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domenica 17 maggio 2026

ASCENSIONE

 Cristo 

cerca Adamo 

e lo porta

 nella gloria.

 



Ascensione, compimento della redenzione: una grande festa che si celebra quaranta giorni dopo Pasqua, nel cuore anche della tradizione bizantina.

Un contributo dell’esarca apostolico di Grottaferrata.

 

-di Manuel Nin *


Tutte le feste dell’anno liturgico, nella tradizione bizantina, hanno un chiaro contenuto teologico e diventano una vera e propria professione di fede a livello trinitario, cristologico ed ecclesiologico. Professione di fede e quindi anche mistagogia per i fedeli che pregano, che leggono e che cantano i testi liturgici. 

Inoltre, l’uso che questi testi fanno della Sacra Scrittura, dell’Antico e del Nuovo Testamento, ci mostra e ci insegna come accogliere, leggere, pregare e fare nostro il testo biblico. I tropari delle grandi feste ci fanno cantare e celebrare la nostra professione di fede con delle immagini poetiche e allo stesso tempo teologiche. E così la liturgia bizantina diventa professione di fede, celebrazione di questa fede e annuncio del mistero centrale di quello che è il nostro “credo” come Chiesa cristiana: «...per noi uomini e per la nostra salvezza... si è incarnato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria e si è fatto uomo». Questo stretto legame, questo vincolo tra liturgia e professione di fede lo troviamo specialmente presente nella festa dell’Ascensione del Signore, il quarantesimo giorno dopo la Pasqua. È una festa in cui troviamo intrecciati, come fosse un grande arazzo, tutti i grandi momenti della nostra fede. 

 Mi soffermo oggi nella tradizione bizantina i cui testi liturgici sono una vera e propria professione di fede che ripercorre, possiamo dire, i grandi momenti della storia della salvezza, dall’incarnazione del Verbo eterno di Dio, alla sua nascita, alla sua passione e morte, e quindi alla sua risurrezione ed ascensione ai cieli dove ha portato, ha fatto salire, ha glorificato la nostra natura umana redenta e salvata, e da dove ha mandato, come dono suo e di suo Padre, lo Spirito Santo. Attraverso i testi della liturgia, la Chiesa ci fa gustare direi in un bell’intreccio di teologia e di poesia, i grandi momenti della salvezza che avviene per noi in Cristo. 

 Il primo testo liturgico del vespro della festa introduce i principali aspetti che troveremo poi in tutti gli altri testi: «Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro... Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima». Vediamo come l’Ascensione del Signore è collegata senza soluzione di continuità con il dono dello Spirito Santo, e tutti i tropari metteranno in evidenza questo collegamento tra Ascensione del Signore e discesa, dono dello Spirito. In questo testo troviamo anche un altro tema che appare ripetitivamente nei testi della festa, cioè la meraviglia, lo stupore degli angeli di fronte all’Ascensione del Signore. 

 In questo tropario troviamo l’espressione: «...stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro...», mentre in un altro dei testi liturgici troviamo la frase: «...restarono attoniti i cherubini, vedendo venire sulle nubi te, Dio, che siedi su di loro». Lo stupore degli angeli diventa nei testi eucologici una vera e propria professione di fede nel Verbo di Dio incarnato, vero Dio e vero uomo, manifestata attraverso lo stupore degli angeli vedendo un uomo, la meraviglia dei cherubini vedendo Dio. 

 Questa stessa professione di fede la troviamo ancora bellamente cantata in un altro dei tropari: «Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre». Di questo frammento sottolineo due aspetti che ritroviamo poi anche in altri testi della stessa festa. 

 In primo luogo, la presenza dei discepoli all’Ascensione del Signore, fatto che oltre ad essere un dato evangelico, è anche un dato ecclesiologico: i discepoli – e in alcuni dei testi troviamo menzionata anche la Madre di Dio – sono testimoni dell’Ascensione e quindi della piena glorificazione e redenzione della nostra natura umana assunta pienamente da Cristo e da lui glorificata; infatti, la stessa icona dell’Ascensione ci mostra la presenza della Madre di Dio, e dei Dodici apostoli con Paolo. Poi, l’immagine molto bella usata nel tropario: «...O tu che per me come me ti sei fatto povero...», per parlare dell’incarnazione. Si tratta di un tema che troviamo ancora in altri tropari, cioè il collegamento messo in parallelo tra incarnazione/discesa e glorificazione/ascesa: «Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l’hai fatta sedere con te accanto al Padre... Con gli angeli anche noi quaggiù sulla terra, glorificando la tua discesa fra noi e la tua dipartita da noi con l’Ascensione, supplici diciamo: O tu che con la tua Ascensione hai colmato di gioia infinita i discepoli e la Madre di Dio che ti ha partorito, per le loro preghiere concedi anche a noi la gioia dei tuoi eletti...». 

 Nei testi della festa troviamo un uso abbondante, con una interpretazione chiaramente cristologica e soteriologica, del Salmo 23 collegato direttamente con l’Ascensione del Signore: «Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima... Mentre tu ascendevi, o Cristo, ... le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l’un l’altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria... Sollevate le porte celesti: ecco è giunto il Cristo, Re e Signore, rivestito di corpo terrestre». Si tratta, in questa festa come in tante altre della tradizione bizantina, di un’esegesi cristologica applicata ai salmi. 

 In uno dei tropari del mattutino della festa ci riassume in quattro versetti lo smarrimento di Adamo dopo il peccato, e l’incarnazione di Cristo con l’immagine del rivestirsi proprio della natura di Adamo, presentata quasi fosse l’icona del buon pastore che si carica sulle spalle, che assume la pecora smarrita e la fa sedere con lui nella gloria: «Dopo aver cercato Adamo che si era smarrito per l’inganno del serpente, o Cristo, di lui rivestito sei asceso al cielo e ti sei assiso alla destra del Padre, partecipe del suo trono, mentre a te inneggiavano gli angeli». 

 L’Ascensione del Signore porta a compimento l’opera della nostra redenzione, perché lui, benché asceso in cielo, rimane sempre con noi ed accanto a noi. Romano il Melodo (+555) lo canta in uno dei tropari della festa: «Compiuta l’economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi». 

 *Esarca apostolico
dell’abbazia territoriale
di Santa Maria di Grottaferrata 

 

Alzogliocchiversoilcielo


venerdì 15 novembre 2024

IL PARADISO TERRESTRE


 LA NARRAZIONE 

IL SIGNIFICATO



- di Gianfranco Ravasi*

Non sono mai mancati gli esploratori che sono saliti sull’impervia vetta dell’Ararat in Turchia alla ricerca dei resti dell’arca di Noè, così come altri si sono inoltrati nei deserti dello Yemen, della Mesopotamia o dell’Arabia o in qualche area della Turchia alla ricerca del «paradiso terrestre» descritto nel c. 2 della Genesi, forse con la speranza di trovare il seme o le radici dell’«albero della vita» o di quello della «conoscenza del bene e del male».

 Proviamo, allora, anche noi a rispondere criticamente a questa illusione, ribadendo in premessa quanto abbiamo spesso affermato nella nostra rubrica: il testo biblico evoca, sì, eventi storici e dati geografici ma per una finalità ben diversa rispetto a quella di un manuale di storia o di una guida turistica. Per questo, soprattutto nelle prime pagine della Genesi, il racconto ha un valore teologico ed è una rappresentazione dell’umanità – ha-’adam non è un nome proprio, Adamo, ma è con l’articolo (ha-) e significa «l’uomo» – inserita in una cornice spaziale simbolica. È quella che è stata definita come «paradiso terrestre». In realtà, nell’originale ebraico del c. 2 della Genesi si usa il termine generico gan, «giardino», e non pardes, un vocabolo ebraico raro usato solo tre volte altrove e proveniente da una lingua iranica antica, trasformato nel greco parád-eisos, divenuto il nostro «paradiso», presente solo tre volte nel Nuovo Testamento («Oggi sarai con me in paradiso», dice Gesù al malfattore crocifisso con lui).

Ebbene, quel «giardino» dotato di «alberi graditi alla vista e adatti al cibo» (2,5) è assunto come base simbolica per un racconto che si presenta come storico non nel senso fattuale (descrittivo di eventi, di dati e date) bensì in senso esistenziale, cioè rappresentativo dell’esperienza costante dell’umanità. Non per nulla la vegetazione di quel giardino primordiale comprende due alberi che non potranno mai entrare nella tassonomia botanica.

 Infatti, l’«albero della conoscenza del bene e del male» è un chiaro simbolo sapienziale per illustrare la scelta morale libera, così come l’«albero della vita», caro alla mitologia mesopotamica, è un chiaro segno della riflessione sulla morte e sull’oltrevita. Ma la stessa mappa geografica offerta dalla Genesi (si legga 2,10-14) va ben oltre una mera identificazione spaziale puntuale. I quattro fiumi che si dipartono dal giardino “paradisiaco” sono il Tigri e l’Eufrate e due altri fiumi ignoti, il Pishon e il Ghihon, variamente identificati (Indo-Gange e Nilo?), ma essi sono destinati a costruire una mappa idrografica planetaria centrata su una sorta di «ombelico del mondo», il giardino di Eden.

 In sintesi, può darsi che l’autore sacro, descrivendo il cosiddetto «paradiso terrestre», abbia avuto in mente un rimando a un’area mirabile ed “esotica” o a una grandiosa oasi o a un centro antico, ma l’uso che ne fa è squisitamente “sapienziale” e simbolico, destinato a illustrare una situazione esistenziale ideale e una qualità teologica permanente e costitutiva dell’umanità.

 Una piccola nota a margine. Il giardino “paradisiaco” (a chiamarlo così per prima sarà l’antica versione greca della Bibbia detta «dei Settanta») è collocato dalla Genesi in Eden, un vocabolo che di per sé significa «delizia, piacere», così da creare l’idea di un’oasi, un «giardino di delizie», segno della piena armonia dell’umanità col Creatore e col suo progetto storico-cosmico.

Famiglia Cristiana 


*Gianfranco Ravasi  è un cardinale, arcivescovo cattolico e biblista italiano, teologo ed ebraista.