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sabato 11 luglio 2026

LE ARGINUSE

 


La commissione Covid 

il processo 

delle Arginuse



-di Giuseppe Savagnone 

Chi ben comincia…

Giorgia Meloni l’aveva promesso nelle dichiarazioni programmatiche rese in Parlamento, dopo aver giurato da presidente del Consiglio: si sarebbe dovuto «fare chiarezza su quanto avvenuto durante la gestione della crisi pandemica: lo si deve a chi ha perso la vita e a chi non si è risparmiato nelle corsie degli ospedali, mentre altri facevano affari milionari con la compravendita di mascherine e respiratori». Una denuncia di oscure responsabilità non rilevate dall’autorità competente – nello Stato di diritto, la magistratura – e che il nuovo governo si impegnava a smascherare e perseguire a livello politico.

E la promessa è stata mantenuta con la legge n.22 del 5 marzo 2024, che ha istituito la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid-19, il cui compito era «di valutare la prontezza, l’efficacia e la resilienza» delle «misure adottate per prevenire, contrastare e contenere l’emergenza sanitaria causata dalla diffusione del virus SARS-CoV-2 nel territorio nazionale».

Fin dall’inizio è stato chiaro che si trattava di un percorso che, proprio perché affidato alla politica, non godeva dei caratteri di oggettività che, almeno in linea di principio, caratterizzano i procedimenti giudiziari. Già il fatto che la presidenza e la vicepresidenza della Commissione fossero affidate a due esponenti del partito che aveva promosso l’inchiesta –  il senatore Lissei e l’on. Ciancitto, entrambi di FdI –  escludeva il Movimento 5 Stelle e Italia Viva, che, pur presenti, non hanno partecipato al voto, e il Partito Democratico, Avs e Azione, che in una prima fase non hanno neppure voluto prendere parte ai lavori della Commissione.

E infatti, secondo la presidente dei deputati del Pd Chiara Braga, quello che nasceva era «un tribunale politico che le forze di governo intendono utilizzare a proprio piacimento per colpire le opposizioni con sentenze già scritte». Da parte sua, Andrea Grisanti, senatore del Pd ma anche Direttore del Dipartimento di microbiologia all’Università di Padova osservava: «Questa commissione non ha né le competenze tecniche né l’autorevolezza e la credibilità per giungere a nessuna conclusione. (…).  Lì dentro non c’è nessuno che capisce nulla di microbiologia o di epidemiologia».

Reciproche accuse

Non c’è da stupirsi se i lavori della Commissione sono stati segnati da un clima di scontro culminato, l’8 giugno scorso, con la rottura dei rappresentanti dell’opposizione: «Siamo stati costretti ad abbandonare i lavori odierni della Commissione d’inchiesta sul Covid perché Fratelli d’Italia ha superato una linea rossa. Il presidente della Commissione Lisei, senatore del partito della premier Meloni, ha delegato consulenti della Commissione a effettuare interrogatori di semplici cittadini in un commissariato di polizia (…). Alle nostre proteste, Fratelli d’Italia ha risposto che la delega sarebbe stata decisa in un Ufficio di Presidenza della stessa Commissione. Fatto mai avvenuto, perché in UdP non si è mai tenuto un voto sulla delega a soggetti esterni. L’attività dei parlamentari risulta peraltro non delegabile e di conseguenza sia la delega che le attività svolte risultano nulle e illegittime».

Lo scontro si è trasferito, il 10 giugno, nell’aula della Camera. «Gli italiani devono sapere come erano stati spesi i loro soldi mentre erano chiusi in casa», ha detto la deputata di Fratelli d’Italia, Alice Buonguerrieri. E ha accusato Conte, perché, ha detto, «non ha ancora avuto il coraggio di venire a riferire sulla sua gestione nella commissione d’inchiesta Covid»

Il punto era che per essere ascoltato come testimone, il leader 5 stelle avrebbe dovuto dimettersi da membro della Commissione. Avuta la garanzia di rientro dopo l’audizione, si è detto dispostissimo – confermandolo anche con una lettera ufficiale – a rispondere a tutte le domande, per poter smentire quelle che a suo giudizio sono accuse del tutto false. Anche se i partiti e i giornali di destra hanno ignorato questa svolta, continuando a sostenere che l’ex premier rifiutava di farsi interrogare.

Le zone d’ombra

Che ci siano state delle zone d’ombra nella gestione della pandemia è molto probabile. L’Italia era il primo paese occidentale a esserne colpito, e in una forma devastante che ha messo a nudo dei vuoti e costretto a provvedimenti di emergenza, inevitabilmente soggetti a valutazioni contrastanti.

Significativa l’ambivalenza della valutazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). In un primo momento, nell’aprile del 2020, il giudizio era pienamente positivo e indicava quello italiano come un «modello»

Poco dopo, però, nel maggio dello stesso anno, un rapporto della stessa OMS, redatto sotto la direzione del ricercatore Francesco Zambon, definiva la risposta dell’esecutivo alla diffusione del virus «improvvisata e caotica», denunciando l’assenza, in Italia, di un piano pandemico aggiornato dal 2006. Nell’aprile del 2021, tuttavia, il rapporto veniva ritirato perché, secondo il portavoce dell’OMS «pubblicato prematuramente (…) con dati e informazioni che non erano stati verificati e contenevano inesattezze e incongruenze». E il giudizio dei vertici dell’OMS confermava la sua approvazione all’operato del governo italiano.

Forse era a partire dal rapporto Zambon che si sarebbe potuta avviare una seria indagine   critica. Ma essa avrebbe messo in luce che la causa remota, su cui si erano inserite le inadeguate risposte alla crisi, era la mancata elaborazione di un piano pandemico, che risaliva a molto prima del governo Conte e coinvolgeva tutti gli esecutivi, anche di destra, succedutisi dopo quella data.

Questo probabilmente spiega perché la maggioranza della Commissione abbia preferito puntare la sua attenzione su alcuni «fatti inquietanti», denunciati da Fratelli d’Italia con grande clamore in una conferenza stampa, relativi a un quantitativo enorme di mascherine acquistate dalla Cina per il prezzo esorbitante di un miliardo e duecentomila euro – il quadruplo del prezzo reale – e rivelatesi prive dei requisiti necessari a renderle effettivamente protettive. Uno spreco pauroso del denaro pubblico e soprattutto, un cinico attentato alla salute degli ignari utenti.

Una denunzia gravissima ripresa, nelle scorse settimane, da tutti i giornali di destra, che vi hanno dedicato quasi quotidianamente le loro prime pagine, attaccando con toni violentissimi i responsabili di allora, primi fra tutti il presidente del Consiglio Conte e il commissario da lui nominato, Arcuri.

Dati di fatto e processo mediatico

Ero anch’io molto impressionato da questa rivelazione, finché non mi sono imbattuto nell’articolo intitolato «Mascherine e bufale», a firma di Ermes Antonucci, pubblicato l’8 luglio scorso su un giornale sicuramente non sospetto di essere “di sinistra”, «Il Foglio», dove si dice senza mezzi termini che «le carte smentiscono le accuse».

 «“Mascherine farlocche, pericolose per la salute e pagate il quadruplo del prezzo dovuto”. È questa una delle tante accuse al centro della campagna messa in piedi nelle ultime settimane da Fratelli d’Italia, tramite la commissione d’inchiesta Covid e con il sostegno dei media di area centrodestra, contro l’ex commissario all’emergenza Coronavirus Domenico Arcuri e l’ex premier Giuseppe Conte, che istituì la struttura commissariale nel marzo 2020. Peccato che questa accusa, carte alla mano, sia completamente infondata».

Cito solo qualche passaggio della ricostruzione fatta da Antonucci, molto puntuale e assai più analitica di quanto qui si possa riportare: «L’accusa si basa sul fatto che una parte delle mascherine (circa 100 milioni) venne sequestrata dalla procura di Gorizia su richiesta della Guardia di finanza (…). Sequestro però annullato dal Tribunale del Riesame che sottolineò come le mascherine avessero ottenuto la valutazione positiva dell’Inail». 

Peraltro, fa notare il giornalista, fin dall’inizio «più della metà delle mascherine (460 milioni) fu ritenuta in regola e quindi distribuita».

«Falsa anche l’accusa rivolta ad Arcuri di aver acquistato le mascherine a un prezzo superiore a quello di mercato». Affermazione ancora una volta rigorosamente documentata dall’autore dell’articolo.

Personalmente non sono un fan di Conte e meno che mai del Movimento 5 Stelle, al cui populismo ingenuo e sfrenato attribuisco la responsabilità di avere contribuito in modo consistente all’imbarbarimento dello stile politico nel nostro Paese. E non escludo affatto che l’allora presidente del Consiglio, nel gestire la lotta contro il Covid, abbia fatto degli errori, magari quelli di cui si parlava nel rapporto dell’OMS poi un po’ misteriosamente ritirato.

Ma, se i dati riportati dal «Foglio» sono veri – e, fino a prova contraria, non ho motivo di dubitarne – quella in atto è una vera e propria campagna diffamatoria nei confronti di un “imputato” che non può difendersi, come avviene sempre quando il processo non si svolge, come dovrebbe, secondo le regole del diritto, ma assume i toni di un linciaggio mediatico.

E quanto, in questa campagna, l’intento di incitare l’odio della piazza prevalga sulla ricerca della verità, lo conferma il fatto che, anche di fronte ai dati esposti nell’articolo del «Foglio» i quotidiani di destra hanno continuato a sostenere imperterriti la loro versione, senza neppure curarsi di contestarli.

E dire che proprio la destra ha sempre denunziato, con ragione, questa perversione della giustizia, attribuendone la colpa ad una magistratura troppo precipitosa e aggressiva nell’additare “colpevoli”, abbandonandoli poi al massacro dei social. In questo caso non ci sono neppure le garanzie che, comunque, il sistema giudiziario offre. Sono dei politici ad accusare un loro avversario, spalleggiati dalla stampa della loro fazione.

Il processo delle Arginuse

Anche a prescindere dalla poca consistenza delle accuse, colpisce, in questa vicenda, il clima inquisitorio in cui fin dall’inizio questa indagine è nata. La ricerca dei «colpevoli» è stata condotta da una parte politica nei confronti di un precedente governo che – quali che siano state le sue colpe e i suoi errori – ha dovuto fronteggiare una crisi sanitaria del tutto inedita e gravissima, che colpiva l’Italia prima di tutti gli altri Paesi dell’Occidente, ed è riuscito a farlo ottenendo, alla fine, come si è detto, un attestato di apprezzamento da parte dell’OMS. Su questo neppure una parola da parte dei “giudici”.

Torna alla mente un episodio della storia antica, la battaglia delle Arginuse (406 a.C.), in cui la flotta ateniese aveva sconfitto quella spartana. A causa di una tempesta, i comandanti della flotta, però, non recuperarono i naufraghi. Per questo, dopo i primi festeggiamenti, ad Atene scoppiò l’ira popolare, anche per l’intervento di abili demagoghi che la alimentarono, facendo dimenticare le circostanze eccezionali in cui l’abbandono era avvenuto e i meriti dei generali vittoriosi.  Durante il processo sommario che ne seguì, Socrate fu l’unico membro del collegio dei pritani a rifiutarsi di mettere al voto la condanna. Ma ciò non impedì che essa fosse pronunziata e che gli strateghi fossero giustiziati.

Con l’aggravante, nel nostro caso, di una gestione corale da parte della maggioranza di governo e dei mezzi d’informazione ad essa collegati, volta a “processare” un leader dell’opposizione in prossimità delle prossime elezioni.

Ancora una volta, come per la riforma della giustizia, si ha l’impressione di un braccio di ferro in cui chi ha avuto più voti crede di poter tirare per la propria strada, anche a costo di spaccare il Paese, e chi ne ha avuti di meno rivela a sua volta l’incapacità di proporre un dialogo costruttivo, invece che un puro e semplice rifiuto.

Se la qualità di una democrazia è di dare spazio a tutte le voci, attraverso un dialogo rispettoso dei diversi punti di vista, per la costruzione del bene comune di tutti, non c’è da stupirsi che tanti italiani esprimano la loro disaffezione alla nostra smettendo perfino di andare a votare.

www.tuttavia.eu

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giovedì 11 giugno 2026

CALANO LE COMPETENZE

 

NON DIAMO 

LA COLPA

 AL COVID


Scuola, competenze alfabetiche in continuo calo: lo dicono le prove Invalsi.

Milano, i dati di Openpolis mostrano un livello sempre più ridotto

 per gli studenti lombardi

Competenze alfabetiche in calo negli ultimi cinque anni e, in alcuni capoluoghi lombardi, anche rispetto agli ultimi dieci anni: una zavorra per le migliaia di studenti e studentesse che, anche in Lombardia, si apprestano a sostenere le prove di maturità. Un passaggio fondamentale che va oltre il semplice rendimento scolastico, come evidenziato da Openpolis – con i bambini, che ha rielaborato i dati Istat (legati al punteggio medio ottenuto dagli studenti a cui sono stati somministrati i test Invalsi al termine del primo ciclo, che si riverberano, poi, sugli anni successivi).

Le prove Invalsi fanno emergere i profondi divari esistenti tra gli studenti

Valutare il livello delle competenze raggiunte infatti rappresenta un indicatore importante su almeno due fronti. Da un lato, avere un livello di competenze adeguato è fondamentale per i ragazzi, non solo per il prosieguo del loro percorso formativo e professionale ma anche per partecipare pienamente alla vita democratica del paese. Dall’altro, si tratta anche di un momento per riflettere su quanto il sistema educativo italiano nel suo complesso sia in grado di trasferire ai propri studenti le competenze di base necessarie, soprattutto in un contesto sociale ed economico sempre più segnato dall’innovazione tecnologica.

L’analisi di Openpolis

Cosa emerge dall’analisi? Se guardiamo al quinquennio 2019-2024, in tutti i capoluoghi lombardi il livello di competenza alfabetica si è ridotta. Mantova risulta, in particolare, tra i capoluoghi con il gap più elevato, perché si è passati da un punteggio medio di 208 a 192,9 (-15,1 punti). Anche Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Monza e Sondrio hanno visto un calo tra i 6 e i 7 punti percentuali.

Se ampliamo lo sguardo al decennio, nel confronto 2014-2024 si conferma un calo di competenze a Brescia, Cremona, Mantova, Sondrio. Anche le rilevazioni delle prove Invalsi, in particolare per quanto riguarda le competenze alfabetiche, ci dicono non si è ancora tornati ai livelli pre-Covid; anzi, il risultato del 2025 ha fatto registrare una preoccupante inversione di tendenza rispetto all’anno precedente in cui si era invece assistito a un parziale recupero. In Lombardia, ad esempio, alle medie gli studenti che raggiungono i traguardi previsti in italiano sono il 63%, dieci punti percentuali in meno rispetto al 2019; in matematica, nello stesso periodo, si è passati dal 71% al 64%. Se da un lato quindi è in netto miglioramento la quota di abbandoni scolastici, non stanno diminuendo gli studenti che arrivano in quinta superiore con competenze inadeguate (dispersione implicita).

La colpa non è della pandemia e del lockdown

"Innanzitutto – spiega Paolo Barabanti, docente dell’Università Cattolica e ricercatore Invalsi – le competenze alfabetiche misurate dalle prove Invalsi sono solo una parte delle competenze alfabetiche nel loro complesso. L’Invalsi, ad esempio, non valuta la scrittura, per cui i dati vanno letti tenendo presente di cosa stiamo parlando. Chiaro che i dati che abbiamo a disposizione ci dicono che c’è un calo, ma oggi possiamo dirlo con certezza proprio perché lo stiamo misurando. Anche vent’anni fa se ne parlava, ma solo a livello di percezione. Oggi abbiamo dei dati”. In quest’ottica, non si può imputare ogni colpa alla pandemia ed al lockdown. “Dopo sei anni, non possiamo più usare la pandemia come alibi. Piuttosto, quel periodo ha accelerato una dinamica già in corso, ma il problema è più complesso”. Tra le ragioni, ci sono anche motivi socio-economici, che condizionano l’andamento scolastico degli studenti a partire dalla scelta della scuola superiore. “Ribalterei, però, la questione. Ormai è assodato che lo stato socio-economico delle famiglie impatta sul percorso scolastico e poi lavorativo dei figli. Il problema, però, non è che chi vive in condizione di maggior benessere, economico e culturale, aiuti i propri ragazzi. Il problema è, semmai, che lo Stato dovrebbe intervenire per creare condizioni di equità anche nelle famiglie dove il benessere è minore”.

IL GIORNO

 

martedì 30 agosto 2022

COVID-19 . IL VADEMECUM 2022-23

 
Covid-19, inviato alle scuole il vademecum con le indicazioni per l'avvio dell'anno scolastico 2022/2023

Il Ministero dell’Istruzione ha inviato oggi alle scuole un vademecum con le principali indicazioni per il contrasto della diffusione del Covid-19 in ambito scolastico in vista dell'avvio dell'anno 2022/2023.

Il testo sintetizza i documenti elaborati dall'Istituto superiore di sanità nelle scorse settimane, già inviati alle scuole e ai loro dirigenti, e la normativa vigente.

Il vademecum contiene, in particolare, una sezione con le principali domande e risposte sulla gestione dei casi di positività, la didattica digitale integrata, gli alunni fragili, in risposta alle domande pervenute ad oggi dalle scuole.

Resta sempre attivo, poi, per ogni richiesta di chiarimento, il servizio di help desk amministrativo contabile, canale ufficiale di assistenza, consulenza e comunicazione fra l'Amministrazione e le Istituzioni scolastiche.


 

giovedì 10 marzo 2022

ADOLESCENTI, COVID e GUERRA


 InAdatti: Covid e adolescenti -Scholas Occurrentes ha voluto parlare di giovani nell’anniversario del lockdown mentre la guerra è entrata nelle case di tutti.

Dai rappresentanti delle istituzioni presenti sono arrivati sostegno e apprezzamento per l’iniziativa: “Il lavoro che stiamo facendo insieme a Scholas attraverso il nostro protocollo sta andando nella giusta direzione, soprattutto in questo momento difficile. Oggi più che mai abbiamo bisogno di solidarietà, vicinanza, condivisione e sostegno, soprattutto per chi è in difficoltà. Credo che il lavoro di istituzioni come Scholas aiuti a guarire le ferite, soprattutto evidenziando il lavoro congiunto con la comunità” ha affermato il ministro della salute Roberto Speranza.

E di un lavoro istituzionale a favore della salute emotiva dei giovani parla il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi: “Credo che il lavoro che stiamo facendo insieme a Scholas sia fondamentale perché è un lavoro che parte dalle persone e, soprattutto, parte dalle difficoltà e dal disagio delle persone e per questo dobbiamo lavorare per ricostruire un senso di comunità.". Di comunità ha anche parlato Elena Bonetti, ministra alle Pari Opportunità e Famiglia: “Noi italiani ci siamo mostrati rispettosi per le regole. Code perfettamente silenziose e distanziate fuori dai supermercati, senza la minima protesta. È scattato quel senso di comunità e le famiglie sono state la rete di tutto questo”.

Di comunità e famiglia, questa volta digitali, nella tavola rotonda moderata da Milly Tucci (Ambassador dell’evento per volontariato) parla Costanza Andreini (Public Policy Manager Meta): “Unire comunità ci unisce alla Fondazione Scholas Occurrentes, noi lo facciamo dal lato digitale - dice - il mio è un invito a riflettere sul fatto che usare i social non significa saperli usare. Meta, infatti, investe nella creazione di consapevolezza e cultura perché i ragazzi vanno accompagnati nell’avventura digitale, non solo per proteggerli ma anche per fornire loro le chiavi di lettura dell’online. Take a break, per esempio è un promemoria che invita a non passare troppo tempo sui social, uno strumento ed un invito alla consapevolezza”.

 La riflessione su giovani e digitale continua con Martina Colasante (Government Affairs & Public PolicyManager Google) che emozionata ricorda il contributo determinante del motore di ricerca nella didattica a distanza, che ha permesso ai giovani di continuare a studiare. “Oggi i più piccoli devono confrontarsi con immagini violente in cui ci sono volti e storie di bambini – precisa – noi responsabilmente, come abbiamo fatto durante la pandemia, cercheremo di contrastare la disinformazione con una strategia che pone in evidenza le fonti autorevoli, quali sono le istituzioni”. La formazione è importante anche per Google che ha creato percorsi per ragazzi, docenti, genitori e nonni allo scopo di aiutarli a sviluppare lo spirito critico: “Mettiamo in grado le persone di saper riconoscere le fonti giuste - conclude Martina Colasante –. Abbiamo anche inventato una sorta di vademecum, distribuito nelle scuole, che aiuta a muovere i primi passi in un mondo in cui l'informazione diventa sempre più complessa”.

 Giacomo Lev Mannheimer di Tik Tok dice che la caratteristica della sua piattaforma è la contaminazione, niente like o follower, e riporta del caso #Bookstock, hashtag che ha prodotto 25 miliardi di visualizzazioni ed ha addirittura attratto l'interesse delle case editrici di libri.

 Derrick de Kerckhove, sociologo esperto del mondo digitale e direttore scientifico di TuttiMedia/MediaDuemila partner dell’evento, parla di tempi interessanti ma difficili da gestire: “Che tu possa vivere in tempi interessanti. Questa antica maledizione cinese trova la sua piena realizzazione nell’oggi, nel terrorismo con la caduta delle torri gemelle a New York City, nella pandemia senza fine con il covid-19 ed ora anche nella minaccia di una guerra nucleare, con allo sfondo una catastrofe ambientale dovuta al cambiamento climatico. È interessante notare che una giovane adolescente, Greta Thunberg, a soli 15 anni è stata capace di accelerare la presa di coscienza globale. L'insicurezza è una delle condizioni più comuni nei giovani, in particolare nelle prime fasi della crescita. In questo contesto particolarmente simbolico puntiamo a soluzioni per capire come evitare o curare i traumi emotivi nelle diverse fasi della crescita, in una società globale”.

 Per Carlo Rodomonti, (marketing strategico e digital Rai Cinema) il disagio giovanile può essere aiutato anche con le produzioni di Rai Cinema che lo raccontano. Gli hikikomori , giovani rinchiusi in se stessi, sono protagonisti di un cortometraggio Rai : “Dare spazio ai racconti di storie complesse - afferma - permette di approfondire le tematiche più nascoste e più complesse della vita”.

 Di televisione occupata dai giovanissimi parla Marco Lanzarone (Rai Kids): “I giovanissimi, parlo dei bimbi fino a 6 anni dopo il 2020 hanno preso possesso del nostro programma attraverso i messaggi che mandavano ai loro cari. Con il Covid abbiamo capito di doverli ascoltare.”

 L’obiettivo della mattinata è stato raggiunto con Alessandra Graziosi (Fondazione Scholas Occurrentes Italia) che ha coinvolto relatori e spettatori in un tempo dedicato allo sguardo e allo stupore abbiamo condiviso le parole di dice Josè Maria Del Corral, direttore mondiale di Scholas Occurrentes direttore mondiale di Scholas Occurrentes: "I giovani sono diventati i nuovi veterani di guerra. Perché hanno appena combattuto una pandemia e adesso si trovano ad affrontare una nuova minaccia. Ecco perché in questo anniversario speciale vogliamo far capire le ricadute di questi avvenimenti sulla sfera emotiva dei giovani. Fino ad ora nessuno ha associato la pandemia e la guerra”.

L'iniziativa è stata organizzata grazie al sostegno e alla collaborazione con Osservatorio TuttiMedia.

Per vedere altra volta la diretta:

https://www.youtube.com/watch?v=6gttJabHYcU

Per maggiori informazioni:

redazione@mediaduemila.com

virginia.priano@scholasoccurrentes.org

mercoledì 26 gennaio 2022

INSICUREZZA SOCIALE A TUTTO SPIANO


INSICUREZZA SOCIALE: ANTIPOLITICA e ANTISCIENZA

- La fiducia verso ricerca e istituzioni recupera terreno. Ma, tra terrapiattisti e no-vax, resta una base di ostilità che affonda le radici nella crisi delle relazioni e nella fragilità economica.

- I dati sulla crescita delle disuguaglianze e della povertà, nonché quelli sulla situazione occupazionale, sono una spia da non sottovalutare come agenti che generano ansia e sfiducia I nostri sentimenti e comportamenti dipendono prevalentemente dal contesto in cui siamo immersi e dal modello di sviluppo di riferimento -


Cosa dicono le ricerche più recenti sull’ondata di irrazionalità

 

 

La situazione sociale del Paese sembra essere caratterizzata da un trend di “tecno-fobia” e sfiducia, frammisto a convinzioni di tipo cospirazionista. L’ultimo rapporto del Censis, ad esempio, ha messo in luce che il 6% di italiani ritiene che il Covid non esista, l’11% che il vaccino sia inutile e inefficace, il 31% che si tratti di un farmaco sperimentale cui i cittadini vengono sottoposti come cavie, mentre il 13% pensa che la scienza produca più danni che benefici. Secondo il 40% degli intervistati si sta andando verso «una sostituzione etnica» guidata da «opache élite globaliste», per il 6% la terra è piatta, per il 20% il 5G è uno strumento inventato per controllare le persone ed il 46% giudica negativamente il ruolo degli esperti nella comunicazione pubblica. Un mix di sentimenti antiscientifici che ha indotto il Censis a parlare di un’ondata di irrazionalità e di ripresa di «superstizioni premoderne», una sorta di sonno della ragione e di «fuga nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico». Questa lettura trova riscontro in altri dati e ricerche, anche precedenti al Covid e poco noti ai più, da cui risultano analoghe tendenze di ripresa dell’irrazionale rispetto al razionale. Ad esempio, il recente studio della Accademia delle Scienze statunitense, secondo il quale il linguaggio dei libri pubblicati in lingua inglese e spagnola tra il 1850 ed il 2019 registra fino al 1980 un aumento costante dei termini associati alla razionalità, e da quel decennio in poi una inversione di tendenza ed un aumento di vocaboli legati alla sfera dei sentimenti e delle credenze irrazionali. Distinguendo i testi analizzati tra fiction e nonfiction, l’irrazionale mostra di essere più presente nella pubblicistica fiction, la quale a sua volta cresce di peso nel complesso dei volumi pubblicati (dal 5% al 35% dal 1975 in poi). Gli analisti dello studio collegano questo trend allo stallo della crescita economica dopo la ricostruzione post-bellica a fine anni 70, allo sviluppo dei social media ed alla crisi economica del 2008. I l collegamento tra sfiducia nella scienza e tendenza ad abbracciare teorie antiscientifiche e magiche, da un lato, e comunicazione social, dall’altro, ricorre sempre più frequentemente nelle analisi anche italiane. 

Ad esempio, lo studio promosso da due università romane assieme alla Fondazione Mesit, e pubblicato a gennaio 2022, segnala il raddoppio del numero degli utenti ostili al vaccino anti Covid presenti sui social nella seconda metà del 2021. E sono numerosi i testi di filosofia della comunicazione e della scienza e di bioetica apparsi negli ultimi anni che indicano le colpe della comunicazione pubblica, sia quella degli scienziati che quella dei politici e della stampa, sostenendo che l’informazione, anche quella scientificamente fondata, non sempre produce una reale comprensione e una reale condivisione di idee, opinioni e dati scientifici, contribuendo così facendo a minare la “fiducia epistemica” in chi è deputato a ricercare le soluzioni migliori per la vita collettiva dal punto di vista scientifico. 

Molto inferiore è invece l’attenzione dedicata agli altri due elementi dello stallo e delle crisi economiche. Rispetto a questo complesso di questioni, non va innanzitutto dimenticato che molte ricerche certificano la presenza di livelli di apprezzamento generale verso la scienza diffusi ed elevati. Per citare una delle ricerche italiane più recenti, quella condotta dal Cnr tra il 9 ed il 14 marzo 2020 segnala livelli di fiducia negli scienziati molto alti, visti come la fonte più affidabile dal 93% degli intervistati (più o meno quanti coloro che hanno aderito alla campagna vaccinale nell’ultimo anno), seguiti dai siti internet ufficiali (89,6%). Ed anche la fiducia nelle istituzioni rispetto alle misure di contrasto contro la diffusione del virus risulta nello studio Cnr particolarmente alta (75%), così come quella nelle autorità pubbliche competenti. L’indagine rileva addirittura la previsione di un incremento della fiducia nella scienza, secondo il 72,8% degli intervistati, della solidarietà tra cittadini per il 57% e della fiducia nelle istituzioni per il 54,4%. M a sarebbe sciocco sottovalutare il fenomeno, sia pur limitato numericamente, del distacco di una parte della popolazione dalla razionalità scientifica, perché in crescita secondo i dati citati, ed anche perché, come abbiamo potuto verificare in epoca di pandemia, è alla base di comportamenti che hanno contribuito a provocare morti e contagi evitabili – con grande danno per la collettività – oltre che tensioni sociali particolarmente aspre. 

Occorre piuttosto interrogarsi sulle cause profonde di questa ondata di sfiducia nella scienza, andando al di là delle troppo facili colpevolizzazioni nei confronti di istituzioni, scienziati o giornalisti – la cui autoreferenzialità, di cui li si accusa, è costitutiva rispetto al loro ruolo –, e soprattutto cercando di distinguere tra tendenze antiscientifiche e forme di ribellione antistatalista e antisistema, che in molti casi vi si aggregano con obiettivi di tipo strumentale. 

Rispetto alla cosiddetta anti-scienza, va ricordato che la fiducia, anche quella nella scienza, si forma nella relazione tra sé e gli altri e nei processi di integrazione sociale. I nostri sentimenti e comportamenti dipendono in sostanza dal contesto in cui siamo immersi e dal modello di sviluppo di riferimento. I dati sulla crescita delle disuguaglianze e della povertà relativa ed assoluta, nonché quelli del malcontento rispetto alla situazione lavorativa e sociale, sono una spia da non sottovalutare come agenti di insicurezza, ansia e sfiducia. Più in generale l’incertezza che caratterizza la vita oggi, la precarietà sociale e occupazionale e, non ultima, l’intensità, la frequenza e la durata delle crisi economiche e sociali che si susseguono e che producono effetti negativi importanti per fasce ampie di popolazione, alimentano la paura del futuro, la ricerca di capri espiatori, l’odio per chi governa, e l’assenteismo elettorale, tutti fattori cui andrebbe dedicata maggiore attenzione.

 In questo senso il fenomeno cosiddetto dei “No Vax” e dei “No Green Pass”, più che con la magia e l’irrazionalità, sembrano avere a che fare con il ciclo socioeconomico e con il distacco tra società e istituzioni. Il che spiega anche il significato di altre evidenze recenti sul tema dell’“anti-politica”. Il tema della giustizia sociale e quello dello sviluppo sostenibile socialmente, economicamente ed ambientalmente acquistano allora una più corposa e profonda centralità, e non solo con riferimento alla lotta al virus.

 

www.avvenire.it  

venerdì 17 dicembre 2021

ANTICOVID PER I BAMBINI

 


Crisanti: “Vaccini 5-11 anni sono sicuri”

Parlo dopo aver visto dati confortanti

 

 Davide Giancristofaro Alberti

 

 Il professor Andrea Crisanti garantisce sulla sicurezza dei vaccini anti covid per la fascia di età 5-11 anni: ecco che cosa ha detto stamane ad Agorà

 Sono sicuri i vaccini anti covid per i bambini di età compresa fra i 5 e gli 11 anni. A spiegarlo senza troppi giri di parole è stato il professor Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di microbiologia dell’università di Padova. Ospite stamane presso gli studi del programma di Rai Tre, Agorà, condotto da Luisella Costamagna, il microbiologo ha parlato così: “I vaccini anti covid nei bimbi dai 5 agli 11 anni sono sicuri e parlo dopo aver visto i dati”.

Nelle scorse settimane Crisanti aveva invocato cautela sui vaccini ai questa fascia di età, ritenendo che le sperimentazioni fossero state fatte su un numero esiguo di campioni, ma con la partenza della vaccinazione di massa in Israele e poi negli Stati Uniti, i numeri sono divenuti più importanti ed hanno confermato i risultati iniziali circa l’efficacia ma soprattutto la sicurezza dello stesso vaccino anti covid anche per questa fascia di età. Nelle prime 24 ore di vaccinazione per questa fascia di età in Italia sono stati vaccinati circa 15mila bimbi, precisamente 15.063, ovviamente con una dose, così come comunicato dal bollettino vaccini anti covid pubblicato quest’oggi dal ministero della salute. 

La scuola è un luogo sicuro 

Al momento la percentuale sul totale di platea è ancora molto bassa, 0.41 per cento, ma ovviamente trattasi solo di una prima giornata. Tornando a Crisanti, durante l’ospitata di stamattina ad Agorà, l’esperto ha spiegato che i luoghi più a rischio sono i mezzi pubblici, per cui bisognerebbe rendere obbligatorie delle mascherine più performanti rispetto a quelle classiche chirurgiche. “I luoghi oggi più a rischio contagio Covid sono i mezzi pubblici, e andrebbero rese obbligatorie le mascherine Ffp2, i ristoranti, le discoteche e poi la scuola. Ma ora per la scuola abbiamo la vaccinazione e sono convinto che è sicura”. Quindi Crisanti ci tiene a precisare: “Io non mi sono spostato di un millimetro sui vaccini anti-Covid: parlo dopo aver visto i dati che sono molto confortati, nessun effetto collaterale se non un po’ di mal di testa”.

 Il Sussidiario

NUOVE GENERAZIONI. FUTURO IN BILICO


IL COVID HA SCONVOLTO IL NOSTRO MONDO

 - Yasmine Sherif, Direttrice, Education Cannot Wait, e Joseph Nhan-O'Reilly, Direttore, International Parliamentary Network for Education

 

COVID-19 ha sconvolto il nostro mondo, minacciando la nostra salute, distruggendo economie e mezzi di sussistenza e aggravando la povertà e le disuguaglianze. Ha anche creato la più grande interruzione dei sistemi educativi che il mondo abbia mai visto.

Le scuole svolgono anche un ruolo fondamentale nel garantire la fornitura di servizi sanitari essenziali e pasti nutrienti, protezione e supporto psico-sociale, il che significa che la loro chiusura ha messo in pericolo il benessere e lo sviluppo generale dei bambini, non solo il loro apprendimento. Allo stesso tempo, i conflitti continuano a imperversare e gli effetti disastrosi di un clima che cambia minacciano la nostra stessa esistenza e stanno portando a livelli record di sfollamento.

Crisi su crisi

128 milioni di bambini e giovani la cui istruzione era già stata interrotta da conflitti e crisi sono stati doppiamente colpiti dalla COVID-19, con la pandemia che ha creato una "crisi su una crisi". La durata e l'entità dell'interruzione dei sistemi educativi in tutto il mondo a causa della pandemia ha messo alla prova il concetto stesso di istruzione nel contesto delle crisi umanitarie.

Cosa significa dedicarsi all'"educazione nelle emergenze" in un mondo in cui il 90% delle scuole è stato chiuso a causa di una pandemia globale?

Come possiamo sostenere i bambini a ricevere un'istruzione in paesi colpiti da conflitti e fragilità quando in paesi pacifici e stabili milioni di bambini rischiano di non tornare mai più a scuola?

La spinta a fornire un'istruzione correttiva per i milioni di bambini che hanno perso l'apprendimento negli ultimi due anni si estenderà ad aiutare i tre milioni di bambini rifugiati che non andavano a scuola prima della pandemia?

Rottura o rottura?

Queste domande sottolineano una scelta netta e urgente. Spingiamo per una svolta ambiziosa e inclusiva o accettiamo che la pandemia abbia portato a un crollo irreversibile del progresso educativo e negherà permanentemente a milioni di bambini l'opportunità di andare a scuola?

Dall'Afghanistan allo Zimbabwe, conflitti, sfollamenti forzati, carestie e inondazioni indotte dai cambiamenti climatici, incendi e caldo estremo, insieme a COVID-19 si sono combinati per formare un cocktail fatale che sta derubando i bambini della loro istruzione.

La scorsa settimana, durante una visita in Camerun, Education Cannot Wait ha incontrato alcuni dei 700.000 bambini che sono stati colpiti dalla chiusura delle scuole a causa della violenza. Se questo da solo non fosse abbastanza grave, solo pochi giorni prima della visita, quattro studenti e un insegnante sono stati uccisi in un attacco mirato e, in un incidente atroce separato, una ragazza si è fatta tagliare le dita ferocemente solo per aver cercato di andare a scuola.

L'istruzione è una priorità per le comunità coinvolte in crisi

Il coraggio e la determinazione dei bambini del Camerun sono una testimonianza della priorità che le comunità colpite dalla crisi in tutto il mondo attribuiscono all'istruzione. Sanno che l'istruzione trasforma la vita, aprendo la strada a un lavoro, una salute e mezzi di sussistenza migliori. Sanno che la formazione continua in un luogo sicuro fornisce un senso di normalità, sicurezza e routine per bambini e giovani, mentre costruisce le basi per la pace, il recupero e lo sviluppo a lungo termine tra le generazioni future.

Ci dicono che la loro educazione non può aspettare. Ma fornire un'istruzione di qualità a questi bambini rimane una sfida persistente.

Collaborare per far crescere la leadership politica

Al centro di questa sfida c'è la mancanza di un impegno politico sostenuto per l'istruzione in generale e per l'educazione in contesti umanitari in particolare. A titolo di esempio, otto anni dopo che la Global Education First Initiative del Segretario Generale delle Nazioni Unite ha suggerito che l'istruzione dovrebbe ricevere almeno il 4% dei finanziamenti umanitari a breve termine, i dati FTS dell'UNOCHA suggeriscono che meno del 3% del totale dei finanziamenti umanitari segnalati (compresi i flussi di finanziamento da donatori governativi, organizzazioni internazionali, ONG e altri attori umanitari) è stato assegnato all'istruzione.

Allo stesso tempo, sappiamo che la leadership politica può fare la differenza, come dimostra l'impegno dell'UE nel 2019 ad aumentare gli aiuti per l'istruzione al 10% del totale degli aiuti umanitari. Guidata con determinazione da Christos Stylianides, all'epoca Commissario europeo per gli aiuti umanitari e la gestione delle crisi, l'iniziativa è stata sostenuta dal Parlamento europeo.

Un impegno condiviso

Education Cannot Wait (ECW), istituito al World Humanitarian Summit nel 2016 e l'International Parliamentary Network for Education (IPNEd), lanciato durante l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2020, condividono l'impegno a ribaltare decenni di abbandono e a far crescere l'impegno politico per l'istruzione nelle crisi umanitarie. Al RewirEd Summit di Dubai, ci siamo incontrati e abbiamo concordato di lavorare insieme per ispirare la comprensione politica e l'impegno in modo che l'istruzione sia vista sia dai governi che dai finanziatori come una priorità assoluta durante le crisi.

I parlamentari nei loro ruoli di rappresentanti, avvocati, legislatori, formatori del bilancio e come fornitori di controllo hanno un ruolo vitale e in gran parte sottoutilizzato da svolgere nell'accelerare la fornitura di sistemi educativi adeguatamente finanziati, di alta qualità e inclusivi in situazioni di emergenza e crisi prolungate.

Focus sul finanziamento

Un obiettivo centrale del nostro lavoro sarà aumentare il volume, la prevedibilità e l'efficacia degli aiuti internazionali all'istruzione nelle emergenze. Riconoscendo il ruolo specifico che ECW ha nell'aumentare e migliorare la qualità del sostegno finanziario per l'istruzione nelle emergenze, mobiliteremo il sostegno politico per i programmi di resilienza pluriennale facilitati dalla ECW e le prime risposte di emergenza e lavoreremo per garantire che Education Cannot Wait mobiliti almeno un ulteriore miliardo di dollari per il suo prossimo periodo operativo.

Il nostro impegno è stato sostenuto dall'affermazione della promessa di "non lasciare indietro nessuno", di sostenere i parlamentari a comprendere e affrontare le cause dei conflitti, delle crisi e dei cambiamenti climatici e di aumentare l'accesso delle persone colpite dalle crisi umanitarie ai leader politici.

Solidarietà

Più di ogni altra cosa la pandemia ha rivelato la nostra vulnerabilità condivisa e l'interconnessione. Ha dimostrato che di fronte a una minaccia condivisa, la cooperazione e la solidarietà sono le uniche soluzioni, all'interno delle società e tra le nazioni. Dobbiamo riabbracciare la solidarietà globale e trovare nuovi modi per lavorare insieme per il bene comune in generale e per accelerare il progresso educativo in particolare. ECW e IPNEd sono due nuovi modi per farlo.

ECW esemplifica il potenziale dell'azione collettiva sulla scena globale. Fin dalla sua nascita, ECW ha sostenuto l'accesso a un'istruzione di qualità per 4,6 milioni di bambini in oltre 30 paesi colpiti dalla crisi. Inoltre, 29,2 milioni di bambini e adolescenti (51% ragazze), sono stati raggiunti con interventi educativi di emergenza ECW COVID-19. Ma senza dubbio ha bisogno di un sostegno maggiore e migliore per costruire su questi risultati e realizzare il suo scopo di trasformare la vita di milioni di altre ragazze e ragazzi catturati nelle circostanze più difficili.

IPNEd, d'altra parte, dimostra l'appetito dei leader politici di essere supportati nel loro lavoro per accelerare il progresso educativo e lavorare insieme a livello internazionale nel farlo.

Lavorando insieme, possiamo raggiungere una svolta educativa ambiziosa e inclusiva in risposta alle molteplici crisi che il mondo sta affrontando. Non c'è tempo da perdere. Il futuro di un'intera generazione è in bilico.

UNESCO