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sabato 20 settembre 2025

IL MALE ESISTE


 NON POSSIAMO IGNORARLO

Di fronte alla aggressione patita dall’Ucraina tanti ritengono che il male possa essere fermato senza produrre alcun altro male.

 

-         di Luca Diotallevi 

 

Di fronte al dramma di Gaza tanti reagiscono alla colpevole perdita di proporzionalità della reazione del governo Netanyahu trattando Israele come un corpo estraneo invece che come un socio fondatore della nostra civiltà. Su di un piano completamente diverso, quello domestico, il dramma dei femminicidi sconvolge perché smentisce la convinzione che il male non abiti le relazioni più strette. E invece il male esiste, resiste e non viene solo da fuori. Il male abita anche dentro di noi ed a volte prende il comando delle nostre volontà e delle nostre istituzioni. 

Lo scandalo del male non lascia scampo: se lo si ignora, se ne diventa automaticamente complici, e complici se ne diventa automaticamente anche se ci si limita a giudicarlo da spettatori innocenti. Il dramma dell’Occidente sta anche, e forse innanzitutto, nell’aver rimosso lo scandalo del male: considerandolo eliminabile o attribuendolo sempre a cause esterne o ancora cercando di divenirgli indifferenti. 

Imagine, la bellissima canzone di John Lennon, canta l’illusione nella quale l’Occidente è caduto in massa dagli anni ’60. In quegli anni, singolarmente e tutti insieme, abbiamo ceduto alla illusione di vivere come se il male non esistesse o come se potesse essere eliminato dalla società e dalla storia. I fatti hanno sì cominciato ben presto a prenderci a schiaffi, ma noi abbiamo reagito serrando gli occhi con ancora maggiore ostinazione. Dalle Torri Gemelle, però, il trucco non funziona più. Questo primo quarto di XXI secolo sta ricordando all’Occidente che il male esiste, resiste e che può venire tanto da fuori quanto da dentro. La debolezza dell’Occidente in misura non trascurabile nasce dal fingere che il male non esista oppure che sia eliminabile con la volontà e/o con la ragione e la sua tecnica. Esattamente questo è il cuore di quel 40% di modernità infetta, di quell’illuminismo razionalista e arrogante che in alcuni momenti è riuscito a mettere in minoranza l’illuminismo critico ed autocritico, sicché da alcuni decenni stiamo vivendo il tramonto e la notte che seguono uno di quei momenti. 

Max Weber insegnava che un pezzo decisivo del software che fa funzionare una civiltà è quello che contiene la risposta che essa dà allo scandalo generato dalla esperienza del male. La maggior parte delle risposte con le quali le civiltà note si sono protette da questo scandalo possono essere raccolte in due gruppi. Uno insegna tecniche per divenire insensibili al male, per lasciarselo scivolare addosso. L’altro ritiene che la ragione e/o la volontà siano in grado di eliminare il male dal mondo e dalla storia. Un terzo gruppo di risposte allo scandalo del male è quello di coloro che del male fanno uso senza remore mettendo nel conto che prima o poi incontreranno qualcuno più cattivo di loro. 

È tutto? No, non è ancora tutto. Nel catalogo delle risposte allo scandalo del male ce n’è anche un’altra, quella sulla quale si fonda l’«Occidente». Essa è fatta di quattro parti: 

(i) il male c’è (nei singoli e nella vita sociale); c’è, non è una apparenza e non può essere eliminato da questo mondo e dalla storia umana. 

(ii) Il male può e deve essere combattuto, a volte vincerà lui, ma alla Fine della Storia non sarà il male ad avere la meglio e nel frattempo o a prescindere da questa fede il resistergli ci rende degni e ci fa godere di una umanità piena. 

(iii) Per resistere al male è inevitabile far ricorso a strumenti che a loro volta producono altro male e questa scelta è moralmente accettabile sinché il male prodotto non è maggiore di quel particolare male che si intende sconfiggere. 

(IV) Resistere al male richiede vigilanza e combattimento sia interiore e che pubblico. L’impasto di questi quattro ingredienti caratterizza la soluzione «Occidentale» allo scandalo del male, una soluzione profondamente diversa da tutte le altre. Il suo motore è la speranza, il più acerrimo nemico della immaginazione che illude e travia, speranza che per Kant è l’architrave del moderno, ovviamente del moderno nella sua versione critica e opposta a quella dogmatica razionalista. 

Dagli anni ’60 del Novecento, però, la soluzione «Occidentale» allo scandalo del male è finita in minoranza a casa propria. Anche nella più larga opinione pubblica occidentale è prevalsa l’alleanza oggettiva, il campo largo di irenismo, cinica volontà di potenza, razionalismo ingenuo e superficiale, illusione di poter divenire indifferenti al male. Quasi per intero l’Occidente si è coricato sotto una coltre di torpore sprofondando così in un sonno pesante. Nonostante i suoi schiaffi sempre più forti, ancora invano la storia (che nel “sonno” avevamo data per finita) cerca di svegliarci. In questo sonno ci siamo abituati ad acconsentire al male, a denunciarlo in modo intermittente, a sentirci giustificati quando non lo combattiamo in noi e fuori di noi. Abbiamo preferito l’illusione alla speranza e siamo piombati in una notte nella quale non a caso non si fanno più figli. Abbiamo allentato quando non sciolto la «social catena» (Leopardi). 

Sulla carta l’originalità ed il potere attrattivo della risposta «Occidentale» allo scandalo del male sono intatti. Tuttavia, senza un diffuso ritorno alla pratica della speranza difficilmente questa risposta avrà ancora futuro. In un tempo nel quale, nonostante i recentissimi sforzi di Leone XIV, persino un Giubileo viene spesso interpretato come un festival dell’irenismo, come un’esca per i sogni invece che come una provocazione alle coscienze, rischiano di non essere più udite le chiamate ad una speranza che al momento non può avvalersi della compagnia dell’ottimismo.   

Alzogliocchiversoilcelo

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giovedì 24 ottobre 2024

FINE DEL CRISTIANESIMO?

 

«Lasciamo alle spalle la cristianità. 

Ora la via stretta del cambiamento»

* 


È la fine del cristianesimo come religione degli italiani? 

La prolusione di Luca Diotallevi, docente di Sociologia a Roma Tre, all'inaugurazione della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna

 

- di Luca Diotallevi

 

In questo tempo non una piccola porzione di cristiani, ma una larga maggioranza è consapevole che «il tempo si è fatto breve» (1 Cor 7, 29). Quasi non c’è chi non tocchi con mano che la scena di questo mondo sta passando (cfr. 1 Cor 7, 30). Quello che sembrava un solido fondamento del nostro vivere altro non era che un fragile e temporaneo fondale e che esso è ormai in corso di avanzato smantellamento. In questo sfondarsi della mondanità e della sua religione – come insegnò Ratzinger – e in questo essere tutti senza eccezione destati a responsabilità fummo soccorsi da tanti profeti. Paolo VI, ai padri del Vaticano II, i grandissimi che prepararono quel Concilio, seppero insegnarci a riconoscere in questa crisi un kairos della fede e della Chiesa, un tempo opportuno per la fede e la Chiesa. Oggi possiamo vederlo ancora più chiaramente questo kairos della fede, a condizione di saper affrontare con onestà la domanda con cui il Gesù del IV Vangelo mise con le spalle al muro i discepoli inviatigli dal Battista, forse ancora un po’ appannati da un entusiasmo che ancora non sapevano essere nel loro interesse dismettere. «Cosa cercate?» gli chiese Gesù poco prima delle quattro di quel pomeriggio (cfr. Gv 1, 39).

Déclosion du christianisme

E noi che ci lagniamo di questo presente cosa cerchiamo? Come scriveva Jean-Luc Nancy, questo è tempo di déclosion du christianisme. Tempo dell’incepparsi di ogni automatismo, tempo di frantumazione di una forma storica di coscienza cristiana – come insegnò von Balthasar – adeguata a un tempo passato e dunque passata essa stessa, tempo in cui i credenti sono ancora presi da false forme di integrazione, scriveva Karl Rahner. È un tempo, questo, in cui finalmente la mondanità si rivela sacro inganno, alternativa al santo (Levinas). «La coscienza può volgersi al bene solo nella libertà» ( Gaudium et spes 17) e questo presente è un tempo che ci condanna tutti a essere anche di fatto un po’ più liberi, tutti e tutte, uno per uno, una per una, senza alibi di populismo. Se pensiamo che sia la Provvidenza a guidare la storia non siamo autorizzati a escludere la possibilità che da questa crisi possa scaturire un bene. Così scriveva Paolo VI già nel 1964 nella Ecclesiam suam (enciclica dimenticata al punto che il sito del Vaticano la riporta con una numerazione sbagliata): «La vita cristiana (...) esigerà sempre fedeltà, impegno, mortificazione e sacrificio; sarà sempre segnata dalla via stretta, di cui nostro Signore ci parla; [e, si badi] domanderà a noi cristiani moderni non minori, anzi, forse maggiori energie morali che non ai cristiani di ieri, una prontezza all’obbedienza, oggi non meno che in passato doverosa e forse più difficile, certo più meritoria perché guidata più da motivi soprannaturali che naturali» (n.28).

Ciascuno e ciascuna, dunque, decida se ritiene di affrontare questo presente come un kairos per la fede e la Chiesa oppure no, decida se in questo tempo riconosce il tesoro di una Grazia speciale oppure no. Per Paolo VI, e non solo per lui, questo tempo è kairos di una Grazia capace di dare vertigini, tremenda vivificante come del resto la Grazia non può che essere. Con questa crisi e in questa crisi, con questo finire e in questo finire, il Signore ci sta portando in un altro posto anche se noi – ma non è la prima volta né la cosa dovrebbe sorprenderci – non sappiano né come lo farà né per quali vie, né con quali tempi. Sappiamo solo – e giustamente questa consapevolezza ci fa tremare – che Lui continua a lasciarci la libertà di dirgli “no”. Un “no” che non impedisce certo la Sua Azione, ma che può porci fuori dalla Sua Avventura attraverso il secolo. Anche oggi, infatti, resta vero che il punto decisivo è sempre quello: prestare a Dio che si rivela, in parole e in opere, l’ossequio dell’intelletto e della volontà ( Dei Verbum, 5), oppure non prestarglielo, rifiutargli il nostro “sì”. Resta che si tratta di ascoltare “ oggi” la Sua voce ( Sal 94, 8a), ma proprio oggi, perché – come insegnò Agostino – il Signore potrebbe chiederci oggi qualcosa che ieri ci vietava, perché, come comprese von Balthasar, la verità cristiana è come manna, oggi è fresca, domani puzza (1966: 46), perché la verità cristiana differisce da quella atea perché ha dentro di sé il tempo (1966: 91).

Convertirsi

Sicché l’invito a convertirsi risuona sempre nuovo, e forse oggi più fragorosamente nuovo di altre volte nel passato. Del resto, anche per i più assonnati o per i più impauriti, non siamo forse alle soglie di un Giubileo? Esattamente, cos’è che sta finendo? Finisce l’equazione tra cristianesimo e religione, la riduzione del cristianesimo a solo-religione. Finisce l’epoca della religione di forma confessionale, architrave (anche nella forma estrema della laicità) delle State societies, delle società in forma di Stato. È non è forse questa una buona notizia per chi non abbia smarrito anche solo qualche elementare nozione del magistero sociale della Chiesa, e più ancora del Vangelo in generale? La sfida in atto è però doppia. Mentre finisce un cristianesimo solo-religione occorre vigilare sulla tentazione altrettanto mortale di trasformare la Chiesa in una holding di imprese dedite alla produzione e alla distribuzione di beni e servizi religiosi dalle poche pretese: a fare del cristianesimo e della Chiesa ancora una volta solo una religione, sebbene questa volta una low intensity religion (religione a bassa intensità).

Un aspetto della Grazia del momento, della Grazia che rifulge tra una crisi e una tentazione, è quella di poter vedere ora molto più chiaramente che il cattolicesimo non è solo religione, ma anche-religione, e che quella religione che ispira non può essere né la religione di una società né un bene di consumo alla mercé dei giustamente mutevoli gusti della domanda. Se restiamo fedeli alla luce di questo momento, noi, avvinti dal Vangelo, non potremo che essere un po’ più poveri e molto più liberi. In mille modi, nel corso dell’Ottocento e del Novecento, il movimento liturgico, il movimento biblico, la rinascita dell’apostolato dei laici operato come azione cattolica e che tante donne ha visto protagoniste, il rinnovamento teologico, il popolarismo sturziano, una parte importante del sindacalismo di matrice cattolica, ci avevano messo sull’avviso di una svolta necessaria e possibile. Newman, Rosmini, Manzoni, il Blondel della prima edizione de l’Action, De Lubac, Sturzo, Montini, De Gasperi, Murray, Bachelet, Pietro Scoppola avevano spiegato lo spiegabile. Il Vaticano II aveva insegnato. Sicché, mentre non pochi non si rassegnano, molti di noi cominciano a capire: meglio tardi che mai. O, più precisamente e più evangelicamente, comprendono l’invito di Gesù: duc in altum ( Lc 5, 4), epperò nel senso del versetto lucano e non in quello della retorica ecclesiastica di circa un ventennio fa. Infatti, per l’evangelista con quelle parole Gesù non arringava i suoi perché partissero alla conquista di chissà cosa o peggio che peggio verso una improbabile riconquista.

Duc in altum

Con quelle parole, « duc in altum », Gesù chiedeva loro se erano disposti a porre una discontinuità in ciò che – e a ragione – credevano di saper fare e di aver fatto sino ad allora piuttosto bene. Esattamente qualcosa del genere è chiesto a noi oggi. Lo stesso potrebbe essere detto altrettanto bene con le parole del profeta Osea: «Dissodate un campo nuovo, perché è tempo di cercare il Signore» (10, 12).

Ciò che sta logorandosi non è un involucro da dismettere senza fatica, bensì qualcosa di più profondo e più urgente da estirpare. Nella carne del cattolicesimo italiano sono tuttora impressi i riti e i miti, le credenze e le movenze di quell’«Italia cattolica» che, quasi senza eccezioni, l’apparato ecclesiastico vaticano e italiano degli anni ’20 e ’30 del Novecento aveva creduto di poter edificare un po’ con il concorso del fascismo, un po’ insinuandosi nelle sue pieghe e sfruttando le sue debolezze. Quell’«Italia cattolica» fu impasto contraddittorio e fuorviante, ma effettivo, magistralmente descritto da Pietro Scoppola (1971) e Renato Moro (2020). Impasto che aveva invischiato tanto clero e tanto laicato, sino a Maritain, sino alla Università Cattolica e ai suoi professorini, sino alla cosiddetta “scuola romana”. A quell’impasto furono sacrificati Sturzo e Montini, la Fuci e altre voci fedeli e libere. Dall’annegare senza riserve in quell’impasto melmoso alla fine vennero a salvarsi i cattolici cui con le leggi razziali e la diffusa immoralità fascista cominciarono a non tornare i conti. Vennero a salvarci i “ribelli per amore”, venne a salvarci il pensiero e l’opera di tanti di coloro che erano stati sacrificati alla illusione che con la violenza del fascismo ci si sarebbe salvati non solo dal “pericolo rosso”, ma anche da buona parte delle sfide (peraltro salutari) della modernità. 

I protagonisti della rinascita erano stati sacrificati dalla Chiesa alle esigenze del regime fascista, ma, come De Gasperi e Montini, avevano resistito (Moro 1979), erano tornati, e avevano vinto. A quell’impasto e a quella illusione della «Italia cattolica» si credette di poter tornare dopo il 1954, ma non fu così. Tuttavia, le abbondanti tracce di quell’impasto e di quella illusione – tanto declinate da destra quanto da sinistra, quanto ancora dal centro – rallentarono e distorsero persino la ricezione del Vaticano II e delle riforme montiniane che lo applicavano e che videro la luce nel biennio 1967/1969 (Diotallevi 2020). Dovevamo sconfiggerla noi quella «Italia cattolica», invece è dovuta intervenire la Provvidenza a liberarcene. «Due sono i mezzi con cui una struttura storica può conservare o riacquistare la propria vitalità per il presente e per il futuro. Uno è violento e viene dall’esterno: è la distruzione della tradizione, dei monumenti (...) e, di conseguenza, la coercizione a ricominciare da capo, con un materiale grezzo. Il secondo è spirituale e viene dall’interno, è la forza del superamento. Ambedue i mezzi possono costituire una grazia: radiosa il secondo, dura il primo» (von Balthasar).

È quella «Italia cattolica» ciò che sta finendo e con essa l’illusione di una “nuova cristianità”. La fine di quella «Italia cattolica » è la forma che nel nostro Paese prende la fase in corso del processo di secolarizzazione. Intanto in questo finire lampeggia la tentazione di un cristianesimo come religione a bassa intensità. Ancora sappiamo poco della prova che il momento presente ci riserva, e questo poco, giustamente, già basta a spaventarci e disorientarci. La prova sarà dura. La prova sarà dura perché vera. Dura e vera come la lotta che Giacobbe sostenne quella notte (cfr. Gen 32, 24-32). Dura e vera come la lotta dalla quale Mosè scampò solo grazie a Zippora (cfr. Es 4, 24-26). Non dovremo stupirci se, a volte, durante questo travaglio ci sembrerà che sia il Signore stesso a lottare contro di noi, a volerci far morire. Del resto, cos’altro è capitato ai nostri fratelli ebrei ad Auschwitz? Cos’altro ha fatto tremare ed è venuto alle labbra di Gesù nel Getsemani e poi sul Calvario?

 

www.avvenire.it

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martedì 30 aprile 2024

LA MESSA E' SBIADITA

RIPARTIRE 
DALLE PARROCCHIE

DALLE  ASSOCIAZIONI

 "Occorre approfondire la fede e non spettacolarizzarla”

 

-        -  di Luca Diotallievi

"L'errore è stato ritenere che fosse possibile recuperare la pratica religiosa non attraverso un puntuale lavoro sulle coscienze, ma puntando su un approccio sicuramente attraente ma forse superficiale. La fede non ha bisogno di essere spettacolarizzata ma seguita e alimentata". Luca Diotallevi, docente di sociologia all’Università di Roma Tre, presenta il suo ultimo libro "La Messa è sbiadita"

Sempre più anziani a partecipare alla messa, con le donne che tendono ad allontanarsi dalla chiesa e un calo del riavvicinamento alla pratica religiosa dopo l’età adulta. È un quadro preoccupante quello che esce da “La Messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019” (Rubbettino) a firma di Luca Diotallevi, docente di sociologia all’Università di Roma Tre.

 Il calo delle persone che partecipano alla messa è drastico: dal 1993 al 2019, almeno un terzo di praticanti è sparito. Cosa sta succedendo?

I processi religiosi, a differenza di quelli finanziari, hanno una forte inerzia: se cresce l’inflazione ce ne accorgiamo il giorno dopo, se cala la partecipazione alla messa occorrono decine di anni per osservare gli effetti. Il punto di rottura sono gli anni Sessanta, ma il calo lo abbiamo iniziato a vedere quando le generazioni di allora e quelle successive hanno iniziato a prendere la scena. Non è un caso, poi, che all’inizio degli anni Ottanta inizi a crescere anche l’età media del primo figlio e dell’ordinazione presbiterale. Tutti elementi che certificano il classico esempio di ritardo del passaggio all’età adulta da parte di coloro che hanno “fatto” il Sessantotto.

 Con quali conseguenze?

La secolarizzazione, ovvero la crescente inadeguatezza e mancanza di partecipazione rispetto alla formazione religiosa e a quella dei riti. Negli anni Sessanta venivamo dal Concilio Vaticano Secondo e dal pontificato di Paolo VI, entrambi avevano perfettamente compreso il fenomeno Sessantotto.

  La modernità è un momento provvidenziale che richiede però una fede più profonda. Non audience, ma fede vera, che non si recupera con interventi improvvisati.

 L’errore è stato ritenere che fosse possibile recuperare la pratica religiosa non attraverso l’approfondimento e un puntuale lavoro sulle coscienze, ma puntando su un approccio sicuramente attraente ma forse superficiale. La fede non ha bisogno di essere spettacolarizzata ma seguita, alimentata. Le Giornate mondiali della gioventù ad esempio, ci dicono di milioni di giovani infervorati da Cristo, presenti a un evento importante. Se guardiamo alla partecipazione alla messa, dove sono finiti i due milioni di ragazzi presenti a Tor Vergata per il Giubileo del 2000? Una cosa è assistere a un concerto per ascoltare il nostro cantante preferito, altra cosa è imparare a suonare. E per imparare a suonare non devi andare solo al concerto, ma al conservatorio. Dove si studia con fatica dieci anni e non basta pagare il biglietto.

 Dalla metà dei primi anni Duemila si assiste a una ulteriore accelerazione dell’allontanamento dalla messa…

I fenomeni di interazione, che richiedono la presenza fisica delle persone, si riducono. Cerchiamo di capirci, non è che la gente non va più a messa perché frequenta la sezione del partito o altri luoghi di aggregazione: non va a messa perché resta a casa. Questa erosione della componente corporea ha avuto un’immediata ripercussione sulla celebrazione eucaristica. Non basta spettacolarizzare la liturgia o proporre celebrazioni televisive con milioni di persone. Al di là degli impedimenti personali, c’è chi ormai segue la messa in casa mentre fa altre cose oppure la vede registrata appena ha un attimo di tempo.

  Insomma, la messa non è più un rito sacro, che necessita un adeguato approccio prima e durante il suo svolgimento, ma un appuntamento come tanti altri. Il rischio è trasformare il sacramento in immagine.

 È definitivamente in crisi la pratica religiosa confessionale?

È certamente in crisi la forma religiosa dominante nell’Europa continentale dal XVI al XX secolo. Alcuni si rifugiano nel neo-confessionalismo, cercando uno spazio dietro all’uomo forte di turno, che sia di destra o di sinistra. Poi c’è chi si affida alla commercializzazione, alla commodification of religion, ma la Chiesa su quel terreno è in difficoltà, perché si porta dietro venti secoli di tradizione. Infine, c’è l’intuizione di Paolo VI che nella Evangelii Nuntiandi parlava già allora della complessità dell’azione evangelizzatrice. E in più tracciava la strada da seguire. A volte mi sembra, invece, che il generoso impegno profuso oggi dalla Chiesa vada in altre direzioni col rischio di disperdersi. Non stiamo buttando via una cosa andata a male, ma una ricchezza inestimabile.

 La diminuzione della pratica religiosa ha conseguenze anche a livello sociale?

Negli anni Settanta andare o non andare a messa faceva la differenza in tante cose, dalla partecipazione politica alla cultura. Tutte queste correlazioni oggi sono venute meno. Il cristianesimo sta diventando un fenomeno ad altissima compatibilità, va bene con tutto e non è contraddistinto da niente.

 Dunque, è un’Italia che perde l’identità?

Se alla società italiana togli il contributo del cattolicesimo, il cambiamento è davvero epocale. L’acqua che esce dal rubinetto dei cattolici ha irrigato e continua ad irrigare il Paese. Si sta impoverendo la vita sociale, la partecipazione alla messa non ha più relazione neanche con le reti amicali.

 Nel libro evidenzia che il calo dei laici è di gran lunga superiore alla crisi vocazionale dei sacerdoti…

Il carico di lavoro del prete è calato, i sacerdoti ordinati sono il 62% di quelli ordinati negli anni Novanta ma non c’è paragone con i laici che si recano in chiesa scesi al 23,7%. Dunque, magari bisogna riorganizzare le strutture e ottimizzare le parrocchie in base al numero di abitanti ma i preti ancora ci sono, di meno ma ci sono. Ciò invece cui andiamo incontro è una forte riduzione della platea dei praticanti, soprattutto perché una parte significativa di quelli attuali è costituita da persone anziane.

  Le classi dei 40enni e dei 50enni di oggi che partecipano sono molto meno numerose. Nel giro di qualche anno assisteremo non tanto a un progressivo diminuire, ma a un vero e proprio tracollo. È un fatto fisiologico.

 Inoltre, non avremo più una comunità prevalentemente femminile. Tra 10 o 15 anni, se la tendenza non cambia, le comunità saranno piccole e meno sbilanciate. Magari si potranno fare cose oggi impossibili.

 L’unica relazione che regge è quella con il volontariato: chi va a messa, risulta essere più coinvolto nelle attività solidali…

Il nesso fra partecipazione alla messa e disponibilità alle azioni di carità è l’unica relazione che perdura. Ma spesso è un’azione di carità cieca e fine a se stessa perché, se non si sta dentro un’istituzione, non si percepisce la finalità di certe azioni. Tuttavia si è certamente più disponibili a compiere gesti di solidarietà personale.

 Da dove ripartire?

Si può ripartire soltanto dalle parrocchie e dalle associazioni, che vivono nella parrocchia. Più attenzione all’operatore pastorale, il cosiddetto volontario che in parrocchia fa un po’ di tutto. Lì dove è stato adottato, come in Germania ad esempio, è risultato essere il killer dell’apostolato. Diventa l’unico laico di cui ti puoi fidare. Ma un laico che vive in pieno la sua laicità è un laico che di fatto non ha tempo, perché è impegnato nella professione, nella famiglia, nel sociale. Mi domando: se un laico ha tanto tempo, che laico è? Quando lavora, quando sta con il coniuge, quando fa politica, quando sta con gli amici? Se porti il laico dietro l’altare e gli metti la tunica, magari lo fai contento ma rischia di diventare l’impiegato di un ufficio postale di un paesino dove nessuno spedisce più lettere.

Fonte: Agensir