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martedì 9 luglio 2024

PARRESIA


IL SIGNIFICATO 

DELLE 

PAROLE


- di







L’uso invalso di utilizzare in italiano la semplice trascrizione di un termine greco, “parresia”, denota la difficoltà di trovarne nel nostro lessico un esatto corrispondente. Tale sostantivo greco è composto da pan (“tutto”) e rése (“detto”, “massima”, “discorso”) o réma (“parola”). Si traduce dunque letteralmente con “ogni parola”, intendendo la facoltà, la possibilità o la libertà di “dire tutto”. 
Così il verbo corrispondente parrhesiázomai significa “parlare con libertà” e quindi “con fiducia”. 
Come ho già precisato in precedenza, normalmente sia il sostantivo sia il verbo hanno un valore positivo, vi è tuttavia un uso in cui il termine può indicare un atteggiamento riprovato perché eccessivo, quale “sfrontatezza” o “familiarità smodata” e dunque “dannosa”. Il latino classico ha tradotto normalmente il sostantivo greco con libertas o licentia, quest’ultimo termine nel senso etimologico di “facoltà”, mentre nel latino cristiano esso è reso anche con constantia e fiducia (1). 
Curiosamente in ebraico non abbiamo un termine corrispondente. Peraltro si nota facilmente che nell’at greco, nella versione dei lxx, sia il sostantivo parrhesía sia il verbo corrispondente parrhesiázomai sono molto rari. 
Si contano solo dodici ricorrenze del sostantivo e quattro del verbo, quasi tutte negli scritti più recenti, vale a dire: Sapienza, Maccabei, Ester, Siracide, Proverbi, Giobbe e nel salmo 12 (11),6. L’unica eccezione è costituita da un passo del Levitico dove nel testo ebraico Dio dice: “Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatti uscire dalla terra d’Egitto, perché non foste più loro schiavi. Ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatti camminare a testa alta (qomemijjut)” (Lv 26,13); e il greco dei lxx traduce: “Vi ho fatti camminare con parresia (metà parrhesías)”, vale a dire “con fiducia” e “liberamente”. 
L’osservazione dell’at induce a una considerazione importante, che cioè la parresia risponde a una sensibilità tipicamente greca. Non che tale atteggiamento non sia attestato nella Bibbia ebraica, basti pensare alla franchezza dimostrata dai profeti nelle loro invettive contro i potenti di turno o nei confronti di un popolo che deviava dalla retta via, ma si tratta di un concetto non così chiaramente individuato e tematizzato come in altri contesti culturali e religiosi. 
Per contro esso costituisce un tratto caratteristico del mondo greco classico (2), dove si accorda una grande importanza alle parole e dunque al come esse debbano essere dette. Ricordo l’elogio della parola del sofista Gorgia riportato nell’Encomio di Elena

La parola è un signore potente: essa con un corpo piccolissimo e del tutto invisibile compie opere quanto mai divine: è in grado, infatti, di far cessare la paura, di togliere via il dolore, di far nascere gioia, di accrescere compassione (3). 

Ho voluto ricordare questo passo, tra tanti, perché si accorda con alcune espressioni della Lettera di Giacomo: 

Se uno non pecca nel parlare, costui è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. Se mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e spinte da venti gagliardi, con un piccolissimo timone vengono guidate là dove vuole il pilota. Così anche la lingua: è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose. Ecco: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, il mondo del male! La lingua è inserita nelle nostre membra, contagia tutto il corpo e incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla geenna. Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dall’uomo, ma la lingua nessuno la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio (Gc 3,2-9). 

Gorgia riconosce che la parola “è in grado di persuadere e anche di ingannare la mente” (4). 
Di qui la necessità che si comunichi con parresia, cioè con libertà e franchezza. Saggio, per i greci, è colui che lascia che gli altri gli parlino con franchezza e non per adularlo. Stolto invece è colui che impedisce a chi gli sta vicino di dirgli ciò che davvero pensa. Questo si applica soprattutto ai capi, che il più delle volte preferiscono circondarsi di sudditi e consiglieri compiacenti, che li confermino nei loro pensieri piuttosto che metterli a parte dei propri. Così si rivolge Isocrate a Nicocle, re di Salamina: 

Giudica fedeli non quelli che lodano tutto ciò che dici o fai, ma quelli che condannano i tuoi errori. Concedi la parrhesía a coloro che sono saggi affinché, quando hai dei dubbi, ci sia chi possa giudicare insieme a te (5). 

Tra le più grandi tentazioni di chi ha responsabilità di governo vi è infatti quella di impedire la parresia a quanti pure ha lui stesso voluto accanto a sé come consiglieri, privandoli di fatto della libertà di dire ciò che davvero pensano. In tal modo, dice Isocrate, costoro si privano di un aiuto di capitale importanza, principio nefasto di ogni abuso di autorità e principio della sua degenerazione. 
Ho voluto dedicare queste brevi considerazioni all’eredità classica per contestualizzare quanto vedremo emergere nel nt, dove, a differenza dell’at, il concetto assume una rilevanza inaspettata, attestata già a livello lessicale, con trentuno occorrenze del sostantivo parrhesía e nove del verbo parrhesiázomai. Tenuto conto dell’esiguità del nt rispetto all’at, l’incremento è significativo. Inoltre vi si osserva un ampliamento di significati, in quanto la parresia non interessa più solo le relazioni interpersonali, ma anche il rapporto con Dio, come atteggiamento di fiducia in lui, e con sé stessi, quale esigenza di autenticità. 

NOTE:

1 Cf. E. Cattaneo, “‘Parrhesia’: la libertà di parola nel primo cristianesimo”, p. 16. 
2 Cf. I. Lana, “La parrhesía nel mondo greco”, in Servitium III s. 28 (1983), pp. 16-22. 
3 Citato ibid., p. 16. 
4 Ibid. 
5 Citato ibid., p. 19. 

AUTORE Sabino Chialà (Locorotondo 1968) è monaco e priore di Bose dal 2022 a oggi. Studioso di ebraico e siriaco, si è dedicato in particolare allo studio della figura e dell’opera di Isacco di Ninive, di cui ha recentemente pubblicato la prima traduzione italiana completa della prima collezione dei suoi scritti.

sabato 19 agosto 2023

ORIGINE E SVILUPPO DELLA COSCIENZA


Pensare e dire… coscienza e parresia: due dimensioni essenziali dell’essere e del relazionarsi. Con un taglio esperienziale e pratico si indicano qui percorsi che aiutino a rivisitare il proprio vissuto: i pensieri che lasciamo abitare in noi e le parole che transitano per le nostre labbra.    

 

- di Sabino Chialà*

 Partendo da quanto osservato nelle prime pagine della Genesi e poi nell’insegnamento di Paolo, vorrei ora soffermarmi brevemente sull’origine e il processo di sviluppo della coscienza, cercando di rispondere alla domanda su come essa si formi, se si tratta di un puro dono o se va coltivata, e in che modo.

Da più parti, nella Scrittura e nella letteratura patristica, emerge la convinzione che la coscienza costituisca un dono fatto alla nostra natura, ma che, come tutti i doni, ha bisogno di cure da parte di colui che la riceve. Un autore anonimo del xii secolo afferma: “La coscienza umana è la vigna del Signore, che dev’essere coltivata” (1).

Si tratta in primo luogo di un’istanza presente nell’essere umano, quale “criterio”, “scintilla” o “germe”, secondo le immagini osservate nei padri. È quell’istanza che emerge naturalmente nei progenitori cui si aprono gli occhi e in Caino che avverte il male commesso e lo sente troppo grande. La coscienza, dunque, abita nell’essere umano e precede ogni sua volontà: è il desiderio di bene e di bellezza, o di felicità, posto in tutti indistintamente; in una visione cristiana è riflesso dell’immagine di Dio, che il Creatore ha impresso in ogni uomo e donna al momento della loro creazione. Ogni essere umano, dunque, quale che sia il suo peccato e la sua alienazione, porta dentro di sé tale aspirazione, spesso calpestata e sotterrata – per riprendere le immagini di Doroteo di Gaza –, che è capacità di discernimento del bene dal male, del bello dal brutto, di ciò che dà gioia da ciò che fa soffrire, anche allorché deliberatamente egli decida di fare il male, come aveva detto Girolamo.

Tale dono primordiale, come osservato nelle pagine della Genesi, è anche, però, frutto di elaborazione. Cresce e si sviluppa attraverso quello che chiamerei un “duplice dialogo”, come l’etimologia del termine greco synéidesis e del corrispondente latino conscientia, suggeriscono. Ambedue i termini sono infatti composti da un prefisso che indica “compagnia” (syn e con) e da un termine che rimanda all’idea di “conoscenza”, che significativamente è ancora un composto.

Potremmo dire che i due termini indicano un “conoscere insieme”, una “conoscenza frutto di dialogo”, di cooperazione, appunto.

La domanda che a questo punto si pone riguarda i soggetti di tale dialogo, e le risposte possibili mi sembrano due: dialogo all’interno dell’uomo, tra le varie voci e istanze in esso presenti; dialogo dell’uomo con altri soggetti a lui esterni. Nel primo caso la conoscenza si forma attraverso un dialogo interiore, la fatica del pensare, del fermarsi a riflettere. Nel secondo essa si articola in forza di un confronto con l’altro essere umano o, in una dimensione di fede, con Dio, l’Altro per eccellenza.

Il dialogo interiore

La coscienza necessita dunque in prima istanza di dialogo interiore, vale a dire di elaborazione tramite il confronto dei tanti pensieri e inclinazioni che abitano l’essere umano. Ciò richiede la fatica dell’habitare secum di cui parlano i padri, di immergersi in sé e di dialogare con sé stessi.

Un esercizio non facile, perché si scontra con la paura di visitare le proprie profondità, dove abitano tratti dell’essere che spesso si preferisce ignorare. Tuttavia, senza questo esercizio è impossibile coltivare la propria coscienza.

La Scrittura offre alcune direttrici lungo le quali articolare tale pensiero, in particolare le due domande che abbiamo visto emergere nelle prime pagine della Bibbia: dove sono io e dov’è mio fratello. Mai l’una senza l’altra! La coscienza cresce, attraverso il dialogo interiore, se si ha il coraggio di abitare tali domande: dove sono io, dove colloco la mia umanità? E poi: dov’è l’altro da me, che nella fattispecie è “mio fratello”? Ogni elaborazione di pensiero, sia esso umano o teologico, che non tenga conto di questi due interrogativi primordiali, è destinato a produrre una sottocultura, che con il tempo conduce una chiesa o una società alla morte per asfissia.

A queste due domande originarie se ne potrebbero aggiungere altre, che ne sono una necessaria esplicitazione. Interrogativi quali: dove mi portano le mie azioni? E prima ancora: dove mi portano i miei pensieri? Domande che indirizzano verso l’altro dialogo necessario alla crescita della coscienza che è il confronto con l’esterno: con Dio e con gli altri. Non basta riflettere in sé, correndo il rischio di un ripiegamento insano nel proprio intimo e sui propri punti di vista, poiché questo, anziché far crescere la coscienza, la atrofizza. Essa cresce, invece, se ci si sporge anche al di fuori. È utile qui ricordare ciò che Salomone chiede a Dio nel Primo libro dei Re 3,9: un “cuore in ascolto”, vale a dire un’interiorità (cuore) aperta verso l’esterno (in ascolto).

Il dialogo con Dio

In una dimensione di fede si tratta di dialogare con Dio, come abbiamo osservato nel libro della Genesi, dove le domande del Creatore avevano aiutato Adamo e poi Caino a far maturare quella coscienza emersa in modo confuso dal loro intimo. Dialogo con Dio significa confronto costante con le Scritture, con le parole di Gesù e con il suo esempio, indispensabile per la crescita di una coscienza cristiana.

Di pari passo è necessario il dialogo con gli altri. La coscienza si nutre di confronto con l’altro, con il diverso da sé, con cui è necessario intessere un dialogo autentico che trasforma e affina il proprio sguardo e le proprie comprensioni. Di un altro concreto, visto e toccato, come mostrano tante esperienze in cui la potenza di uno sguardo è capace di cogliere e trasformare in profondità, risvegliando una coscienza assopita: gli occhi di un bambino, lo sguardo sofferente di un malato, la carezza di un anziano fragile. Quante volte sicurezze e pregiudizi, frutto di deduzioni astratte e teoriche, sono andati in frantumi dinanzi a un volto reale, che ha saputo risvegliare la coscienza!

Anche lo sguardo del nemico o di chi è ritenuto tale ha il potere di risvegliare la coscienza, ragione per la quale l’inimicizia, per durare nel tempo, necessita di distanza, di non-incontro tra vittima e carnefice, e del perpetuarsi di un incontro irreale, che avviene solo in un pensiero che rimugina la propria visione dell’altro, anziché la sua realtà.

Ogni chiusura verso l’altro e il diverso comporta inevitabilmente una perdita di coscienza, un impoverimento e un’atrofizzazione del proprio luogo interiore. Ogni chiusura che all’inizio sembra difendere, con il tempo isola, impoverisce e uccide nel profondo.

 tratto da "Pensare e Dire" Edizioni Qiqajon

 * Sabino Chialà (Locorotondo 1968) è monaco e priore di Bose dal 2022 a oggi. Studioso di ebraico e siriaco, si è dedicato in particolare allo studio della figura e dell’opera di Isacco di Ninive, di cui ha recentemente pubblicato la prima traduzione italiana completa della prima collezione dei suoi scritti.

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sabato 10 giugno 2023

PENSARE E DIRE


 Pensare e dire… coscienza e parresia: due dimensioni essenziali dell’essere e del relazionarsi. 

Con un taglio esperienziale e pratico si indicano qui percorsi che aiutino a rivisitare il proprio vissuto: i pensieri che lasciamo abitare in noi e le parole che transitano per le nostre labbra.

- di Sabino Chialà*

        

Nel Nuovo Testamento osserviamo una situazione diversa, ma in continuità con quanto già esaminato. Il sostantivo greco synéidesis nei vangeli è quasi del tutto assente. L’unica ricorrenza è in una variante attestata solo da alcuni manoscritti per l’episodio della donna adultera condotta a Gesù, in cui leggiamo a proposito degli accusatori della donna: “Quelli, udito ciò [variante: “e accusati dalla loro coscienza”], se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani” (Gv 8,9).

Gli evangelisti non mettono mai sulla bocca di Gesù il termine “coscienza”. Tuttavia, come osservato nell’Antico Testamento, molte volte è il termine “cuore” a svolgerne la funzione. Penso in particolare all’episodio dell’uomo dalla mano paralizzata, guarito da Gesù nella sinagoga in giorno di sabato. Alla fine della scena, l’evangelista riferisce che Gesù resta irritato e rattristato “per la durezza dei loro cuori” (Mc 3,5). Qui è evidente che “cuore” sta per coscienza: i presenti, infatti, non hanno usato la propria coscienza per giungere a quel discernimento cui Gesù è giunto decidendo di guarire l’infermo. Quante volte poi Gesù si appella alla coscienza dei suoi interlocutori!

Ad esempio, allorché interrogato non offre una risposta diretta, ma propone una domanda o una parabola, per stimolare così la coscienza dei suoi interlocutori, ed essi trovino da sé stessi e in sé stessi la risposta.

A chi si rifiuta poi di mettere in gioco la coscienza, Gesù nega la propria parola, ritenendola inutile. Emblematico è il caso dei capi religiosi che lo interrogano sulla sua autorità: “Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?” (Mc 11,28). Gesù risponde interpellando la loro coscienza: “Vi farò una sola domanda. Se mi risponderete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi” (Mc 11,29-30). Gesù interpella il loro discernimento, ma i capi decidono di non farne uso, preferendogli il calcolo di convenienza: “Se diciamo: ‘Dal cielo’, risponderà: ‘E perché allora non gli avete creduto?’. Diciamo dunque: ‘Dagli uomini?’. Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: ‘Non lo sappiamo’” (Mc 11,31-33). Per cui Gesù risponde: “Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose” (Mc 11,33). A chi rifiuta di usare la coscienza, vale a dire che non è disposto a lasciarsi coinvolgere in profondità, Gesù nega la propria parola, non per ripicca, ma perché la ritiene inutile e condannata all’inefficacia.

La situazione muta sensibilmente con la letteratura paolina e gli altri scritti del nt, che invece fanno uso abbondante del termine synéidesis, per un totale di una trentina di occorrenze.

Paolo insiste particolarmente sul tema della coscienza come luogo interiore e centro propulsore dell’attività umana. Una coscienza che egli definisce ora buona (cf. 1Tm 1,5.19; Eb 13,18; 1Pt 3,16.21) e pura (cf. 1Tm 3,9; 2Tm 1,3; At 24,16), ora cattiva (cf. 1Tm 4,2; Tt 1,15). Per l’Apostolo essa è innanzitutto il luogo della verità più profonda dell’essere umano: ritorna infatti più volte su quella che egli chiama la “testimonianza” che la coscienza dà all’uomo (cf. Rm 2,15; 9,1; 2Cor 1,12), indicandogli il valore delle sue azioni. La coscienza è dunque vista in prima istanza come il luogo del dialogo interiore, del confronto “interno”.

Essa però è anche il luogo del dialogo con Dio, nello Spirito santo che si rivela nella coscienza dell’uomo e che con essa coopera, e ospita anche il dialogo autentico con l’altro. A questo proposito merita menzione il fatto che nella Prima lettera ai Corinti Paolo invita a rispettare la “coscienza dell’altro” (cf. 1Cor 10,29; cf. anche 2Cor 4,2), soprattutto del debole (cf. 1Cor 8,7-12). La vera comunicazione è da coscienza a coscienza, da profondo a profondo, come egli afferma appellandosi alla coscienza dei suoi interlocutori: “A Dio siamo ben noti, e spero di esserlo anche alle vostre coscienze” (2Cor 5,11).

 *Sabino Chialà - "Pensare e Dire" Edizioni Qiqajon

Sabino Chialà (Locorotondo 1968) è monaco e priore di Bose dal 2022 a oggi. Studioso di ebraico e siriaco, si è dedicato in particolare allo studio della figura e dell’opera di Isacco di Ninive, di cui ha recentemente pubblicato la prima traduzione italiana completa della prima collezione dei suoi scritti.

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