domenica 10 maggio 2026

SE MI AMATE

 


Evento pasquale 



comunione

 agapica

 

Riflessione di don Massimo Naro  

sulla liturgia della Parola

 nella VI domenica di Pasqua (anno A)

 

At 8,5-8.14-17; Sal 65/66; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

 L’odierna pagina evangelica è affollata di voci verbali, che hanno il merito di evidenziare l’indole dinamica dell’evento pasquale, prospettato dal Maestro di Nazareth ai suoi discepoli durante quella che comunemente viene considerata l’ultima sua cena con loro. L’abbondanza di voci verbali dice appunto che la Pasqua ha a che fare più con la vita, col suo inopinato trionfo, che con la morte, col suo urto tremendo. La morte è certamente inscritta nella Pasqua, ma come fatto transitorio, non come ultimo approdo, non come tappa ultimativa. 

È sì un fattore costitutivo della Pasqua, l’elemento che la fa essere un “passaggio”. Ma resta comunque penultima rispetto alla vita, quella nuova, che – tramite la morte e nonostante essa – comincia finalmente e perdura infinitamente.

Nella Pasqua la morte si trasfigura in vita vera.

Viene così fasciata e curata l’antica ferita che Adamo, peccando, si era autoinferto. Egli non aveva preso sul serio l’avvertimento premuroso del Creatore, fraintendendolo piuttosto come una egoistica minaccia o come un subdolo deterrente: «Nel giorno in cui mangerete dell’albero della conoscenza del bene e del male, certamente ne morirete» (Gen 2,17). La traduzione greca fatta dai Settanta d’Alessandria, nel terzo secolo a.C., rende fedelmente l’espressione ebraica che sta per «certamente ne morirete» con questa formula: thanátōi apothaneîsthe, letteralmente «di morte morirete», o «morendo morirete». I Padri della Chiesa, tenendo conto che secondo il racconto biblico Adamo visse fino a 930 anni (altri 900 anni dopo aver peccato, essendo stato creato già circa trentenne, a immagine del Figlio come si sarebbe poi incarnato nel Cristo, suggeriva Tertulliano), hanno interpretato questa «morte certa» come la morte spirituale, ossia come l’interruzione del rapporto col Dio Vivente. La loro era un’intuizione pertinente: peccare vuol dire morire veramente, morire radicalmente, alla radice, sebbene il fusto dell’albero potrà dare l’impressione di sopravvivere per tanti anni ancora.

Accogliendo il parere di pensatori cristiani contemporanei come Pierre Teilhard de Chardin, secondo i quali la morte fisica non è conseguenza del peccato delle origini, potremmo concludere che quella prima disobbedienza (quel primo fraintendimento di Dio da parte dell’essere umano) irrompe nell’esistenza di Adamo e nella storia dell’umanità come la vera morte, come la morte che fa davvero morire, che tronca il cordone ombelicale tra l’essere umano e il Dio Vivente, trasformando la morte in quanto tale da accadimento sperimentato come un fatto buono, positivo, sereno, naturale, transitorio (cioè “pasquale”, funzionale al passaggio verso una partecipazione più piena alla vita divina), intrinseco al vivere umano, in accadimento sperimentato come un fatto cattivo, negativo, angosciante, contronatura, terminale, opposto al vivere.

Dopo quel fatidico «giorno» (hēméra nel greco dei Settanta) della morte – di cui si parla in Gen 2,17 –, Gesù annuncia, in termini molto impliciti, tanto da non essere immediatamente compreso, il «giorno» (hēméra anche in questo brano giovanneo) in cui l’umanità, rappresentata dai suoi discepoli, potrà sapere come stanno veramente le cose, conoscendo una buona volta non l’intenzione punitiva di Dio ma la sua paterna volontà di abbracciare tutti nell’orizzonte eterno della sua stessa vita. Entrando nell’ora pasquale, Gesù chiarisce ai suoi amici che egli vive veramente, unito alla radice della vita eterna, al Dio Vivente che lo genera paternamente alla vita e con lui condivide la sua vita. E aggiunge che anche loro – i discepoli – vivranno per davvero, partecipando di quella vita radicale, attingendola a loro volta dalla radice della vita, dal Dio Vivente: «Io vivo e voi vivrete» (il verbo è záō e riecheggia il sostantivo zōḗ, che nel linguaggio giovanneo è proprio la vita di qualità “divina”, distinta dalla vita di durata “naturale”, bíos).

La condivisione di questa vita radicale, che mette al riparo dalla morte radicale, incardina anche i discepoli, quelli di allora e quelli di oggi, nell’Essere di Dio: permette di “sperimentare” (così possiamo intendere il verbo “conoscere-sapere” che ricorre più volte in questa pagina evangelica) il circolare innesto del Figlio nel Padre suo e dei discepoli nel Figlio e, in definitiva, nel Padre stesso: «In quel giorno saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». Così l’Essere di Dio traspare nel suo Esserci, di cui i discepoli – in virtù della loro comunione col Cristo – diventano i rappresentanti e i testimoni.

La comunione con Dio in Cristo Gesù, tuttavia, non è soltanto una condizione ontologica che occorre capire concettualmente. È anche una condizione esistenziale, effettivamente vissuta intrattenendo e maturando un rapporto personale col Signore. Si tratta di una relazione intima, resa possibile dallo Spirito Santo, il Paraclito promesso e donato ai discepoli, «affinché rimanga con voi per sempre (in eterno: eis tòn aiôna)», dice Gesù. Attraversare la morte senza restarvi imprigionati, vivere per davvero, di nuovo e per sempre, partecipando della medesima vita del Dio Vivente, significa respirare con Dio, cospirare con lui, vivere del suo stesso respiro, che è lo Spirito Santo. Divo Barsotti lo ha spiegato in un suggestivo passaggio del suo libro Il Signore è uno: «La nostra vita indubbiamente si distingue dalla vita di Dio, ma non se ne separa: è una partecipazione reale. L’assunzione della natura umana da parte del Verbo implica veramente una partecipazione di questa natura alla spirazione dello Spirito Santo. E poiché siamo tutti una cosa sola nel Cristo, anche noi partecipiamo a questa spirazione divina».

L’amore agapico

Questo è l’esito straordinario dell’amore agapico, dell’amore vicendevole. Vale a dire di un amore che esige d’essere “atto d’amore”, senza alcun ristagno, senza mai fermarsi, senza entrare in cortocircuito. L’amore reciproco è movimento vivace e vitale, aperto a ulteriori sviluppi. Anch’esso, infatti, si esprime in una voce verbale: agapáō: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Anzi: «in lui». È l’amore agapico, è l’amare agapicamente, cioè l’amare di amore reciproco, che abilita i discepoli a esserne il riflesso, a diventarne testimoni: il Cristo si manifesta in chi ricambia l’amore, in chi ama a sua volta, in chi si lascia coinvolgere responsabilmente nella comunione agapica. Egli “risplenderà in” (emphaínō si legge nel testo greco: mostrarsi-in, en-phaínō): in chi accetta d’essere avviluppato in quella matassa di relazioni d’amore che è l’Agape divina.

L’evento pasquale, pertanto, è – e sarà ancora, quale perenne Parusia – la suprema teofania. 

Dio si rende presente, ci fa visita, si lascia intravedere nella luce del Crocifisso-Risorto. Nella luce pasquale noi entriamo in contatto con lui: è la qualità mistica dell’esistenza credente. La vita cristiana ha una valenza principalmente mistica. Ciò non toglie che abbia pure delle importanti implicazioni etiche, derivanti proprio dalla dimensione mistica, giacché germogliano dalla comunione spirituale (in senso forte: pneumatica) con Dio in Cristo Gesù: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti», leggiamo nel brano evangelico. Perché la vita di Dio nei discepoli è – e non può non essere – anche la loro vita buona, moralmente retta, solidale, giusta.

 www.tuttavia.eu

Immagine


Nessun commento:

Posta un commento