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domenica 21 giugno 2026

IL FANTASMA DELL'ONNIPOTENZA

 Musk, i Mondiali, l’idolo tecnocratico:

 il fantasma dell'onnipotenza



Tre fatti di cronaca apparentemente lontani — il traguardo raggiunto dall'uomo più ricco del mondo, un evento sportivo dalle dimensioni inedite e il caso della nuova Intelligenza artificiale di Anthropic — rivelano la stessa tentazione di oltrepassare ogni confine. 

Una deriva a cui Leone XIV oppone la «civiltà dell’amore»

 di Mauro Magatti

Qualche giorno fa, Elon Musk è diventato il primo uomo della storia a superare un patrimonio di mille miliardi di dollari, una cifra enorme difficile persino da comprendere. Sta di fatto che nelle mani di un solo uomo si concentra una ricchezza pari al Pil di 150 Paesi. Nemmeno Paperon de’ Paperoni, quando si tuffava nella sua piscina colma di dollari, poteva immaginare tanto. Resta una domanda: che cosa se ne farà il magnate americano di questa montagna di soldi? Un patrimonio simile non serve a vivere meglio, ma a immaginare di poter indirizzare il futuro. È potenza allo stato puro.

In questi stessi giorni hanno preso il via i Mondiali del calcio. Una maxi-competizione con quarantotto squadre, centoquattro partite, per trentanove giorni, che si gioca in sedici città disperse su un intero continente (Stati Uniti, Messico, Canada) trasformato in un grande stadio virtuale. Una dimensione smodata, fuori misura, che non risponde a nessuna logica sportiva, ma solo a quella del business globale: più squadre, più mercati, più diritti televisivi. The show must go on : si deve crescere finché cresce il fatturato. Come nella vicenda di Musk, il principio è quello di una espansione senza limiti.

Mythos, il più recente modello di intelligenza artificiale di Anthropic, ha fatto molto discutere: prima bloccato, poi rilasciato in forma ridotta col nome di Fable, infine ritirato per ordine del Governo americano. La ragione di tanto scalpore sta in una potenza di calcolo talmente grande da spaventare chi l’ha costruita e pure l’Amministrazione Trump, non certo ben disposta a interventi regolativi. Nel dibattito internazionale, si moltiplicano le voci autorevoli che mettono in guardia dai rischi di una IA talmente potente da sfuggire di mano. Tre fatti di cronaca molto diversi, ma accomunati da quella grammatica che Leone XIV ha chiamato “civiltà della potenza”.

Si dirà, niente di nuovo sotto il sole, dato che le derive del potere ci sono sempre state. La novità è che l’ homo deus – per usare l’espressione di Yuval Noha Harari – pretende di congedarsi da ogni idea di trascendenza, dalla natura come misura, dall’idea stessa di limite. Ecco perché il denaro di Musk, lo spettacolo dei Mondiali di calcio, la potenza di calcolo dell’IA non sono altro che tre manifestazioni di quella tendenza al gigantismo che caratterizza il nostro tempo. Di fatto, non ci sono principi o criteri riconosciuti per limitare ciò che è economicamente conveniente o tecnicamente possibile.

Eppure la storia lo insegna: quando l’uomo si fa prendere dal fascino dell’onnipotenza, si rischia di fare disastri. «Andremo su Marte, costruiremo un’intelligenza superiore a quella umana, diventeremo immortali», sono queste le “magnifiche sorti e progressive” annunciate dai profeti di una umanità finalmente padrona del proprio destino. E pazienza se poi è necessario farsi la guerra per assicurarsi le risorse indispensabili per vincere la competizione globale o sacrificare quelli che restano indietro e sono di inciampo all’obiettivo da raggiungere. Ѐ il prezzo da pagare all’idolo tecnocratico.

Così, sotto mentite spoglie, si riproduce ancora una volta il meccanismo più antico e tremendo della storia: il sacrificio che immola una parte dell’umanità sull’altare di un ipotetico futuro luminoso. Stiamo camminando su una strada pericolosa. L’Enciclica Magnifica humanitas lo denuncia con chiarezza. La civiltà della potenza, proprio mentre promette pienezza, produce esclusione, guerra, devastazione. L’alternativa esiste e ha un nome preciso: civiltà dell’amore. Non si tratta – come qualcuno vorrebbe insinuare – di una formula sdolcinata o di una proiezione idealizzata. L’espressione del Papa (peraltro coniata da Paolo VI) è infatti intrisa di quel realismo sano che è capace di scorgere tra le righe storte della storia un avvenire ancora da costruire.

La civiltà dell’amore non elimina il male, che resterà sempre. Ma lavora alacremente per costruire una cultura (cioè un modo di pensare) e forme istituzionali (politiche, economiche, sociali) in grado di far i conti con la struttura relazionale e spirituale della vita. Perché questa è la verità che la civiltà della potenza rimuove: nessuno si fa da sé, l’umano non è autosufficiente. Veniamo al mondo grazie ad altri, viviamo con altri, e siamo animati dalla continua ricerca di senso che non smette mai di interrogarci. La nostra umanità è già adesso magnifica perché fragile e, proprio per questo, capace di amare.

Il desiderio, che ci spinge sempre oltre, non è volontà di potenza, ma tensione all’incontro con l’altro. Movimento incerto, difficile, esposto al fallimento, ma anche capace di accrescere la vita senza distruggere il mondo e gli altri.

La questione di fondo del tempo che viviamo non è dunque quale macchina costruiremo, né quanto saremo ricchi o quale sarà il prossimo spettacolo a cui assisteremo. Ma se e come sapremo passare dal fantasma dell’onnipotenza all’avventura generativa dell’amore.

www.avvenire.it

sabato 29 marzo 2025

L'ARTE DEL MANIPOLARE

 


Piattaforma X e non solo: come si manipola l’elettore, la distorsione algoritmica della realtà

 

-         di Salvatore Parlagreco

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L’affermazione “You are media now”, pubblicata da Elon Musk sul suo profilo personale su X (ex Twitter), racchiude in modo sintetico ma emblematico la trasformazione in atto nel panorama dell’informazione digitale. Questo cambiamento solleva interrogativi centrali sulla disintermediazione del sapere, sul ruolo dei social media nella costruzione del discorso pubblico e, soprattutto, sulla concentrazione del potere informativo nelle mani di attori privati.

L’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk nel 2022, e la successiva ristrutturazione della piattaforma in X, non rappresentano solo un’operazione industriale o una scommessa sul futuro dei social network. Piuttosto, costituiscono un caso di studio sulla privatizzazione degli spazi di informazione e sulla capacità dei grandi player tecnologici di intervenire direttamente nel tessuto socio-politico. Il controllo esercitato da Musk sull’algoritmo di visibilità, sulle politiche di moderazione e sulla direzione editoriale de facto di X va osservato non in chiave morale, ma sistemica.

Secondo McChesney (2013), uno dei nodi centrali dell’informazione digitale è la commistione tra logiche di mercato e funzione democratica dei media. Quando la distribuzione dell’informazione avviene su piattaforme guidate da interessi economici e personali, il rischio di una “distorsione algoritmica della realtà” – come la definisce Eli Pariser nel concetto di filter bubble – si fa concreto. La trasparenza dei criteri di selezione e amplificazione dei contenuti diventa così elemento essenziale per la salute del discorso pubblico.

Non è nuova, del resto, la tendenza di Musk a intervenire direttamente nel dibattito politico. In Germania, a fine 2023, la piattaforma X ha ospitato contenuti controversi sulla gestione migratoria, amplificati da profili vicini all’estrema destra, con la tacita benevolenza dell’algoritmo. In Italia, Musk ha commentato – con tono critico – decisioni della magistratura, insinuando una indebita rappresentanza della volontà popolare, mancando il requisito della elezione. La sua esposizione non si limita al commento: la piattaforma stessa è il vettore del messaggio. È qui che la distinzione tra medium e messaggio, già teorizzata da McLuhan, si dissolve.

L’idea che ciascun utente sia “media” è una forma di empowerment apparente. In realtà, la capacità di raggiungere un pubblico vasto dipende dalla conformità del contenuto alle logiche

 in Articoli

Immagine: Pifferaio magico

 

 

 


venerdì 10 gennaio 2025

SOVRANISMO e DEMOCRAZIA


Una nuova visione 

del ruolo internazionale

 della democrazia

    



--di Giuseppe Savagnone*

Il comprensibile entusiasmo dei giornali e dell’opinione pubblica per la liberazione di Cecilia Sala rischia di far perdere di vista la problematicità del contesto in cui è maturato il successo dell’operazione diplomatica della nostra premier, sulla linea del suo proposito di ridare all’Italia il prestigio che, secondo lei, aveva perduto a livello internazionale.

Un richiamo a tale contesto viene dal fatto che quel successo è stato reso possibile dall’incontro cordiale della Meloni col presidente eletto degli Stati Uniti e dalla voce – subito smentita da Palazzo Chigi – che in questa occasione sia stato stretto un accordo con Elon Musk per aderire al sistema satellitare di SpaceX.

Ciò che è in gioco, però, va ben al di là delle singole questioni e riguarda la posizione dell’Italia di fronte alla rivoluzione che si è verificata nello scenario mondiale con l’ascesa di Donald Trump al vertice del paese-guida dell’Occidente e del ruolo assunto dal suo ormai inseparabile partner Elon Musk.

Nel suo primo discorso da presidente eletto, Trump ha fatto delle dichiarazioni che è molto difficile situare nel quadro della prassi delle democrazie occidentali così come finora le si è concepite. 

Particolare impressione ha suscitato la sua risposta a un giornalista che gli chiedeva se il suo progetto di annessione della Groenlandia e di riconquista del canale di Panama escludesse comunque l’uso della forza militare. «Non posso dare assicurazioni su nessuna delle due questioni», ha risposto.

Riguardo alla Groenlandia, Trump ha spiegato che gli USA devono ottenerne il controllo per motivi di «sicurezza nazionale», affermando che «nessuno sa se la Danimarca» – lo Stato di cui la Groenlandia fa parte – «ha un diritto legale» su di essa. Ha inoltre dichiarato che la popolazione dell’isola potrà «decidere sull’indipendenza».

Quanto a Panama, nel suo discorso il neopresidente americano ha giustificato l’ipotesi dell’uso della forza per la sua riconquista dicendo: «Abbiamo bisogno di sicurezza economica, il canale di Panama è stato costruito dai militari, non mi impegno ora a fare questo, ma potrebbe essere quello che dovremo fare», e sottolineando che il canale di Panama «è vitale per il nostro Paese, ora è gestito dalla Cina. Noi abbiamo dato il canale a Panama non alla Cina, e loro ne hanno abusato».

Forse ancora più impressionante è stata la presa di posizione nei confronti del Canada. Il prossimo inquilino della Casa Bianca ha detto di aver l’intenzione di usare la «forza economica» (applicando dazi) nei confronti dello Stato vicino. Ma l’obiettivo è che esso diventi il 51° Stato americano. 

«Potremmo liberarci di quella linea di confine costruita artificialmente e sarebbe anche molto meglio per la sicurezza nazionale». Un progetto confermato da fatto che Trump ha pubblicato, sul suo social «Truth», una mappa in cui il Canada far parte degli Stati Uniti.

Il neo-presidente ha anche voluto lanciare un avvertimento al Messico, responsabile, a suo avviso dell’immigrazione irregolare e della penetrazione della droga. «Cambierò il nome al Golfo, lo chiamerò Golfo d’America. Come suona bene!», ha detto.

Ma i suoi strali sono stati rivolti anche agli alleati della NATO, ai quali ha ribadito la necessità di aumentare le spese per la difesa se non vogliono perdere l’ombrello americano con l’uscita degli Stati Uniti dall’Alleanza. «Se lo possono permettere tutti», ha sostenuto Trump, «ma dovrebbero pagare il 5% del PIL, non solo il 2%».

È la logica del sovranismo: «Ci stiamo avvicinando all’alba dell’età dell’oro dell’America», ha concluso, davanti ai suoi sostenitori in delirio.  

Il sovranismo e l’Occidente

Siamo davanti a una visione che, secondo la valutazione di un osservatore acuto come Vittorio Parsi, «seppellisce il concetto di Occidente, che è quello invece che ha costruito il mondo del secondo dopoguerra e fino all’altro ieri». Ma che, soprattutto, cancella ogni riferimento al diritto internazionale e al suo fondamento etico, in nome del primato assoluto della «sicurezza nazionale» degli Stati Uniti e dei loro interessi economici.

Le risposte dei potenziali aggrediti

Le risposte a questo discorso non hanno tardato ad arrivare. «La Groenlandia appartiene ai groenlandesi e non è in vendita», ha avvertito la premier danese Mette Frederiksen, mentre re Frederik ha cambiato appositamente lo stemma reale per inserirvi i simboli di Groenlandia e isole Faroe.

E il ministro degli Esteri panamense Javier Martinez-Acha ha ribadito che la sovranità del Canale di Panama «non è negoziabile (…).  Il Canale appartiene ai panamensi e continuerà ad essere così». 

Anche il Canada ha risposto alle minacce di dazi da parte di Donald Trump dichiarando che non «farà nessun passo indietro. Le dichiarazioni del presidente eletto Trump dimostrano una totale incomprensione di ciò che rende il Canada un paese forte. Non ci arrenderemo mai di fronte alle minacce», ha dichiarato su X la ministra degli Esteri Melanie Jolie. Poco dopo, il primo ministro dimissionario Justin Trudeau ha aggiunto: «Mai e poi mai il Canada farà parte degli Stati Uniti» .

L’appoggio di Musk al neonazismo tedesco

Di questo sovranismo senza regole morali Musk è, da parte sua, il profeta a livello mediatico, con la  sua rete di comunicazione appoggiata su 67.000 satelliti, a cui anche l’altro grande padrone del mondo mediatico, Mark Zuckerberg, si  è ultimamente allineato, con quella che molti quotidiani hanno definito una «resa» all’ex concorrente ormai onnipotente.

Perché Musk non è ormai solo un imprenditore, ma un soggetto politico che  interferisce, col suo potere economico e mediatico, nella vita interna di vari Stati. Come abbiamo già visto nelle critiche a quei magistrati italiani che ostacolano i progetti del governo italiano in tema di migrazioni.

Recentissime, poi, sono le prese di posizione di Musk a favore di Aletrnative für Deutchland, il partito tedesco di estrema destra, con forti ascendenze neonaziste, che attualmente è in Germania al secondo posto.

In una conversazione di 75 minuti con la candidata alla Cancelleria, Alice Weidel, trasmessa in questi giorni sulla propria piattaforma X – a poco più di mese dalle imminenti elezioni tedesche – , il tecnomiliardario ha collegato la linea di Trump a quella di Alternative für Deutchland: «I tedeschi devono votare per il cambiamento, come hanno fatto gli americani, e per questo raccomando con forza di votare la Afd, è puro buon senso. Solo Afd può salvare la Germania, fine della storia». La stessa logica che sta portando Musk a sostenere con ingenti finanziamenti l’estrema destra britannica, come aveva fatto con Trump nella campagna per la Casa Bianca.

Siamo davanti, insomma, a un dichiarato progetto politico-ideologico, di cui Trump, negli Stati Uniti, è l’espressione istituzionale – qualcuno, maliziosamente, dice “il braccio” – , e Musk, a livello planetario, quella culturale e finanziaria (“la mente” e il “portafoglio”).

La posizione della Meloni

Questo è il contesto in cui si è svolta la celebrata “missione” della Meloni, della cui visita Trump ha peraltro parlato come di un atto di omaggio: «La premier italiana Meloni è volata fin qui per poche ore solo per vedermi».

Non sono parole che definiscono una partnership e che sembrano piuttosto indicare un vassallaggio. E in effetti uno Stato sovrano non avrebbe avuto bisogno di chiedere il permesso per negare l’estradizione chiesta da un altro Stato. Il fatto è che il sovranismo di quello più potente può coesiste con gli altri sovranismi solo assoggettandoli e capovolgendoli, così in una dipendenza che è il loro contrario.

Certo è che la nostra premier, nella sua conferenza stampa di inizio d’anno, non ha detto una parola di critica al discorso di Trump, che pure ci riguarda direttamente, sia per la parte che concerne l’eventuale attacco militare alla Danimarca, che fa parte sia dell’UE che della NATO, sia per la richiesta di investire il 5% del PIL in spese miliari (l’Italia attualmente non riesce neppure ad arrivare al 2%).  

Tanto meno – dopo aver infinite volte ripetuto, per Ucraina e Israele, la condanna verso chi aggredisce e l’appoggio incondizionato all’aggredito – ha fatto un cenno di solidarietà agli Stati minacciati da Trump.

Anzi ha definito il presidente americano «una persona che quando fa una cosa la fa per una ragione» e ha ripreso quasi alla lettera le sue argomentazioni, ricordando che «il canale di Panama fu costruito a inizi del ‘900 dagli Stati Uniti, ed è fondamentale per il mercato mondiale e per gli Usa. La Groenlandia» – ha continuato – «è un territorio particolarmente strategico, ricco di materie prime strategiche: sono territori su cui negli ultimi anni abbiamo assistito a un crescente protagonismo cinese. Per il Canada si potrebbe fare un ragionamento simile». 

In conclusione, Meloni – pur dicendosi personalmente convinta che l’attacco militare non ci sarà – non mette in discussione la nuova impostazione data da Trump e la condivide.

Il futuro della democrazia

Nella sua conferenza stampa la nostra premier ha parlato anche di Musk, sostenendo che «non è un pericolo per la democrazia» e che l’eventuale affidamento della sicurezza delle nostre comunicazioni militari alla rete satellitare Starlink da lui controllata è solo un problema tecnico, che verrà risolto nelle sedi competenti.

Interpellata sul sostegno elettorale dato da Musk ad Alternative für Deutschland, ha risposto che ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero. Fingendo di non sapere che Musk non è un qualunque privato, bensì il detentore di un potere immenso che ormai sembra deciso a sfruttare senza scrupoli per un progetto politico in sintonia con quello ex nazista. È saggio mettere il nostro sistema di comunicazione militare nelle sue mani?

Non sembra eccessivo chiedersi, davanti a questo quadro quale sia il futuro dell’Occidente e, in particolare, dove stia andando il nostro paese. È molto dubbio che il suo prestigio sarà accresciuto dal ridursi ad essere il valletto di un arrogante padrone come Trump o dal mettersi sotto il controllo di Musk, magari in cambio di qualche vantaggio economico. Ma soprattutto è dubbio che, in questo contesto, possa sopravvivere quello che finora abbiamo chiamato democrazia.

 *Editorialista e scrittore. Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo.

 www.tuttavia.eu

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giovedì 7 novembre 2024

L'AUTORITARISMO EFFICIENTE

 

Trump e Musk,

 ovvero

 l’avvento

 dell’autoritarismo

 efficiente?





A vincere le elezioni statunitensi è una coppia: Donald Trump e Elon Musk. Una coppia che inquieta non solo per i comportamenti privati ma soprattutto per la convinzione condivisa che la democrazia liberale è ormai un orpello inutile

di Riccardo Bonacina

 Non c’è alcun dubbio, Elon Musk in queste elezioni è stato un fattore determinante per la messa a disposizione della campagna di Trump del suo denaro (è l’uomo più ricco del mondo), della sua piattaforma social, del suo attivismo persino fisico sui palchi della campagna elettorale. Trump il cui ego è da taglia XXXL, l’ha voluto spesso con sé e al momento della prima dichiarazione da neo presidente l’ha definito “Un genio da proteggere”.

Elon Musk non è solo la rivoluzione dell’auto che divorzia dal petrolio con la Tesla, le batterie di nuova generazione anche per le reti elettriche, i settemila satelliti di Starlink che ormai offrono connessione ovunque nel mondo e lo Spazio riconquistato dagli Stati Uniti grazie ai suoi missili e alle sue astronavi. 

Elon Musk, l’imprenditore miliardario, è anche, sempre più, un personaggio-chiave per il sistema America. Lo è nel sistema economico, ma lo è diventato anche per la sicurezza nazionale, (suoi tutti i missili di nuova generazione) e con Trump e la nuova amministrazione che si insedierà a inizio 2025 lo diventerà ancor di più..

Musk ha già creato anche un acronimo per il suo prossimo ruolo: DOGE che sta per Department of Government Efficiency, cioè ministero dell’efficienza. Col quale promette di far risparmiare allo Stato duemila miliardi di dollari ogni anno. Impossibile per gli analisti: il bilancio federale, 6.500 miliardi, è fatto soprattutto di trasferimenti per la sanità degli anziani (Medicare) e dei più poveri e per le pensioni, mentre 850 milioni se ne vanno per la Difesa. Non basterebbe nemmeno licenziare quasi tutti i dipendenti pubblici (e Musk, che quest’anno ha licenziato 14mila addetti Tesla e che, acquistata Twitter, ha cacciato più dei tre quarti del personale, forse sta pensando proprio a questo.

Qui gli interrogativi sono infiniti, come ha sottolineato Massimo Gaggi su “Il Corriere”: “da quelli legali, ministro e imprenditore allo stesso tempo? O un consulente privato con pieni poteri in area pubblica e un inevitabile conflitto d’interessi, visto che lo Stato è cliente e regolamentatore delle sue aziende?”.

Mi spaventa che alla guida di una grande potenza nucleare e di una antica democrazia ci sia una coppia di prepotenti così, prepotenti capaci di instillare violenza e divisioni tramite le piattaforme digitali (X sta diventando una sentina delle peggiori cose). Gli States a guida Trump-Musk in me evocano scenari da Gotham city, dove ogni forma di egoismo ha cittadinanza. Sono noti i comportamenti dei due personaggi che guideranno gli Usa: Elon Musk e l’uso di droghe, il Wall Street Journal riferì di testimonianze dirette di persone che affermano di aver visto Musk consumare droghe come LSD, cocaina, ecstasy e funghi psichedelici durante feste private; Donald Trump e il vizietto del sesso con modelle e pornostar.

Ma più dei comportamenti, spesso immondi, ciò che più ci deve preoccupare è che i progressi dell’intelligenza artificiale stanno convincendo alcuni tycoon del capitalismo digitale, con Musk anche Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e Jeff Bezos (Amazon), di cui ricordiamo la scelta di bloccare un articolo con cui il Washington Post di cui è proprietario, si schierava con la Harris, che i meccanismi della democrazia liberale sono ormai obsoleti: meglio un tecno-autoritarismo efficiente, sostenuto dall’intelligenza delle macchine.

Paramento e commissioni parlamentari, i pesi e contrappesi di una democrazia, la magistratura indipendente dal potere esecutivo, l’iper burocratizzazione de processi, una perdita di tempo, un processo inefficiente.

Una convinzione che sempre di più si fa largo anche da noi, sia pure con personaggi più da commedia, e in Europa.

Prepariamoci.

Vita