sabato 6 aprile 2024

LA COMFORT ZONE DEL VIRTUALE


METAVERSO



 -         di GIOVANNI SCARAFILE

 

Qualche giorno fa mi sono recato in un ufficio pubblico per risolvere una questione amministrativa. Quando finalmente è giunto il mio turno, il funzionario, con disarmante naturalezza, mi ha proposto di rimandare «per una maggiore efficacia» la nostra discussione ad una riunione virtuale su Teams il giorno successivo. La mia richiesta di discutere l’argomento subito, di persona, visto che ero già lì, è stata accolta con lo stesso sorriso gentile ed accondiscendente che di solito si riserva a chi sembri fuori del mondo, come se la mia proposta fosse un anacronismo in questa era digitale.

 L’episodio che ho vissuto non rappresenta semplicemente una stranezza burocratica, ma piuttosto evidenzia con forza come la digitalizzazione abbia trasformato, spesso senza che ce ne accorgessimo, il nostro modo di interagire con il mondo. Questo cambiamento ha introdotto una mediazione tecnologica quasi costante nella nostra vita quotidiana, estendendosi anche a quelle situazioni in cui il suo utilizzo sembrerebbe del tutto superfluo. In un’epoca in cui la presenza fisica viene spesso sostituita o mediata da schermi e dispositivi, quali sono le nuove definizioni di “presenza” e “realtà”? La recente commercializzazione da parte di Apple di Vision Pro, il primo visore con tecnologie di realtà aumentata (AR) e realtà virtuale (VR), che si aggiunge ad altri visori già sul mercato, ha rilanciato questo genere di domande.

 Uno degli aspetti più stimolanti della VR è la sua capacità di creare esperienze immersive che possono superare i limiti del mondo fisico. Dall’apprendimento immersivo che trasporta gli studenti in epoche storiche lontane, alla possibilità di “visitare” luoghi inaccessibili da casa propria, la VR apre un mondo di possibilità che sembrava fantascientifico solo pochi decenni fa. Queste esperienze hanno il potenziale di arricchire notevolmente l’educazione, la comprensione culturale e persino l’empatia tra individui di diverse parti del mondo. Tuttavia, insieme alle opportunità, la VR pone anche sfide significative. Una preoccupazione fondamentale riguarda la possibilità che le esperienze virtuali possano diventare così coinvolgenti da distogliere l’attenzione e il valore dalle interazioni e dalle esperienze nel mondo reale. Se da un lato la capacità di vivere esperienze impossibili nella realtà è affascinante, dall’altro lato sorge il timore che possa contribuire a una fuga dalla realtà, tanto che gli individui potrebbero preferire le realtà costruite e controllate alla complessità e all’imprevedibilità della vita vera. Recentemente, in un lungo intervento sul New Yorker, intitolato Dove ci porterà la realtà virtuale?, Jason Lanier, informatico e saggista statunitense, noto per aver coniato negli anni Ottanta la locuzione virtual reality, ha messo in guardia: «La vita all’interno di una costruzione è vita senza una frontiera. È chiusa, calcolata e senza scopo. La realtà, la realtà vera, la misteriosa roba fisica, è aperta, sconosciuta e oltre di noi; non dobbiamo perderla».

 Il fascino dell’innovazione digitale, così come la comodità offerta dalle soluzioni tecnologiche, non dovrebbero oscurare il valore delle esperienze vissute “nel mondo reale”. La sensazione di toccare con mano, l’incontro occhi negli occhi, la condivisione di uno spazio fisico con altri esseri umani: tutte queste sono dimensioni dell’esistenza che la VR e simili tecnologie non possono pienamente replicare, nonostante le loro promesse di immersione totale. Per questo, di fronte all’entusiasmo per le possibilità offerte dalla VR, è importante mantenere una prospettiva equilibrata, ricordando che la tecnologia dovrebbe arricchire l’esperienza umana, non sostituirla.

 Va dato atto come negli ultimi mesi, la crescente preoccupazione per le conseguenze delle nuove tecnologie abbia guadagnato spazio nel dibattito pubblico, portando alla luce questioni cruciali riguardanti il loro impatto sulla società. In risposta a queste sfide, si è osservato un rinnovato interesse verso regolamenti e codici etici, considerati strumenti fondamentali per mitigare i rischi potenziali. L’adozione di queste misure deontologiche è indubbiamente un progresso significativo, un chiaro segnale di una consapevolezza crescente riguardo alla necessità di governare l’innovazione tecnologica in modo responsabile.

 Tuttavia, è essenziale ricordare che la storia ci offre numerosi esempi in cui tali strumenti non hanno raggiunto l’obiettivo di prevenire danni significativi. Un caso emblematico è rappresentato dalla crisi finanziaria globale del 2008, un evento devastante scaturito da pratiche di prestito irresponsabili e speculazioni finanziarie ad alto rischio, nonostante l’esistenza di regolamenti etici nel settore finanziario. Questo esempio sottolinea una verità fondamentale: i codici etici e i regolamenti, per quanto necessari, non sono di per sé sufficienti a garantire comportamenti responsabili.

Se oggi accettiamo senza esitazione che un incontro possa essere rimandato su una piattaforma digitale nonostante la presenza fisica dei partecipanti, ci troviamo di fronte a una manifestazione tangibile di quanto profondamente la digitalizzazione abbia permeato la nostra esistenza.

 Di fronte a questo scenario, diventa importante non solo riconoscere, ma anche interrogare attivamente i presupposti che guidano la nostra integrazione delle tecnologie nella vita di tutti i giorni. La sfida che emerge non è soltanto tecnologica o regolatoria, ma profondamente filosofica ed etica. È necessario, quindi, un impegno collettivo per ricalibrare il nostro approccio alla tecnologia, assicurando che essa serva a rafforzare piuttosto che a erodere le dimensioni umane fondamentali della nostra esistenza. Questo richiede un dialogo aperto e continuo tra tecnologi, filosofi, educatori, legislatori e la società civile, con l’obiettivo di definire una visione condivisa del ruolo che la tecnologia dovrebbe avere nel nostro mondo. Dobbiamo coltivare una consapevolezza critica che ci permetta di valutare non solo i benefici, ma anche i costi umani, sociali ed etici delle nostre scelte tecnologiche. Solo così potremo aspirare a una società in cui le innovazioni tecnologiche arricchiscano genuinamente la nostra vita quotidiana, senza sottrarre valore alla ricchezza delle nostre esperienze dirette e alla qualità delle nostre relazioni umane.

 Ed infine, in questo panorama complesso e in rapida evoluzione, quale potrebbe essere il ruolo specifico dei cristiani? Come possono essi contribuire a orientare la società verso un utilizzo della tecnologia che valorizzi la dignità umana, approfondisca le relazioni interpersonali e promuova una comunità autentica?

 

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