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giovedì 12 febbraio 2026

BAMBINI E PORNOGRAFIA

Pornografia, il pedagogista Zanniello: «Ecco pericoli ed effetti negativi sui bambini» 1 

Pornografia, il pedagogista Zanniello: 

«Ecco i pericoli 

ed effetti negativi sui bambini»


Quando si parla di effetti negativi della pornografia, il principio più corretto dovrebbe essere sempre quello di dare il giusto peso al ruolo di tutti i soggetti coinvolti: ragazzi, genitori, scuola, mezzi di comunicazione. Un pedagogista che ha approfondito il tema è Giuseppe Zanniello, professore ordinario di Didattica e Pedagogia all’Università di Palermo. A colloquio con Pro Vita & Famiglia, Zanniello ha posto in evidenza, in primo luogo, la responsabilità delle famiglie, le quali dovrebbero evitare di scaricare tale delicato compito sulla scuola.

 Professor Zanniello, le percentuali dei minori che fanno uso di pornografia online sono alte e preoccupanti. Possibile che le famiglie siano così assenti? Tendono a sottovalutare il problema o, piuttosto, lo ignorano totalmente?

«I genitori, generalmente, non percepiscono il problema. Controllare i propri figli è praticamente impossibile, perché a dodici anni, i bambini hanno già imparato a superare tutti i filtri. E gli effetti negativi della pornografia, dall’impotenza all’aggressività contro l’altro sesso, sono tanti, sia sul piano affettivo-relazionale, che intellettivo. Diversamente, se si vuole demandare tutto alla scuola, come suggerisce il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, i problemi aumentano perché devi fare i conti con persone molto diverse tra loro, con ragazzi dalla varia sensibilità.

Secondo studi pubblicati, tra gli altri, dal Corriere della Serail 30% dei bambini accede alla pornografia online, mentre in Italia lo fanno il 44% dei ragazzi e il 5% delle ragazze tra i 13 e i 17 anni. Una vera e propria droga da cui adulti e bambini dovrebbero disintossicarsi. Una droga da cui ci guadagna chi la mette in rete. È vero che l’accesso è libero ma la pubblicità paga in misura proporzionale ai clic per ogni video. Sono entrate economiche incredibili».

Qual è l’effetto negativo più evidente della pornografia sulla psiche di giovani?

«Quando ci esponiamo in modo continuativo a contenuti di questo genere, la prima cosa che emerge è una sorta di “densibilizzazione”, ossia una perdita di interesse verso altri piaceri. Poi si riduce la capacità di controllare i desideri. Viene il sospetto che questo possa essere anche un metodo per stordire i giovani e far fare loro quello che si vuole, mortificandone la capacità critica e di ragionamento. Queste immagini entrano nella mente, vengono imposte e loro si abituano. Secondo un altro studio, poi, il 16% degli studenti liceali consumava pornografia più di una volta a settimana e aveva sperimentato un calo del desiderio sessuale, contro lo zero per cento dei ragazzi che non ne facevano uso. Dobbiamo sviluppare nei giovani una capacità di scelta libera, trasmettendo loro informazioni libere e non fittizie sulle conseguenze di quell’abitudine, a breve e a lungo termine. I giovani non hanno esperienza ma anche i genitori stessi vanno informati su quali effetti porta nella testa, nel cuore, nelle relazioni personali, l’essere esposti per molti anni a questo tipo di immagini. In particolare, i maschi – che, com’è noto, fruiscono della pornografia molto più delle femmine – finiscono per vedere il corpo femminile solo come strumento di piacere. Da qui fenomeni come il sexting, ovvero la richiesta di immagini intime, che peraltro è un reato e ha provocato il suicidio di molte ragazze, coinvolte in questi casi. Qualche mese fa, all’Università di Palermo, abbiamo fatto un convegno con il capo della Polizia Postale in Sicilia, che mise in guardia gli studenti dal mettere in giro le proprie immagini, dicendo: “State attenti, potrebbero essere utilizzate per scopi pornografici”».

Per i genitori, invece, qual è la miglior forma di prevenzione?

«L’intento dev’essere quello di educare alla libertà e alla responsabilità già da piccoli. È importante controllare i cellulari. Troppo presto regalarli in terza elementare, quanto più tardi si mettono in mano ai bambini, meglio è. Gli stessi genitori, senza scandalizzarsi, devono far ragionare i figli: guarda, se tu fai uso di pornografia, ti si abbasserà il desiderio sessuale, sarai esposto a commettere violenze, a guardare la donna con occhio torbido. Una cosa è l’affetto, altra è il puro e semplice piacere sensibile. Il tema non riguarda solo sessualità ma anche l’affettività, che non può essere delegata all’insegnamento scolastico. Non si diventa automaticamente capaci di educare nel momento in cui si è genitori. Spesso un genitore si fida particolarmente di genitori più esperti di lui. Non è necessario fare trattati, bastano anche due pagine di informazioni molto precise e puntuali. Trovo molto chiari e comprensibili, in questo senso, articoli come quelli di Alessandro D’Avenia o i corsi a cura di Saverio Sgroi, che hanno aperto gli occhi a molti genitori. Sgroi dice ai genitori: vincete la paura, parlate di queste cose con i vostri figli. Mi chiedo, però, come mai non si sia mai parlato di alcuna proposta di legge per bloccare la diffusione della pornografia in rete. Invece di perdere tempo con i 33 casi annuali di persone che disturbano gli omosessuali, andiamo a vedere i milioni di giovani che, ogni anno finiscono avvelenati dalla droga della pornografia, che impedisce la crescita di vere relazioni umane, che non siano improntate a un piacere egoistico ma alla costruzione di un vero progetto di vita».

Abbiamo finora parlato dei minori. Quali sono, invece, le conseguenze più serie della pornografia tra gli adulti e, in particolare, tra i genitori?

«Ci sono padri, addirittura nonni, che fanno uso di pornografia. Abbiamo già messo in risalto quanto questa pratica crei dipendenza: ora, tra gli adulti, la maggiore disponibilità di denaro apre le porte alla pornografia a pagamento, alle chat e a un degrado morale che non finisce più. Qualche volta mi è capitato dal barbiere o dal meccanico di vedere affissi calendari erotici. Li ho sempre apostrofati ironicamente con frasi del tipo: “Che bella donna, è tua moglie (o tua figlia)?”. Bisogna anche un po’ scuotere le coscienze…».

Provitaefamiglia.it

 

sabato 29 marzo 2025

L'ARTE DEL MANIPOLARE

 


Piattaforma X e non solo: come si manipola l’elettore, la distorsione algoritmica della realtà

 

-         di Salvatore Parlagreco

-          

L’affermazione “You are media now”, pubblicata da Elon Musk sul suo profilo personale su X (ex Twitter), racchiude in modo sintetico ma emblematico la trasformazione in atto nel panorama dell’informazione digitale. Questo cambiamento solleva interrogativi centrali sulla disintermediazione del sapere, sul ruolo dei social media nella costruzione del discorso pubblico e, soprattutto, sulla concentrazione del potere informativo nelle mani di attori privati.

L’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk nel 2022, e la successiva ristrutturazione della piattaforma in X, non rappresentano solo un’operazione industriale o una scommessa sul futuro dei social network. Piuttosto, costituiscono un caso di studio sulla privatizzazione degli spazi di informazione e sulla capacità dei grandi player tecnologici di intervenire direttamente nel tessuto socio-politico. Il controllo esercitato da Musk sull’algoritmo di visibilità, sulle politiche di moderazione e sulla direzione editoriale de facto di X va osservato non in chiave morale, ma sistemica.

Secondo McChesney (2013), uno dei nodi centrali dell’informazione digitale è la commistione tra logiche di mercato e funzione democratica dei media. Quando la distribuzione dell’informazione avviene su piattaforme guidate da interessi economici e personali, il rischio di una “distorsione algoritmica della realtà” – come la definisce Eli Pariser nel concetto di filter bubble – si fa concreto. La trasparenza dei criteri di selezione e amplificazione dei contenuti diventa così elemento essenziale per la salute del discorso pubblico.

Non è nuova, del resto, la tendenza di Musk a intervenire direttamente nel dibattito politico. In Germania, a fine 2023, la piattaforma X ha ospitato contenuti controversi sulla gestione migratoria, amplificati da profili vicini all’estrema destra, con la tacita benevolenza dell’algoritmo. In Italia, Musk ha commentato – con tono critico – decisioni della magistratura, insinuando una indebita rappresentanza della volontà popolare, mancando il requisito della elezione. La sua esposizione non si limita al commento: la piattaforma stessa è il vettore del messaggio. È qui che la distinzione tra medium e messaggio, già teorizzata da McLuhan, si dissolve.

L’idea che ciascun utente sia “media” è una forma di empowerment apparente. In realtà, la capacità di raggiungere un pubblico vasto dipende dalla conformità del contenuto alle logiche

 in Articoli

Immagine: Pifferaio magico

 

 

 


sabato 2 marzo 2024

QUANDO I MEDIA DISTRUGGONO

 Oggi esiste purtroppo nella società «una specie di “denti” che triturano senza pietà, più crudelmente dei denti di leopardo» di cui parlava sant’Ignazio di Antiochia: sono «i “denti” dei media e dei cosiddetti social». Lo ha detto venerdì 23 febbraio 2024 il cardinale cappuccino Raniero Cantalamessa nell’Aula Paolo VI durante la prima predica di Quaresima in preparazione alla Pasqua.

 Attualizzando le parole del vescovo martire Ignazio — «Sono frumento di Dio e [devo essere] macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo» — il predicatore della Casa pontificia ha spiegato che i mezzi di informazione «meritano tutto il rispetto e la stima» quando «rilevano le storture della società o della Chiesa»; mentre non svolgono la loro missione se «si accaniscono contro qualcuno per partito preso, semplicemente perché non appartiene al proprio schieramento». Tutto ciò «con cattiveria, con intento distruttivo, non costruttivo. Povero chi finisce oggi in questo tritacarne, sia egli un laico o un ecclesiastico», ha commentato.

 In questo caso, ha aggiunto Cantalamessa, «è lecito e doveroso far valere le proprie ragioni nelle sedi appropriate, e se ciò non è possibile, oppure si vede che non serve a nulla», non resta a un credente che «unirsi a Cristo flagellato, coronato di spine e a cui hanno sputato addosso». Nella lettera agli Ebrei, ha osservato il porporato, si legge questa esortazione ai primi cristiani che può aiutare in simili occasioni.

 È una cosa «difficile e dolorosa al massimo, soprattutto se ne va di mezzo la propria famiglia naturale o religiosa», ma la grazia di Dio «può fare — e spesso ha fatto — di tutto ciò occasione di purificazione e di santificazione». Si tratta di «avere fiducia che, alla fine, come avvenne per Gesù, la verità trionferà sulla menzogna». E trionferà meglio, «forse, con il silenzio che con le più agguerrite autodifese».

 Un’altra occasione «da non sciupare, se vogliamo essere anche noi “macinati” per
diventare farina di Dio» è quella di  «accettare di essere contraddetti, rinunciare a giustificarsi e volere aver sempre ragione, quando ciò non è richiesto dall’importanza della cosa». O ancora, «sopportare qualcuno, il cui carattere, modo di parlare o di fare ci dà sui nervi, e farlo senza irritarci interiormente, pensando, piuttosto, che anche noi siamo forse per qualcuno una tale persona». Si tratta, ha rilevato il frate minore cappuccino, di due “banchi di prova” significativi soprattutto per quanti lavorano nella Curia romana, «che — ha puntualizzato Cantalamessa — non è una comunità religiosa o matrimoniale, ma di servizio e di lavoro ecclesiale».

 In sostanza, lo scopo finale del lasciarsi “macinare” non è «di natura ascetica, ma mistica; non serve tanto a mortificare sé stessi, quanto a creare la comunione». Si tratta di una verità che ha accompagnato la catechesi eucaristica fin dai primi tempi della Chiesa. Resta esemplare, in proposito, un discorso di sant’Agostino che, sviluppando questo tema, mette in parallelo il processo che «porta alla formazione del pane che è il corpo eucaristico di Cristo e il processo che porta alla formazione del suo corpo mistico che è la Chiesa». Tra i due corpi, quello «eucaristico e quello mistico della Chiesa, non c’è solo somiglianza, ma anche dipendenza». Ed è grazie «al mistero pasquale di Cristo operante nell’Eucaristia, che noi possiamo trovare la forza di lasciarci “macinare”, giorno per giorno, nelle piccole, e a volte nelle grandi, circostanze della vita».

 Il cardinale ha sviluppato il tema delle prediche «Ma voi, chi dite che io sia? (Matteo 16, 15)» partendo dal dialogo tra Cristo e gli apostoli a Cesarea di Filippo. L’interrogativo di Gesù, ha spiegato, non è da prendere «nel senso con cui quella domanda si intende di solito»; come, cioè, se al Signore «interessasse sapere cosa pensa di lui la Chiesa, o cosa i nostri studi di teologia ci dicono di lui». Esso va considerato come va «presa ogni parola uscita dalla bocca di Gesù, e cioè come rivolta, hic et nunc, a chi l’ascolta, singolarmente, personalmente».

 Per realizzare questo esame, ha detto Cantalamessa, viene in aiuto un altro evangelista, Giovanni. Nel suo Vangelo, infatti, «troviamo tutta una serie di dichiarazioni di Gesù, i famosi Ego eimi, “Io Sono”, con i quali egli rivela cosa pensa, lui, di sé stesso, chi dice, lui, di essere: “Io sono il pane della vita”, “Io sono la luce del mondo”, e così via». Il predicatore durante le prediche passerà in rassegna cinque di queste auto-rivelazioni per domandarsi ogni volta se «Egli è davvero per noi quello che Lui dice di essere e come fare perché lo sia sempre di più».

 Sarà un momento, ha aggiunto, «da vivere in modo particolare». Non, cioè, «con lo sguardo rivolto all’esterno, ai problemi del mondo e della stessa Chiesa, come si è costretti a fare in altri contesti, ma con uno sguardo introspettivo», come un «evangelizzarci per evangelizzare, un riempirci di Gesù» per parlarne «per ridondanza d’amore».

 Partendo dalla prima di queste affermazioni del Signore, «Io sono il pane della vita», il predicatore si è domandato: «come e dove si mangia questo pane della vita?». La risposta dei padri della Chiesa, ha sottolineato il porporato, è stata: in due “luoghi” o due modi, «nel sacramento e nella Parola, cioè nell’Eucarestia e nella Scrittura». Ci sono state, ha riconosciuto, «accentuazioni diverse»: qualcuno ha insistito «di più sulla Parola di Dio», mentre altri hanno accentuato «l’interpretazione eucaristica». Nessuno di essi, però, «ha inteso parlare di un modo, con esclusione dell’altro». Si parla della Parola e dell’Eucaristia, come delle «due mense» imbandite da Cristo. E questo è evidente soprattutto nella liturgia, dove «la loro sintesi è stata sempre vissuta pacificamente».

 Proprio partendo da questo, Cantalamessa ha esortato «a fare un passo avanti», che consiste «nel non limitare il mangiare la carne e bere il sangue di Cristo alla sola Parola e al solo sacramento dell’Eucaristia, ma nel vederlo attuato in ogni momento e aspetto della nostra vita di grazia». Gesù, del resto, «è pane di vita eterna non solo per quello che dà, ma anche — e prima di tutto — per quello che è. La Parola e il Sacramento sono i mezzi; vivere di Lui e in Lui è il fine». Tutto il discorso di Gesù, dunque, «tende a chiarire che vita è quella che egli dà: non vita della carne, ma vita dello Spirito», ossia «la vita eterna».

 Fonte: L'Osservatore Romano

lunedì 22 gennaio 2024

MEDIA E GOGNA

I più fragili e la “gogna” dei social 

«Educare tutti alla responsabilità»

 La morte della ristoratrice di Lodi, criticata ferocemente per un post, ha aperto una riflessione sul ruolo dei media. «La bufera online colpisce i più deboli, non i personaggi pubblici»

 Il sociologo Pira: le leggi non hanno dato risultati, serve un cambiamento culturale. La consulente Bonini: attenti a opinioni al limite della violenza

 -         di ELISA CAMPISI

 «Sui social ci sentiamo come James Bond, con la licenza di “uccidere”. Manca un’educazione alla responsabilità». Francesco Pira, professore associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Messina, ha dedicato gran parte delle sue ricerche ai fenomeni di comunicazione online e all’impatto dei nuovi media sulla società. La storia della ristoratrice Giovanna Pedretti, morta suicida pochi giorni fa nel Lodigiano dopo essere stata vittima di feroci critiche sui social, ha reso ancora più urgente un’assenza di riflessione sui rischi della cosiddetta “gogna mediatica”, in particolare per le persone comuni, meno abituate a finire al centro dell’attenzione mediatica. «La bufera social, la cosiddetta shitstorm, fa male a tutti. Un personaggio pubblico sa che fa parte del gioco. La gente comune, invece, una volta che sente lesa la propria dignità fa più fatica a superare questa fase come se nulla fosse. Tutto questo può portare, talvolta, anche a gesti estremi», spiega il sociologo.

 La proiezione psicologica

 In questa, come in altre vicende simili degli ultimi anni, entrano in gioco alcune caratteristiche umane che nei social hanno proliferato: «Tendiamo a creare un io “iperfluido”, che mostri non chi siamo, ma ciò che può piacere agli altri e crea consenso». Succede così che alcuni post possano portare rapidamente alla ribalta chiunque, per poi gettare le stesse persone, soprattutto le più fragili, nella polvere. Lo stesso meccanismo fomenta anche i contenuti di odio: «Si provoca per creare dibattito, interazioni. Si tira fuori il peggio delle persone, ma la colpa non è delle piattaforme. I media diffondono contenuti negativi perché la gente scrive, legge, interagisce su quelli».

 Il web a molti sembra un giardino sicuro, ma poi qualcosa va storto e ci si accorge che non lo è. Il tradimento di cui è stata vittima la ristoratrice è lo stesso che secondo le accuse dei familiari avrebbe travolto l’imprenditore agrigentino Alberto Re, morto lo scorso novembre. Una spietata campagna social, dopo il flop del festival che aveva contribuito a promuovere, l’aveva portato alla disperazione. Il 78enne, responsabile delle pubbliche relazioni della 43esima edizione del Paladino d’Oro Sportfilmfestival, aveva provato a spiegare e rassicurare sui ritorni economici dell’iniziativa, ma poi gli attacchi: «Quanto è costato questo festival? Chi e quanto si è pagato per organizzare questa farsa?», scriveva per esempio un utente su Facebook. Critiche e sfottò che Re, non avvezzo a certe dinamiche, ha preso come attacchi alla sua integrità. Il 22 novembre, dopo aver scritto una lettera ai familiari, si è sparato un colpo di pistola in testa.

 A ottobre era toccato invece al giovane tiktoker bolognese, Vincent Plicchi, in arte Inquisitor Ghost. Logorato, sotto il fango che gli hanno buttato addosso gli haters della rete, il 23enne non ha resistito e si è tolto la vita in diretta social. Secondo il padre Matteo, il figlio sarebbe stato spinto al suicidio da accuse infondate, come quella di pedofilia, create e diffuse proprio per infamarlo.

 Nei suoi video Plicchi indossava una maschera, ma il travestimento nascondeva un ragazzo comune che si è visto messo alla gogna senza un processo. Al di là delle fragilità della vittima di turno, «il problema è che si scrive senza pensare che dietro il nickname c’è una persona reale », spiega ancora il professore.

 Regole, “maschere” e cambiamenti

 Le parole del sociologo fanno eco a quelle di Matteo Mariotti, il ventenne amputato di una gamba dopo l’attacco di uno squalo, che solo pochi giorni fa ha subito l’odio sui social. «Mi tocca tanto la storia di questa signora perché anch’io sono andato vicino alla disperazione — ha detto, commentando le accuse verso Pedretti — . Sono cose pesanti, che andrebbero regolate per legge». Secondo Pira, «le leggi non hanno dato i risultati sperati. Serve un cambiamento culturale». Le persone possono essere spietate. In queste vicende, però, entrano in gioco anche fattori più tecnici, che vanno compresi per non esserne sopraffatti. «Possiamo andare indietro fino al 2016, al caso di Tiziana Cantone. La dinamica è sempre quella — spiega l’esperta di social media Paola Bonini, docente all’Università di Bologna e consulente Rai per i media digitali — . Gli algoritmi assorbono i nostri comportamenti, rilevano gli argomenti che generano interesse. Così un contenuto diventa virale e fa crescere i guadagni che vengono dalle inserzioni pubblicitarie». Cantone si suicidò a 31 anni dopo la diffusione online di un video hot amatoriale e le conseguenti critiche. La vicenda social di Pedretti e il suo debunking, lo smascheramento attraverso le verifiche, probabilmente non meritavano questa visibilità. «Non era una notizia — dice Bonini — . La sua pubblicazione nei media tradizionali ha fatto sentire soltanto alcune persone più legittimate di altre a dare opinioni sbagliate, al limite della violenza».

 

www.avvenire.it

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venerdì 8 dicembre 2023

TORNARE AD EDUCARE

 

Le domande di Gino, le mille ore per rispondere

TORNARE AD EDUCARE, 

ANCHE QUANDO 

SI FA MATEMATICA

 O INGLESE

 

-         di ELENA UGOLINI

 Sedici anni fa un mio ex alunno, Martino, moriva a 15 anni, devastato da una lunga malattia. Lo faceva con un sorriso, davanti alla mamma piegata dal dolore. In quel dramma l’unica immagine che non riuscivo a togliermi dagli occhi era quella di Gesù davanti alla vedova di Naim. Ma com’è possibile dire «donna non piangere!» a una mamma davanti al figlio esangue? Solo l’esperienza che l’ultima parola sulla vita non è la morte può dare questo coraggio. È lo stesso coraggio che abbiamo visto in questi giorni nel papà di Giulia. Con quello che ha detto al mondo ci ha aiutato ad aprire la porta che collega il cielo e la terra. Senza quella porta, di fronte alla violenza che ha dovuto subire Giulia, ogni parola sarebbe inutile, anzi falsa, anzi dannosa. La vita è un mistero di bene e di male ed il confine passa dentro ognuno di noi. Nessuno escluso, ma è possibile cambiare. Non è scontato l’inno alla vita, all’amore, alla possibilità di cambiamento e di costruzione di un modo diverso di trattarsi, che ci ha consegnato Gino nel giorno più buio e più cupo della sua vita. Ed è ancora più incredibile pensare che lo abbia fatto, dopo aver attraversato da pochi mesi, insieme ai suoi figli, un altro dolore immenso, quello della “perdita” della moglie. Quello che ci ha fatto vedere il papà di Giulia è un Altro mondo, in questo mondo. Per questo il suo invito a rompere il cerchio di violenza e di ingiustizia, la sua richiesta di cambiare il modo di trattarci (in famiglia, a scuola, nei media, dappertutto) è credibile e deve diventare l’ipotesi di lavoro della nostra vita, qualunque lavoro facciamo, da qualunque storia e cultura veniamo, qualunque percezione della vita e dell’altra persona possiamo avere. Saremmo ipocriti se pensassimo che la sua proposta sia bella ma impossibile. Se è vero per lui, con quello che lui ha vissuto può essere vero anche per noi. Basta chiederlo.

È così facile minimizzare le violenze, non accettare le sconfitte, avere come chiave del rapporto la pretesa, appropriarci di chi amiamo fino a soffocarlo e distruggerlo. Ogni giorno possiamo “uccidere” chi abbiamo davanti oppure dargli lo spazio per esistere davanti a noi, con noi. Dopo averlo ascoltato ho solo delle domande che vorrei diventassero i capitoli di un nuovo libro da scrivere insieme. Iniziamo in famiglia. Che cosa significa «educare i nostri figli al rispetto di ogni persona, ad una sessualità libera da ogni possesso e all’amore vero che cerca solo il bene dell’altro»? Che cosa vedono i nostri bambini in noi genitori? Qual è il contenuto dei nostri dialoghi, sempre che ci sia un dialogo? Che peso hanno le nostre aspettative, il giudizio senza appello che spesso leggono nei nostri occhi? Proseguiamo a scuola. È giusto continuare a dividere l’istruzione dall’educazione, l’apprendimento dalla relazione? Che cosa accade nelle nostre classi, nelle mille ore all’anno che viviamo insieme ai nostri studenti e ai nostri colleghi? È verissimo: «Abbiamo bisogno di ritrovare la capacità di ascoltare e di essere ascoltati, di comunicare realmente con empatia e rispetto». Com’è possibile farlo insegnando matematica e inglese, leggendo un libro o facendo un esperimento in laboratorio? Come farlo sempre, senza delegare la cura di questa dimensione fondamentale solo ad ore specifiche o a specialisti?

 Ed ora arriviamo ai media e alla sicurezza delle nostre città: «La diffusione di notizie distorte che alimentano un’atmosfera morbosa e comportamenti violenti» non aiuta sicuramente a cambiare il modo di trattarci. Non basta la polizia postale perché una ragazza possa smettere di essere insultata sul web o non bastano le forze dell’ordine perché possa camminare senza paura nelle strade nostre città. Occorre l’attenzione e la cura di tutti. Il tema posto dal papà di Giulia è drammaticamente vero. Ogni rapporto, in qualunque contesto, ad ogni età, o è costruttivo o è distruttivo, o è “educativo” o è “diseducativo”.

 www.avvenire.it

 

giovedì 7 settembre 2023

EROSI DAI MEDIA

LE TRAPPOLE 

DELLA

IPERSUALIZZAZIONE MODERNA

 

L'allusione sessuale è ovunque, il corpo è visto sempre più come oggetto sessuale, la pornografa è facilmente accessibile.

Su internet, tv, cellulari, riviste e pubblicità, la sessualità inscenata è trasgressiva, svincolata dal rapporto d'amore, inappropriata per il pubblico dei più vulnerabili, soprattutto dei minori.

Quali e quanti sono i pericoli nascosti nell'ipersessualizzazione proveniente dalla cultura dominante? Depressioni e ansia, sessismo, impoverimento delle risorse personali e della qualità delle relazioni, nuove dipendenze, assunzione irresponsabile di farmaci, brutalità e perversioni, fino all'abuso sui minori.

La cultura diffusa riconosce la posizione centrale della sessualità nella formazione e nelle dinamiche dello psichismo umano. Perché, allora, chi si occupa di educazione, salute personale e sicurezza sociale non si preoccupa quasi per niente, o almeno non esercita alcun potere, per prevenire, limitare, contenere e gestire l'iperstimolazione sessuale e l'oggettificazione della persona?

Perché l'intera industria mediatica sembra inondare indisturbata il mondo dei bambini e la società tutta con quel genere di materiale?

Un libro che pone quesiti e tenta di elaborare risposte adeguate.


Erosi dai media. Le trappole dell’ipersessualizzazione moderna

di Tonino Cantelmi (Autore), Emiliano Lambiase (Autore), Stefano Lassi (Autore)

Edizione San Paolo

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sabato 29 luglio 2023

COMUNICAZIONE E MEDIA

Nel mondo postmediale l’algoritmo vela la comunicazione

 I media perdono ogni specificità: da un lato crescono velocità e precisione, dall’altro la connessione ai dispositivi sociali avviene tramite processi invisibili


Pubblichiamo ampi stralci dell’articolo di Ruggero Eugeni I media dopo la comunicazione. Algoritmi e condizione postmediale che appare nell’ultimo numero della “Rivista del clero italiano”. Eugeni è professore ordinario di Semiotica dei media presso l’Università Cattolica di Milano, dove dirige l’Alta Scuola in Media, comunicazione e spettacolo. Tra i vari contributi della rivista, diretta da Giuliano Zanchi, l’intervento sul futuro degli atenei cattolici tenuto dal cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del dicastero per la Cultura e l’educazione, a un recente convegno in Cattolica.

- di Ruggero Eugeni

 Alla metà degli anni Ottanta il filosofo francese Félix Guattari osservava che i media stavano cambiando profondamente volto: fenomeni quali l’avvento delle radio libere o quello delle reti telematiche (Guattari segue il caso di Radio Alice a Bologna ed è uno dei primi iscritti al Minitel francese) segnalano la fine dei mass media e lasciano presagire un nuovo tipo di società più reticolare, pluricentrica e orizzontale. Lo studioso parla a questo proposito di una «era postmediale». La morte, avvenuta nel 1992, impedisce a Guattari di vedere lo sviluppo del Web, che diviene per un certo periodo il simbolo più evidente di un utilizzo dei media decisamente alternativo a quello tipico novecentesco.

 Non casualmente qualche anno prima, nel 1984, la Apple aveva lanciato il primo computer domestico Macintosh con un commercial raffigurante un futuro distopico alla Orwell in cui un Grande Fratello utilizza televisione, radio e cinema per guidare masse ipnotizzate, ma la cui immagine sullo schermo viene distrutta da una giovane rivoluzionaria che simboleggia l’inarrestabile avvento dei nuovi media digitali. E nel 2008 lo studioso americano Henry Jenkins potrà esaltare varie forme di collaborazione di utenti che unendosi “dal basso” grazie alla Rete si oppongono con successo al potere delle multinazionali della comunicazione: un caso per tutti, i giovanissimi fan di Harry Potter che hanno la meglio sul tentativo della Warner Bros di bloccare le produzioni amatoriali in base a una antiquata concezione della difesa del copyright. Il ruolo dirompente e rivoluzionario delle nuove tecnologie della comunicazione viene peraltro celebrato nelle primavere arabe tra il 2019 e il 2011, all’interno delle quali gli scambi via social media rivestono un ruolo fondamentale.

 Per Guattari e per vari altri studiosi, l’etichetta “postmedia” rimanda insomma al superamento dei mezzi di comunicazione di massa. Ma Guattari non è il solo a utilizzare questa etichetta. Nel 1999 la studiosa e critica d’arte Rosalind Krauss parla in un influente libretto di post-medium era. La postmedialità possiede però per l’autrice un senso molto differente: Krauss pensa al superamento dell’estetica modernista, che fonda il riconoscimen- to di artisticità di un’opera sulla esibizione dei caratteri materiali del proprio medium: per esempio un quadro astratto esibisce la natura piatta delle forme pittoriche e non cerca di simulare una profondità tridimensionale come fanno le ben più banali immagini figurative. Per Krauss l’utilizzo dei media (per esempio, del video) nel campo artistico costringe a ripensare questo principio e a superare il principio della “specificità mediale” delle arti (...). Altri studiosi, quali Lev Manovich e Peter Weibel, osserveranno di lì a poco che questa nuova fluidità di confini tra media e arte è il segnale di una seconda fluidità di confini tra gli stessi media; e che questa è a sua volta legata all’avvento del digitale con la conseguente “convergenza” di media differenti all’interno del computer come “metamedium”. Il superamento della specificità mediale modernista sarebbe insomma legato al superamento dei media analogici e all’avvento dei media digitali.

 Non è difficile osservare che tutte queste definizioni di postmedialità si muovono all’interno di quella che ho definito la terza fase di sviluppo, quella dei media elettronico-digitali: il superamento dei media cui alludono è la fine dei media otto-novecenteschi, pensati nei termini di un modello di distribuzione verticistico dei segnali legato a ragioni politiche (Guattari), e di una distinzione rigida delle differenti tecnologie coinvolte (Krauss, Manovich, Weibel). Tuttavia, come ho accennato, questa terza fase, pur introducendo trasformazioni profonde negli assetti mediali, non mette in crisi il principio di fondo dei media del passato: la logica è sempre quella di una infrastruttura di circolazione dell’informazione che consenta il dispiegarsi di progetti di comunicazione. Che si tratti di un film, di una conversazione in un social, di una installazione artistica, il flusso dei segnali è funzionale alla manifestazione e alla condivisione di differenti interiorità (oppure alla sua percepita difficoltà o impossibilità). A partire da qui, si comprende come la svolta algoritmica introduce una logica differente e quindi costringe a riformulare la definizione di postmedialità in un senso molto più radicale.

 All’interno della condizione che si è creata negli ultimi quindici anni circa, infatti, l’informazione si affranca dalla comunicazione per sviluppare processi del tutto autonomi di elaborazione automatizzata dei dati (ripulitura, confronto, estrazione, integrazione e fusione, etc.). Certo, a monte di tali processi ci sono dispositivi di rilevazione visuale e sonora simili a quelli dei media: telecamere, microfoni, etc. Tuttavia, essi ricadono ora nella più ampia categoria di sensori; e i sensori possono non essere dispositivi di ripresa tradizionali: per esempio alcuni modelli di telefonini, varie consolle di videogioco, le automobili a guida autonoma utilizzano oggi ampiamente il Lidar, un radar a raggi laser che costruisce una rappresentazione digitale tridimensionale del mondo di tipo non fotografico. E certo, a valle dei processi di elaborazione dei dati ci sono ancora delle immagini: per esempio il mio volto che appare sul mio telefonino e consente eventualmente lo sblocco del dispositivo. Ma anzitutto questa apparizione visuale non è necessaria: se la sliding door in aeroporto riconosce che l’immagine del mio volto è la stessa di quella sul mio passaporto si apre, ma senza che nessuna immagine fisica del mio volto venga manifestata; e poi, una enorme serie di processi resta non visibile e non udibile: per esempio non mi accorgo (se non perché devo dare il mio consenso per il suo utilizzo) che il telefonino ha prelevato l’impronta facciale del mio volto e l’ha trasmessa a una piattaforma social.

 Questo affrancamento dei processi di elaborazione delle informazioni dai processi di comunicazione presenta mi sembra due conseguenze fondamentali (...). In primo luogo, i media continuano a operare come entità socialmente individuabili (il cinema, la radio, la televisione, i nuovi media, etc.), ma in realtà essi fanno ormai parte di una nuova galassia molto più ampia costituita dalla produzione, estrazione, accaparramento, elaborazione, commercio etc. di dati. Questa economia non è del tutto nuova, perché ogni società ha sempre rappresentato se stessa in termini informazionali (di tipo censuario, economico, statistico, etc.). Ciò che oggi cambia e che costituisce una serie di fenomeni inediti è la quantità e quindi il livello di dettaglio dei dati, la velocità con cui essi vengono aggiornati, e l’accuratezza con la quale gli algoritmi utilizzano tali dati per produrre previsioni e ipotesi attendibili sugli andamenti futuri.

 I media insomma perdono la propria specificità e si connettono profondamente da un punto di vista tecnologico e pratico con tutti gli altri ambiti e dispositivi della vita sociale, civile e politica: oggi dobbiamo considerare dispositivi mediali i nostri elettrodomestici “intelligenti”, le automobili e gli altri veicoli a guida autonoma, le telecamere e gli altri apparecchi di sorveglianza, e così via in una lista tendenzialmente infinita. Tutti questi dispositivi seguono infatti la stessa logica: estrazione di dati dal mondo, loro elaborazione e eventualmente loro parziale visualizzazione. In secondo luogo, e di conseguenza, i media non servono più alla comunicazione. Questo non vuole dire che essi non permettano ancora di comunicare; ma il loro obiettivo ultimo è ora differente: il fatto che la elaborazione dell’informazione si sia affrancato della comunicazione ha trasferito il baricentro dei processi mediali dalla trasmissione visibile e udibile di suoni, parole e immagini alla elaborazione non direttamente percepibile dei dati.

 L’informazione non è più l’infrastruttura che permette di comunicare: esattamente all’opposto, è la comunicazione a essere divenuta l’infrastruttura che consente la estrazione di dati e quindi di elementi informazionali. I social media sono un esempio evidente di questo capovolgimento, con la costruzione di reti di relazioni il cui unico fine è la implementazione dei “doppi digitali” degli utenti. Ora, una simile prospettiva potrebbe apparire pessimistica, se non terrorizzante. Ma a ben vedere questa non è l’unica conclusione possibile. La dismissione del legame di dipendenza tra informazione e comunicazione su cui si sono basati i media libera certo le valenze della prima assegnandole un maggiore potere; ma al tempo stesso costringe anche a ripensare la seconda; a interrogarci su cosa intendiamo per “comunicazione” e quanto il modello che abbiamo fin qui seguito non richieda un ripensamento. La datificazione dei processi comunicativi ci spinge insomma a riflettere in termini nuovi su cosa sia la comunicazione, su quali sono i suoi strumenti, per quali ragioni ci sentiamo chiamati a condividere la nostra esperienza, e quali mezzi sono i più indicati per farlo.

Avvenire



sabato 9 aprile 2022

SOCIAL E RISPETTO DEGLI ALTRI


Una nuova campagna
 per 
il rispetto degli altri

 -         di  GIGIO RANCILIO

 «Rispetta chi non la pensa come te». Facile da dire, difficile da fare, soprattutto sui social. Eppure, era il 1973 – quando non esistevano né il web né i social e nemmeno i talk show televisivi – quando la fondazione privata «Pubblicità progresso» lanciò una campagna per promuovere il rispetto dell’opinione altrui. Nei cartelloni in bianco e nero lo slogan «Rispetta chi non la pensa come te» era accompagnato da un disegno che ritraeva un uomo al quale una mano chiudeva la bocca. Sopra c’era la scritta: «Lascia parlare anche chi ha torto. Sei proprio sicuro che ha torto?». Sorvoliamo sul fatto che sarebbe stato meglio il condizionale «abbia torto» e concentriamoci su un punto. Dando per acclarato che la libertà di pensiero e di opinione sono alla base di ogni democrazia, dovremmo chiederci: un invito del genere ha ancora valore oggi? E se sì, ha valore nel digitale e sui social dove (a differenza di quello che ogni tanto crediamo) ci sono una tale varietà di opinioni da darci l’idea di generare più confusione che ricchezza?

Chiunque cerchi di affrontare una discussione sui social su certi temi sensibili ha scoperto sulla propria pelle quanto non solo sia faticoso discutere ma anche quanto siamo spesso impreparati a farlo.

Il filosofo Bruno Mastroianni da anni cerca di insegnare quella che chiama «la disputa felice». E ci avverte: «Tendiamo a giudicare i confronti molto peggio di quanto non siano, perché ci aspettiamo che assumano la forma di relazioni angeliche tra intelletti superiori capaci di fare tutte le mosse adeguate e rispettose per capirsi e trovare una mediazione». Peccato che «ogni tipo di articolazione del dissenso è sempre sbilenca, imperfetta, farraginosa e faticosa».

C’è un altro tassello importante di cui dobbiamo tenere conto e riguarda la moderazione dei contenuti da parte dei social, dei siti e dei forum. Ciò che scriviamo va moderato? E se sì, come?

L’esperto Mike Masnick ci avverte che nella moderazione occorre tenere presenti diversi fattori: «Ci sono problemi legati alla responsabilità legale di ciò che ospitano le piattaforme e i siti, altri che implicano il tentativo di mantenere il confronto vivo e altri ancora che hanno a che fare con quale comunità vogliamo». Poi ci sono quelli convinti che qualsiasi forma di moderazione dei contenuti sia censura o comunque un atto contrario ai principi della libertà di parola. Eppure, secondo Masnick, «la moderazione dei contenuti consente di fatto una maggiore libertà di parola». Possibile? «Un sito web che non ha moderazione dei contenuti e consente a chiunque di pubblicarne si riempirà di spam, cioè di messaggi spazzatura». Nessuno di noi vuole avere i propri spazi inquinati dallo spam «perché è impossibile comunicare quando il confronto è continuamente interrotto e inquinato da certi messaggi». Quindi, secondo Masnick, il punto non è tanto se filtrare i contenuti «ma quali siano i limiti nei quali farlo». Moderare non significa tanto e solo “censurare” «ma rendere le piattaforme e gli spazi digitali più abitabili. Senza la moderazione, le piattaforme sarebbero meno utilizzate e le persone sarebbero meno propense a esprimersi. Molti, infatti, rinunciano ad esprimersi perché non vogliono dover discutere con persone irrispettose, aggressive e ottuse».

 Da quella campagna di Pubblicità progresso sono passati 49 anni, forse è venuto il momento di averne una nuova e aggiornata al digitale. O almeno di discuterne.

www.avvenire.it


giovedì 10 marzo 2022

ADOLESCENTI, COVID e GUERRA


 InAdatti: Covid e adolescenti -Scholas Occurrentes ha voluto parlare di giovani nell’anniversario del lockdown mentre la guerra è entrata nelle case di tutti.

Dai rappresentanti delle istituzioni presenti sono arrivati sostegno e apprezzamento per l’iniziativa: “Il lavoro che stiamo facendo insieme a Scholas attraverso il nostro protocollo sta andando nella giusta direzione, soprattutto in questo momento difficile. Oggi più che mai abbiamo bisogno di solidarietà, vicinanza, condivisione e sostegno, soprattutto per chi è in difficoltà. Credo che il lavoro di istituzioni come Scholas aiuti a guarire le ferite, soprattutto evidenziando il lavoro congiunto con la comunità” ha affermato il ministro della salute Roberto Speranza.

E di un lavoro istituzionale a favore della salute emotiva dei giovani parla il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi: “Credo che il lavoro che stiamo facendo insieme a Scholas sia fondamentale perché è un lavoro che parte dalle persone e, soprattutto, parte dalle difficoltà e dal disagio delle persone e per questo dobbiamo lavorare per ricostruire un senso di comunità.". Di comunità ha anche parlato Elena Bonetti, ministra alle Pari Opportunità e Famiglia: “Noi italiani ci siamo mostrati rispettosi per le regole. Code perfettamente silenziose e distanziate fuori dai supermercati, senza la minima protesta. È scattato quel senso di comunità e le famiglie sono state la rete di tutto questo”.

Di comunità e famiglia, questa volta digitali, nella tavola rotonda moderata da Milly Tucci (Ambassador dell’evento per volontariato) parla Costanza Andreini (Public Policy Manager Meta): “Unire comunità ci unisce alla Fondazione Scholas Occurrentes, noi lo facciamo dal lato digitale - dice - il mio è un invito a riflettere sul fatto che usare i social non significa saperli usare. Meta, infatti, investe nella creazione di consapevolezza e cultura perché i ragazzi vanno accompagnati nell’avventura digitale, non solo per proteggerli ma anche per fornire loro le chiavi di lettura dell’online. Take a break, per esempio è un promemoria che invita a non passare troppo tempo sui social, uno strumento ed un invito alla consapevolezza”.

 La riflessione su giovani e digitale continua con Martina Colasante (Government Affairs & Public PolicyManager Google) che emozionata ricorda il contributo determinante del motore di ricerca nella didattica a distanza, che ha permesso ai giovani di continuare a studiare. “Oggi i più piccoli devono confrontarsi con immagini violente in cui ci sono volti e storie di bambini – precisa – noi responsabilmente, come abbiamo fatto durante la pandemia, cercheremo di contrastare la disinformazione con una strategia che pone in evidenza le fonti autorevoli, quali sono le istituzioni”. La formazione è importante anche per Google che ha creato percorsi per ragazzi, docenti, genitori e nonni allo scopo di aiutarli a sviluppare lo spirito critico: “Mettiamo in grado le persone di saper riconoscere le fonti giuste - conclude Martina Colasante –. Abbiamo anche inventato una sorta di vademecum, distribuito nelle scuole, che aiuta a muovere i primi passi in un mondo in cui l'informazione diventa sempre più complessa”.

 Giacomo Lev Mannheimer di Tik Tok dice che la caratteristica della sua piattaforma è la contaminazione, niente like o follower, e riporta del caso #Bookstock, hashtag che ha prodotto 25 miliardi di visualizzazioni ed ha addirittura attratto l'interesse delle case editrici di libri.

 Derrick de Kerckhove, sociologo esperto del mondo digitale e direttore scientifico di TuttiMedia/MediaDuemila partner dell’evento, parla di tempi interessanti ma difficili da gestire: “Che tu possa vivere in tempi interessanti. Questa antica maledizione cinese trova la sua piena realizzazione nell’oggi, nel terrorismo con la caduta delle torri gemelle a New York City, nella pandemia senza fine con il covid-19 ed ora anche nella minaccia di una guerra nucleare, con allo sfondo una catastrofe ambientale dovuta al cambiamento climatico. È interessante notare che una giovane adolescente, Greta Thunberg, a soli 15 anni è stata capace di accelerare la presa di coscienza globale. L'insicurezza è una delle condizioni più comuni nei giovani, in particolare nelle prime fasi della crescita. In questo contesto particolarmente simbolico puntiamo a soluzioni per capire come evitare o curare i traumi emotivi nelle diverse fasi della crescita, in una società globale”.

 Per Carlo Rodomonti, (marketing strategico e digital Rai Cinema) il disagio giovanile può essere aiutato anche con le produzioni di Rai Cinema che lo raccontano. Gli hikikomori , giovani rinchiusi in se stessi, sono protagonisti di un cortometraggio Rai : “Dare spazio ai racconti di storie complesse - afferma - permette di approfondire le tematiche più nascoste e più complesse della vita”.

 Di televisione occupata dai giovanissimi parla Marco Lanzarone (Rai Kids): “I giovanissimi, parlo dei bimbi fino a 6 anni dopo il 2020 hanno preso possesso del nostro programma attraverso i messaggi che mandavano ai loro cari. Con il Covid abbiamo capito di doverli ascoltare.”

 L’obiettivo della mattinata è stato raggiunto con Alessandra Graziosi (Fondazione Scholas Occurrentes Italia) che ha coinvolto relatori e spettatori in un tempo dedicato allo sguardo e allo stupore abbiamo condiviso le parole di dice Josè Maria Del Corral, direttore mondiale di Scholas Occurrentes direttore mondiale di Scholas Occurrentes: "I giovani sono diventati i nuovi veterani di guerra. Perché hanno appena combattuto una pandemia e adesso si trovano ad affrontare una nuova minaccia. Ecco perché in questo anniversario speciale vogliamo far capire le ricadute di questi avvenimenti sulla sfera emotiva dei giovani. Fino ad ora nessuno ha associato la pandemia e la guerra”.

L'iniziativa è stata organizzata grazie al sostegno e alla collaborazione con Osservatorio TuttiMedia.

Per vedere altra volta la diretta:

https://www.youtube.com/watch?v=6gttJabHYcU

Per maggiori informazioni:

redazione@mediaduemila.com

virginia.priano@scholasoccurrentes.org

sabato 12 febbraio 2022

SOCIAL MEDIA: USO ED ABUSO


STARE SUI SOCIAL 
CON STILE CRISTIANO

-Un libro del direttore dell'Ufficio nazionale per le Comunicazioni Sociali della CEI, Vincenzo Consolo,  si sofferma sul rapporto tra fede e comunicazione digitale. Nel volume anche un decalogo sul buon uso dei social media.

                                -         di Alessandro Gisotti

-          - I social media sono ormai una dimensione importante nella vita di buona parte dell’umanità, specialmente delle nuove generazioni. Sono “parte di noi” e non più solo un elemento accessorio della nostra esistenza. Tuttavia, quanto conosciamo veramente questo “nuovo continente”? Digitale, certo, ma non per questo meno reale di quelli presenti sulle mappe geografiche. E quale contributo possono offrire i cristiani per rendere più umano, più fraterno, questo spazio di connessioni e di relazioni? Sono alcuni degli interrogativi da cui muove la riflessione di Vincenzo Corrado affidata al suo nuovo libro “Social Media: Uso o Ab-Uso. Una comunicazione dal cuore cristiano”. (Libreria Editrice Vaticana, pp. 92 10 Euro). Nel volume, il direttore dell’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della CEI si confronta con alcuni degli snodi più rilevanti legati alla comunicazione digitale sottolineando fin dalle prime pagine che i social network vanno compresi in una dimensione vitale.

“L’esistenza umana, infatti – scrive Corrado – si svolge in questo ambiente, che non è qualcosa di altro, ma appartiene alla nostra stessa umanità, a tal punto che ogni uso e abuso ha una valenza fortemente esistenziale”. Al centro del volume, osserva nella prefazione il sociologo Riccardo Prandini, è “lo stile di vita cristiana” che, secondo l’autore del libro, dovrebbe “fare la differenza” nel come vengono usati, anzi abitati i social media. Corrado “dialoga” con i due Papi, Benedetto XVI e Francesco, che si sono confrontati con la rivoluzione dei social media riprendendo alcuni passaggi particolarmente significativi dei loro Messaggi per le Giornate Mondiali delle Comunicazioni Sociali. Inoltre condivide (e commenta) alcuni spunti di riflessione sul tema sollevati da mass mediologi, filosofi, antropologi e personalità ecclesiali. Un capitolo è dedicato ad un utile ed efficace decalogo, che supera la separazione che per anni ha contraddistinto il dibattito pubblico tra online e offline. Ormai il primo mondo trabocca nel secondo e “l’esperienza di vita è unica, in strada e in Rete”. Non a caso, si è fatto strada il concetto e il neologismo onlife.

Data questa fondamentale premessa, l’ex direttore dell’agenzia SIR invita il lettore a non approcciarsi ai social con le logiche degli influencer, a puntare alla edificazione della comunità più che alla divisione in tifoserie. Ancora, sottolinea l’importanza del linguaggio e della ricchezza della propria identità, originalità e spiritualità che vanno custodite e valorizzate anche nell’agorà digitale. Gli ultimi due “comandamenti” di questo decalogo sono dedicati all’educazione e alla formazione perché, sottolinea Corrado, “abitare i social significa studiarli”. D’altro canto, soggiunge, “comunicare è anche formare: le coscienze, le esperienze, le generazioni, le menti”. La parte conclusiva del volume è dedicata in special modo all’aspetto pastorale e allo stile missionario che i cristiani sono chiamati a testimoniare nella Rete. La “Chiesa in uscita” di cui parla il Papa deve essere modello (e pungolo) anche per l’impegno dei fedeli nel dare linfa alle piattaforme tecnologiche, perché siano reti di persone e non di fili, spazi comunitari e non strumenti di separazione. Per l’autore del libro, bisogna “prendere atto che l’uso dei nuovi media è ormai imprescindibile per la Pastorale e l’opera di evangelizzazione”. Al cuore della questione - ancor più in un tempo segnato dalla pandemia e dal conseguente “distanziamento sociale” - c’è il tema della persona e delle relazioni. “La relazionalità della fede – annota Vincenzo Corrado – è accoglienza del dono della vita come unità nella storia della salvezza”. Dono che si può generare anche nelle reti sociali se abbiamo la forza e la creatività, in sintesi uno “stile cristiano”, per promuovere una comunicazione che conduce all’incontro con l’altro.

Vatican News

Consolo, "Social Media: Uso o Ab-Uso. Una comunicazione dal cuore cristiano”. (Libreria Editrice Vaticana, pp. 92 10 Euro)