Cristo
cerca Adamo
e lo porta
nella gloria.
Ascensione,
compimento della redenzione: una grande festa che si celebra quaranta giorni
dopo Pasqua, nel cuore anche della tradizione bizantina.
Un
contributo dell’esarca apostolico di Grottaferrata.
-di Manuel Nin *
Tutte le feste dell’anno liturgico, nella tradizione
bizantina, hanno un chiaro contenuto teologico e diventano una vera e propria
professione di fede a livello trinitario, cristologico ed ecclesiologico.
Professione di fede e quindi anche mistagogia per i fedeli che pregano, che
leggono e che cantano i testi liturgici.
Inoltre,
l’uso che questi testi fanno della Sacra Scrittura, dell’Antico e del Nuovo
Testamento, ci mostra e ci insegna come accogliere, leggere, pregare e fare
nostro il testo biblico. I tropari delle grandi feste ci fanno cantare e
celebrare la nostra professione di fede con delle immagini poetiche e allo
stesso tempo teologiche. E così la liturgia bizantina diventa professione di
fede, celebrazione di questa fede e annuncio del mistero centrale di quello che
è il nostro “credo” come Chiesa cristiana: «...per noi uomini e per la nostra
salvezza... si è incarnato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria e si è fatto
uomo». Questo stretto legame, questo vincolo tra liturgia e professione di fede
lo troviamo specialmente presente nella festa dell’Ascensione del Signore, il quarantesimo giorno dopo la
Pasqua. È una festa in cui troviamo intrecciati, come fosse un grande arazzo,
tutti i grandi momenti della nostra fede.
Mi
soffermo oggi nella tradizione bizantina i cui testi liturgici sono una vera e
propria professione di fede che ripercorre, possiamo dire, i grandi momenti
della storia della salvezza, dall’incarnazione del Verbo eterno di Dio, alla
sua nascita, alla sua passione e morte, e quindi alla sua risurrezione ed
ascensione ai cieli dove ha portato, ha fatto salire, ha glorificato la nostra
natura umana redenta e salvata, e da dove ha mandato, come dono suo e di suo
Padre, lo Spirito Santo. Attraverso i testi della liturgia, la Chiesa ci fa gustare direi in un bell’intreccio
di teologia e di poesia, i grandi momenti della salvezza
che avviene per noi in Cristo.
Il
primo testo liturgico del vespro della festa introduce i principali aspetti che
troveremo poi in tutti gli altri testi: «Il Signore è asceso ai cieli per
mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo
trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al
di sopra di loro... Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate,
príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito
dove era prima». Vediamo come l’Ascensione del Signore è collegata senza
soluzione di continuità con il dono dello Spirito Santo, e tutti i tropari
metteranno in evidenza questo collegamento tra Ascensione del Signore e discesa,
dono dello Spirito. In questo testo troviamo anche un altro tema che appare
ripetitivamente nei testi della festa, cioè la meraviglia, lo stupore degli
angeli di fronte all’Ascensione del Signore.
In
questo tropario troviamo l’espressione: «...stupiscono gli angeli vedendo un
uomo al di sopra di loro...», mentre in un altro dei testi liturgici troviamo
la frase: «...restarono attoniti i cherubini, vedendo venire sulle nubi te,
Dio, che siedi su di loro». Lo stupore degli angeli diventa nei testi
eucologici una vera e propria professione di fede nel Verbo di Dio incarnato,
vero Dio e vero uomo, manifestata attraverso lo stupore degli angeli vedendo un
uomo, la meraviglia dei cherubini vedendo Dio.
Questa
stessa professione di fede la troviamo ancora bellamente cantata in un altro
dei tropari: «Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te
i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il
firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso
là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per
illuminare le anime nostre». Di questo frammento sottolineo due aspetti che
ritroviamo poi anche in altri testi della stessa festa.
In
primo luogo, la presenza dei discepoli all’Ascensione del Signore, fatto che
oltre ad essere un dato evangelico, è anche un dato ecclesiologico: i discepoli
– e in alcuni dei testi troviamo menzionata anche la Madre di Dio – sono
testimoni dell’Ascensione e quindi della piena glorificazione e redenzione
della nostra natura umana assunta pienamente da Cristo e da lui glorificata;
infatti, la stessa icona dell’Ascensione ci mostra la presenza della Madre di
Dio, e dei Dodici apostoli con Paolo. Poi, l’immagine molto bella usata nel
tropario: «...O tu che per me come me ti sei fatto povero...», per parlare
dell’incarnazione. Si tratta di un tema che troviamo ancora in altri tropari,
cioè il collegamento messo in parallelo tra incarnazione/discesa e glorificazione/ascesa:
«Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesù, hai vissuto sulla
terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e
risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l’hai fatta sedere con
te accanto al Padre... Con gli angeli anche noi quaggiù sulla terra,
glorificando la tua discesa fra noi e la tua dipartita da noi con l’Ascensione,
supplici diciamo: O tu che con la tua Ascensione hai colmato di gioia infinita
i discepoli e la Madre di Dio che ti ha partorito, per le loro preghiere
concedi anche a noi la gioia dei tuoi eletti...».
Nei
testi della festa troviamo un uso abbondante, con una interpretazione
chiaramente cristologica e soteriologica, del Salmo 23 collegato direttamente con l’Ascensione del
Signore: «Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le
vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era
prima... Mentre tu ascendevi, o Cristo, ... le schiere celesti che ti vedevano,
si gridavano l’un l’altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il
potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria...
Sollevate le porte celesti: ecco è giunto il Cristo, Re e Signore, rivestito di
corpo terrestre». Si tratta, in questa festa come in tante altre della
tradizione bizantina, di un’esegesi cristologica applicata ai salmi.
In
uno dei tropari del mattutino della festa ci riassume in quattro versetti lo
smarrimento di Adamo dopo il peccato, e l’incarnazione di Cristo con l’immagine
del rivestirsi proprio della natura di Adamo, presentata quasi fosse l’icona
del buon pastore che si carica sulle spalle, che assume la pecora smarrita e la
fa sedere con lui nella gloria: «Dopo aver cercato Adamo che si era smarrito
per l’inganno del serpente, o Cristo, di lui rivestito sei asceso al cielo e ti
sei assiso alla destra del Padre, partecipe del suo trono, mentre a te
inneggiavano gli angeli».
L’Ascensione
del Signore porta a compimento l’opera della nostra redenzione, perché lui,
benché asceso in cielo, rimane sempre con noi ed accanto a noi. Romano il Melodo (+555) lo canta in uno dei tropari
della festa: «Compiuta l’economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti
le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza
tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo
inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di
voi».
*Esarca
apostolico
dell’abbazia territoriale
di Santa Maria di Grottaferrata
Alzogliocchiversoilcielo
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