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venerdì 24 gennaio 2025

L'ARTE DEL GOVERNARE


 «Impariamo a comprendere la posizione in corsa per disegnare le rotte. Bisogna sapere uscire dai  porti sicuri e imparare a vivere tra le onde».

La riflessione del gesuita Antonio Spadaro: 

 

Rapido o veloce?

I cambiamenti che sperimentiamo non sono «veloci». Sono «rapidi». La Chiesa non ha mai fatto molta attenzione alla velocità dei fenomeni. Ha invece posto l’accento sulla loro «rapidità». Fu Giovanni Paolo II a parlare del «rapido sviluppo delle tecnologie», ad esempio. Nell’aggettivo “rapido” si ritrova la radice del “rapire”, cioè, afferrare, trascinar via. Il treno è veloce: fila indisturbato su un binario senza coinvolgere nient’altro. Le è propria l’Alta Velocità. «Il secolo della motorizzazione ha imposto la velocità come un valore misurabile, i cui records segnano la storia del progresso delle macchine e degli uomini», nota Italo Calvino nelle sue Lezioni americane. “Rapidus” è invece non ciò che corre, ma ciò che rapisce, trascina, travolge. Ed è pure capace di coinvolgere atteggiamenti, stili di vita, comprensioni della realtà, della politica. L’invenzione della luce elettrica ha «rapito» il ritmo delle nostre giornate; i social network la nostra capacità di relazione; l’intelligenza artificiale il nostro modo di pensare.

Questo nostro rapido tempo presente richiede che lo si attraversi. Viene in mente l’invito di Gesù ai discepoli: «Passiamo all’altra riva», che – tra l’altro – è stato il motto di uno dei viaggi apostolici più delicati e difficili di Francesco, quello nella Repubblica Centrafricana. Passare all’altra riva «presuppone un passaggio che avviene nelle coscienze, negli atteggiamenti e nelle intenzioni delle persone», aveva affermato allora il Pontefice. Gesù, a sera, è davanti alla folla presso il lago di Tiberiade, uno specchio d’acqua esposto a improvvise tempeste di vento. Sta parlando da una barchetta che oscilla per le onde. Proprio in quel momento – forse il meno opportuno – invita al passaggio. È buio. Non sarà una traversata al chiaro di luna: il caos sopraggiunge sotto forma di acque tumultuose. D’improvviso «ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena». Il caos non turba Gesù. Anzi, se ne sta a poppa, sul cuscino a dormire. E doveva essere profondo questo sonno se non si sveglia neanche per le frustate delle onde e per l’acqua che aveva invaso la barca! Il caos non disturba il riposo. Il Signore è sempre padrone della situazione, anche quando «dorme». Ed è così che interviene come liberatore. Allora subito «il vento cessò e ci fu grande bonaccia». Gesù può, dunque, dire ai suoi discepoli: «“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”» (Mc 4,35-41).

 Passare all’altra riva

Questa immagine ritrae bene l’appello di Gesù a passare all’altra riva, attraversando acque minacciose e rapide. La «rapida» è il tratto di un fiume il cui letto acquista pendenza in modo repentino, producendo un velocizzarsi del suo corso con onde e turbolenza. Non è una corrente tranquilla, e non è neanche una cascata. Queste sono le acque nelle quali navighiamo nel nostro passaggio. Nelle onde leggiamo le trasformazioni culturali e sociali che oggi si sono acuite, ma anche le nostre paure. La caratteristica del «cambio d’epoca» è che le cose non sembrano essere più al loro posto. Ciò che prima valeva a spiegare il mondo, le relazioni, il bene e il male, adesso sembra divenuto inservibile. Pare probabile che quanto ci pareva normale della famiglia, della Chiesa, della società e del mondo non tornerà più come prima. Francesco ha evocato in spagnolo la rapidación, che «imprigiona l’esistenza nel vortice della velocità», portando a cambiare «continuamente i punti di riferimento». Non possiamo illuderci di vivere una situazione transitoria, dove bisogna aspettare che passi, e poi le cose torneranno a essere come sono sempre state. Né si può assumere l’atteggiamento dello struzzo e fare «come se» il mondo fosse diverso. Occorre il coraggio di vincere le paure, attraversare il mare e compiere la traversata insieme all’umanità di questo nostro tempo.

Facendo surf su queste rapide, oggi riscontriamo un grande cambiamento nel rapporto tra il cristiano e la cultura. La Chiesa ha perso la regìa della produzione culturale, che aveva le sue basi e le sue finalità in una visione teologica della vita. La nostra surfboard non sempre ci regge. Il modo di evangelizzare, entrando in culture complesse, ibride, dinamiche e mutevoli come quelle attuali, implica la maturità di comprendere che siamo attori, e magari a volte protagonisti, ma sempre insieme e accanto agli altri. Il nostro futuro non si costruisce più alla ricerca di «egemonie culturali».

Nuovi linguaggi

In questa realtà di cambiamenti culturali emergono nuovi soggetti, con nuovi stili di vita, modi di pensare, di sentire, di percepire e di stabilire relazioni. In questa situazione culturale, la sfida più grande consiste nel dialogare empaticamente, anche alla ricerca di nuovi linguaggi per dire la fede. Scarsa riflessione critica e scarso discernimento possono condurre, invece, a un soggettivismo religioso fondamentalista o a un sincretismo superficiale. Siamo chiamati a leggere nella società questa inquietudine e valorizzarla perché tutti i sistemi che cercano di «acquietare» l’uomo sono perniciosi. Dobbiamo mantenere viva la capacità di sognare «nuove versioni del mondo» (papa Francesco). In questo consiste la nostra traversata nelle rapide del nostro tempo. Bisogna spingere i motori al massimo per superare il gorgo di Scilla e Cariddi.

Non dobbiamo essere vittime della paura davanti ai grandi cambiamenti della storia. Quelli che viviamo, del resto, sono molto rilevanti, ma non sono certo i primi della storia umana. Ad esempio, i cambiamenti bruschi di «intelligenza» li abbiamo già vissuti nella storia: pensiamo alla rivoluzione dell’illuminismo, al quale poi rispose il romanticismo. L’umanità produce questi cambiamenti e deve imparare a gestirli con saggezza.

Contemplare

Contemplare Cristo vivo nel nostro tempo libera il cristiano dalle tentazioni che pensano sia necessario riciclare il Vangelo trasformandolo o in una bottega di restauro, oppure in vari laboratori di utopie. Occorre avere il coraggio di lanciarci nel futuro, fiduciosi nel fatto che il Signore non è solamente un «faro» che se ne sta fermo ed emette luce a distanza, ma è proprio sulla nostra barca agitata dalle onde salvandoci col riposo della sua consolazione. Lui è il Signore delle maree. Il caos non disturba il suo riposo né gli fa perdere la sua padronanza della situazione.

La teologia, dunque, deve farsi carico di pensare le onde, oltre che le rive di approdo, di gettarsi nelle rapide e di pensare rapidamente, in corsa, senza lamentarsi di non avere il tempo per ragionare, pianificare. Abbiamo bisogno di un pensiero teologico rapido, di una «teologia rapida». E non basta più pretendere sempre una sosta per guardare le stelle per poi orientarsi: occorre imparare a comprenderne la posizione in corsa per disegnare le rotte. Rischiamo di mantenere una visione troppo «ontologica», teoretica, statica della contemplazione. Corriamo il pericolo di credere ancora in Mercurio (e la sua destrezza) ben separato da Saturno (e la sua contemplazione solitaria). Questo politeismo non ci serve.

Occorre pure comprendere la direzione dei venti e prevedere le burrasche possibili. È questo, del resto, il significato originario di «cibernetica» (etimologicamente l’arte del pilota) che è l’essere in actione contemplativus, come già proponeva la devotio moderna nel XIV-XV secolo e poi la spiritualità ignaziana. Ma lo ha pure ben notato il gesuita padre Claude Larre nel suo splendido (e dimenticato) commento spirituale all’antico Tao Te King: l’approccio contemplativo di Lao Tzu intende il vivere come un’arte che si sposa al contesto e al fluire della realtà. La memoria ecclesiale deve unirsi all’istinto per tramutarlo in «intuito», che è la capacità di avvertire, discernere e valutare con rapidità una situazione nel suo divenire.

 La Chiesa – tanto più grazie alla sua sempre più radicale sinodalità – oggi ha bisogno di abitare non solamente porti sicuri, dove pure condurre la gente come si fa nei terremoti. Deve prendere casa anche in luoghi esposti alle rapide, ai venti, e pure alle burrasche che agitano il mondo. È in questi luoghi mossi e ventosi che soffia lo Spirito.

 Fonte: Avvenire

Immagine

 

 

mercoledì 16 agosto 2023

IN DIFESA DEL VUOTO

 


 Nel giorno in cui tutti ci affanniamo per fare qualcosa di divertente che ci faccia sentire vivi e completi una riflessione sull’importanza di mantenere uno spazio interiore che non è riempito da niente: è lì che nascono i desideri e la creatività.

-         di Vito Mancuso

                                  

 Alcuni tra i più grandi filosofi hanno sostenuto che l’inizio del pensiero umano prenda origine dalla comparsa improvvisa e meravigliata nella mente di questa domanda: «Perché c’è l’essere, e non il nulla?». Così affermarono Leibniz, Schelling, Heidegger. In questa giornata di agosto, tutto solo nel mio appartamento cittadino, con le strade deserte che regalano un irreale silenzio, io sento sorgere nella mente, con altrettanta repentinità e meraviglia, quest’altra domanda: perché c’è questo vuoto dentro di me?

 Prendo così a indagare la natura di questo mio vuoto interiore, rivolgendomi a esso come se fosse una cosa viva dentro di me.

 Caro vuoto interiore, ti chiamo “vuoto”, e non “nulla”, perché tu non ti contrapponi all’essere. Il nulla è non-essere, e se c’è lui è impossibile che vi sia l’essere, come decretò Parmenide agli inizi del pensiero occidentale: «L’essere è, e non può non essere; il non essere non è, e non può essere». Tu vuoto, però, non coincidi con il nulla e significativamente i fisici per descrivere la realtà primordiale parlano di “vuoto quantistico”, e dicono che, ben lungi dall’equivalere al nulla che è privo di energia, tale vuoto quantistico possiede una sua peculiare energia e lo descrivono come “stato di energia minima”. Da esso, dicono, talora si producono delle fluttuazioni da cui emergono particelle, e che fu proprio da una fluttuazione di questo tipo che prese origine l’universo. Per cui tutto, caro vuoto, nasce da te.

 Lo stesso accade a me: quando sono pieno, non scaturisce nulla di nuovo in me, solo ripetizione dell’identico, un “eterno ritorno dell’uguale”; è quando sono vuoto, quando prendi il comando tu, che in me può nascere qualcosa di nuovo, di creativo, di inatteso, di libero. Tu, vuoto, sei la condizione della mia creatività e della mia libertà.

 Attenzione però: il più delle volte tu agisci come una specie di motore che genera una spinta verso l’interno tendente a riportare tutto a te, sei un vortice che produce un continuo risucchio, una cavità, talora una voragine, da cui promana una tensione ininterrotta. Cosa sono quindi io che ti porto nel mio centro?

 Ho peculiarità di tipo fisico come la statura eretta, la neocorteccia, il codice genetico; ne ho di tipo psichico come le emozioni, i sentimenti, le passioni; ne ho di tipo intellettivo, come l’intelligenza analitica e la ragione sintetica. Tutte queste caratteristiche, però, non sono tali da rinchiudermi in una definizione esaustiva perché vi è in me qualcosa di ancora più essenziale: ci sei tu. Presente nel mio fondo, a causa tua io risulto strutturalmente non-finito, indefinito, imprevedibile e quindi creativo. Tu fai sì che la mia peculiarità consista nella singolare possibilità di essere e, insieme, di non essere il mio corpo, i miei sentimenti, il mio intelletto. Tu mi offri la possibilità di identificarmi con le mie proprietà fondamentali oppure di prenderne le distanze, così che posso risultare unificato oppure scisso, sentirmi a casa dentro di me oppure viceversa in esilio.

 Da te, vuoto, procede la mia tensione psichica detta desiderio, generata da te per il tuo bisogno strutturale di essere riempito. Spinoza identificava l’essenza specifica degli esseri umani nel desiderio (“Cupiditas est ipsa hominis essentia”), ma è chiaro che si può dare desiderio solo perché prima si sente il bisogno di qualcosa, e se ne sente il bisogno perché se ne è privi. Quindi all’origine c’è la privazione, la mancanza; ci sei tu, caro vuoto.

 Come ho detto, tu agisci in me come un motore tendente a riportare tutto a sé, e quello che vale per me lo vedo all’opera anche nei miei simili, tutti più o meno abitati da questa tensione che non li fa stare tranquilli con se stessi. Osservava Pascal: «Ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli, in una camera». Proseguiva il matematico e filosofo francese: «Non si rendono conto della natura insaziabile della loro cupidigia. Credono sinceramente di cercare il riposo, ma cercano soltanto l’agitazione. C’è in loro un istinto segreto che li porta a cercare fuori di sé la distrazione e l’occupazione».

 Tutto questo deriva da te, caro vuoto. Tu sei la trappola strutturale in cui siamo nati e con cui dobbiamo convivere fino alla morte, dopo chissà. Per questo ti voglio regalare una delle più belle definizioni di religione, opera del matematico e filosofo inglese Alfred North Whitehead: «Religione è ciò che l’individuo fa della propria solitudine». Solitudine è un altro nome per te, caro vuoto, e in questo senso essere religiosi, ben lungi dal professare dottrine stabilite anticamente da altri e dal partecipare a riti celebrati da altri, significa viverti come sentimento di essere alla presenza di qualcosa o qualcuno più importante di me. E significa capire ciò che afferma sant’Agostino rivolto al suo Dio all’inizio delle Confessioni: «Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

 In questa silenziosa e vuota giornata di agosto di una città deserta, riflettendo su di te, caro vuoto, ho capito che la verità di me dipende da te: da come ti tengo pulito, da come ti curo e ti proteggo da tutti i ciarlatani che continuamente mirano a riempirlo con mille seducenti, e per loro lucrose e convenienti, suggestioni. Ti devo custodire dalle erbacce che sempre tendono a insidiarsi in te come se tu fossi un giardino, anche perché tu per davvero sei il mio giardino, il terreno da cui fuoriescono i miei fiori e i miei frutti, cioè il mio pensiero e la mia volontà. Se saprò coltivarti, resistendo alla tendenza a riempirti a tutti i costi pur di non sentire il tuo risucchio, avrò ottenuto l’indipendenza spirituale. E come insegna Montaigne: «La più grande cosa del mondo è saper essere per sé».

 La partita della vita si gioca dentro di me, alle prese con te, caro vuoto. Per questo sempre Montaigne insegna: «Bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine». Se ti manterrò pulito e terso, tu cesserai di agire come un vortice da cui proviene un continuo risucchio e diverrai il mio rifugio più sicuro. È l’insegnamento di tutte le grandi tradizioni spirituali, induismo e buddhismo, confucianesimo e taoismo, ebraismo, cristianesimo e islam, e ovviamente della grande filosofia classica sintetizzata così da Marco Aurelio rivolto a se stesso: «Ricordati che il tuo principio direttivo diventa invincibile quando, rinserrato in se stesso, si contenta di sé e non fa niente che non voglia. La mente libera da passioni è una fortezza: l’essere umano non ha niente di più forte dove rifugiarsi ed essere sempre inespugnabile».

 Acquisire la pratica di convivere con te significa imparare a stare fermo sul mio abisso, a guardare il cratere del mio vulcano interiore, a stare in ascolto, a zittire la mente, a udire il suono del mio silenzio. È questo il lavoro giusto da fare. A partire da questa giornata di agosto, con le strade deserte che quasi sorridono per il loro surreale silenzio.

 La Stampa

giovedì 21 luglio 2022

L'INAZIONE E' INACCETTABILE

 Tempo del creato: 

il messaggio del Papa 

ai media

 

Il testo di Francesco per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato del prossimo primo settembre è stato illustrato questa mattina nella Sala Stampa della Santa Sede. Il cardinale Czerny ha ribadito l'importanza dei prossimi vertici Cop27 e Cop15 sui cambiamenti climatici e la biodiversità. Obiettivo: limitare l'aumento della temperatura a 1,5°C e rendere aree protette la metà della terra e degli oceani

 

- di Paolo Ondarza

 

Un messaggio di urgenza e di speranza. Così nella conferenza stampa di presentazione presso la Sala Stampa della Santa Sede viene definito quello di Papa Francesco per la Giornata Mondiale di Preghiera per la cura del creato del 1° settembre 2022. Questa data, è stato ricordato, dà l’avvio al mese dedicato al Tempo del Creato che si concluderà il 4 ottobre, giorno della festa di San Francesco di Assisi.

Contemplazione e azione

“Sarà un tempo di contemplazione e di azione”, ha detto Christina Leaño, Direttore Associato del Movimento Laudato si' che insieme al Dicastero per la Promozione dello Sviluppo Umano Integrale e a istituzioni cristiane protestanti, ortodosse e di altre confessioni, fa parte del comitato direttivo ecumenico del Tempo del Creato.

Inazione inaccettabile

Il pensiero è andato alle oltre 1.100 persone morte negli ultimi giorni a causa delle ondate di calore in Portogallo e Spagna, ai 5 milioni di abitanti del Messico rimasti senza acqua e alle temperature sahariane di 40 gradi registrate a Londra. “Stiamo raggiungendo un punto di rottura”, ha proseguito Leaño ammonendo: “L’inazione non è più accettabile”, servono azioni concrete “un nuovo accordo multilaterale per fermare la distruzione degli ecosistemi e l’estinzione delle specie” e “ridurre a zero, il più rapidamente possibile, le emissioni nette di gas serra”. L’invito è a camminare insieme nella fede e nell’impegno perché “ogni iniziativa sarà un tassello essenziale del mosaico che solo insieme si può creare”.

Eliminare combustibili fossili

All’unisono con Francesco le istituzioni cristiane quindi - ha garantito la Direttrice del Movimento Laudato Sì - solleciteranno le grandi industre estrattive a cambiare rotta, attraverso azioni come il disinvestimento dai combustibili fossili” e a difendere sempre i diritti delle popolazioni indigene e delle comunità locali.

La graduale eliminazione della produzione esistente di combustibili è “urgente”, rimarca da parte sua il cardinale. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, e “deve avvenire con una giusta transizione per i lavoratori di questi settori verso alternative rispettose del’ambiente”.

 Agire subito

Occhi puntati sui vertici Cop27 sui cambiamenti climatici e Cop15 sulla biodiversità: dal porporato l’appello a continuare a perseguire l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C, cresciuta però già a 1,2°C. “Ogni giorno - denuncia il cardinale Czerny - nuovi progetti riguardanti i combustibili fossili accelerano la corsa verso il baratro. Quando è troppo è troppo”. “Sul piano della biodiversità il Papa auspica un nuovo accordo Onu per fermare la distruzione degli ecosistemi e l’estinzione della specie”. “Almeno metà della terra e degli oceani - è la richiesta formulata dal prefetto del Dicastero vaticano - devono diventare aree protette entro il 2030 e gli ecosistemi devastati devono essere ripristinati”.

Le ricadute sugli ultimi

Annunciando la nomina dell’ingegnere John Mundell del Movimento dei Focolari a Direttore della Piattaforma d’Azione Laudato Sì, il cardinale Czerny ha quindi esortato i cristiani tutti a unirsi per “celebrare il canto dolce della creazione e rispondere al suo grido amaro”. Le religiose faranno la loro parte, ha garantito suor Mary John Kudiyiruppil, vicesegretario esecutivo dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali (UISG). “Ascoltare la voce del creato e il grido di angoscia della nostra sorella, la Madre Terra”, per gli abusi che incidono anche sulla vita dei poveri, degli indigeni, dei giovani e degli anziani”, ha spiegato ai giornalisti, “richiede un tipo di ascolto profondo che oggi è spesso assente e che è più di un semplice sentire: è una contemplazione che ci apre ad ascoltare le molte voci della creazione, a essere nutriti dalla sua bellezza e abbondanza e ad essere turbati dalla sua deturpazione e distruzione”.

Conversione ecologica, insieme

Forte il richiamo a una conversione ecologica che parta da un cambiamento degli stili di vita. Durante la conferenza stampa è stato anche presentato un contributo video di monsignor José Colin Mendoza Bagaforo, vescovo di Kidapawan nelle Filippine, direttore nazionale di Caritas Filippine e del Programma Laudato si' della Conferenza episcopale. Da una terra particolarmente colpita da eventi climatici estremi il presule ha levato un appello per la tutela dei “diritti dell’ambiente”: “Il tempo è breve, ma insieme è possibile”.

 Vatican News

MESSAGGIO PONTIFICIO



 

 

venerdì 25 marzo 2022

NON STANCHIAMOCI DI FARE IL BENE !


 «Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti» (Gal 6,9-10a) questa è la premessa al messaggio quaresimale 2022 del Papa [1]. È una esortazione rivolta a tutti, ma che ha un particolare significato per gli educatori.

- di Giovanni Perrone

L’educazione è un cammino di ricerca e di speranza che ha come scopo la costruzione "del buono, del bello, del vero" (Papa Francesco): 

 Gesù stesso scelse di peregrinare per le strade di Israele per diffondere la buona novella. Nel cammino ci si arricchisce reciprocamente, perché si esercita l’arte dell’osservare, del dialogare, del riflettere, dell’interagire con i compagni di strada e con tutti coloro che si incontrano; arte del discernere e dello scegliere, dell’accogliere, del rischiare, dell’orientarsi e dell’orientare. Maestro e allievo sono una ricchezza, l’uno per l’altro, e insieme vanno verso la comune meta.

 Il cammino quaresimale che stiamo vivendo ci invita alla preghiera, al digiuno e all’elemosina. Sono tre parole che ci insegnano molto (specialmente in questo periodo quaresimale) e ci aiutano a divenire migliori come persone, come cristiani, come educatori.

Mi soffermerò brevemente su queste parole, prestando attenzione alla loro valenza educativa, al fine di proporre alcune possibili piste operative per la rete associativa, per le comunità scolastiche e per i singoli docenti.

“La preghiera è il respiro della fede, è la sua espressione più propria. Come un grido che esce dal cuore di chi crede e si affida a Dio”.[2] San Domenico invitava a essere "Armati della preghiera anziché della spada, vestiti di umiltà invece che di belle vesti".

La preghiera è interazione, relazione, ascolto, contemplazione, scoperta del senso del limite; è un cammino dell’uomo che sa guardare lontano e in alto. Perciò è lode, gratitudine, ma anche richiesta di auto.

La dimensione relazionale è caratteristica dell’arte di educare: un mettersi in relazione per ascoltare e per dialogare. Non è il dialogo dell’oppressore, ma di colui che sa promuovere e valorizzare l’altro. E’, perciò, un dialogo arricchente e liberante, che esalta la dignità di ogni essere umano.

Oggi, purtroppo, anche nei percorsi educativi, c’è poco spazio per l’ascolto, per i silenzi contemplativi, per il senso del mistero, per la riflessione, per la ricerca comune. Siamo, infatti, frastornati da mille rumori, dai cellulari sempre accesi, dalle soventi inutili chiacchere dei talk show, ove prevale la voce del più forte o del più arrogante o del più appariscente. Purtroppo, quel che conta è farsi notare, meravigliare, abbagliare per disorientare e ingannare l’altro! Anche nei percorsi scolastici si è spesso tentati dal parlare molto, osservare poco, riflettere raramente. Si resta chiusi nelle aule, oppure la periodica uscita dall’edificio scolastico si riduce ad una estemporanea “alienazione”. Papa Francesco sovente ci invita ad uscire all’aperto per ascoltare, riflettere, interagire. operare.

Noam Chomsky diceva che “la manipolazione dei media fa più danni della bomba atomica, perché distrugge i cervelli”. Einstein evidenziava che “emozione, contemplazione e mistero sono il seme di ogni arte, di ogni vera scienza”. Papa Francesco nella “Laudato sì” ci invita ad avere una “sguardo contemplativo”. Allora, perché non ripensare al nostro modo di essere e fare scuola?

Perché non prendere esempio dallo stile di Cristo lungo i sentieri della Palestina?

Parlare di digiuno è oggi una cosa strana. C’è tanta gente che muore di fame e c’è chi muore per eccesso di cibo. Viviamo in una società che si contraddice continuamente. La pandemia ha, purtroppo, aggravato la situazione. I pochi ricchi sono diventati sempre più ricchi e i molti poveri sono diventati più poveri. La mancanza del senso del limite fa diventare molti giovani, e anche adulti, vittime di sé stessi.

La Quaresima è tempo privilegiato di penitenza e di digiuno. Ma quale penitenza e quale digiuno vuole dall’uomo il Signore? Il rischio, infatti, è di «truccare» una pratica virtuosa, di essere «incoerenti». E non si tratta solo di “scelte alimentari”, ci dice Papa Francesco[3], ma di stili di vita per i quali si deve avere l’«umiltà» e la «coerenza» di riconoscere e correggere i propri peccati.

Il digiuno ci invita a praticare l’arte del discernimento, per scegliere quel che conta veramente, per dare priorità a ciò che ha valore, per selezionare il bene dal male, non solo fisico ma anche spirituale. L’esperienza del pellegrino e quella del deserto, vissuta dallo stesso Gesù, costringe a metter da parte tutto ciò che sovrabbonda e fa zavorra, per trovare quella leggerezza che favorisce il cammino e fa anche volare in alto.

Oggi è difficile, pure nelle istituzioni educative e nelle attività progettuali, fare selezione, essere essenziali. Eccesso di informazioni, saperi spesso frammentati, superficialità, sprazzi di notizie talora contrastanti, carenza di riflessività … provocano sovente appesantimenti, abbagliamenti e disorientamenti, anche valoriali.

Ecco, dunque, la necessità di rivedere i percorsi, gli stili e i tempi della formazione, di educarci ed educare all’essenzialità, di trovare (anche nel quotidiano) spazi di riflessione e di contemplazione, perché nel silenzio Dio parla.[4]

Papa Francesco, nel recente messaggio quaresimale[5] ci invita a praticare l’elemosina: “Non stanchiamoci di fare il bene nella carità operosa verso il prossimo. Durante questa Quaresima, pratichiamo l’elemosina donando con gioia. Dio «che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento» provvede per ciascuno di noi non solo affinché possiamo avere di che nutrirci, bensì affinché possiamo essere generosi nell’operare il bene verso gli altri. Se è vero che tutta la nostra vita è tempo per seminare il bene, approfittiamo in modo particolare di questa Quaresima per prenderci cura di chi ci è vicino, per farci prossimi a quei fratelli e a quelle sorelle che sono feriti sulla strada della vita. La Quaresima è tempo propizio per cercare, non trascurando chi è nel bisogno …… Mettiamo in pratica l’appello a operare il bene verso tutti, prendendoci il tempo per amare i più piccoli e indifesi, gli abbandonati e disprezzati, chi è discriminato ed emarginato” [6] .

Come educatori non ci limitiamo soltanto a donare qualcosa (il superfluo) a chi si trova nel bisogno. Siamo chiamati ad esercitare la “carità della competenza”, a trovare tempi e modi opportuni per aiutare i più fragili a far meglio, i più emarginati a superare le difficoltà di apprendimento, i più svantaggiati a realizzarsi pienamente, gli scoraggiati a ritrovare forza e coraggio. Questo è il tempo opportuno per incoraggiare ed educare ciascuno, specialmente chi può o ha di più, a farsi dono a coloro che hanno bisogno di sostegno nello studio o in altro, in maniera che il donarsi divenga stile di vita.

La carità è relazione, è scoperta dei beni relazionali, quei beni intangibili che generano la vita buona. “Il bene relazionale è l’effetto emergente di una relazione soggetto-soggetto, non soggetto-cosa[7]”. Esso si basa sul principio di reciprocità positiva. Le attuali terribili guerre guerra in Ucraina e in altre parti del mondo ci invitano ad essere “artigiani di pace” anzitutto nell’ambiente ove operiamo.

Quindi, Quaresima come tempo per riflettere sulle relazioni interne ed esterne delle nostre istituzioni (scuole, associazioni … ) e di coloro che vi fanno parte. Essa è anche tempo privilegiato per ridar forza alle pratiche e ai percorsi di gratuità. Abbiamo, infatti, un grande bisogno di gratuità e dono, per generare una nuova e duratura socialità. La gratuità segue l’imperativo dell’amore oblativo, un amore che non cerca la conquista dall’altro ma la gioia di farsi dono all’altro.

In tal modo l’educatore cristiano diviene testimone delle beatitudini; un testimone che non cerca di apparire e fare rumore per illudersi di essere, un artigiano di pace che, grazie al suo esempio e con la sua interazione coi colleghi, con l’aiuto dello Spirito, diviene guida sicura per coloro coi quali condivide il cammino ed è luce e sale per tutti. Ogni comunità di docenti cristiani diviene visibile e credibile comunità di fratelli animata dai valori del Vangelo, al servizio del prossimo; spazio di formazione continua e di elevata competenza.

In questo anno la Chiesa ci invita ad operare insieme sul Global Compact on Education [8]. Le parole del Santo Padre e il materiale preparato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica ci offrono ottimi spunti per riflettere sulle complesse problematiche educative odierne e per unire i nostri sforzi in “un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna[9].

Anche noi siamo chiamati a fare del nostro meglio!

Martin Luther King diceva sovente: “Cercate ardentemente di scoprire che cosa siete chiamati a fare, e poi mettetevi a farlo appassionatamente. Siate comunque sempre il meglio di qualsiasi cosa siate”.

Questo è il fraterno augurio che faccio a tutti noi, cari colleghi e amici.

 ________________________

[2] Francesco, 6 maggio 2020

[3] Papa Francesco, 16 febbraio 2018

[4]  1Re 19,11-13

[5] Papa Francesco, Messaggio Quaresima 2022

[6] Enc. Fratelli tutti, 193

[7] P. Donati, Scoprire I beni relazionali, ed. Rubbettino, 2019, pag. 56

[8] Congregazione per l’Educazione cattolica, Educazione tra crisi e speranza, ed, Libreria Vaticana,2021

[9] Francesco, 12 settembre 2019

domenica 18 luglio 2021

ECOLOGIA DEL CUORE


“Gesù ci dà un insegnamento prezioso (Mc.6,30-34). Anche se gioisce nel vedere i suoi discepoli felici per i prodigi della predicazione, non si dilunga in complimenti e domande, ma si preoccupa della loro stanchezza fisica e interiore. E perché fa questo? Perché li vuole mettere in guardia da un pericolo, che è sempre in agguato anche per noi: il pericolo di lasciarsi prendere dalla frenesia del fare, cadere nella trappola dell’attivismo, dove la cosa più importante sono i risultati che otteniamo e il sentirci protagonisti assoluti. Quante volte accade anche nella Chiesa: siamo indaffarati, corriamo, pensiamo che tutto dipenda da noi e, alla fine, rischiamo di trascurare Gesù e torniamo sempre noi al centro. Per questo Egli invita i suoi a riposare un po’ in disparte, con Lui. Non è solo riposo fisico, è anche riposo del cuore. Perché non basta “staccare la spina”, occorre riposare davvero. E come si fa questo? Per farlo, bisogna ritornare al cuore delle cose: fermarsi, stare in silenzio, pregare, per non passare dalle corse del lavoro alle corse delle ferie. Gesù non si sottraeva ai bisogni della folla, ma ogni giorno, prima di ogni cosa, si ritirava in preghiera, in silenzio, nell’intimità con il Padre. Il suo tenero invito – riposatevi un po’ – dovrebbe accompagnarci: guardiamoci, fratelli e sorelle, dall’efficientismo, fermiamo la corsa frenetica che detta le nostre agende. Impariamo a sostare, a spegnere il telefonino, a contemplare la natura, a rigenerarci nel dialogo con Dio.

Tuttavia, il Vangelo narra che Gesù e i discepoli non possono riposare come vorrebbero. La gente li trova e accorre da ogni parte. A quel punto il Signore si muove a compassione. Ecco il secondo aspetto: la compassione, che è lo stile di Dio. Lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza. Quante volte nel Vangelo, nella Bibbia, troviamo questa frase: “Ebbe compassione”. Commosso, Gesù si dedica alla gente e riprende a insegnare (cfr vv. 33-34). Sembra una contraddizione, ma in realtà non lo è. Infatti, solo il cuore che non si fa rapire dalla fretta è capace di commuoversi, cioè di non lasciarsi prendere da sé stesso e dalle cose da fare e di accorgersi degli altri, delle loro ferite, dei loro bisogni. La compassione nasce dalla contemplazione. Se impariamo a riposare davvero, diventiamo capaci di compassione vera; se coltiviamo uno sguardo contemplativo, porteremo avanti le nostre attività senza l’atteggiamento rapace di chi vuole possedere e consumare tutto; se restiamo in contatto con il Signore e non anestetizziamo la parte più profonda di noi, le cose da fare non avranno il potere di toglierci il fiato e di divorarci. Abbiamo bisogno di una “ecologia del cuore”, che si compone di riposo, contemplazione e compassione. Approfittiamo del tempo estivo per questo!

Papa Francesco, Angelus, 18 luglio 2021 

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giovedì 29 aprile 2021

CONTEMPLAZIONE

       


  di Rosanna Virgili


«Veder fiorire la terra, rompersi il legno dei rami con la delicatezza dei petali, scoprire gli spruzzi vivaci di allegria dei cespugli, sentire l’orchestra di ogni specie di uccelli, è esperienza di un tempo che ha vertici da salvare.

Contemplare è nutrirsi e serbare nel cuore; i fiori dei peschi e dei ciliegi, le primule, le viole, le rose, li scriviamo nel cuore nei loro vertici di bellezza, così come facciamo con i volti, i gesti e le parole delle persone che amiamo».

I versi di Paola Casi sono pura, freschissima contemplazione. Un modo di guardare il mondo che ci rigenera. Letteralmente estasiati, ci tuffiamo nei torrenti dei canti della bella stagione al punto che ci par di sentire che tutte le creature e-stasino in noi, facendosi piccole come semi, cuccioli, neonati, per affiorare nella nostra anima. E allora tutto di noi diventa terra e culla di nuova vita con loro, di mai vista bellezza.

Per un’altra primavera sarà ancora “l’allegria di germogli” e i suoni delle “parole delle persone amate” ci attireranno verso ignoti spazi d’immensità. Si romperà il legno già secco e noi saremo linfa di petali.


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lunedì 1 marzo 2021

IL GRANDE LIBRO DEL CREATO


 Come Agostino, 

venerate la terra 

senza idolatrarla

 

-         GIANFRANCO RAVASI

      

C’è una sorta di mantra che viene recitato anche da coloro che non ne hanno un concetto preciso: è il vocabolo 'resilienza', dal latino resilire, 'rimbalzare', adatto a definire quella proprietà di alcuni materiali, come i metalli, di assorbire un urto senza rompersi, riprendendo la forma originaria. Traslato in ambito psicologico, sarebbe quel processo cognitivo, emotivo e comportamentale che rielabora il dolore, la perdita, il lutto, il trauma superandoli, ricostruendo il proprio impianto personale e sviluppando energie interiori prima ignote. È, quindi, possibile sperare, attraverso la stessa capacità umana di resilienza, nella ripresa della vita personale e comunitaria in pienezza? A questa fiducia di natura psico-fisica si deve, però, associare anche la missione che la fede espleta attraverso la virtù teologale della speranza e la consapevolezza del primato della grazia divina. Si suol dire che nella Bibbia per 365 volte risuona questo saluto divino: «Non aver paura». È quasi il 'buongiorno' che Dio ripete a ogni alba. Lo ripete idealmente anche in questo periodo così arduo. E per chi ha perso la fede si potrebbe proporre, invece, la confessione dello scrittore García Márquez: «Sfortunatamente, Dio non ha uno spazio nella mia vita. Nutro la speranza, se esiste, d’avere io uno spazio nella sua». 

Nell’enciclica Fratelli tutti papa Francesco ricorda che «quando parliamo di avere cura della casa comune, ci appelliamo a quel minimo di coscienza universale e di preoccupazione per la cura reciproca che ancora può rimanere nelle persone... Il mondo esiste per tutti, perché tutti noi esseri umani nasciamo su questa terra con la stessa dignità» (nn. 117-118). Il creato è, quindi, un nostro interlocutore comune anche perché è a tutti destinato. Il papa, citando i grandi Padri della Chiesa come Basilio, Ambrogio, Agostino, Pietro Crisologo, ribadisce il valore primario e fondamentale della destinazione universale dei beni creati (n. 119). In questa luce la terra coi suoi doni e frutti non è riducibile a un mero strumento né solo a uno scenario, perché è il principio vitale dell’esistenza delle creature viventi. Anzi, per l’uomo e la donna di tutti i tempi è possibile ritrascrivere liberamente, oltre che per il prossimo, il famoso precetto biblico anche così: «Ama la terra come te stesso». 

Sant’Agostino invitava a «venerare la terra», certo senza idolatrarla ma riconoscendone una parentela con noi, pur nella sua propria identità. In questa prospettiva, come abbiamo sperimentato durante questo tempo travagliato pandemico, dobbiamo riconoscere che essa ha i suoi segreti, i suoi enigmi, i suoi misteri. Il nostro atteggiamento nei suoi confronti potrebbe esprimersi anche in un ulteriore senso che potremmo affidare a un motto ottimistico: «Belle sono le cose che si vedono, più belle quelle che si conoscono, bellissime quelle che si ignorano». A formulare questa trilogia suggestiva che riguarda la nostra conoscenza è stato un grande scienziato danese il cui nome latinizzato è Nicola Stenone (Niels Steensen), vissuto tra il 1638 e il 1686, e per alcuni anni anche in Toscana. In lui l’altissimo livello della ricerca scientifica s’intrecciava con l’anelito religioso. Da un lato, infatti, fondamentali sono stati i suoi studi di anatomia (ad esempio il 'dotto di Stenone' nella parotide) e di geologia (la 'legge di Stenone' per i cristalli, oppure le sue analisi stratigrafiche). D’altro lato, si deve ricordare che fu anche un appassionato credente e vescovo di Hannover, proclamato beato da Giovanni Paolo II nel 1988. I tre livelli che egli propone sono un ideale itinerario della mente e dell’anima.

Certamente importante è la contemplazione della realtà, capace di generare stupore. Affascinante è il percorso che ci conduce oltre la superficie nella profondità, nei segreti della natura, del corpo e dello spirito. Ma, con umiltà, ogni grande scienziato e ogni autentico credente sente vibrare l’attrazione suprema che esercita l’ignoto. Non solo nell’infinitamente grande, ma anche nel microscopico, ogni scoperta rivela altri orizzonti ulteriori e sconosciuti da perlustrare. Nella scienza come nella fede, il mistero non è oscurità irrazionale, ma luce non ancora attinta eppur sempre vivace, e mai spenta. E sarà questa anche la lezione che la Bibbia ci offrirà nel percorso che stiamo intraprendendo.

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G. Ravasi, Il grande libro del creato, ed. san Paolo, 2021, pagg. 464, € 22

 

 

giovedì 13 agosto 2020

SOLITUDINI DA SBARAGLIARE


Camminare

 con l’altro 

di MAURO LEONARDI

Siamo nel pieno dell’estate più difficile del secolo, quella dopo i mesi di un lockdown che speriamo non si ripeta più. 

La stanchezza che ci dobbiamo scrollare di dosso non è il normale stress di aver corso tanto, di aver lavorato troppo, di non aver dormito abbastanza, ma è un bisogno di pace, soprattutto interiore, che prenda le distanze dalle sirene delle autoambulanze che ogni quindici minuti solcavano le nostre strade lacerando i silenzi delle nostre città ricordandoci che un’altra persona stava male, che forse un altro come noi stava per morire.
Siamo logorati più che stanchi. Il riposo che cerchiamo è quello che deve gettare l’àncora nella contemplazione più che nella ricreazione fisica. E così, tra restrizioni nei viaggi, paure e mancanze di soldi, la domanda che si staglia sempre più necessaria è: cosa ci serve davvero durante il tempo estivo? Abbiamo bisogno di bellezza, senza dimenticarci però che la bellezza non è solo quella del Creato, ma soprattutto quella della vita, dei legami. I mesi in casa ci hanno bruscamente aperto gli occhi sulla verità per cui 'famiglia' non è solo dove mangiare o dormire, ma è dove vivere. La bellezza cui dobbiamo attingere e che dipende solo da noi e non dai nostri soldi o dalle circolari ministeriali, è quella della vita e dei legami.
In questi mesi tutti abbiamo incontrato nei modi più diversi tante persone che soffrivano e noi, essendo buoni, abbiamo avuto, come primo atteggiamento, quello di risolvere la causa della loro sofferenza, ma spesso abbiamo fallito. Se una persona soffre perché la madre è morta o l’ha abbandonata, noi non ci possiamo fare nulla. Anzi, possiamo fare una cosa sola: avere 'compassione', 'patire assieme'. È giusto (e necessario) ovviamente cercare di dare un tetto a chi non ce l’ha, o di dar da mangiare all'affamato, ma ciò di cui davvero ciascuno di noi ha un bisogno assoluto è di avere qualcuno che condivida con noi. Che stia assieme a noi. Che, in primo luogo, viva con noi lo stesso destino da poveri e di sofferenti: perché ci sono tanti tipi di povertà e di sofferenza.
Banalmente, vorrei suggerire queste vacanze, di provare a vivere assieme agli altri 'la penitenza' e l’allegria del camminare. Ho degli amici appassionati di escursioni ardite che mi hanno raccontato come quest’estate, la prima con un figlio, abbiano trascorso l’intera mattinata a fare 'il giretto' del lago di montagna dove si trovavano: il bimbo ha poco più di un anno e la bellezza del suo camminare traballante sembrava loro più emozionante che salire la parete attrezzata di un monte delle Dolomiti.
Percorriamo a piedi, se possiamo, le strade di chi ci sta accanto e di chi amiamo. Percorreremo così le strade dell’umanità che significa stare accanto all’uomo. E così rimedieremo al dolore che è la madre di tutti i dolori: la solitudine ovvero la principale ragione dell’angoscia dell’uomo. Joseph Ratzinger ne era convinto alla fine degli anni Sessanta del Novecento, quando nella sua 'Introduzione al cristianesimo', scriveva: «Nell’estrema preghiera di Gesù sulla Croce ('Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato' – Mc 15, 34), come del resto anche nella scena dell’orto degli ulivi, il nucleo più profondo della Passione non sembra essere qualche dolore fisico, bensì la radicale solitudine, il completo abbandono. In ciò viene in luce, in definitiva, semplicemente l’abissale solitudine dell’uomo in genere: dell’uomo che nel suo intimo è solo, tragicamente solo.
Pur camuffata, questa solitudine rimane la vera situazione dell’uomo, e denota al contempo la più stridente contraddizione con la natura stessa dell’uomo, che non può sussistere da solo, ma abbisogna invece di una vita con altri. La solitudine è perciò la ragione dell’angoscia, radicata nel fatto stesso che l’essere è gettato allo sbaraglio, eppure deve ugualmente esistere, anche trovandosi costretto ad affrontare l’impossibile.




sabato 11 luglio 2020

CONTEMPLAZIONE E WEB NON SEMPRE VANNO D'ACCORDO

TORNARE A CONTEMPLARE PER VIVERE MEGLIO

di SIMONE PALIAGA

Tornare a contemplare, potrebbe suonare così il motto della battaglia culturale dei prossimi anni. Iscritto da tempo, dai sostenitori del determinismo tecnologico, sotto l’insegna della infosfera, dell’innovazione dei dispositivi smart, dell’intelligenza artificiale, all’uomo si prescrive sempre più di attivarsi, di essere social e di partecipare. Ma non più di contemplare. Eppure la contemplazione potrebbe benissimo essere il proprio dell’umano. Quel proprio da riattivare e promuovere per riconoscere la posizione dell’uomo nel mondo e preservare il suo essere in relazione con la realtà. Anche in tempi in cui a dettare legge sono le nuove tecnologie della comunicazione.
La moda tecnologica preferisce l’interattività alla contemplazione, allo sguardo il tattile, alla distanza l’immersione, una deriva che rischia di compromettere l’umanità dell’uomo. «Leggere e contemplare sono invece elementi fondamentali per contrastare l’atrofia mentale del mondo umano attuale. Internet e intelligenza artificiale hanno creato patologie accertate dell’attenzione, con perdita notevole delle capacità di concentrazione e d’intuizione» ammonisce Raffaele Milani nel suo ultimo libro per il Mulino, Albe di un nuovo sentire. La condizione neocontemplativa (pagine 222, euro 17). «Internet sembra piuttosto ostacolare o impedire la condizione contemplativa, la messa a punto interiore del rapporto con l’oggetto - continua il filosofo dell’università di Bologna -. Difficile umanizzare l’informatica. 
Il web è la struttura dell’intrattenimento, dell’informazione, della comunicazione: raro trovare un’etica dell’intelligenza e della realtà artificiale, almeno in questi tempi e con queste realizzazioni. L’intelligenza artificiale disattende la mediazione umana, nonostante le vie seduttive della comunicazione facciano sembrare il contrario». Con la loro diffusione e con l’imporsi della realtà virtuale e della realtà aumentata cambia il modo di relazionarsi dell’uomo agli oggetti e all’altro da sé. Ne segue il deteriorarsi della possibilità di contemplare, di figurarseli, di immaginare. «La dimensione virtuale in realtà - incalza Milani - ha creato un pervertimento dello spirito della contemplazione, ha falsificato il tentativo di un contatto autentico con la natura o almeno ha separato il sentire dalla potenza illusoria degli strumenti tecnici; unione questa, del sentire e dell’illusione, comunque storicamente necessaria all’evoluzione della mente rappresentativa, sin dalla pittura rupestre come dalla nascita del mito». 
Dall’adulterazione del rapporto con l’oggetto e con la natura che proviene dal gusto dell’immergersi nella realtà virtuale nasce quella che Milani definisce epoca neocontemplativa. Essa si regge su una cattiva relazione tra sentire e rappresentare, in cui la distanza è assorbita dal contatto e dallo sprofondare in realtà parallele illusorie. Infatti lo sviluppo delle tecnologie touch screen e la virtual reality experience non avviene senza conseguenza. Il successo della dimensione tattile, l’esaltazione del partecipare seppure nella dimensione social, l’entusiasmo dell’immergersi nelle situazioni portano al declino del guardare,
dell’ammirare e del contemplare. Al pathos della distanza subentra così l’epoca dell’immersione che va a detrimento del rappresentare.
L’uomo si trova a volteggiare in una realtà simulata tridimensionale che con l’affinamento delle tecnologie diventa vieppiù realistica. Con smart glasses, guanti e tute intelligenti è in grado di vivere la realtà illusoria del virtuale come se fosse autentica. Ma anziché un progresso, il crescente approssimarsi del virtuale al reale rende la situazione immersiva pericolosa. La sua verosimiglianza rischia di compromettere la relazione tra l’uomo e la realtà. «Un sistema trasformativo dell’ambiente in senso ludico o falsamente partecipativo - spiega Milani - depista l’elemento estetico conoscitivo e il protagonismo del soggetto agente. Il soggetto si trova come prigioniero, non potendo essere protagonista della messa in scena del mondo. Gli ambienti come risultato della simulazione si sostituiscono agli ambienti reali in un dissolvimento dell’esperire e dell’immaginare» e in questo modo la contemplazione diventa impossibile. 
Occorre recuperare, attraverso la contemplazione, l’armonia con la realtà. «Contemplazione e armonia - conclude Raffaele Milani - si fondono alla ricerca di una migliore condizione dell’umanità». Insieme permettono di riconoscere il valore della vita come frutto della contemplazione del cielo, del sole, della luna e della realtà tutta mettendo in luce la relazione necessaria del sentire con l’ordine della natura oggi eclissata dalle realtà immersive.

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