittura è una forma di testimonianza, non solo dell'orrore, ma della struttura della coscienza. In questo, il suo lavoro riecheggia la filosofia di Emmanuel Levinas, che insegnava che il volto dell'altro è l'inizio di ogni etica. Per Levinas, il volto umano non è una maschera, è una chiamata. Dice, senza usare parole: «Non uccidere». Ma solo se lo guardiamo. Martin Buber, un altro pensatore ebreo la cui influenza aleggia sull'opera di Levi, ha scritto della relazione «Io-Tu», quello spazio in cui un essere umano si rivolge completamente a un altro, non come oggetto, ma come presenza. 

L'etica di Buber non parte dalle leggi, ma dall'incontro. E l'opera di Levi è piena di incontri di questo tipo: il compagno di prigionia che non può dimenticare, la guardia di cui non ha mai saputo il nome, i momenti di inaspettata gentilezza che hanno attraversato la nebbia dell'atrocità. Non sono momenti sentimentali. Sono eventi etici. 

 Hannah Arendt, anch'essa segnata dai traumi del totalitarismo, sosteneva che il male spesso assume la forma della banalità: non mostri, ma funzionari. Anche Levi lo sapeva. Non ha scritto solo della crudeltà, ma anche dell'ordine. Di persone che seguivano le regole. Che spuntavano caselle. Che non alzavano mai la voce. Eppure il loro silenzio ha facilitato la morte di massa. Questo è ciò che intendeva quando ci avvertiva: è successo, può succedere di nuovo. 

 Ecco perché Levi ha scritto. Ed ecco perché dobbiamo essere lettori, di libri ma anche dei nostri fratelli uomini. Leggere Sopravvivere ad Auschwitz non significa piangere i morti, ma leggerne i volti e così facendo, fare della loro memoria una protesta contro il mondo così com'è. Ma la memoria da sola non basta. È necessaria l'azione. Il Talmud ci dice che in un mondo alla deriva, ogni piccola azione diventa un'àncora. Visitare i malati. Vestire gli ignudi. Istruire gli ignoranti. Non sono opzioni caritatevoli, sono obblighi. 

 Sì, il mondo è vasto. Sì, le sue ferite sono profonde. Ma dobbiamo resistere alla paralisi causata dalle dimensioni globali. Dobbiamo scegliere: interrompere il meccanismo dell'ingiustizia con la nostra presenza. Colui che ha raccontato non solo le atrocità dei campi di concentramento, ma anche il progressivo cedimento della coscienza, sarebbe addolorato da come il benessere e la sicurezza degli ebrei in Occidente hanno, in troppi punti, offuscato il nostro impulso profetico. Mentre un tempo eravamo un popolo la cui antenna morale vibrava ad ogni ingiustizia, siamo ora anestetizzati dal nostro stesso successo. Siamo gli eredi di Abramo, che trattò con Dio per salvare la vita a stranieri; di Mosè, che ruppe le tavole piuttosto che ignorare l'idolatria; di Ester, che rischiò tutto per salvare il suo popolo. E di Levi, che capì che sopravvivere non è sufficiente: bisogna testimoniare. 

 Cosa penserebbe Levi di una comunità che raccoglie milioni per i musei ma rimane in silenzio mentre i vicini hanno fame? Che racconta la storia della propria schiavitù storica senza reagire con urgenza all'attuale schiavitù di altri? Il cui valore fondamentale è: «Chi salva una vita, salva il mondo intero», ma nella pratica spesso permette la morte. Non ricordiamo solo la sofferenza ebraica, ma risvegliamone la responsabilità. 

 L'ebraismo deve vivere nel mondo. Perché il mondo sta gridando, e non ci sta chiedendo se abbiamo acceso le candele il venerdì sera. Ci sta chiedendo: Dove eravate quando il voto è stato rubato? Quando il profugo è stato espulso? Quando il padre ha sollevato in alto il suo bambino morto? E noi dobbiamo essere in grado di rispondere, non con teorie o difese, ma con tremore e verità: Noi c'eravamo. Levi ci ha ricordato che «gli obiettivi del fascismo non sono stati raggiunti convincendo, ma trasformando le persone in ombre». Il nostro compito è quello di trasformare le ombre in persone: insistere sul colore, sull'individualità, sull'umanità. 

 Fonte: La Stampa

 


lunedì 19 settembre 2022

LA GRAMMATICA DEL (PER) DONO


-di Luigino Bruni

Ci sono alcuni libri, e sono pochissimi, che sono capaci di dire da soli tutto ciò che si deve dire sulla giustizia, sul dolore morale, sulla vita. Sono figli, come tutti, del loro tempo e del loro luogo, eppure possiedono il privilegio quasi divino dell’eternità. I loro personaggi sono più contemporanei dei nostri colleghi, sono amici e parenti: siamo noi, sono la parte più vera del nostro cuore. Mentre scorrono le pagine di questi libri e di queste poesie, noi rileggiamo la nostra vita, si illuminano angoli invisibili o nascosti, quelle parole riescono a dire il dolore indicibile. Leggiamo le storie dei personaggi e quelle storie ci leggono e ci svelano l’anima dell’anima.

I Miserabili di Victor Hugo è uno di questi libri. Il suo protagonista principale è Jean Valjean. Il romanzo si apre però con un vescovo, monsignor Myriel, cui sono dedicate pagine tra le più belle e intense della storia della letteratura. Pagine che toccano, commuovono, convertono.

Siamo nel 1815 - lo stesso anno dell’inizio della storia dell’altro capolavoro francese: Il conte di Montecristo. Incontriamo un vescovo, ormai anziano, che in gioventù era stato figlio di un aristocratico. La Rivoluzione segnò la sua rovina economica e sociale. Dovette emigrare in Italia con la sua giovane moglie, che morirà durante quell’esilio. Questo fallimento dei progetti della giovinezza produsse una svolta: il sacerdozio. Il vescovo ci viene presentato come l’icona del Vangelo vissuto. Appena nominato dona la sua grande residenza episcopale all’ospedale di Digne, poi ci viene descritto il suo bilancio personale tutto speso per i poveri. Quindi lo vediamo spostarsi a dorso d’asino, mai in carrozza.

Alla casa di questo vescovo, una sera d’inverno venne a bussare il vagabondo Jean Valjean, appena uscito dal carcere. Era stato rilasciato dopo diciannove anni di galera. Vi era finito perché rimasto senza lavoro (era potatore): disperato per la fame dei sette bambini di sua sorella vedova finì per rubare una pagnotta da un fornaio: «Vi era entrato cupo, ne uscì disperato». Hugo ci spiega le ragioni di questa disperazione. Nella prigione, «la luce naturale era accesa in lui», e «la sventura, che ha la sua luce», l’aveva accresciuta. In quella luce sventurata Jean Valjean divenne «tribunale a sé stesso», e «riconobbe di non essere un innocente ingiustamente punito». Quel pane l’aveva rubato davvero, non aveva saputo sopportare la fame, non aveva saputo aspettare – pensava mentre era in catene. Ma poi pensò anche: «Solo lui aveva avuto torto nella sua fatale storia?». E rispose di no. Capì che anche la società aveva la sua colpa, nel fargli perdere prima il lavoro, poi nel ridurre alla fame lui e i suoi nipotini, e infine nel tenerlo in carcere diciannove anni per aver rubato una pagnotta di pane. E così «giudicò la società e la condannò: la condannò al suo odio». Dichiarò a sé stesso «che non c’era equilibrio tra il danno da lui causato e il danno causato a lui». Quindi «Jean Valjean si sentiva indignato».

I miserabili è anche una grande riflessione sull’innocenza degli esseri umani. Anche se Jean Valjean riconosce le sue colpe, noi sentiamo che è innocente. Perché l’innocenza che conta non è l’assenza di colpe né l’innocuità (lo vedremo tra poco): se fosse questo nessuna persona sarebbe innocente. L’innocenza di questo romanzo, profondamente biblica ed evangelica, ha invece a che fare con la purezza del cuore, con la sincerità, con l’onestà verso sé stessi e verso gli altri. Jean Valjean «non era d’indole cattiva. Era ancora buono quando giunse in galera». E lo scrittore si chiede: «L’uomo creato buono da Dio può diventare cattivo per opera dell’uomo?»; può la cattiveria degli altri e propria «cancellare la parola che il dito di Dio scrive sulla fronte di ogni uomo: Speranza»? La risposta di Hugo è un chiaro: "no". Questa innocenza profonda la giustizia non la vede, neanche noi riusciamo a vederla negli altri e in noi stessi. È l’innocenza del figliol prodigo, quella di Giobbe: è l’innocenza che vede Dio, quella che deve vedere almeno Dio. L’immagine di Dio, la vocazione all’amore e alla relazione, resta viva e operante nelle nostre midolla nonostante il gesto di Caino. Lo sguardo dello scrittore, mentre raggiunge le vittime della sua storia, le tocca con la penna dell’anima e toccandole le innocentizza. L’arte è la strada invisibile che conduce le vittime dal Golgota al sepolcro vuoto. La Bibbia ci dice che Dio, guardandoci e toccandoci nella nostra miseria, ci fa innocenti con il suo sguardo, dal primo respiro all’ultimo, quando tra le braccia dell’angelo della morte sentiremo la stessa innocenza con la quale venimmo al mondo.

Con questo odio e con questa indignazione Jean Valjean era giunto a Digne. In città viene riconosciuto come ex-galeotto e quindi cacciato dalle locande. Finché, rassegnato a dormire affamato all'addiaccio, giunge alla porta di Myriel. Il vescovo lo accoglie, apparecchia la tavola con le posate d’argento. E quando si rivolge a Jean Valjean con la parola "signore", Hugo ci dona una delle sue frasi più belle: «L’ignominia ha sete di considerazione».

Dopo questa cena d’agape fraterna, arriva la notte. Nella mente di Jean Valjean tornano i fantasmi dell’odio, della rabbia e dell’indignazione: «Quelle sei posate d’argento l’ossessionavano». Si alza, si dirige verso l’armadio, quindi «ficcò l’argenteria nello zaino, attraversò il giardino, saltò il muro come una tigre, e fuggì».

La mattina seguente, la domestica scopre il furto e avverte il vescovo. E questi: «Era nostra quella argenteria? Essa apparteneva ai poveri. Chi era quell’uomo? Evidentemente un povero». Bussano alla porta: «Tre uomini ne reggevano un quarto per il bavero. I tre erano gendarmi, l’altro era Jean Valjean». Ed ecco l’inatteso: «Ah eccovi, sono contento di vedervi. Come sarebbe? Ti avevo dato anche i candelieri d’argento: come mai non li avete presi insieme alle posate?». Il fiato si ferma.

 

L’ospitalità è gesto vulnerabile. L’ospite può essere un angelo (Eb 13,2), ma chi arriva può essere Ismaele che uccise Godolia che lo accolse, assassinato mentre «mangiavano insieme» in casa (Ger 41,1). Ci sono sempre stati, ci sono ancora e ci saranno, ospiti "uccisi" da coloro che ospitano. Quando accogliamo qualcuno a casa non possiamo sapere cosa accadrà durante la notte; soprattutto quando a entrare è l’uomo ferito, umiliato, incattivito, indignato. Myriel fu imprudente: non fu virtuoso, l’etica dell’agape non è l’etica delle virtù. Noi disapproviamo l’azione di Jean Valjean; ma l’esercizio empatico che ci fa fare Hugo non si conclude con la raccomandazione: "non accogliere futuri Jean Valjean"; termina invece aumentando in noi il desiderio imprudente di aprire una porta in più - almeno quella di casa nostra. Abbiamo smesso di leggere la Bibbia e I miserabili, abbiamo chiuso le porte e i porti ai nostri viandanti, e siamo diventati noi i nuovi miserabili.

Myriel ci insegna cosa è l’agape. Arriva uno sconosciuto, forse un dannato. Diventa uno di casa, tiriamo fuori per lui le posate più belle. Sappiamo bene, siamo esperti d’umanità, che quella vista luccicante dopo tanto dolore e cattiveria può diventare una tentazione invincibile per quel povero. Ma l’onore da donare all’ospite supera la paura della tentazione - non dobbiamo maledire ogni nuvola carica d’acqua per il ricordo della tempesta omicida.

Questa forma speciale (meravigliosa ed essenziale) di dono inizia con una trasgressione: invece di far dormire l’ospite inquietante in un ospizio, gli dona il letto buono di casa; non lo manda alla mensa dei poveri, lo invita alla tavola intima. Per onorare l’ospite gli offre le posate d’argento e lo chiama "signore". La bellezza è la prima cura di ogni miseria. Poi si va a letto sapendo di rischiare i beni e persino la vita (l’ingenuità dell’agape non è stupidità), ma sapendo che quei beni, e persino la vita, non sono proprietà privata, sono già dono e quindi possono-devono essere donati. Poi arriva l’esperienza del tradimento, siamo delusi ma non ci sentiamo defraudati. Torna poi l’ospite: si aspetta la condanna e l’insulto, e invece si trova il per-dono. Cioè al posto del dono rubato trova un altro dono: l’anello al dito, il banchetto.

Perché però anche i candelieri? Non bastava la "bugia" buona del dono delle posate? (Nota bene: le regole astratte, "le bugie non si dicono mai", sono quasi sempre sbagliate). Forse perché il tradimento di chi ha sbagliato si cura guardando al futuro, generando speranza con un nuovo dono. È l’eccedenza gratuita donataci dall’altro che, dopo l’errore, ci rende capaci del necessario. Solo un nuovo dono può guarire il furto di un primo dono. L’eros non basta per l’accoglienza vulnerabile. L’amicizia (philia) può donare la cena e il letto e spingersi fino ai tre gendarmi, ma lì dice all’ospite: "mascalzone ed ingrato". Solo l’agape arriva ai candelieri. Certo è difficile, oggi impossibile, costruire un intero sistema sociale e penale soltanto sull’agape. Ma quando lo costruiamo senza l’agape le nostre società e le nostre carceri finiscono per somigliare troppo a quelle di Polifemo e dei beniaminiti di Gabaa (Gd 19-21).

È però nella vita ordinaria del vescovo dove si trova la dimensione decisiva della grammatica dell’agape. Myriel ha reagito in quel modo al tradimento del dono - il dono agapico include fin dall’inizio la possibilità concreta del tradimento -, perché tutta la sua esistenza era alimentata dall’agape. Ciò che può apparire come una risposta emotiva è invece il frutto di una vita di esercizio quotidiano di agape. Come quando vedo qualcuno che sta annegando nel mare in tempesta: se mi getto d’istinto nel turbinio delle onde è quasi certo che annego con lui; se a tuffarsi è invece un nuotatore professionista, il probabile salvataggio è il risultato dell’allenamento di una vita. L’agape non è improvvisazione: è habitus conquistato, è dura disciplina: «Quando pensate alla leggerezza della ballerina, guardatele i piedi» (Carla Fracci). Non tutti possono vivere tutti i giorni l’ospitalità agapica: qualcuno però lo deve fare: almeno uno, almeno io almeno una volta. Un solo gesto d’agape può riscattare una vita, quindi può salvare il mondo - lo vedremo domenica prossima, continuando a seguire Jean Valjean. Ma ora facciamo riposare il cuore sulla bellezza dell’agape.

l.bruni@lumsa.it

www.avvenire.it

 

mercoledì 20 luglio 2022

SAPERSI INDIGNARE

 OGGI MANCA LA CAPACITÀ 

DI INDIGNAZIONE

 

Spesso si dice che l’opinione pubblica è indignata. 

E magari è anche vero: al mattino. 

Alla sera siamo tutti a guardare la partita!

                                    (Indro Montanelli)                              


 È morto nel 2001, ma ne conservo ancora un ricordo molto intenso, soprattutto per gli incontri avuti con lui nell’ultima fase della sua vita, incontri segnati dal dialogo e dalla simpatia. Parlo di Indro Montanelli che ho qui evocato attraverso questa sua citazione che delinea, con lo stile incisivo da tutti riconosciuto, uno dei suoi tratti tipici. Bisogna sempre ripetere che, se l’ira rabbiosa è uno dei vizi capitali, lo sdegno etico è una virtù, attestata dai profeti e dallo stesso Gesù (si provi a leggere il capitolo 23 di Matteo).

 Ciò che, invece, si registra di fronte alle palesi ingiustizie della società, alle menzogne pubbliche e alle ipocrisie è, sì, il fuoco di paglia di una protesta solitamente sguaiata. Ma subito dopo si passa o all’acquiescenza o persino all’effettiva connivenza. 

Il principio dei panem et circenses non valeva solo per gli antichi romani: ancor oggi basta che uno prometta un’elargizione o cancellazione di tasse e riesca a narcotizzare la massa con qualche sport popolare, che si ha facilmente la caduta di ogni indignazione morale. 

Il vantaggio personale, a scapito di quello generale, il corporativismo, la superficialità nei giudizi riescono agevolmente a far dimenticare il bene comune, il senso dello Stato, gli obblighi civici. È per questo che lo sdegno autentico, come fremito della coscienza, è una virtù.

 Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

 

domenica 15 novembre 2020

IL GRIDO DEI POVERI

 Dal 2017 la Giornata mondiale dei poveri: 
le parole di Francesco

E' a conclusione del Giubileo straordinario della Misericordia che il Papa indice la Giornata mondiale dei poveri, indicando come data la XXXIII Domenica del Tempo ordinario. “Tendi la tua mano al povero” è il tema per l'appuntamento   con la Messa presieduta da Francesco a San Pietro nel contesto della pandemia

 di Adriana Masotti 

 “Mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri.” E’ Papa Francesco a scriverlo nella Lettera apostolica "Misericordia et misera", datata il 20 novembre 2016, a conclusione del Giubileo straordinario della Misericodia che si era aperto l'8 dicembre 2015. “Sarà una Giornata che aiuterà le comunità e ciascun battezzato a riflettere su come la povertà stia al cuore del Vangelo - prosegue il Papa - e sul fatto che, fino a quando Lazzaro giace alla porta della nostra casa, non potrà esserci giustizia né pace sociale”.

La Giornata in tempo di pandemia

La Giornata mondiale dei poveri 2020, la quarta, sarà celebrata domenica 15 novembre, ma a causa del coronavirus sarà diversa dalle altre. La Messa presieduta da Papa Francesco all’altare della Cattedra nella Basilica Vaticana alle ore 10 vedrà la presenza di un centinaio di persone soltanto, in rappresentanza dei poveri del mondo. Ma la pandemia non ferma la carità del Papa: si è attivata infatti per questa occasione, una rete solidale per portare cibo, mascherine e aiuti a migliaia di famiglie in circa 60 parrocchie romane, a Case famiglia e associazioni caritative. Inoltre, nell’ambulatorio gestito dall’Elemosineria Apostolica per le persone in necessità sarà possibile effettuare il tampone per il Covid-19. 

Abbiamo bisogno gli uni degli altri

“Tendi la tua mano al povero” è il tema scelto quest’anno come espresso nel Messaggio del Papa per questa IV Giornata. “In questi mesi, nei quali il mondo intero è stato come sopraffatto da un virus che ha portato dolore e morte, sconforto e smarrimento, quante mani tese abbiamo potuto vedere!”, scrive il Papa, ricordando che “questo è un tempo favorevole per sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo”.

Non basta non fare il male 

Nella prima Giornata mondiale dei poveri, il 19 novembre 2017, Francesco celebra la Messa nella Basilica di San Pietro alla presenza di circa 40 mila persone indigenti provenienti non solo da Roma e dal Lazio, ma anche da diverse diocesi del mondo. Al termine, 1.500 di loro prendono parte al pranzo con il Papa in Aula Paolo VI. Nell’omelia della messa Papa Francesco pronuncia parole forti riguardo all’indifferenza, “il grande peccato nei confronti dei poveri”. L’indifferenza, dice, è anche dire: “Non mi riguarda, non è affar mio, è colpa della società (...) è anche sdegnarsi di fronte al male senza far nulla. Dio, però, non ci chiederà se avremo avuto giusto sdegno, ma se avremo fatto del bene”. "Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me", si legge nel Vangelo e il Papa conclude: “Questi fratelli più piccoli, da Lui prediletti, sono l’affamato e l’ammalato, il forestiero e il carcerato, il povero e l’abbandonato, il sofferente senza aiuto e il bisognoso scartato”.

“Nel povero Gesù bussa al nostro cuore e, assetato, ci domanda amore”

Una carità diffusa nelle diocesi del mondo

Anche nella Giornata mondiale dei poveri del 2018, Francesco presiede la Messa in San Pietro e pranza con i poveri. E’ il 18 novembre. Contemporaneamente, in tante parrocchie, centri di volontariato, collegi e scuole viene offerto un pranzo a chi è emarginato. Nel Messaggio inviato in vista della Giornata, il Papa aveva invitato la comunità cristiana a “dare un segno di vicinanza e di sollievo” a coloro che sono nel bisogno collaborando anche con altre realtà di solidarietà.

E' l'ingiustizia alle radici della povertà

In un tweet Francesco scrive: "Chiediamo la grazia di aprire gli occhi e il cuore ai poveri, per ascoltare il loro grido e riconoscere le loro necessità”. Nell’omelia alla Messa di quella mattina va alla radice della questione: “L’ingiustizia è la radice perversa della povertà”, afferma, e “il grido dei poveri diventa ogni giorno più forte, ma ogni giorno meno ascoltato, sovrastato dal frastuono di pochi ricchi”. 

“Il grido dei poveri è il grido dei tanti Lazzaro che piangono, mentre pochi epuloni banchettano con quanto per giustizia spetta a tutti”

La fretta che non ci fa vedere

Nelle parole pronunciate il 17 novembre, in occasione della Messa per la Giornata dello scorso anno, Papa Francesco commenta la fretta che contraddistingue la nostra vita quotidiana facendoci perdere di vista ciò che conta davvero e cioè l’amore. "Nella smania di correre, di conquistare tutto e subito - osserva - dà fastidio chi rimane indietro. Ed è giudicato scarto: quanti anziani, nascituri, persone disabili, poveri ritenuti inutili. Si va di fretta, senza preoccuparsi che le distanze aumentano, che la bramosia di pochi accresce la povertà di molti. 

“Stando con i poveri, servendo i poveri, impariamo i gusti di Gesù, comprendiamo che cosa resta e che cosa passa”

Non solo cibo per i poveri, ma anche bellezza

In preparazione alla Giornata del 2019, una platea di 7.000 indigenti partecipa al concerto in Vaticano diretto dal maestro Nicola Piovani e da monsignor Marco Frisina. Ma non è la prima volta: “Sarà un concerto per seminare gioia, (…) il seme rimarrà lì nelle anime di tutti e farà tanto bene a tutti.”, aveva detto Francesco in occasione della prima edizione del Concerto per e con i poveri nel maggio del 2015. Per la Giornata del 2016 in Aula Paolo VI sul palco con l'orchestra sarà Ennio Morricone. Per il Papa, infatti, i poveri hanno diritto non solo ai beni di prima necessità, ma anche all’armonia e alla bellezza come può essere, appunto, ascoltare il suono di un’orchestra, assistere allo spettacolo di un circo o fare una gita al mare. Tutte iniziative a cui, in questi anni, molti hanno potuto partecipare proprio grazie a Francesco, ritrovando una nuova dignità.

La povertà cresce nel mondo a causa del Covid-19

In tutto il mondo, riferisce la Banca Mondiale, più di 730 milioni di persone vivono oggi con meno di 1,90 dollari al giorno. E sono oltre 100 milioni i nuovi poveri a causa della pandemia. Grave la ricaduta sui minori: il numero di bambini che vivono in condizioni di povertà multidimensionale è salito a circa 1,2 miliardi, registrando la cifra di 150 milioni di bambini in più in condizioni di privazione dall'inizio di quest'anno. Il Covid-19 pesa economicamente anche sui Paesi europei dove un bambino su quattro è minacciato dalla povertà. In Italia, secondo la Banca d’Italia, nei mesi di aprile e maggio, c’è stata una riduzione di reddito per la metà delle famiglie. Inoltre, un recente rapporto di Caritas Italiana, evidenzia che, fra marzo e maggio del 2020, si è registrato un forte incremento del numero di persone sostenute a livello diocesano e parrocchiale: complessivamente circa 450 mila persone.

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