Visualizzazione post con etichetta tesoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tesoro. Mostra tutti i post

venerdì 24 luglio 2026

UN TESORO NASCOSTO




 VANGELO Mt 13, 44-52




17 Domenica del Tempo Ordinario, anno A 

Nelle parabole che abbiamo ascoltato le scorse domeniche, il Regno di Dio appare sempre come una realtà che ha bisogno di tempo. Non nasce compiuto, non si manifesta in un istante, non si impone: cresce lentamente, silenziosamente, spesso invisibilmente. Il Regno vive nel tempo della maturazione e della pazienza, come una realtà che chiede di essere custodita e che domanda fiducia. 

Anche il brano di Vangelo di oggi (Mt 13, 44-52) si colloca dentro questo contesto. 
Siamo alla fine del capitolo tredicesimo, e Matteo racconta le ultime tre parabole del Regno: quella del tesoro (Mt 13, 44), quella della perla (Mt 13,45-46) e quella della rete (Mt 23,47-50). 

Nelle prime due parabole, il Regno è paragonato a qualcosa di molto prezioso, che cambia radicalmente la vita di chi lo trova, al punto che costui vende tutto per entrare in possesso del tesoro che ha trovato. 

Qualcuno lo cerca, come il mercante; qualcuno lo trova inaspettatamente, come l’uomo che lo scopre nel campo. Per entrambi, dopo averlo trovato, la vita cambia completamente. Trovato il tesoro o la perla, infatti, vendono tutti i loro averi per comprare ciò che hanno trovato (Mt 13, 44-45). 

Ci soffermiamo su due elementi. Il primo è che il tesoro e la perla vanno trovati. Sono nascosti, e qualcuno li trova. Non si tratta di un semplice elemento narrativo. La forma verbale che Matteo usa per dire che il tesoro è nascosto indica una condizione stabile, non un evento passato. Il tesoro è nascosto per natura, non per caso, perché così è il Regno di Dio: non si impone, non appare, non occupa spazio, non si mette in vetrina.  
Anzi, il tesoro è nascosto nella terra, ovvero nella vita quotidiana: non è in un tempio, non è in un luogo sacro, non è in un contesto straordinario. 

Inoltre, il tesoro è nascosto perché è dono, non conquista. Il contadino non lo cerca: ci inciampa, e questo significa che il Regno precede l’uomo, che la scoperta è grazia, non merito. L’uomo non lo produce, lo riceve, e il tesoro è nascosto perché il Regno è donato, non costruito. 

Il Regno, quindi, rimane sempre un po’ nascosto, perché non è mai una cosa ovvia, a misura d’uomo: è sempre da trovare e da ritrovare, anche quando lo si è già trovato una volta (…cose nuove e cose antiche... Mt 13,52). 

Questa è dunque la prima buona notizia di questo brano: Dio si lascia trovare. È nascosto, ma non è lontano. E chi cammina, chi è in ricerca, chi è in viaggio, ecco che un giorno, inaspettatamente, lo trova. 

Il secondo elemento è che per chi trova il tesoro, inizia un tempo nuovo. 
Le due parabole, infatti, mettono in luce tre fasi della storia dell’uomo, tre tempi che sono tutti e tre necessari perché il Regno porti frutti nella vita. 

C’è un primo tempo, che è quello della scoperta. È un tempo imprevisto, un kairós che irrompe nella vita. Non è preparato dall’uomo, o lo è solo in parte: è soprattutto dono, sorpresa, epifania. Poi c’è il tempo del lasciare: tra la scoperta e il fare proprio il tesoro c’è un intervallo, che è il tempo della decisione, il tempo in cui la scoperta diventa scelta, e mette tutto il resto in secondo piano. Bisogna decidersi di vendere tutti i propri averi e di comprare il tesoro trovato. 

Infine, c’è il tempo dell’appartenenza, dell’accoglienza: quello che hai trovato, quello che hai scelto, allora diventa tuo, fa parte di te, della tua vita. Così è il Regno: prima sorprende, poi chiede, poi dona tutto e tutto trasforma. 

Questi tre tempi, dicevamo, sono tutti e tre necessari, perché la scoperta senza trasformazione rimane sterile, la trasformazione senza accoglienza si intristisce, e l’accoglienza senza lo stupore della scoperta diventa routine.   

In realtà, però, questi tre tempi non sono mai stagioni separate della vita, come capitoli chiusi uno dopo l’altro: la scoperta riaccade sempre nuovamente, così come è sempre tempo per lasciare tutto e fare spazio al nuovo che si svela; ed è sempre tempo per una nuova comunione con il Signore, perché il Regno non si possiede come un oggetto, ma come una relazione che cresce. “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt. 13,52). 

+Pierbattista

Patriarca Latino di Gerusalemme

 

venerdì 28 luglio 2023

DOV'E' IL TUO TESORO ?


 VANGELO -  DOMENICA 30 LUGLIO -  Mt 13,44-52

44In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.45Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.  47Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 51Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». 52Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

  Commento di Enzo Bianchi

 Il vangelo di questa domenica ci presenta le ultime parabole raccolte da Matteo nel capitolo tredicesimo, detto appunto “discorso parabolico”. Come nelle precedenti parabole, Gesù non fa ricorso a idee astratte ma consegna delle immagini, affinché gli ascoltatori accolgano facilmente la parola, la conservino nel cuore e, ricordandola, la attualizzino nel loro quotidiano. Queste immagini mirano ancora una volta a far comprendere la dinamica del regno dei cieli, il modo in cui Dio può regnare ed effettivamente regna in quanti sono capaci di ritornare a lui, di convertirsi e di aderire alla buona notizia portata da Gesù Cristo.

 Un tesoro nel campo

Delle tre parabole odierne le prime due sono inseparabili, mentre la terza, a livello tematico, sembra una ripresa della parabola del buon grano e della zizzania (cf. Mt 13,24-30.36-43). Gesù dice innanzitutto: “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”. C’è un tesoro nascosto, dunque a lungo ignorato e sotterrato in un campo, certamente per proteggerlo da eventuali rapine: se però è stato nascosto, è per essere ritrovato al tempo opportuno. Il contadino che lavora quel campo, arandolo, si imbatte nel tesoro. Allora lo dissotterra e, colto da grande stupore, agisce come un uomo accorto: subito nasconde nuovamente il tesoro, poi mette in vendita tutto ciò che possiede, valutato molto poco rispetto al tesoro scoperto. Con il denaro ricavato può dunque comprare quel campo, così da diventare proprietario anche di quel tesoro preziosissimo.

 La parabola è semplice, comprensibilissima, perché “l’altra cosa” significata dal tesoro è proprio il regno dei cieli, l’unica realtà che giustifica la vendita di tutto ciò che si ha per poter prendere parte ad esso, come Gesù afferma più avanti, rivolto a un giovane ricco: “Va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo. Poi vieni, seguimi!” (Mt 19,21). Allo stesso modo, qui Gesù rivela all’ascoltatore di allora, così come a noi oggi, che il regno di Dio è il tesoro che non ha prezzo e proprio per questo al fine di acquisirlo occorre spogliarsi di tutti gli averi, le ricchezze, le proprietà. Se infatti queste sono una presenza nella vita dell’essere umano e regnano su di lui, impediscono proprio a Dio di regnare (cf. Mt 6,24: “Non potete servire Dio e Mammona, l’idolo della ricchezza!”).

 D’altronde, già nel discorso della montagna Gesù aveva avvertito con chiarezza: “Non accumulate tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là è anche il tuo cuore” (Mt 6,19-21). Chi vuole seguire Gesù e prendere parte al Regno veniente, deve spogliarsi di tutto ciò che ha, di ciò che nella vita umana è assicurazione e garanzia. Questo lo si può fare se si comprende il mistero del regno dei cieli affidato proprio ai discepoli (cf. Mt 13,11) e se si resta consapevoli di portare questo tesoro in vasi di creta, mostrando così che esso viene da Dio e non da noi stessi (cf. 2Cor 4,7).

 Una perla preziosa

Qualcosa di analogo accade anche a un mercante, che nell’esercizio del suo mestiere un giorno scopre una perla di grandissimo valore. Da mercante qual è, si esercita anche alla ricerca di perle preziose, ma pure lui è sorpreso e stupito quando trova questa perla unica. Come fare per possederla? Vende tutti i suoi averi e la compra, perché ai suoi occhi essa ha un valore inestimabile: vale la pena vendere tutto, sacrificare tutto per questa realtà scoperta e valutata come incomparabile. Entrambe le parabole hanno come veri protagonisti gli oggetti, il tesoro e la perla, che si impadroniscono dei due uomini, li afferrano e causano le loro azioni. Nello stesso tempo, per l’appunto, entrambe mettono l’accento sulle azioni, cioè sulla risposta umana di fronte al dono incommensurabile del regno dei cieli.

La libido possidendi

Sì, siamo di fronte al radicalismo evangelico di Gesù, che ci chiede di spogliarci per accogliere il Regno. E si faccia attenzione: non si tratta di spogliarsi solo all’inizio della sequela, una volta per tutte, ma di rinnovare ogni giorno questa rinuncia, in situazioni diverse e in diverse tappe della vita. Durante il cammino della vita, infatti, anche se all’inizio ci siamo spogliati di ciò che avevamo, riceviamo ancora tante cose e ne acquistiamo altre. Quella dell’avere, la libido possidendi, è una minaccia che sempre si oppone alla signoria del regno di Dio sulla nostra vita. Per questo con molta sapienza un padre del deserto, abba Pambo, ammoniva: “Dobbiamo esercitarci a spogliarci di ciò che abbiamo fino alla morte, quando ci sarà chiesto di dire ‘amen’ allo spogliarci della nostra stessa vita”.

 Questa esigenza radicale ci fa paura, forse oggi più che mai, immersi come siamo nella società del benessere; ma se comprendiamo il dono del Regno, la gioia della buona notizia che è il Vangelo, allora diventa possibile viverla, proprio in virtù della grazia che ci attira e ci fa compiere ciò che non vorremmo e non saremmo capaci di realizzare con le sole nostre forze. Allora potremo dire, insieme all’Apostolo Paolo: “A causa di Cristo … ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui” (Fil 3,7-9). E tutto questo – non va dimenticato – può essere compiuto solo animati dalla gioia, quella di cui Gesù ci parla esplicitamente a proposito del contadino. Chi segue Gesù, dunque, non dice: “Ho lasciato”, ma: “Ho trovato un tesoro”; e non umilia nessuno, non si sente migliore degli altri, ma è semplicemente nella gioia per aver trovato il tesoro. In ultima analisi, infatti, la misura dell’essere discepolo di Gesù è l’appartenenza a lui, non il distacco dalle cose (che se mai ne è una conseguenza): una vera sequela si fa spinti dalla gioia!

 Una rete nel mare

La terza parabola narra di “una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così”, spiega Gesù, “sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti”. C’è un tempo per pescare e un tempo per valutare le diverse qualità di pesci finiti nella rete. Vi sono pesci buoni e pesci cattivi, come nella comunità cristiana, composta di uomini e donne “pescati” attraverso l’annuncio del Vangelo (cf. Mt 4,19) e riuniti in una comunità che non può essere soltanto di puri e giusti. Ma verrà il giorno del giudizio, e allora vi sarà il discernimento: sarà l’ora della separazione tra quelli che parteciperanno in pienezza al Regno e quelli che, avendo scelto la morte, la gusteranno…

 Questa immagine ci spaventa e non vorremmo trovarla tra le parole di Gesù: facciamo fatica a pensarla come Vangelo, come buona notizia. Ma mediante quest’ultima parabola Gesù vuole darci un avvertimento: egli non destina nessuno alla morte eterna, ma mette in guardia, perché sa che il giudizio dovrà esserci. Sarà nella misericordia ma ci sarà, come confessiamo nel Credo: “Il Signore Gesù Cristo … verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti, e il suo Regno non avrà fine”. D’altronde, rifiutare il dono del Regno non può equivalere ad accoglierlo: è dono, è grazia, è amore!

 A conclusione del lungo discorso, Matteo registra un dialogo tra Gesù e i suoi discepoli:

Avete compreso tutte queste cose?

 Gli risposero: “Sì”.

 Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.

Chi comprende queste parabole di Gesù è come uno scriba che, diventato discepolo di Gesù, possiede un grande tesoro: il tesoro della sapienza (cf. Sap 8,17-18; Pr 2,1-6), tesoro inestimabile e inesauribile (cf. Sap 7,14). Se un discepolo è consapevole di questo tesoro, per dono di Dio può estrarre da esso cose nuove e cose antiche, perché riconosce in ogni parola dell’Antico e del Nuovo Testamento “Gesù Cristo, Sapienza di Dio” (1Cor 1,24). “In Cristo”, infatti, “sono nascosti tutti i tesori della sapienza di Dio” (Col 2,3). Si tratta semplicemente di ribadire questo, di esserne convinti, di non stancarsi di attingere a questo tesoro giorno dopo giorno. È infatti al tesoro di Gesù Cristo, al tesoro che è Gesù Cristo, che ci riconduce ogni nostra ricerca: più passa il tempo, più ci rendiamo conto che è sempre a lui che ritorniamo per confrontare i nostri piccoli passi nell’acquisizione della sapienza. È lui la sua parola, il suo sentire, il suo vivere in noi che potenzia ogni nostro cammino. È lui che sempre di nuovo dice al nostro cuore: “Va’ al largo (cf. Lc 5,4), non stancarti di cercare (cf. Mt 7,7), apri i tuoi orizzonti, perché io sono sempre con te (cf. Mt 28,20)!”.

 

Alzogliocchiversoilcielo


sabato 30 luglio 2022

LA STOLTEZZA DELLA CUPIDIGIA


  •  “E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».  (Lc 12, 13-21)

Commento al Vangelo del 31 luglio 2022  - don Oreste Bensi

(XVIII Domenica del Tempo Ordinario- Anno C)

La ricchezza, per natura sua, rende la persona arrogante. Perché la rende arrogante? Perché la pone fuori, “fuori serie”, quindi per natura sua è arrogante!

Il valore della persona non viene dato dai beni posseduti. Il modo di ragionare degli uomini, che definisce il valore della persona a seconda dei possedimenti che ha, in base alla potenza economica o politica che possiede, è sbagliato. Il valore nell’uomo è nell’intimo del suo essere, creato ad immagine e somiglianza di Dio. Il valore nell’uomo è tanto più grande quanto più la sua vita è conforme alla sua vera identità. La via da seguire per risolvere le questioni finanziarie familiari, e non solo quelle, è di tenersi lontani da ogni cupidigia. Lo scopo nella vita è arricchire davanti a Dio, cioè di essere ricchi della sapienza di Dio, e non accumulare tesori per sé.

Il mondo di Dio è un mondo completamente a rovescio rispetto al nostro: quello che è sapienza umana è stoltezza agli occhi di Dio, quello che invece è stoltezza agli occhi degli uomini è sapienza agli occhi di Dio (vedi 1 Cor 1,25). Davvero non rimane altro che questo: «Signore, sono nelle tue mani!».

Sempre News



sabato 25 luglio 2020

SPINTO DALLA GIOIA


-  Diciassettesima domenica durante l’anno  - 1Re 3,5-12/ Rm 8,28-30/ Mt 13,44-52

Mt 13, 44-52 Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Commento di p. Paolo Curtaz

Sono due parabole ribattute, molto simili nel contenuto e nella struttura, una ripetizione usata per ribadire un concetto piuttosto evidente: incontrare Dio è la cosa più bella che ti possa succedere, è una sorpresa per cui vale la pena di abbandonare tutto, una gioia che ti fa dimenticare tutto il resto. Ma devi agire con scaltrezza e urgenza se vuoi che ciò accada. I verbi trovare, andare, vendere, comperare usati nel breve aforisma, si riferiscono al contadino e al mercante ma è evidente che il protagonista della parabola è un altro: il tesoro nascosto nel campo, la perla preziosa a lungo cercata. Sono loro che possiedono gli uomini e non viceversa. È Dio che ci cerca. Mi piace pensare che Matteo indichi al discepolo due tempi e due modalità di sequela. Il bracciante, tale è perché non possiede la terra che coltiva, trova il tesoro per caso, inaspettatamente. Il mercante (emporos indica un ricco mercante con negozi e filiali!), invece, trova la perla dopo una lunga ricerca. Sono le due dimensioni presenti in ogni esperienza di fede, in ogni percorso che conduce a Dio: lo stupore di chi scopre qualcosa di inatteso e bellissimo e, insieme, la fatica di cercarlo e di custodirlo.
Dettagli
 Ci sono, nel racconto, alcuni dettagli da sottolineare. Sfumature che, come sempre, sono portatrici di senso ulteriore. L’idea della progressione è ben presente e sottolineata nella parabola: prima viene descritto lo stupore del bracciante per la scoperta, poi la decisione di vendere tutto per acquistare il terreno. Accade anche a noi così: ci avviciniamo (o riavviciniamo) alla fede perché affascinati da qualcuno che ci attrae, perché inciampiamo in qualcosa di prezioso che ci affascina. Ma solo dopo che ci siamo schierati, dopo che abbiamo davvero messo la ricerca al centro e ci siamo fidati scopriamo tantissime altre cose su Dio e su di noi e possiamo gioire del tesoro della sua presenza! Un altro dettaglio che mi incuriosisce è il valore della perla. Nell’antichità era considerata la cosa più inestimabile che si potesse possedere, come oggi accade con i diamanti. Le perle si pescavano nel mar Rosso o nei mari dell’Arabia ed erano ambitissime. Il nostro modo di dire sei una perla deriva proprio dal loro valore che giustificava, fra l’altro, la ricerca onerosa del mercante che viaggia per mezzo mondo alla ricerca di qualche pezzo pregiato. Per avere un ordine di idee, Giulio Cesare regalò alla madre di Bruto una perla del valore di sei milioni di sesterzi, circa dodici milioni di euro al valore attuale e pare che Cleopatra ne possedesse una dal valore di ben cento milioni di sesterzi (circa duecento milioni di euro)!
Il cuore
 Il centro della parabola è in una piccola e splendida frase: apò tes charas, spinto dalla gioia. Il bracciante è spinto dalla gioia. La gioia inattesa ed improvvisa di avere scoperto qualcosa di inimmaginabile lo spinge a fare delle scelte drastiche, irrevocabili. Così si presenta il Dio di Gesù, come il portatore di una gioia ineguagliabile. Ed è la gioia a spingere il bracciante a raccogliere tutti i suoi risparmi per avere denaro sufficiente a comperare il campo in cui è nascosto il tesoro. È la gioia, anche se non viene esplicitata, a muovere il mercante di perle che, nel suo girovagare, trova la perla più preziosa di tutte, e che lo spinge a vendere tutto ciò che ha per averla. Entrambi vendono tutto ciò che possiedono. Poco, per il bracciante. Tantissimo, per il mercante. È un modo esplicito per dire che vale la pena dare tutto ciò che si ha per comprare il campo e la perla. Nulla uguaglia la gioia dello scoprirsi amati da Dio. Troppe volte, anche nel recente passato, il cristianesimo è stato accostato alla sofferenza, al dolore, al senso del dovere. Siamo tutti pronti a fare l’elenco delle tante belle cose cui abbiamo rinunciato per essere dei bravi cristiani. Siamo morigerati, mortificati, fedeli ad un solo partner, onesti (almeno più degli altri), disponibili… Che Dio, cortesemente, ne tenga conto. Molti, nel mondo, pensano che la fede sia qualcosa di giusto, di doveroso, di importante. Ma di mortalmente noioso. E se ne tengono a debita distanza, giustamente. In questa parabola, invece, tutto viene ribaltato. È la gioia che spinge, è la gioia che converte e convince, è la gioia che fa cambiare. Per questa ragione dobbiamo recuperare e praticare la gioia cristiana che non si riduce ad una forte emozione ma che è il frutto di una lunga conversione. La gioia cristiana è una tristezza superata. Sarebbe bello che questa gioia – almeno un poco! – fosse più evidente sui nostri volti, nelle nostre scelte, nei nostri cuori, nelle nostre assemblee…
Ho trovato
Il vero convertito non sottolinea ciò che lascia, ma ciò che trova. Non dice: ho lasciato, ma: ho trovato. Non dice: ho venduto, ma: ho scoperto un tesoro! Il discepolo parla di appartenenza, non di distacco. Noi, spesso, siamo invece più attenti alle cose che abbiamo abbandonato. La vita è una caccia al tesoro, dice Gesù. Ci vuole costanza e fiducia nel cercare, come il mercante, ci vuole passione e curiosità, per lasciarsi incontrare da Dio. Gesù ci presenta l’incontro con Dio come la scoperta di un tesoro, di una perla dal valore inestimabile. Ci provoca dicendo che l’incontro con Dio e la scoperta del suo regno è la cosa più bella che ci possa accadere. E ci ha sfidati dicendoci, qualche domenica fa, di essere lui, il Signore, più grande della più grande gioia che siamo in grado di vivere (Mt 10,37). Più degli affetti, delle relazioni, delle legittime gioie che la vita ci regala e che siamo chiamati a vivere per rendere gloria a Dio che ce le dona. Più di tutto. Il contadino giunge alla fede per caso. Il mercante dopo un’estenuante ricerca. Ma, entrambi, scoprono una gioia incontenibile, che fa passare in secondo piano tutto il resto, tutto ciò che credevano essenziale. Dio è gioia, dice Gesù. Il suo Dio è gioia. Non quello delle nostre paure, proiezione dei nostri fantasmi. Un Dio accigliato e severo, scostante e bizzarro, incomprensibile e lunatico. Il suo è il Dio della gioia. A noi scoprirlo.



sabato 10 agosto 2019

DOV'È IL TUO TESORO?


Nel Vangelo di questa Domenica (Lc 12, 32-48) Gesù invita ad essere pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! 
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». 
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».  

Commento di don Fabio Rosini

 APRIAMO CON FIDUCIA LA PORTA AL SIGNORE
Beati quei servi che il padrone  al suo ritorno troverà ancora svegli;  in verità io vi dico, si stringerà le vesti  ai fianchi, li farà mettere a tavola  e passerà a servirli. E se, giungendo  nel mezzo della notte o prima dell’alba,  li troverà così, beati loro! Luca 12,32-48
«Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli!». Ci possono essere tanti modi di guardare alla propria vita. In genere ci si proietta sul futuro pensando a qualcosa che ci realizzi e ci appaghi. Si pensa di fare cose belle o interessanti. Una verifica importante di due fidanzati è il momento in cui dialogano su come vedono il futuro, come pensano di impostare la loro vita concreta e rivelano l’uno all’altra le loro attese, i loro desideri. Ci sono quelli che attendono la pensione per poter finalmente fare qualcosa a cui sperano di potersi dedicare da sempre. Qualcuno ha detto che l’uomo è un essere per il futuro, ovvero esiste a seconda di come vede quel che gli viene incontro. Se pensa di andare verso qualcosa di bello, tutto è saporito; se pensa che la sua vita va incontro al disastro, tutto è tragico. Il Vangelo di questa domenica dice il futuro del “piccolo gregge” di Cristo che siamo noi: al Padre è piaciuto assegnarci il Suo Regno. Ma questa meta meravigliosa ha la sua strada. Passa per rinunce che non sono perdite ma guadagni. E c’è un atteggiamento da assumere, che cambia le nostre prospettive radicalmente. Non è istintivo pensare a sé stessi come a dei servi che attendono il padrone. Noi pensiamo alla nostra vita piuttosto come a un possesso da gestire e il buon futuro, per noi, è la certezza di questo possesso, cerchiamo questa rassicurazione, e addirittura rendiamo la fede una delle strade di questa sicurezza. Poi risulta che stimiamo le persone che sanno donare la loro vita… dobbiamo fare pace con il cervello: o la vita piena consiste nell’amore, e quindi nella perdita della vita stessa per qualcuno, o consiste nella salvaguardia della nostra propria esistenza.
IL PADRONE DELLA VITA
La domanda latente è: chi è il padrone? Se sono io, la vita mi deve obbedire, i fatti mi devono confermare nelle mie convinzioni e tutto deve essere a mia disposizione. Ma questo non succede a nessuno. Semplicemente perché è falso. Il padrone è un Altro. Se vivo come se fossi io, la vita diventa assurda e scado nell’ansia da difesa di un tesoro che si sfalda e si corrompe. Ma il padrone è Dio Padre e la realtà obbedisce a Lui. E quando questo lo si accetta si accende la lampada per restare in guardia e ci si cingono i fianchi, come fu nella notte della liberazione pasquale, attendendo nei fatti che il Signore passi e ci porti con Lui. Ogni giorno passa e ci chiede di andar con lui, di fidarci. E se ci lasciamo portare, nelle cose che ci accadono, l’esistenza diventa un’avventura e il Signore compie in noi le sue opere. Aprire subito al padrone quando bussa. Picchia alla nostra porta negli imprevisti, nelle necessità di qualcuno che abbiamo accanto, nei deragliamenti della vita. Bussa e dice: “Ti fidi di me? Sono io il tuo padrone o no? Ti fai portare? Me lo dai il volante della tua vita?”. Se apro e lo accolgo, entro nella Provvidenza. Se non apro, la vita resta sulle mie spalle e io ne faccio la somma delle mie ansie. Meglio aprire. Il Padrone, per fortuna, è Lui.




sabato 29 luglio 2017

UN TESORO NASCOSTO

Gesù nel tesoro nascosto ci dà la certezza della felicità

Vangelo della domenica: 
“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
 Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».

Un contadino e un mercante trovano tesori. Accade a uno che, per caso, senza averlo programmato, tra rovi e sassi, su un campo non suo, resta folgorato dalla scoperta e dalla gioia. Accade a uno che invece, da intenditore appassionato e determinato, gira il mondo dietro il suo sogno.
Due modalità che sembrano contraddirsi, ma il Vangelo è liberante: l'incontro con Dio non sopporta statistiche, è possibile a tutti trovarlo o essere trovati da lui, sorpresi da una luce sulla via di Damasco, oppure da un Dio innamorato di normalità, che passa, come dice Teresa d'Avila, "fra le pentole della cucina", che è nel tuo campo di ogni giorno, là dove vivi e lavori e ami, come un contadino paziente.
Tesoro e perla: nomi bellissimi che Gesù sceglie per dire la rivoluzione felice portata nella vita dal Vangelo. La fede è una forza vitale che ti cambia la vita. E la fa danzare.
«Trovato il tesoro, l'uomo pieno di gioia va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». La gioia è il primo tesoro che il tesoro regala, è il movente che fa camminare, correre, volare: per cui vendere tutti gli averi non porta con sé nessun sentore di rinuncia (Gesù non chiede mai sacrifici quando parla del Regno), sembra piuttosto lo straripare di un futuro nuovo, di una gioiosa speranza.
Niente di quello di prima viene buttato via. Il contadino e il mercante vendono tutto, ma per guadagnare tutto. Lasciano molto, ma per avere di più. Non perdono niente, lo investono. Così sono i cristiani: scelgono e scegliendo bene guadagnano. Non sono più buoni degli altri, ma più ricchi: hanno investito in un tesoro di speranza, di luce, di cuore.
I discepoli non hanno tutte le soluzioni in tasca, ma cercano. Lo stesso credere è un verbo dinamico, bisogna sempre muoversi, sempre cercare, proiettarsi, pescare; lavorare il campo, scoprire sempre, camminare sempre, tirar fuori dal tesoro cose nuove e cose antiche.
 Mi piace accostare a queste parabole un episodio accaduto a uno studente di teologia, all'esame di pastorale. L'ultima domanda del professore lo spiazza: «come spiegheresti a un bambino di sei anni perché tu vai dietro a Cristo e al Vangelo?». Lo studente cerca risposte nell'alta teologia, usa paroloni, cita documenti, ma capisce che si sta incartando. Alla fine il professore fa: «digli così: lo faccio per essere felice!». È la promessa ultima delle due parabole del tesoro e della perla, che fanno fiorire la vita.
Anche in giorni disillusi come i nostri, il Vangelo osa annunciare tesori. Osa dire che l'esito della storia sarà buono, comunque buono, nonostante tutto buono. Perché Qualcuno prepara tesori per noi, semina perle nel mare dell'esistenza.


(Letture: Primo Libro dei Re 3, 5.7-12; Salmo 118; Romani 8, 28-30; Matteo 13, 44-52)