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mercoledì 5 agosto 2026

UNA SPERANZA INCREDIBILE

 


Incontro con

 Domenico Battaglia

Abbiamo bisogno di cristiani che non fuggano dalla storia, che non si rifugino in una fede intimista. La politica, quando cerca davvero il bene delle persone, è una forma altissima di amore sociale. E la Chiesa deve aiutare soprattutto i giovani a non disprezzarla”. 

Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, ultimo cardinale creato da papa Francesco, uomo del dialogo, attento agli scartati della nostra società, agli ultimi. L’abbiamo incontrato. 

Buongiorno vescovo don Mimmo, come sta? Posso chiamarla don Mimmo? 

Certo che può chiamarmi don Mimmo. I titoli lasciano il tempo che trovano e a volte allontanano. Invece la vicinanza umana resta e costruisce amicizia. E io, d’altronde, non mi considero null’altro che questo: un fratello, un prete, un vescovo, un uomo che prova a camminare accanto agli altri. 

Lei è vescovo di una grande città del sud, Napoli, spesso al centro delle cronache per fatti che riguardano la delinquenza minorile, come ci si pone davanti a queste situazioni? 

Guardi, il primo errore è parlare dei ragazzi solo quando sbagliano. Nessun giovane nasce “criminale”. Dietro certe storie ci sono povertà educative, assenze, ferite, solitudini, violenze viste troppo presto. Certo, il male va chiamato per nome, ma senza mai smettere di credere che una persona possa cambiare. Per questo insisto sulla necessità di educare, di prevenire, di recuperare, perché un ragazzo recuperato al bene e un bambino educato con un intento preventivo valgono più di mille discorsi sulla sicurezza. 

Non crede che il Paese non crescerà se non insieme? 

Ne sono profondamente convinto. Nessuno si salva da solo. E questo vale anche per le città e le regioni della nostra Italia. Ce lo insegnano i momenti più duri della nostra storia recente, ma rischiamo continuamente di dimenticarlo. E questo non vale soltanto per le aree geografiche ma anche per il tessuto sociale nel suo insieme. Perché una società cresce quando chi è forte non schiaccia chi è fragile, ma lo accompagna. Quando il successo personale non diventa indifferenza collettiva. Il bene comune infatti non è un’idea astratta: è il volto concreto di chi resta indietro. 

 Ha fondato un centro contro le dipendenze che attanagliano giovani e meno giovani; non crede che oggi ci sia più bisogno di solidarietà, di accoglienza, di vicinanza alle famiglie anche da parte delle istituzioni? Che ci sia bisogno di un patto educativo fra famiglie, volontariato, comunità cristiane, istituzioni affinché nessuno rimanga indietro? 

Sì, oggi più che mai. Le dipendenze non sono soltanto un problema sanitario: spesso sono una domanda disperata d’amore, di senso, di presenza. Che cade nel vuoto quando le famiglie vengono lasciate sole. Per questo continuo a credere nel patto educativo: un’alleanza larga, concreta, umile, dove nessuno pensi di bastare a sé stesso. Quando una comunità diventa frammentata, quando si perde il senso del noi, restano tanti piccoli “io”. Ma i ragazzi e i bambini hanno bisogno non solo di adulti sani ma di persone affidabili che sappiano essere comunità, capaci di creare una rete educativa solida. 

Terza guerra mondiale a pezzi” diceva papa Francesco

Isaia… “Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; essi, con le loro spade, costruiranno vomeri di aratro e, con le loro lance, falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra e non impareranno più la guerra.” Utopia o realtà? 

Se smettiamo di credere alla pace, la guerra avrà già vinto. Certo, può sembrare un’utopia, ma il Vangelo è pieno di utopie concrete: amare il nemico, perdonare, condividere il pane. La pace non è ingenuità. È il più difficile dei realismi. Richiede coraggio, giustizia, disarmo del cuore e delle parole. Io credo che ogni gesto di fraternità, anche piccolo, sia già un pezzo di profezia che si compie. Ed è da questi gesti che dobbiamo ripartire. 

Don Lorenzo Milani ripeteva spesso “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Non crede ci sia bisogno di un forte impegno della Chiesa nell’educare alla politica, che è “la più alta forma di carità”? 

Assolutamente sì. Ma attenzione: non parlo di appartenenze partitiche. Parlo dell’educazione al bene comune, alla responsabilità, alla partecipazione. Abbiamo bisogno di cristiani che non fuggano dalla storia, che non si rifugino in una fede intimista. La politica, quando cerca davvero il bene delle persone, è una forma altissima di amore sociale. E la Chiesa deve aiutare soprattutto i giovani a non disprezzarla. 

 “Quando do da mangiare a un povero tutti mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista” diceva il grande Vescovo Hélder Câmara… Abbiamo paura di farci chiamare comunisti? 

Io credo che il problema non sia come ci chiamano, ma se restiamo fedeli al Vangelo. Il Vangelo disturba sempre quando prende sul serio i poveri. Perché non si limita all’elemosina: domanda giustizia, dignità, diritti, lavoro, pace. Se stare dalla parte degli ultimi crea imbarazzo a qualcuno, il non stare dalla loro parte sarebbe imbarazzante come credenti se guardiamo i criteri che il Vangelo ci dona. 

Abbiamo una società indifferente al messaggio religioso, il cristianesimo è una bella notizia, ma è irrilevante, come cristiani abbiamo dimenticato la sua forza vitale, la sua dirompente speranza. Cosa dobbiamo fare per ritrovare questa forza? 

Forse dobbiamo smettere di difendere il cristianesimo e ricominciare a viverlo. In questo tempo l’apologia serve poco: oggi più che mai abbiamo bisogno di testimonianza, credibilità, affidabilità. Perché la gente non ha bisogno di cristiani perfetti, ma credibili. Non di parole complicate, ma di vite autentiche e luminose. 

Si è conclusa la terza fase del Sinodo della Chiesa italiana con il documento di sintesi. Che impressione hai avuto di questa assemblea? Non pensi che temi come il diaconato femminile, i “viri probati”… non siano stati affrontati adeguatamente? Riusciremo ad avere comunità con alla guida una donna o un uomo sposato? 

Il Sinodo è stato un passaggio importante perché ha rimesso al centro l’ascolto. E già questo, in una Chiesa spesso abituata a parlare più che ad ascoltare, è molto. Certo, ci sono temi che molti avrebbero voluto vedere affrontati con maggiore decisione. Ma io penso che i processi ecclesiali abbiano bisogno di maturazione, discernimento, pazienza e soprattutto libertà interiore. La domanda vera è un’altra: vogliamo davvero una Chiesa più evangelica, più corresponsabile, più capace di riconoscere i carismi di tutti? Se la risposta sarà sincera, allora molte strade si apriranno. A noi spetta percorrerle senza ferite, senza strappi. 

Grazie di cuore vescovo Mimmo. Prima di salutarci… lei ha paura della morte? 

Più che della morte, ho paura di arrivare a quel momento già morto. Perché il criterio della vita è l’amore e se smettessi di amare, rischierei di essere morto senza saperlo. Ecco, questa è la mia paura: non amare abbastanza. Io spero che alla fine del la vita il Signore non mi chieda quanti risultati ho ottenuto, ma quanto cuore ho messo nel servire gli altri. E spero che la morte, quando arriverà, mi trovi ancora intento e operoso nell’amare. 

Che impressione ha avuto dalla visita di papa Leone? Come ha risposto la Chiesa che è in Napoli a questa visita? 

La città e la Chiesa hanno risposto nel modo in cui rispondono a tutti coloro che nel segno della pace bussano alla loro porta: con gioia e con grande accoglienza! Perchè questa è Napoli, questo è lo spirito della sua gente e oserei dire questo è il Vangelo che la Chiesa di Napoli annuncia. Il Vangelo della pace, della gioia vera, della fraternità che è dono del Cristo Risorto! Ed è stato bello vedere come negli occhi di papa Leone tutto questo si è impresso trasformandosi sorriso. Sono molto grato al papa. Ma so anche che il papa è molto grato a questa città. 

Rocca

Immagine

 


mercoledì 14 gennaio 2026

BARRIERE INVISIBILI

*A Napoli la povertà educativa

 lascia gli adolescenti senza futuro*

Immagine che contiene vestiti, persona, muro, interno

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. 

I dati della ricerca “Barriere invisibili” condotta dall’Università “Federico II” di Napoli e il polo ricerche di Save the Children. L’indagine evidenzia che vivere in una famiglia a reddito basso o molto basso è tra le “barriere invisibili” più rilevanti che ostacolano il futuro degli adolescenti napoletani: lo dichiara il 12% degli intervistati. Si tratta di ragazzi che, proprio in virtù delle condizioni familiari, oltre a frequentare la scuola, lavorano: il 6,7% tutti i giorni, il 16% saltuariamente, mentre il 21% cerca lavoro

di Redazione

La povertà educativa nell’area metropolitana di Napoli trae origine principalmente dal contesto familiare e da quello sociale. Lo conferma la ricerca “Barriere invisibili”, nata dalla sinergia tra il dipartimento di Scienze economiche e statistiche dell’Università di Napoli “Federico II” e il polo ricerche di Save the Children, che aveva l’obiettivo di esaminare in profondità il fenomeno nel territorio napoletano. La ricerca, coordinata dalla docente federiciana Cristina Davino, è stata realizzata con il supporto del progetto Grins (Growing resilient, inclusive and sustainable), finanziato dal ministero dell’Università e della ricerca nell’ambito del Pnrr con il sostegno dell’assessorato alla Scuola, politiche sociali e politiche giovanili della Regione Campania e dell’assessorato all’Istruzione del Comune di Napoli. L’indagine ha potuto contare sulla partecipazione di 55 istituti scolastici e circa 25 enti del Terzo settore e servizi sociali: ha coinvolto 3.800 studenti, di età compresa tra i 14 e i 19 anni, e 300 ragazzi che sono usciti dal circuito scolastico.

L’indagine evidenzia che vivere in una famiglia a reddito basso o molto basso è tra le “barriere invisibili” più rilevanti che ostacolano il futuro degli adolescenti napoletani: lo dichiara il 12% degli intervistati, con un 5% che ha affermato di vivere in condizioni di grave deprivazione materiale, situazione che si rileva in particolare nelle periferie della città di Napoli (Scampia, Chiaiano, Piscinola, Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio) e nei comuni di Casoria, Afragola, Caivano, Cardito, Crispano, Acerra.

I dati dell’indagine

Si tratta di ragazzi che, proprio in virtù delle condizioni familiari, oltre a frequentare la scuola, lavorano: il 6,7% tutti i giorni, il 16% saltuariamente, mentre il 21% cerca lavoro. A ridurre il tempo dedicato allo studio, anche la necessità di doversi occupare di familiari e/o della casa in generale (12%). Per quanto riguarda il giudizio sulla scuola, Il 59,4% del campione giudica favorevolmente la disponibilità di servizi offerti quali, ad esempio, corsi di recupero e attività culturali, mentre è negativo il giudizio relativo alle infrastrutture scolastiche come palestre, strumenti digitali, biblioteche, ritenute dal 43,3% del campione insoddisfacenti. Mura scolastiche entro le quali, il 12% degli intervistati dichiara di avere subito atti di bullismo.

Quasi la metà dei ragazzi e delle ragazze intervistati (esattamente il 46,5%) non ha letto alcun libro nell’ultimo anno, al di fuori dei testi scolastici, mentre il 33,4% afferma di essere connesso a dispositivi online per più di cinque ore al giorno e il 54,9% da una a cinque ore al giorno. Il 42,8 % non fa attività sportiva e solo il 13,1% frequenta un’associazione.

Lo studio ha adottato un approccio metodologico misto, combinando la raccolta di dati su vasta scala con interviste qualitative rivolte a esperti e operatori del settore. Grazie al sostegno delle istituzioni locali, la ricerca ha mappato capillarmente le istanze degli adolescenti, offrendo una visione dettagliata delle loro aspirazioni future e del contesto in cui vivono. E proprio rispetto al proprio territorio, gli intervistati indicano tra i motivi di insoddisfazione, la pulizia delle strade (63%), la percezione di insicurezza rispetto ad episodi di criminalità (41,6%), l’isolamento dovuto alla scarsità dei servizi pubblici (27,7%).

Tra speranza e ansia

La speranza (29,6%) e l’ansia (27,4%) sono i due stati d’animo prevalenti con cui i ragazzi guardano al futuro: la condizione di ansia affligge soprattutto le ragazze (34%), mentre circa il 10 % degli intervistati dichiara di non riflettere sul proprio domani. Dal campione analizzato, emerge che i ragazzi non pensano di poter avere un futuro appagante se dovessero restare in Italia o comunque nel proprio luogo di residenza, mentre guardano con maggiore fiducia a un futuro all’estero. Il 50,9 % degli intervistati è convinto della necessità di sostenere i ragazzi e le ragazze in condizioni di difficoltà economiche, in modo che possano proseguire gli studi e inserirsi nel mondo del lavoro attraverso percorsi formativi di qualità per avere contratti stabili e una retribuzione adeguata (49,1 %). L’indagine pertanto mette in luce che gli ostacoli alla crescita dei giovani risiedono in deprivazioni sistemiche e multidimensionali. Le “Barriere invisibili” rappresentano, dunque, quel complesso reticolo di mancanze sociali, familiari e ambientali che limitano lo sviluppo del potenziale dei minori.

«Abbiamo affrontato un tema importante, con l’obiettivo di contribuire alla definizione e alla misurazione della povertà educativa, e fornire dei dati che il gruppo di ricerca mette a disposizione di tutti», spiega Cristina Davino, coordinatrice della ricerca. «Un aspetto interessante e anche innovativo della ricerca è stato valutare non solo le opportunità fornite da famiglia, scuola e territorio, ma comprenderne anche gli esiti, le future aspirazioni, i sogni dei nostri studenti. C’è un notevole gap tra aspirazione e aspettativa, e c’è sempre la voglia di andare a cercare altrove un futuro migliore. La mancanza di opportunità ha un impatto non solo sul rendimento scolastico ma sulla vita dell’individuo dal punto di vista delle capacità emozionali, relazioni, di gestione dello stress. Abbiamo fatto un lavoro con le studentesse e gli studenti, ascoltato la loro voce perché solo misurando un fenomeno si può conoscerlo realmente e si possono intraprendere delle azioni in merito».

«Prima nel suo genere in Italia, questa indagine così capillare non sarebbe stata possibile senza il protagonismo delle scuole, delle istituzioni locali e del Terzo settore», dichiara Raffaela Milano, direttrice della ricerca di Save the Children. «E, soprattutto, grazie ai ragazzi e alle ragazze che ci hanno guidato ad individuare quelle barriere invisibili che ostacolano il loro futuro. Insieme all’Università Federico II, vogliamo mettere questo patrimonio di dati e di analisi a disposizione di tutta la comunità educante. Con l’auspicio che quella di oggi sia solo una prima tappa di confronto e di approfondimento e che questa ricerca possa orientare in modo sempre più mirato le strategie di contrasto della povertà educativa».

VITA

 

giovedì 21 dicembre 2023

LA FORZA DELLA BELLEZZA

 "Vedere cose belle ci motiva a diventare più buoni"

Gli studenti (di Napoli) e l'esperienza della bellezza dell'arte: il valore di una conoscenza che cambia il loro e il nostro io.

-         di Innocenzo Calzone

Percepire l’opera d’arte come qualcosa che trasmette significato, storia, legame con un popolo o, meglio, comunicazione della vita di un popolo è certamente occasione di crescita. Avere la possibilità di “incontrarla”, conoscerla, apprezzarne la valenza non è cosa da poco. Il legame con l’opera d’arte, visto come legame con una tradizione, è inesorabilmente occasione di migliorìa vitale. Chi non ne gode la potenzialità è sicuramente monco, slegato, distratto dalle proprie origini. Ma perché tanto interesse? Perché sottolineare nelle aule di una scuola l’importanza dell’arte?

L’occasione di portare avanti un progetto, conoscere luoghi ahimè sconosciuti (è luogo comune a Napoli giustificare la propria ignoranza per l’enormità di “beni” presenti nel territorio) scombussola ogni conoscenza pregressa. Sempre cose nuove, sempre aspetti inediti. Un’infinità di pietre parlanti, di storie, racconti, aneddoti che testimoniano quanta vita, quanta strada è stata vissuta, percorsa. E ora a noi il gusto di percepirne il sapore. È indiscutibile il vantaggio di chi vive in una città ricca in ogni angolo di arte, di storia, di luoghi magici come è Napoli. L’opportunità per tanti alunni di vedere il Museo MANN con la mostra sui gladiatori, il museo Madre e l’arte contemporanea, incontrare Paolo Giulierini, direttore del Museo MANN, conoscere la Disciplina di Santa Croce, la Chiesa dell’Annunziata con una fetta straordinaria dell’opera napoletana rivolta ai più fragili, i resti di San Carminiello ai Mannesi presentati dal Sovrintendente ai beni artistici Luigi La Rocca e conoscere anche un aspetto non certo positivo di ciò che qualcuno ha fatto dei luoghi in questione, è stato incredibile.

Insomma, anni intensi, sudati nel contenere l’entusiasmo (così si chiama ora?) degli alunni della scuola, irrefrenabili ma colpiti fin nelle ossa, è stato di una bellezza incredibile tanto da far dire ad uno di loro: “Qui riesci a vedere una luce di speranza; quindi, sei più motivato a diventare una persona buona”. Cosa desiderare di più? Quest’espressione di Giuseppe, 12 anni, ha raggiunto il cuore, l’obiettivo che ci si era prefissati, il Valore. Valore con la “V” maiuscola perché Giuseppe ha colto l’essenza, il lavoro, “l’offerta” che gli è stata data, perché il Valore è proprio raccogliere la grandezza, il Bello di certi luoghi, non per conoscerli e basta ma perché uno, lui, noi, possano vedere una speranza ed essere più buoni, migliori, che è lo scopo dell’arte.

E non è una questione solamente napoletana, ci mancherebbe. La bellezza dell’arte è proprio questa: vedere per essere diversi, nuovi, più ricchi dentro. L’arte è comunicatrice di senso, inteso nell’aspetto più positivo. Essere coinvolti nella storia implica la partecipazione attiva, la trasmissione del Bene, di un Bene. Non ci si può fermare al semplice vedere. Occorre guardare, entrare, compenetrarsi, leggere, studiare (cioè appassionarsi), gustare e trasmettere.

 La scuola ha questo compito sacrosanto. Attraverso le opere, la vita degli artisti, le gesta dei protagonisti capire il perché, come si viveva, che livello di sensibilità potevano avere gli artisti di un tempo. E questo ha valore solo se serve a me ora. Se mi rigenera in maniera nuova, più vera, ora. Si dice che l’arte è lo specchio dei tempi; niente di più vero. E oggi? Come educarsi se non rivolgendo uno sguardo indietro per promuovere una nuova vita, figlia anche di una nuova arte più ricca, più piena? Migliorarsi anche attraverso lo studio del rinnovamento dell’arte con effetti che giungono sino ai nostri giorni. L’arte napoletana è protagonista di una vicenda intensa che passa dalle mura greche alla contemporaneità di Mimmo Paladino, di Picasso, dai decumani alle Chiese e ai conventi specchio di una civiltà operosa e prossima ai bisogni della gente.

 Napoli è stata la città che ha attirato dalle nazioni limitrofe i migliori talenti, che poi invia a conquistare la propria definitiva maturità nelle indiscusse capitali mondiali dell’arte. La storia dell’arte napoletana diviene così uno spazio carico di tensioni e di inquietudini, di passionalità, ricercate nei monumenti, nelle statue, nel movimento dei colori, nelle vibrazioni cromatiche dei grandi artisti locali e di chi, passando, è rimasto abbagliato dalla ricchezza dei luoghi. A noi l’arduo compito di sollecitare gli animi degli alunni, dei figli, di noi stessi. La scuola come finestra spalancata sul mondo ha cercato di suscitare interesse, amore, passione. Se è vero, come è vero, ciò che ha detto spontaneamente Giuseppe, allora il tentativo quotidiano sortisce ottimi risultati.

Il Sussidiario

 

sabato 30 ottobre 2021

HOMO RECIPROCANS


 A Napoli proseguono le attività educative delle persone coinvolte nelle Olimpiadi dei Saperi Positivi per un virtuoso allargamento alle altrui esperienze e personalità

- di Laura Colantonio

Il principio di reciprocità, su cui verte questa riflessione, può divenire sempre più il corridoio sociale tra l’io e il noi di ogni comunità.

La “sociabilità del sapere” di cui abbiamo detto nell’ultimo contributo ha infatti un’opportunità importante nella dimensione civica propria del pensiero che abbraccia anche l’economia civile. E il principio di reciprocità è il pilastro dell’economia civile: rispetto a iniziative o percorsi di qualsivoglia natura, affinché ciascun aspetto venga tutelato e valorizzato in ogni  potenziale espressione, le sinergie di impegno tra istituzioni ed enti locali, tra gestioni pubbliche e attività di privati cittadini possono far sì che ciascun soggetto rappresentativo di una parte della società civile si ponga in condizione di ascolto dialogico superando ogni tendenza  all’individualismo e all’ autoreferenzialità e puntando invece a traguardi di benessere per la collettività che si traducono in sostanza in traguardi per ciascuno.

L‘homo reciprocans, che si pone su un piano del tutto diverso rispetto a quello dell’homo oeconomicus, tende ad agire nella consapevolezza che i suoi obiettivi trovino misure di convergenza in quelli di altri soggetti che con i loro interventi vanno a sostenere e a consolidare gli impegni già promossi in determinate direzioni. Concetto strutturato nell’ambito delle contemporanee teorie sull’economia civile e divulgato infatti dal professore Stefano Zamagni, quello dell’homo reciprocans potrebbe essere associato alle determinazioni di due delle modalità di intelligenza individuate dallo studioso Howard Gardner nell’ambito della teoria sulle Intelligenze Multiple, quella intrapersonale e quella interpersonale. Prospettive di approfondimento diverse per un’analisi cognitiva che porta ciascuna persona a incontrare l’altro da sé per ritrovare almeno una parte di quel sé, ossia della propria identità.

L’introspezione, imprescindibile per potersi conoscere e far emergere ogni intrinseco livello di motivazione, consente di passare dalla intelligenza intrapersonale a quella interpersonale anche grazie a canali di percezione e poi di espressione quali il linguaggio, la musica, il teatro la danza o la scrittura creativa o di altro tipo. Quando conosciamo cosa ci motiva o ciò che ci provoca reazioni, quali sono i nostri punti forti e quali sono i nostri limiti, possiamo migliorare le nostre potenzialità relazionali. È in quel momento che abbiamo l’opportunità di creare strategie che ci aiutano a reagire adeguatamente nelle diverse situazioni della vita, sviluppando la fiducia in noi stessi e mettendo a fuoco quel corridoio che da interpersonale può divenire di effettiva relazionalità reciproca e quindi sociale.

E proprio in un sistema di rete nell’ambito di una comunità che decide di mettersi in gioco, la reciprocità si apre in più direzioni, potenziando il livello di inclusione della comunità stessa. E d’altra parte, l’attributo civile di quell’economia che può sempre più compensare il disagio socio-economico e culturale rimanda a quella civitas latina estremamente accogliente ed inclusiva in senso sostanziale: oggi, come nella civiltà latina, riconoscere il valore dell’altro come opportunità di valorizzazione di sé per la crescita della comunità. Riconoscere il valore del legame tra il proprio io e il noi, quel noi che già ci comprende proprio grazie a quella intelligenza interpersonale, nota anche come intelligenza sociale e quindi come capacità di stabilire relazioni con gli altri, permette di promuovere tanti processi di crescita che includano tutti, anche i Neet.

In tale ottica, infatti, obiettivo condiviso di un sistema integrato diviene il sostegno agli adolescenti nella identificazione ed esteriorizzazione dei loro sentimenti come l’aiuto nel trovare risorse per gestire i possibili comportamenti negativi come l’aggressività o l’impulsività. Questo l’intento dei percorsi sociali e formativi che a Napoli, nel cuore pulsante del centro storico rappresentato dalla Onlus Pietrasanta, il gruppo di persone coinvolte nelle Olimpiadi dei Saperi Positivi sta perseguendo grazie alla comunità educante che ha aperto rinnovate opportunità di vivere il noi mettendo all’opera una pluralità di io. Una rete di scuole, l’Ateneo Federico II, Accademie culturali, enti locali insieme alla dimensione forte del Terzo settore della Pietrasanta, retta per il complesso basilicale da monsignor Vincenzo De Gregorio e presieduta per la Onlus da Raffaele Iovine, condividono e animano le idee di chi ha scelto di fare del principio di reciprocità aperto e flessibile una forma di volontariato civile per accogliere tutti gli io che scelgono di mettersi in discussione per un modo diverso di crescere, chiamando in causa anche quelle intelligenze che ci sostengono nell’essere uomini e donne “reciprocanti”.

E grazie ai percorsi di scrittura, alle arti performative quali la musica o il canto lirico o il teatro, sposando temi di prioritario interesse pubblico quali l’acqua come bene comune o la valorizzazione dei beni culturali come volàno per uno sviluppo economico sostenibile e per far crescere il senso d’appartenenza, il fervore dell’attività della Pietrasanta sta proponendo un modello non solo sostenibile, ma anche replicabile proprio perché basato sulla motivazione della reciprocità relazionale e di scopo.

 Il sussidiario