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giovedì 30 aprile 2026

CONNESSI E DIFFIDENTI

 

L’analisi del Censis
Sempre più connessi, 
sempre più diffidenti.


Il rapporto Censis racconta un’Italia che vive dentro gli schermi ma cerca disperatamente un’informazione di cui fidarsi.

di LELIO CUSIMANO

Gli italiani consumano sempre più “media”, ma si fidano sempre meno dell’informazione. È questo il paradosso che emerge dal 21° Rapporto sulla comunicazione del Censis, presentato nei giorni scorsi a Roma. Il nostro è un Paese permanentemente connesso, immerso nella dimensione digitale, ma allo stesso tempo stanco, diffidente, spesso tentato dalla fuga davanti al flusso incessante di notizie, opinioni, allarmi e contenuti che scorrono sugli schermi senza sosta. La televisione resta il grande focolare nazionale: la utilizza il 93% degli italiani. Ma è una tv che cambia pelle. Cala quella tradizionale, cresce invece la televisione via internet, con la web tv ormai arrivata al 62% dell’utenza. Resiste anche la radio, ascoltata dal 78% della popolazione. 

L’autoradio continua a dominare, ma soprattutto aumenta l’ascolto attraverso il telefono cellulare: oltre il 90% degli italiani usa quotidianamente la rete e il proprio telefono intelligente. Più che crescita, è una condizione di saturazione: siamo arrivati al punto in cui essere online non rappresenta più una scelta, ma l’ambiente naturale dentro cui si svolge la vita quotidiana. Nel frattempo, continua la lunga crisi della carta stampata. I quotidiani cartacei a pagamento scendono al minimo storico del 21%, praticamente dimezzati rispetto al 2007. 

Ma il dato più significativo è un altro: si sta indebolendo l’intero sistema dell’informazione.Lo si vede nel rapporto sempre più tormentato degli italiani con le notizie. I telegiornali restano la principale fonte informativa, ma arretrano. Facebook perde terreno, così come i siti giornalistici. In compenso avanzano le forme di comunicazione più rapide, frammentate ed emotive: sette italiani su dieci, tra quelli che utilizzano i social, si informano attraverso i “reel”, i brevi video pensati per essere consumati in pochi

UNA INFORMAZIONE RAPIDA. PIÙ EMOTIVA CHE RAZIONALE

È un’informazione rapida, istintiva, più emotiva che razionale. Non sorprende che quasi un quarto degli utenti la consideri superficiale. Eppure, c’è anche chi la apprezza perché più immediata, più accessibile, più coinvolgente. Dietro questi comportamenti emerge una crisi di fiducia profonda. 

Quasi il 60% degli italiani dichiara di cercare deliberatamente di evitare i media più diffusi ed afferma di essere interessati ad approfondire temi trascurati dai grandi mezzi di comunicazione. È il segno di un pubblico meno passivo rispetto al passato, ma anche più spaesato dentro quella che il Censis definisce efficacemente una “palude mediatica”. A tutto questo si aggiunge la fatica da iperconnessione. 

Oltre un terzo degli italiani sente il bisogno di prendersi una pausa dai social network: per recuperare tempo, ridurre le distrazioni, difendere la privacy o semplicemente respirare fuori dalla pressione continua della rete. Il “social detox” non appare più come una moda, ma come una forma di autodifesa. In questo scenario irrompe infine l’intelligenza artificiale (IA). 

La maggioranza degli italiani dice di non sentirsi a proprio agio con l’informazione prodotta interamente dall’IA. A preoccupare è la convinzione che il lavoro umano conservi un valore insostituibile nella costruzione del racconto giornalistico.

 Forse il dato più duro del rapporto, però, è quello che ricorda quanto l’informazione reale sia chiamata a pagare un prezzo altissimo: mentre guerre e conflitti occupano stabilmente la scena mediatica globale, solo nel 2025 sono morti 129 giornalisti. 

Un numero che pesa come un monito; dietro il rumore dei contenuti digitali, esiste ancora qualcuno che rischia e perde la vita per cercare la verità.

https://www.giovannipepi.it/inpaggina-cusimano/

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giovedì 8 gennaio 2026

IL CAPITALE SEMANTICO


Nell’era dell’intelligenza artificiale si salverà chi nutrirà il suo “capitale semantico”

  



 di Elena Inversetti

Tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea ha coniato una definizione che diventa la chiave per comprendere cosa rende l'umano insostituibile.

La canzone che ascoltavi a ripetizione quando eri teenager, la lezione di geografia alle elementari durante la quale hai imparato che esiste il fiume Po, le differenze tra la metropolitana di Milano e quella di New York…

Insomma, la madeleine di Proust insieme alla tua cultura personale fanno tutte parte del capitale semantico. È questa la definizione che Luciano Floridi ha coniato e presentato all’ultima edizione di Orbits.

Luciano Floridi, tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea, insegna alla Yale University dove dirige il Digital Ethics Center, ed è professore ordinario di Sociologia della cultura e della comunicazione all’Università di Bologna. Non è nuovo a neologismi che hanno fatto breccia nel dibattito pubblico, come “Onlife” per descrivere la fusione tra mondo online e offline, o “Infosfera” per l’ambiente informazionale in cui viviamo.

Il capitale semantico è ciò che mi caratterizza

In un’epoca dominata dall’Intelligenza Artificiale, il capitale semantico diventa la chiave per comprendere cosa ci rende umani e insostituibili. Lo abbiamo incontrato per approfondire: «Mi serviva un concetto che andasse al di là di quello di cultura e che potesse includere anche le nostre conoscenze esperienziali. Ed è nato capitale semantico che significa ciò che mi caratterizza, essendo nato in quel Paese e in quel periodo storico, ed essendo vissuto in quel contesto, con quella lingua e in quella famiglia. Si tratta in sostanza della ricchezza, di esperienza e di cultura, di conoscenze e di storie, che mi permette non solo di capire il mondo e me stesso, ma anche di costruire la mia esistenza e darle una direzione, incidendo su quello che mi circonda. La parola capitale d’altronde indica un valore che dà valore».

Oggi è urgente dare valore al senso, al significato delle nostre scelte…

Ecco perché il capitale semantico si riferisce a tutta l’informazione che noi possediamo per esperienza, per cultura, per educazione, per formazione e che ci permette di arricchire la nostra vita e di disegnarla.

In che modo il capitale semantico può contribuire a generare impatto sociale positivo?

Tanto più siamo in grado di gestire, produrre e creare qualsiasi tipo di contenuti e di dati, tanto più dovremmo renderci conto di qual è il valore aggiunto, cioè quello che fa davvero la differenza tra noi e le macchine. Siccome prima facevamo tutto noi, era meno facile capire dove fosse la componente umana intelligente, mentale, spirituale, emotiva e dove invece la semplice manovalanza. Oggi che abbiamo più automazione, si capisce di più quale è lo spazio del contributo individuale o sociale e quello della meccanizzazione.

Questa prospettiva ribalta il percepito comune che tende a mettere in primo piano i rischi dell’AI. E uno di questi è l’amplificazione delle disuguaglianze sociali.

Mi auguro che la formulazione del capitale semantico possa contribuire ad abbattere le differenze che creano disuguaglianze.

In che modo?

Dalla consapevolezza del valore proprio di ogni esperienza e di ogni cultura. Ben sapendo che più un capitale semantico è ricco di significati e di valore e più permette una vita umana in cui la macchina è uno strumento che si mette al lavoro accanto a noi e non in sostituzione. Quindi dal punto di vista sociale ci dovrebbe essere una rivalutazione della varietà in cui il capitale semantico ci arriva. Al contempo il capitale semantico dovrebbe anche metterci nelle condizioni di comprendere a fondo il contesto in cui viviamo. Se viviamo in un Paese dalle radici cristiane, per esempio, anche se non crediamo, non possiamo non conoscere la Bibbia, lo dico da agnostico, così come se sei italiano non puoi ignorare chi sono Dante o Manzoni. Anche fosse solo per capire il riferimento dell’espressione “azzeccagarbugli” … Questa, secondo me, è una questione sociale, non soltanto educativa.

Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico

Anche perché viviamo in un Paese con un capitale semantico molto vario…

Abbiamo eredità dai Greci, dai Romani, dagli Arabi e dai Normanni, dai Francesi agli Asburgo… Siamo da sempre al centro di trasformazioni e migrazioni. Siamo contaminati da tanti contesti. Un dovere sociale sarebbe quello di valorizzare tutto questo, invece di muoversi lungo la strada dell’omologazione di un solo tipo di capitalismo consumistico e di atteggiamenti nazionalistici in cui tutti parlano la stessa lingua e ascoltano le stesse informazioni. Come quando si sente dire che Sinner non è veramente italiano. Ecco, sciocchezze come queste impoveriscono il campo semantico e ci rendono meno abili nel dare e creare significato.

Che ruolo ha, secondo lei, il non profit in tutto questo?

Il non profit è una delle realtà che non valutiamo mai abbastanza in Italia, non la mettiamo nella giusta luce e invece ha un grandissimo valore: umano ed anche in termini di numeri. Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico. Quest’opera di responsabilità il non profit sarebbe in grado di svolgerla meglio rispetto ad alte istituzioni. Lo vedo un po’ come il diserbante senza il quale non si può mantenere pulito il giardino dalle erbacce. In altre parole, è una sentinella contro l’automazione di basso valore.

Possiamo dire che la comunicazione davvero autentica, diciamo, degna di questo nome, sia per sua natura quella sociale?

La comunicazione avviene almeno tra due persone, quindi coinvolge immediatamente una socializzazione, certo. Oggi però la comunicazione del e per il sociale (quella che dovrebbe servire a risolvere problemi collettivi) l’abbiamo commercializzata, lasciandola all’unico meccanismo che conosciamo: quello della comunicazione commerciale. Abbiamo trasformato la comunicazione sociale in comunicazione socializzata (ovvero ridotta a interazioni superficiali sui social media, a metriche di engagement, a condivisioni automatiche). E la comunicazione socializzata non è comunicazione. E questo proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di comunicazione sociale. I problemi con cui abbiamo a che fare sono anzitutto sociali e sono distribuiti. Per questo possono essere risolti dal gruppo, dalla società, dal mettersi insieme, in una cultura che dovrebbe sentirsi molto più sociale, molto più aggregante e molto meno idealista. È un po’ come la scoperta dell’energia atomica che avrebbe potuto risolvere grandissimi problemi e invece abbiamo costruito le bombe. Noi abbiamo davvero oggi tutti gli strumenti per fare bene e risolvere i problemi, AI inclusa, ma il più delle volte la usiamo male.

Tutti possono decidere che rapporto vogliono con la macchina: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo.

A Orbits avete dedicato una giornata intera agli studenti. Come interpreta il “divario semantico” tra le generazioni? Esiste una chiave generativa per favorire la comunicazione e la crescita reciproche?

Anzitutto credo che da un lato si esageri sulla fragilità dei giovani. In secondo luogo, se un giovane è fragile è anche perché sta in un contesto di fragilità generato dagli adulti. Eppure, sono i giovani ad essere più capaci di comprendere le opportunità. Più che una fragilità del soggetto contemporaneo in sé, penso che l’essere umano sia sempre stato fragile. Oggi la fragilità della libertà umana è esposta a correnti, impatti, impulsi, sollecitazioni e tentazioni molto più di quanto non lo fosse in passato. Non è che sia aumentata la fragilità: è aumentato il numero di ostacoli che sono nell’ambiente. Non è che un bambino nato ad Atene nel quinto secolo fosse meno fragile di un bambino nato a Roma nel diciottesimo secolo o a Roma oggi: è che quel bambino era esposto a insidie e rischi diversi. Oggi la nostra fragilità umana è messa molto più alla prova di quanto non lo fosse in passato. È perciò il caso di dare più credibilità e fiducia ai giovani, esponendoli a meno stimoli che spesso sono, precoci, sbagliati, rischiosi, o esagerati. Ormai viviamo in un ambiente con una quantità di distrazioni non più sostenibile.

Come cambierà il mondo con l’AI? È una delle domande del suo ultimo libro La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dellintelligenza artificiale.

Sarebbe bene che noi umani avessimo un atteggiamento di maggiore controllo sulla macchina. Chi manterrà questo controllo ne trarrà vantaggio. Se invece mi faccio dire quale è la risposta corretta per superare l’esame o addirittura mi faccio scrivere la tesi di laurea, per esempio, rimarrò un utente passivo, e facilmente potrò essere sostituito dalla macchina e manipolato da chi controlla gli strumenti ai quali sono soggetto. E allora non sono più un cittadino, ma un seguace (follower), non sono più un utente, ma un cliente, non sono più uno che usa l’AI, ma che è usato dall’AI. È un po’ come stare su un treno o guidare l’automobile. Tutti possono decidere che rapporto vogliono con le macchine digitali del nostro tempo: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo. Quindi nel prossimo futuro penso che ci sarà una polarizzazione.

La differenza però non sarà più tra chi usa e chi non usa l’intelligenza artificiale, ma fra chi la controlla e chi ne è controllato.

VITA

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martedì 30 gennaio 2024

I SOCIAL. LUCI ED OMBRE

"I social?

 Un’atmosfera.

 Solo il senso critico

 elimina

 l’inquinamento"



 -          intervista a Gianfranco Ravasi  a cura di Guido Bandera 

-          

Internet e i social sono un’atmosfera: inquinata o meno, la respirano tutti. L’importante è avere una maschera che la depuri. Questa maschera è il senso critico". La voce del cardinale Gianfranco Ravasi arriva dalla Roma vaticana limpida, cordiale. Non racconta dell’età che, per norma canonica, tiene lontano il biblista e teologo dai grandi incarichi a cui è stato chiamato. Fra i quali la guida del Pontificio consiglio della Cultura, di cui è presidente emerito.

Eminenza, Internet sta cambiando la nostra vita: in meglio o in peggio?

"Serve una premessa. Per una figura mitica come Marshall McLuhan (sociologo canadese teorico del villaggio globale, ndr ) i mezzi di comunicazione sono un’estensione della persona. Telefono, televisione, il telescopio... erano protesi dei sensi umani. Oggi invece sono un ambiente. Ci viviamo immersi. Quest’atmosfera ci impegna, ma ci rende anche schiavi. Il filosofo Luciano Floridi parla di infosfera. Un altro strato che avvolge il globo. Un’aria che è anche inquinata. Ma molti la maschera della capacità critica non la vogliono o non ce l’hanno".

Allora il web ci peggiora...

"Non necessariamente. Vorrei dare un messaggio equilibrato. Umberto Eco distingueva gli uomini davanti alle novità fra ’apocalittici’ e ’integrati’. Non si può essere apocalittici, ma integrandosi ci si adatta anche alla parte corrotta".

L’immagine è tutto sui social. È lavoro, risorsa economica, relazione fra persone... E spesso qualcuno ne resta vittima.

"Vedo tre rischi fondamentali. Il primo è per i nativi digitali. C’è una moltiplicazione esponenziale dei dati disponibili. Questo può produrre un’anarchia intellettuale e morale... Guardi gli studenti e le loro tesine. Su ogni singolo vocabolo ci sono 20mila risultati. Chi li aiuta a selezionare? Vengono sconvolte le gerarchie oggettive dei valori. Il filosofo seicentesco Thomas Hobbes scriveva ’la regola la fa l’autorità, non la verità’".

Secondo rischio?

"Solo in apparenza c’è una democratizzazione. Dietro la deregulation della globalizzazione informatica si nasconde una sottile operazione di condizionamento. Il controllo delle grandi corporation. C’è poi un terzo pericolo: il trionfo delle fake news, delle fandonie travestite da verità pseudo-oggettiva. E poi c’è la parola colorata...".

Ovvero?

"La parola che spicca: violentissima, degenerata, minacciosa. Attraverso questi meccanismi diventa comune, accettata. E poi torna nel mondo reale e si trasforma in violenza. Si dice che i giovani stiano perdendo l’udito. Forse è il volume delle cuffie, forse è evoluzione. Presto non saremo più in grado di sentire i pianissimo della musica. Lo stesso è per le parole".

È pessimista?

"No. Il realismo non giustifica il pessimismo radicale".

Politica e istituzioni promettono nuove regole.

"Dobbiamo interrogarci e agire. Non solo per l’intelligenza artificiale, di cui tutti parlano. Bisogna partire dalle basi. Serve educazione informatica. Non solo per la tecnica, ma per i fornire capacità critica. Ci sono esperienze in Francia e in Israele. La scuola è il luogo giusto. In classe non bisogna solo istruire, inserire dati, ma anche educare, fare uscire la persona nella propria umanità. Oggi la scuola è quasi muta, come la cultura. Mancano figure che sapevano incidere, come don Lorenzo Milani, padre Turoldo, Norberto Bobbio. Presenze vive, che educavano. La Chiesa, nonostante le difficoltà, ha un ruolo importante. E quella di Papa Francesco è una figura che incide...".

Proprio in questi giorni ha parlato di social e Vangelo.

"È un tema su cui torna spesso. Ha parlato anche di intelligenza artificiale, etica e pace. E ha paragonato quelle che ho definito ’parole colorate’, offensive e corrotte, alla guerra. Certe volte, come vediamo, fanno vittime reali. La Chiesa non sarà più quel cuore del villaggio a cui la domenica tutti accorrevano, ma è una presenza che cerca una nuova strada".

Ci sono sacerdoti che, fra alterne fortune, sui social fanno evangelizzazione.

"Vero. Anche io uso Twitter".

E cosa le insegna Internet?

"Che se interpelli direttamente, spesso hai una risposta creativa. C’è chi dice qualcosa. Certo, c’è anche chi attacca a prescindere. Però segue. Nella storia dell’arte il crocifisso è spesso oggetto di attacco. Ma se si sente il bisogno di farlo è perché è un simbolo forte. E questa è epoca di simboli, più che di astrazione. E in fondo la tecnica di Gesù è molto simile a Twitter. I suoi ’loghia’, i suoi detti sono più sintetici di un cinguettio. ’Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio’ in greco sono forse solo 53 caratteri...".

 

Quotidiano Nazionale 

 

 

sabato 13 gennaio 2024

FAKE NEWS e I.A.

 “Fake news prodotte dall’IA,

 la più grave minaccia”

 Il report “Fra deepfake e attacchi informatici”

 

La disinformazione alimentata dall’intelligenza artificiale, l’IA viene oggi considerata come la più grande minaccia a breve termine per il mondo. Questo quanto è emerso dal rapporto di Davos, il World Economic Forum, negli scorsi giorni, riportato dal Financial Times. Nel rapporto Global Risk si legge come la cattiva informazione e la disinformazione siano considerate il rischio più grave per i prossimi due anni, evidenziando quindi come i progressi tecnologici stiano creando dei problemi nuovi o eventualmente stiano peggiorando quelli esistenti, e non il contrario.

 Secondo gli autori del report, il boom dei chatbot che si basano sull’intelligenza artificiale, l’IA generativa come ad esempio il tanto chiacchierato ChatGPT, potrebbe portare alla creazione di contenuti sintetici sofisticati che possono essere usati per manipolare gruppi di persone, e tale situazione potrebbe non essere più limitata a breve a chi ha delle competenze specializzate in materia. Il tutto arriva tra l’altro in un anno, il 2024, in cui si terranno una serie di elezioni importantissime in tutto il mondo, a cominciare dagli Stati Uniti, previste il prossimo novembre, ma anche Gran Bretagna, India, Messico e molti altri Paesi.

 FAKE NEWS PRODOTTE DALL’IA RISCHIO PER IL MONDO, 

IL COMMENTO DELL’ESPERTA

Carolina Klint, leader nella gestione del rischio presso Marsh, la cui società madre Marsh McLennan è coautrice del rapporto con Zurich Insurance Group, ha affermato che: “È possibile sfruttare l’intelligenza artificiale per creare deepfake e avere un impatto reale su grandi gruppi, il che alimenta davvero la disinformazione”. E ancora: “Le società potrebbero polarizzarsi ulteriormente” in quanto le persone fanno più fatica ad individuare quali fatti siano reali o meno.

 Le fake news create tramite l’IA, l’intelligenza artificiale, potrebbero inoltre essere utilizzate per alimentare domande sulla legittimità dei governi che sono stati eletti “il che significa che i processi democratici potrebbero essere erosi e spingerebbe ulteriormente la polarizzazione sociale”, ha affermato ancora Klint. 

Infine, l’ascesa dell’IA comporta una serie di rischi, facilitando attacchi informatici, automatizzando i tentativi di phishing o creando dei malware avanzati. 

Uno scenario quindi tutt’altro che positivo.

 

Il Sussidiario

sabato 29 luglio 2023

COMUNICAZIONE E MEDIA

Nel mondo postmediale l’algoritmo vela la comunicazione

 I media perdono ogni specificità: da un lato crescono velocità e precisione, dall’altro la connessione ai dispositivi sociali avviene tramite processi invisibili


Pubblichiamo ampi stralci dell’articolo di Ruggero Eugeni I media dopo la comunicazione. Algoritmi e condizione postmediale che appare nell’ultimo numero della “Rivista del clero italiano”. Eugeni è professore ordinario di Semiotica dei media presso l’Università Cattolica di Milano, dove dirige l’Alta Scuola in Media, comunicazione e spettacolo. Tra i vari contributi della rivista, diretta da Giuliano Zanchi, l’intervento sul futuro degli atenei cattolici tenuto dal cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del dicastero per la Cultura e l’educazione, a un recente convegno in Cattolica.

- di Ruggero Eugeni

 Alla metà degli anni Ottanta il filosofo francese Félix Guattari osservava che i media stavano cambiando profondamente volto: fenomeni quali l’avvento delle radio libere o quello delle reti telematiche (Guattari segue il caso di Radio Alice a Bologna ed è uno dei primi iscritti al Minitel francese) segnalano la fine dei mass media e lasciano presagire un nuovo tipo di società più reticolare, pluricentrica e orizzontale. Lo studioso parla a questo proposito di una «era postmediale». La morte, avvenuta nel 1992, impedisce a Guattari di vedere lo sviluppo del Web, che diviene per un certo periodo il simbolo più evidente di un utilizzo dei media decisamente alternativo a quello tipico novecentesco.

 Non casualmente qualche anno prima, nel 1984, la Apple aveva lanciato il primo computer domestico Macintosh con un commercial raffigurante un futuro distopico alla Orwell in cui un Grande Fratello utilizza televisione, radio e cinema per guidare masse ipnotizzate, ma la cui immagine sullo schermo viene distrutta da una giovane rivoluzionaria che simboleggia l’inarrestabile avvento dei nuovi media digitali. E nel 2008 lo studioso americano Henry Jenkins potrà esaltare varie forme di collaborazione di utenti che unendosi “dal basso” grazie alla Rete si oppongono con successo al potere delle multinazionali della comunicazione: un caso per tutti, i giovanissimi fan di Harry Potter che hanno la meglio sul tentativo della Warner Bros di bloccare le produzioni amatoriali in base a una antiquata concezione della difesa del copyright. Il ruolo dirompente e rivoluzionario delle nuove tecnologie della comunicazione viene peraltro celebrato nelle primavere arabe tra il 2019 e il 2011, all’interno delle quali gli scambi via social media rivestono un ruolo fondamentale.

 Per Guattari e per vari altri studiosi, l’etichetta “postmedia” rimanda insomma al superamento dei mezzi di comunicazione di massa. Ma Guattari non è il solo a utilizzare questa etichetta. Nel 1999 la studiosa e critica d’arte Rosalind Krauss parla in un influente libretto di post-medium era. La postmedialità possiede però per l’autrice un senso molto differente: Krauss pensa al superamento dell’estetica modernista, che fonda il riconoscimen- to di artisticità di un’opera sulla esibizione dei caratteri materiali del proprio medium: per esempio un quadro astratto esibisce la natura piatta delle forme pittoriche e non cerca di simulare una profondità tridimensionale come fanno le ben più banali immagini figurative. Per Krauss l’utilizzo dei media (per esempio, del video) nel campo artistico costringe a ripensare questo principio e a superare il principio della “specificità mediale” delle arti (...). Altri studiosi, quali Lev Manovich e Peter Weibel, osserveranno di lì a poco che questa nuova fluidità di confini tra media e arte è il segnale di una seconda fluidità di confini tra gli stessi media; e che questa è a sua volta legata all’avvento del digitale con la conseguente “convergenza” di media differenti all’interno del computer come “metamedium”. Il superamento della specificità mediale modernista sarebbe insomma legato al superamento dei media analogici e all’avvento dei media digitali.

 Non è difficile osservare che tutte queste definizioni di postmedialità si muovono all’interno di quella che ho definito la terza fase di sviluppo, quella dei media elettronico-digitali: il superamento dei media cui alludono è la fine dei media otto-novecenteschi, pensati nei termini di un modello di distribuzione verticistico dei segnali legato a ragioni politiche (Guattari), e di una distinzione rigida delle differenti tecnologie coinvolte (Krauss, Manovich, Weibel). Tuttavia, come ho accennato, questa terza fase, pur introducendo trasformazioni profonde negli assetti mediali, non mette in crisi il principio di fondo dei media del passato: la logica è sempre quella di una infrastruttura di circolazione dell’informazione che consenta il dispiegarsi di progetti di comunicazione. Che si tratti di un film, di una conversazione in un social, di una installazione artistica, il flusso dei segnali è funzionale alla manifestazione e alla condivisione di differenti interiorità (oppure alla sua percepita difficoltà o impossibilità). A partire da qui, si comprende come la svolta algoritmica introduce una logica differente e quindi costringe a riformulare la definizione di postmedialità in un senso molto più radicale.

 All’interno della condizione che si è creata negli ultimi quindici anni circa, infatti, l’informazione si affranca dalla comunicazione per sviluppare processi del tutto autonomi di elaborazione automatizzata dei dati (ripulitura, confronto, estrazione, integrazione e fusione, etc.). Certo, a monte di tali processi ci sono dispositivi di rilevazione visuale e sonora simili a quelli dei media: telecamere, microfoni, etc. Tuttavia, essi ricadono ora nella più ampia categoria di sensori; e i sensori possono non essere dispositivi di ripresa tradizionali: per esempio alcuni modelli di telefonini, varie consolle di videogioco, le automobili a guida autonoma utilizzano oggi ampiamente il Lidar, un radar a raggi laser che costruisce una rappresentazione digitale tridimensionale del mondo di tipo non fotografico. E certo, a valle dei processi di elaborazione dei dati ci sono ancora delle immagini: per esempio il mio volto che appare sul mio telefonino e consente eventualmente lo sblocco del dispositivo. Ma anzitutto questa apparizione visuale non è necessaria: se la sliding door in aeroporto riconosce che l’immagine del mio volto è la stessa di quella sul mio passaporto si apre, ma senza che nessuna immagine fisica del mio volto venga manifestata; e poi, una enorme serie di processi resta non visibile e non udibile: per esempio non mi accorgo (se non perché devo dare il mio consenso per il suo utilizzo) che il telefonino ha prelevato l’impronta facciale del mio volto e l’ha trasmessa a una piattaforma social.

 Questo affrancamento dei processi di elaborazione delle informazioni dai processi di comunicazione presenta mi sembra due conseguenze fondamentali (...). In primo luogo, i media continuano a operare come entità socialmente individuabili (il cinema, la radio, la televisione, i nuovi media, etc.), ma in realtà essi fanno ormai parte di una nuova galassia molto più ampia costituita dalla produzione, estrazione, accaparramento, elaborazione, commercio etc. di dati. Questa economia non è del tutto nuova, perché ogni società ha sempre rappresentato se stessa in termini informazionali (di tipo censuario, economico, statistico, etc.). Ciò che oggi cambia e che costituisce una serie di fenomeni inediti è la quantità e quindi il livello di dettaglio dei dati, la velocità con cui essi vengono aggiornati, e l’accuratezza con la quale gli algoritmi utilizzano tali dati per produrre previsioni e ipotesi attendibili sugli andamenti futuri.

 I media insomma perdono la propria specificità e si connettono profondamente da un punto di vista tecnologico e pratico con tutti gli altri ambiti e dispositivi della vita sociale, civile e politica: oggi dobbiamo considerare dispositivi mediali i nostri elettrodomestici “intelligenti”, le automobili e gli altri veicoli a guida autonoma, le telecamere e gli altri apparecchi di sorveglianza, e così via in una lista tendenzialmente infinita. Tutti questi dispositivi seguono infatti la stessa logica: estrazione di dati dal mondo, loro elaborazione e eventualmente loro parziale visualizzazione. In secondo luogo, e di conseguenza, i media non servono più alla comunicazione. Questo non vuole dire che essi non permettano ancora di comunicare; ma il loro obiettivo ultimo è ora differente: il fatto che la elaborazione dell’informazione si sia affrancato della comunicazione ha trasferito il baricentro dei processi mediali dalla trasmissione visibile e udibile di suoni, parole e immagini alla elaborazione non direttamente percepibile dei dati.

 L’informazione non è più l’infrastruttura che permette di comunicare: esattamente all’opposto, è la comunicazione a essere divenuta l’infrastruttura che consente la estrazione di dati e quindi di elementi informazionali. I social media sono un esempio evidente di questo capovolgimento, con la costruzione di reti di relazioni il cui unico fine è la implementazione dei “doppi digitali” degli utenti. Ora, una simile prospettiva potrebbe apparire pessimistica, se non terrorizzante. Ma a ben vedere questa non è l’unica conclusione possibile. La dismissione del legame di dipendenza tra informazione e comunicazione su cui si sono basati i media libera certo le valenze della prima assegnandole un maggiore potere; ma al tempo stesso costringe anche a ripensare la seconda; a interrogarci su cosa intendiamo per “comunicazione” e quanto il modello che abbiamo fin qui seguito non richieda un ripensamento. La datificazione dei processi comunicativi ci spinge insomma a riflettere in termini nuovi su cosa sia la comunicazione, su quali sono i suoi strumenti, per quali ragioni ci sentiamo chiamati a condividere la nostra esperienza, e quali mezzi sono i più indicati per farlo.

Avvenire



venerdì 28 luglio 2023

DISINFORMAZIONE E FAKE NEWS


Disinformazione e fake news 

in Italia

Il terzo Rapporto Ital

 Communications-Censis

Il 76,5% degli italiani ritiene che le fake news siano sempre più difficili da scoprire, il 16.2% della popolazione ritiene che il riscaldamento globale non esista. 

Tutti i dati.

 

Al Senato è stato presentato il terzo Rapporto Ital Communications-Censis “Disinformazione e fake news in Italia. Il sistema dell’informazione alla prova dell’Intelligenza Artificiale”. Dalla ricerca emerge come sia cresciuta la consapevolezza degli effetti devastanti della disinformazione, che può essere arginata da professionisti della comunicazione accreditati come fonti autorevoli e garanti dell’affidabilità e della qualità delle notizie. Di fronte alle insidie che possono venire dal web e dall’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, per distinguere la buona dalla cattiva informazione servono competenze solide sulle nuove tecnologie e regolazioni più stringenti.

Cresce il bisogno di informazione, soprattutto online

Oggi circa 47 milioni di italiani, il 93,3% del totale, si informa abitualmente su almeno una delle fonti disponibili, l’83,5% sul web e il 74,1% sui media tradizionali. Sul versante opposto, sono circa 3 milioni e 300mila (il 6,7% del totale) gli individui che hanno rinunciato ad avere un’informazione puntuale su ciò che accade, mentre 700.000 italiani non si informano affatto.

Le fonti utilizzate e la rassicurante dimensione social

Il 64,3% degli italiani utilizza un mix di fonti informative, tradizionali e online, il 9,9% si affida solo ai media tradizionali e il 19,2% (circa 10 milioni di italiani in valore assoluto) alle fonti online. Social media, blog, forum, messaggistica istantanea sono espansioni del nostro io e del modo di vedere il mondo: è il fenomeno delle echo chambers, cui sono esposti tutti quelli che frequentano il web e soprattutto i più giovani, tra i quali il 69,1% utilizza la messaggistica istantanea e il 76,6% i social media per informarsi. Il 56,7% degli italiani è convinto che, di fronte al disordine informativo che caratterizza il panorama attuale dell’informazione, sia legittimo rivolgersi alle fonti informali di cui ci si fida di più.

Fake news sempre più difficili da scoprire

Aumentano paure e timori di non essere in grado di riconoscere disinformazione e fake news. Il 76,5% degli italiani ritiene che le fake news siano sempre più sofisticate e difficili da scoprire, il 20,2% crede di non avere le competenze per riconoscerle e il 61,1% di averle solo in parte. Ma ci sono anche i negazionisti: Il 29,7% della popolazione nega l’esistenza delle bufale e pensa che non si debba parlare di fake news, ma di notizie vere che vengono deliberatamente censurate dai palinsesti ufficiali che poi le fanno passare come false.

Molta comunicazione e tanta confusione: il caso riscaldamento globale

Il riscaldamento globale è un argomento di cui si parla tanto e in modo confuso, alimentando cattiva informazione, catastrofismo e persino negazionismo. Il 34,7% degli italiani è convinto che ci sia un allarmismo eccessivo sul cambiamento climatico e il 25,5% ritiene che l’alluvione di quest’anno sia la risposta più efficace a chi sostiene che si sta progressivamente andando verso la desertificazione. I negazionisti, che sono convinti che il cambiamento climatico non esista, sono il 16,2% della popolazione. Gli individui più fragili, vale a dire i più anziani e i meno scolarizzati, sono quelli che appaiono più confusi e meno in grado di comprendere il problema nella sua complessità.

Intelligenza Artificiale, rischi e potenzialità

Come si evince dal terzo Rapporto Ital Communications-Censis, il 75,1% della popolazione ritiene che con l’upgrading tecnologico verso l’Intelligenza Artificiale sarà sempre più difficile controllare la qualità dell’informazione, mentre per il 58,9% l’AI può diventare uno strumento a supporto dei professionisti della comunicazione. Le Agenzie di comunicazione, dove lavorano oltre 9.000 professionisti, si sono adattate ai cambiamenti che la vita digitale ha imposto al mondo della comunicazione, ampliando le competenze di chi ci lavora e creando nuove figure a presidio del web. Il risultato è che nell’ultimo anno i professionisti della comunicazione sono aumentati dell’11,3%.

“Uno degli aspetti più importanti che emerge da questo Rapporto è che gli italiani si stanno rendendo conto del valore delle notizie vere e del disvalore che hanno le fake news. Prima la pandemia seguita dal conflitto russo ucraino ci hanno fatto capire quanto sia fondamentale comunicare notizie in maniera rigorosa e irreprensibile. Inoltre, dobbiamo lavorare affinché l’Intelligenza Artificiale sia di supporto al lavoro umano e giornalistico ma non diventi un sostituto”. Lo ha dichiarato Alberto Barachini, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Informazione e all’Editoria.

Per Maurizio Gasparri, Vice Presidente del Senato della Repubblica: “I giganti del web devono rispondere al principio democratico. Occorre far pagare le tasse anche ai colossi del web e contrastare l’anonimato in rete. Serve, pertanto, una regolamentazione più stringente per ostacolare e impedire il proliferare delle fake news online”.

Secondo Roberto Marti, Presidente della Commissione Cultura e Patrimonio Culturale, Istruzione Pubblica del Senato della Repubblica: “I dati che emergono da questa analisi sono allarmanti. Formazione e qualità sono due aspetti fondamentali per garantire una corretta informazione. Il legislatore deve normare tale materia. In tal senso, con il Rapporto di oggi state tentando di fare una buona politica comunicativa, cioè iniziare a formare delle agenzie di comunicazione efficienti”.

Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, ha commentato che “occorre essere consapevoli del fatto che la verità nella comunicazione è qualcosa che bisogna conquistare e garantire. In un mondo dominato dall’intelligenza artificiale noi stakeholders della comunicazione dobbiamo mettere in atto un sistema che, partendo dal basso, sia in grado di rinegoziare le regole per salvaguardare una corretta e trasparente informazione”.

Ivano Gabrielli, Direttore Polizia Postale, ha evidenziato che: “L’intervento che si può fare per ostacolare la diffusione di fake news e di disinformazione è quello di costituire un argine. Lo strumento penale tuttavia è limitato. Dal Rapporto emerge che gli italiani e in particolare i giovani si rifugiano nelle piattaforme di comunicazione. È fondamentale, dunque, lavorare sulla prevenzione al fine di far prevalere una corretta informazione per agevolare l’opinione pubblica”.

Giuseppe De Rita, Presidente Censis, ha sottolineato che: “Tanto opinionismo e poca informazione generano confusione e notizie false; lo hanno dimostrato il Covid prima, la guerra poi e oggi il riscaldamento climatico. Gli italiani hanno bisogno di una rete di professionisti dell’informazione di cui fidarsi, che li aiutino anche ad avere maggiore consapevolezza di come riconoscere fonti e notizie di qualità”.

Secondo Domenico Colotta, Founder Ital Communications: “Il terzo Rapporto Ital Communications-Censis offre uno spunto di riflessione sull’Intelligenza Artificiale, che rappresenta una grande opportunità per il futuro, in tutti i campi. Occorre tuttavia che, nel contrasto alle fake news, le sue potenzialità vengano sfruttate unitamente alle abilità umane, in modo da dare un efficace supporto al lavoro dei professionisti della comunicazione. Solo in questo modo si può realizzare una comunicazione affidabile, fondata su fonti verificate e che sia capace di salvaguardare la fiducia nei media e nelle istituzioni”.

Per Ruben Razzante, Docente di Diritto dell’Informazione all’Università Cattolica di Milano: “Dobbiamo evitare due errori. Da un lato il rischio di dogmatizzare la verità, dall’altro quello di delegare a un algoritmo il processo di definizione della verità stessa. La sfida è quella di coltivare il pluralismo e il confronto tra le fonti. L’informazione professionale è quella che acquisisce il dato di realtà con una metodologia simile a quella dello storico, confezionando un prodotto rispettoso della verità sostanziale dei fatti”.

Attilio Lombardi, Founder Ital Communications, ha spiegato che: “Chi fa comunicazione con professionalità e autorevolezza, in un mondo complesso e profondamente mutato come quello di oggi, non deve rinunciare alla serietà e alla veridicità delle notizie da veicolare. Il terzo Rapporto Ital Communications-Censis rileva l’importanza di una comunicazione responsabile e in grado di contrastare la disinformazione, anche attraverso lo sviluppo di valide competenze che sappiano governare i cambiamenti e tutelare i cittadini e le istituzioni dai danni sociali, economici e democratici derivanti da una comunicazione non veritiera”.

Per Roberto Zarriello, Segretario Generale Assocomunicatori: “Occorre colmare il gap sulle competenze digitali che attanaglia il nostro Paese. Bisogna investire sulla formazione dei giovani, sia in ambito scolastico che in quello accademico. Non possiamo più permetterci di avere in Italia un numero così basso di laureati nelle materie Stem e un così alto numero di Neet tra i ragazzi. Allo stesso modo, le aziende necessitano di specialisti nel campo delle Ict che non riescono a trovare. Investire sull’educazione e la formazione digitale, anche utilizzando bene i fondi del PNRR, deve essere una priorità per il sistema-Paese”.

 

Il Faro



 

mercoledì 15 marzo 2023

CHATBOT E DISINFORMAZIONE

 Se è il computer a scrivere articoli saremo sommersi dalle fake news?

Il rischio democratico dell’elaborazione di testi ad opera dell’intelligenza artificiale

Una tecnologia come ChatGPT può diventare il più potente strumento per diffondere disinformazione, rapidamente e a basso costo, non solo in rete. Il ruolo della formazione

 

- di PIETRO   SACCÒ

 Se si chiede a ChatGPT di produrre un articolo sul perché affidarsi a un bot per scrivere notizie è problematico il sistema esegue egregiamente il suo compito. In un testo da duemilacinquecento battute ammette che nella scrittura di articoli l’intelligenza artificiale non ha la capacità di giudizio tipica degli umani, è incapace di percepire le sfumature linguistiche e culturali, facilmente sfruttabile da chi produce disinformazione, eticamente discutibile per il rischio che i robot rimpiazzino i giornalisti. Se al contrario si incarica il chatbot di scrivere un articolo sul perché la sua produzione giornalistica non sia problematica, ChatGPT produce un testo altrettanto ben strutturato, dove sottolinea vantaggi come la velocità, l’efficienza e l’assenza di pregiudizi. Quindi aggiunge che il giornalismo automatizzato permette anche la “democratizzazione dell’industria dell’informazione”, perché «con i bot e l’intelligenza artificiale chiunque può creare e pubblicare notizie, indipendentemente dalla propria formazione o dal proprio livello di esperienza». Che la creazione di articoli giornalistici da parte di chi non ha né formazione né esperienza possa essere considerata un vantaggio (a sessant’anni dall’istituzione dell’Ordine dei giornalisti) lo può sostenere un robot. Oppure un professionista della disinformazione.

Nella storia del giornalismo è sempre stata la tecnologia a rendere possibili i grandi balzi in avanti. Il passaggio dalle presse tipografiche manuali a quelle a vapore all’inizio dell’Ottocento abbassò drasticamente i costi di stampa aprendo la strada negli Stati Uniti alla penny press, i giornali da un centesimo di dollaro che hanno rappresentato la prima forma di giornalismo popolare. La radio prima e la televisione poi nel Novecento permisero la diffusione dell’informazione giornalistica anche tra le classi meno istruite e gli analfabeti (che in Italia erano ancora il 20% degli adulti negli anni Trenta). La rivoluzione del digitale, dagli anni Novanta in avanti, ha progressivamente portato verso zero i costi tecnologici dell’attività di produzione di notizie: bastano un computer e una connessione per pubblicare qualcosa. Questa evoluzione tecnologica ha lasciato emergere quello che gli studiosi avevano definito con ottimismo “giornalismo partecipativo” ma che, nella realtà, si è concretizzata principalmente in una situazione caotica in cui chi sa sfruttare meglio algoritmi e ottimizzazione dei testi può diffondere con successo sul web qualsiasi tipo di notizia. Non esattamente un progresso: la diffusione epidemica della disinformazione abilitata dal digitale è considerata una delle maggiori minacce alla tenuta delle società democratiche. Il costo della produzione di testi convincenti fino ad oggi è stato uno dei principali ostacoli al successo delle campagne di disinformazione. Pubblicare una notizia falsa – sostenendo per esempio che il vaccino anti-Covid uccide – può essere molto semplice, ma produrre un testo ben argomentato e credibile per convincere qualcuno di questa tesi è laborioso: occorre trovare qualcuno che lo sappia scrivere, dargli il tempo di farlo, pagare la sua “professionalità”. I sistemi di produzione di testi basati sull’intelligenza artificiale aiutano ad aggirare l’ostacolo. «Questo può essere il più potente strumento per la diffusione di disinformazione che sia mai apparso su Internet» ha spiegato al New York Times uno dei fondatori di NewsGuard, tra le principali organizzazioni mondiali di contrasto alla disinformazione. NewsGuard ha testato ChatGPT chiedendogli di scrivere saggi, articoli e testi per la televisione su 1.131 delle principali bufale circolate online negli Stati Uniti negli anni passati. Nel 20% dei casi ChatGPT ha riconosciuto la malizia dell’interlocutore umano e ha rifiutato di produrre fake news. Chiunque può sperimentare che il chatbot ha i suoi anticorpi: non scrive argomentazioni discriminatorie, accuse politiche, diffamazioni infondate. Ma per il restante 80%delle bufale proposte da NewsGuard l’intelligenza artificiale non ha esitato a produrre i testi richiesti. Sempre secondo il suo stile, cioè con un tono molto obiettivo in cui presenta al lettore le opinioni diverse su un tema, non esprime giudizi netti e si schiera il meno possibile. Il bot sviluppato da OpenAI impara dai suoi errori e può migliorare anche ad alzare le barriere contro la disinformazione. Le aspettative sono alte anche per l’integrazione di queste tecnologie nel motore di ricerca di Microsoft, Bing, o di Google, con Bard. Ma non è difficile immaginare che presto arriveranno sul mercato sistemi alternativi di intelligenza artificiale per la generazione di testi, magari più rudimentali ma con meno scrupoli sulla veridicità dei fatti da riportare. Il business della propaganda politica e del marketing malevolo è grande e disposto a pagare bene chi può dare una mano. L’ondata della disinformazione alimentata dalla tecnologia dei social network non era stata prevista. Il cavallone che sta montando, quello carico di intelligenza artificiale, è ben visibile e appare comunque molto più minaccioso.

Chatbot malevoli possono produrre fake news, mentre quelli ben intenzionati per loro natura ostacolano la ricerca della verità.

Tra le peculiarità dei sistemi come ChatGPT c’è anche quella di non comunicare le fonti delle informazioni che forniscono. Gli utenti che si abitueranno a utilizzare le chatbots al posto dei motori di ricerca per trovare informazioni online saranno sempre più allontanati dall'origine delle nozioni che ricevono. Attraverso una ricerca tradizionale su Google è facile verificare su quale sito è pubblicata l’informazione presentata come risposta alle proprie domande. Conoscere la fonte di un’informazione è fondamentale per verificarne l’attendibilità. Per i giornalisti è una banalità, uno dei fondamenti del mestiere. Riconosce l’importanza del vedere con chiarezza la fonte anche quella parte della popolazione che è più consapevole di come funzionano i meccanismi dell’informazione.

Ma stiamo parlando di una minoranza. «L’ho visto su Facebook » (oppure su Twitter, su Instagram, TikTok o qualsiasi altro social network) per molti è la nuova versione di «l’ha detto la televisione» dei decenni passati. È lo stesso tipo di errore, ma in una forma più grave: la tv (come la radio e pure i giornali) può essere bugiarda e poco credibile, ma ha tradizionalmente dei filtri rappresentati dalle cosiddette “barriere all’ingresso”. Fare informazione sui media tradizionali costa molto, pochi possono permetterselo. Spendere denaro per diffondere fake news è possibile ma è un business rischioso: le democrazie sono organizzate per fermare e punire chi fa attività di questo tipo, c’è il rischio di bruciare investimenti significativi. Invece online i budget sono minimi: attraverso i social si può fare disinformazione con grande efficacia, senza il rischio di finire in bancarotta. Il pubblico che non ha percepito questa differenza non comprende che chiunque può camuffare qualsiasi bugia per una “notizia”: finché la presenza su uno schermo sembra sufficiente a dare a ogni testo o filmato una certa dose di autorevolezza e credibilità agli occhi di una quota significativa della popolazione, la disinformazione gioca sempre in casa. «L’ho letto su ChatGPT» rischia di diventare un modo di dire terribilmente frequente, una spaventosa giustificazione a credenze bugiarde e infondate. L e autorità promettono che sapranno difenderci. «Come dimostrato da ChatGPT, le soluzioni di intelligenza artificiale possono offrire grandi opportunità per le aziende e i cittadini, ma pongono anche dei rischi – ha scritto Thierry Breton, commissario europeo al Mercato interno, in un commento inviato alla Reuters. Per questo abbiamo bisogno di un robusto quadro di regole per assicurare un’intelligenza artificiale affidabile basata su dati di alta qualità». Vedremo, fin qui le norme hanno fatto poco per fermare le campagne di disinformazione: il grosso del lavoro è stato affidato alle aziende che controllano i social, il cui reale interesse nel fermare chi diffonde informazioni false è limitato, perché in fondo apprezzano tutto ciò che, compatibilmente con la legge, aiuta a generare traffico, e quindi pubblicità e fatturato. La risposta più efficace resta quella educativa, come gli studiosi si ostinano a ripetere: occorre sviluppare il senso critico dei cittadini fin dall’infanzia, servono lezioni di alfabetizzazione mediatica per insegnare i meccanismi dell’informazione nelle scuole ai bambini e ai ragazzi, c’è bisogno di proposte formative che alzino il livello di consapevolezza anche degli adulti e degli anziani per smascherare chi vuole ingannarli tramite quegli smartphone che assorbono la loro attenzione anche per diverse ore al giorno. Reduci da un Sanremo che ha colpito molti osservatori per la sua ingenua e malcelata promozione di Instagram è difficile essere ottimisti su questo fronte. L’ambiente digitale è diventato così onnipresente e invadente in ogni attimo della vita quotidiana che è sempre più difficile ricevere gli stimoli per alzare la testa e cercare di capire come funziona questo mondo di bit in cui siamo immersi. Siamo spacciati se aspettiamo che sia ChatGPT o qualche suo simile a suggerirci i rimedi ai problemi che lui stesso ci potrà creare.

Per scongiurare il pericolo occorre sviluppare il senso critico dei cittadini, fin dall'infanzia. Perciò, nelle scuole servono lezioni di alfabetizzazione mediatica per insegnare, ai bambini e ai ragazzi,  i meccanismi dell'informazione.

 www.avvenire.it

domenica 12 marzo 2023

UOMO o TECNOLOGIE ?

Le nuove tecnologie:

l’uomo e la governance

 “Non è più l’innovazione tecnologica in sé ciò che fa la differenza, ma è che cosa ne facciamo di questa innovazione”: ha origine da questo assunto la riflessione che il filosofo Luciano Floridi ha condiviso con noi e che abbraccia il concetto di “gestione” della trasformazione digitale che ci ha investito.

Vittima e, insieme, carnefice di se stesso, impaurito dai cambiamenti profondi e rapidi del digitale e, allo stesso tempo, avido nel farne un uso e consumo per fini propri, l’uomo, all’interno di tale rapporto, fa mostra di comportamenti, di modi e di scopi, divenuti, in questi ultimi anni, oggetto di una riflessione dal respiro ampio, il cui nocciolo è “che cosa” vogliamo farne di quello che abbiamo creato e “come” intendiamo farlo.

In questa fase – osserva Luciano Floridi, filosofo, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, nonché direttore del Digital Ethics Lab presso l’Oxford Internet Institute dello stesso Ateneo – non è più l’innovazione tecnologica in sé ciò che fa la differenza, ma è che cosa ne facciamo di questa innovazione. Non è alla digital innovation, ma è alla governance, alla “gestione” del digital, che ora dobbiamo guardare. E sottolinea:

“Arriva il quantum computing. Bene. Ma che vogliamo farci con questa potenza di calcolo dalle capacità straordinarie? È questa la domanda da porci nel XXI secolo di fronte alle tecnologie emergenti e alla loro forza. Perché, se fino a ieri, ne siamo rimasti affascinati, oggi ci sono tutta una serie di questioni aperte da affrontare, che riguardano gli impatti della trasformazione digitale sulla società, sulla politica, l’educazione, l’informazione, il lavoro, l’ambiente”

A lui la parola.

Professore, che tipo di rapporto esiste, in questo momento, tra le nuove tecnologie e l’uomo? Ritiene che l’uomo, oggi, sia al centro di tali tecnologie?

Personalmente, sono sempre stato piuttosto critico nei confronti di questa “centralità” da parte dell’uomo. Mettendo “noi” al centro, abbiamo distrutto questo pianeta. E, in epoche storiche differenti, a seconda di chi si poneva al centro, abbiamo distrutto minoranze, culture diverse. Certo, la domanda fa riferimento a un altro genere di centralità, ma è importante, a mio avviso, partire da una distinzione. Esiste una centralità “buona”, che noi tutti abbiamo a cuore e che, in un’ipotetica scelta assoluta tra tecnologia da un lato e umanità dall’altro, predilige la seconda, togliendo il primato alla tecnologia. Ma se, invece, la centralità rimanda a un utilizzo non equilibrato della tecnologia da parte dell’uomo, a un suo uso e consumo del tutto arbitrario, allora dovremmo fermarci a riflettere e cambiare indirizzo. Non lasceremo a nessuna generazione futura alcun pianeta se continuiamo a metterci esageratamente al centro. Dunque, la centralità “cattiva” dell’uomo deve essere rimossa, mentre la centralità buona deve potersi moltiplicare attraverso una maggiore attenzione all’uomo da parte della tecnologia.

 Maggiore attenzione all’uomo da parte della tecnologia: che cosa significa nel concreto?

Porre la tecnologia al servizio dell’umanità. In questo modo, raggiungeremmo un obiettivo duplice, ovvero avremo sradicato la centralità “cattiva” dell’uomo e avremo dato a questo il compito di utilizzare la tecnologia mettendola al servizio di tutti, di tutte le culture, di tutti i ceti sociali, al servizio del pianeta, dell’ambiente, delle generazioni presenti e future.

Perché abbiamo paura dei cambiamenti che le trasformazioni tecnologiche, inevitabilmente, implicano?

Le innovazioni, i cambiamenti importanti, spaventano da sempre. Fin dai tempi della scoperta del fuoco e della ruota. Ma oggi la questione che si pone è diversa. Il tempo di trasformazione tecnologica si è compresso di tanti di quegli ordini di grandezza, che quella paura che, in passato, si estendeva su un periodo di tempo molto dilatato, oggi è, anch’essa, compressa. Decuplicando la velocità di trasformazione, abbiamo, proporzionalmente, decuplicato anche la paura. E, aggiungo, che la paura che oggi proviamo è ragionevole. La compressione temporale, unita alla straordinaria potenza di trasformazione delle tecnologie attuali, hanno contribuito a rendere la rivoluzione digitale qualcosa per la quale “si deve” avere ragionevole preoccupazione. Stiamo trasformando quello che ci circonda così velocemente e in maniera talmente radicale che, se non agiamo con equilibrio e non rimuoviamo quella centralità cattiva alla quale ho accennato, corriamo il rischio di andare incontro a problemi molto seri. Per semplificare molto, la rivoluzione agricola ha impiegato millenni per far sentire tutti i suoi effetti, quella industriale secoli, ma quella digitale solo decenni. Non sentirsi un po’ confusi, un po’ preoccupati, un po’ in apprensione sarebbe innaturale. Ma la paura deve trasformarsi in uno sprone a capire meglio le attuali trasformazioni e a fare meglio con le straordinarie tecnologie a nostra disposizione. Non deve essere l’anticamera di qualche forma di luddismo o di rassegnazione deterministica.

Esiste, a suo avviso, una mala informazione riguardo alle nuove tecnologie?

Esiste e di questo di grandi responsabilità ai giornalisti e a chi lavora, ad esempio, nelle Università, nei centri di ricerca e nelle divisioni R&D delle grandi aziende. Purtroppo, spesso, l’atteggiamento di studiosi, ricercatori e sviluppatori tende a porre l’accento su alcuni aspetti, piuttosto che su altri, delle scoperte realizzate, delle nuove tecnologie messe a punto. E le ragioni sono diverse. Può trattarsi semplicemente in un esagerato entusiasmo, oppure del desiderio di fare carriera o di ottenere finanziamenti. Sul versante della comunicazione, c’è, invece, l’inseguire la notizia da prima pagina, il “l’ho detto prima io”, spesso senza analizzare, verificare e chiedersi se quella notizia è oggettiva oppure se è solo il risultato di un’enfatizzazione da parte del ricercatore di turno. Queste sono le due forze principali che alimentano la mala informazione. Poi c’è un altro fenomeno, che vede la cattiva informazione autoalimentarsi e avvitarsi in un circolo vizioso, in base al quale tanta più cattiva informazione c’è, tanto peggio è l’informazione successiva.

Cosa si può fare per disinnescare questo circolo vizioso?

Bisogna innescare il circolo “virtuoso” opposto, non basato sul “tanto male tanto peggio”, ma sul “tanto bene, tanto meglio”. E questo lo si ottiene con tanto lavoro e tanta buona volontà e inserendo buona informazione che scaccia quella cattiva. Riguardo a quest’ultimo punto, trovo, però, che manchino quei meccanismi in grado di facilitare tali processi. E mi riferisco, in particolare, a quei Business Model che, oggi, sul Web sembrano attrarre cattiva informazione, in un ingranaggio che premia chi fa mala informazione e punisce chi, al contrario, è autore di una buona informazione. Ecco, bisognerebbe agire su questo ingranaggio, il che significa anche intervenire sulla pubblicità presente sui media, regolamentandone la quantità e creando equilibrio, armonia, tra informazione con la “i” maiuscola – che deve prevalere – e contenuti a pagamento.

Quali sono i filoni più urgenti sui quali intervenire affinché le nuove tecnologie abbiano un esito positivo? E qual è il ruolo della politica in merito?

Tutte le questioni inerenti alla riservatezza e alla protezione dei dati personali, allo sfruttamento di tali dati da parte di terzi e all’impatto che questo fenomeno ha sulla libertà, l’autonomia e la dignità dell’individuo, rappresentano tematiche importanti, che dobbiamo costantemente presidiare. A queste aggiungo un altro argomento, a mio parere, altrettanto urgente, legato alla mancanza di competizione tra le grandi aziende del mondo digitale. Non esiste, ad oggi, un reale competitor di Google come motore di ricerca, né un vero competitor di Facebook come social newtwork. Che cosa significa questo? Che stiamo assistendo a un appiattimento dell’offerta, all’assenza di una pluralità di contenuti validi. La sana competizione, la concorrenza leale tra più offerte, ci permette di scegliere. E non esiste più libertà di scelta, quando non esiste più un menu. C’è, poi, un altro tema sul quale mi piacerebbe fare luce e che ha a che vedere col ritorno sociale di questi grandi colossi del digital. Mi domando: come utilizzano le straordinarie tecnologie che sviluppano e i loro importanti introiti per fare del bene? Fino a che punto hanno un ruolo di buona cittadinanza? E, in tutto questo, la politica con la P maiuscola può fare molto. Può trasformare queste straordinarie forze di mercato in forze buone per la società, per le persone, per l’umanità tutta.

Capitalismo di sorveglianza e perdita di libertà: corriamo realmente dei rischi? E quali?

Trovo che il problema non sia il capitalismo che ci carpisce dati e informazioni personali. Il rischio più grande che potremmo correre, stando a questo schema, è che, per mezzo dei nostri dati, ci raggiungano per proporci più t-shirt, più merendine oppure per venderci prodotti che non ci interessano affatto. Pensi che trent’anni fa, la nostra preoccupazione, il nostro vero problema, non era il capitalismo di sorveglianza, ma la sorveglianza da parte dello Stato. A quel tempo, era ancora viva la percezione di essere oggetto di un controllo politico. Ecco, quel tipo di preoccupazione era forte. Oggi, invece, il vero pericolo potrebbe derivare da una saldatura tra questi due tipi di controllo, ossia tra sorveglianza politica – come quella che esiste in Cina – e sorveglianza da capitalismo statale. Finché la sorveglianza è fatta di un capitalismo che mi deve vendere il nuovo modello di frigorifero, resto tranquillo. È la “saldatura” che mi allarma. Cambridge Analytica – società di consulenza britannica che ha utilizzato a scopi elettorali i dati social di milioni di americani – ci ha inquietato perché è stata l’esempio concreto di saldatura tra capitalismo di sorveglianza e controllo politico.

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