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sabato 2 agosto 2025

LO STUPORE DELL'ESSERE

 


Attualità

 di un libro 

consapevolmente

 inattuale



-       di Alessio Conti 

Le considerazioni, consapevolmente inattuali, che Giuseppe Savagnone affida al suo Lo stupore dell’essere. Il pensiero alternativo di Tommaso d’Aquino (Marcianum Press, Venezia 2025), rappresentano un pharmakon: un rimedio contro le mode e soprattutto contro l’unica ideologia imperante, quella dell’individualismo compulsivo e consumistico.

Un individualismo che, lungi dal limitarsi a descrivere il mondo, lo plasma, riducendo la ragione a mero strumento di calcolo. In alternativa a ciò, questo libro parla di verità, di Dio, di bene, in una parola, dell’essere: perché – riprendendo Tommaso d’Aquino – lo stupore originario è quello legato non già al mero esserci, ma appunto all’essere di ogni cosa e ultimamente dell’uomo stesso.

Il testo di Savagnone si articola in conversazioni, non tanto per riprendere estrinsecamente la struttura delle quaestiones tomiste, quanto per intessere con l’Aquinate un fecondo dialogo.

Un colloquio in cui, pur senza dissimulare la distanza storica e culturale che ci separa da Tommaso, si individuano degli interstizi esistenziali, grazie ai quali questa esperienza risulta significativa anche per noi, smarriti uomini del XXI secolo. Dialetticamente è proprio la distanza che ci spinge a ripensare categorie ermeneutiche acriticamente ripetute, stimolando un dibattito filosofico talora asfittico.

Un’opera, quella di Savagnone, che ripercorre la biografia di una vocazione perché il filosofo è anzitutto una persona che cerca la verità.  Oltre l’iconografia ufficiale e il suo uso anti modernistico, Tommaso fu uomo di rottura: ruppe con la famiglia, i nobili conti d’Aquino che lo avrebbero voluto religioso, ma nella potente Abazia di Montecassino. Non era però questa la strada scelta dal Signore per il giovane aquinate che, nel suo primo soggiorno napoletano, conobbe la filosofia aristotelica, tramite il nuovo ordine domenicano. E si sentì’ subito a casa: niente sfarzose abbazie provviste di terre e prebende, ma solo quella carità intellettuale, quello zelo per le anime che sarà la cifra della sua vita, prima ancora che del suo pensiero.

A 19 anni Tommaso è frate: i Domenicani, anche per sottrarlo a possibili ritorsioni da parte dei famigliari, lo inviano nello studium di Parigi, uno dei più importanti del tempo. Orizzonte del suo pensiero non sarà più quindi la cella monastica, ma la città, brulicante di passioni e di vita, tra mercanti e banchieri, borghesi e fratti. In tale contesto, dal punto di vista politico, da un lato l’Impero raggiungeva l’apice della sua potenza e dall’altro già le monarchie nazionali si profilavano all’orizzonte.

Sono straordinariamente intense le pagine che Savagnone dedica al quadro storico-culturale del XIII secolo, non già mero sfondo, ma segreto alimento del sistema tommasiano, figlio di una società complessa in cui universalismo e particolarismo, discipline teologiche ed arti liberali, filosofia e poesia si arricchivano vicendevolmente.

Questo stesso spirito di libertà permea la ricerca intellettuale del giovane Tommaso: pingue e taciturno, tanto da essere soprannominato dai compagni “bue muto”, il Domenicano inizia ad insegnare a Colonia, prima di divenire Magister –  oggi diremmo professore ordinario – a Parigi. L’ambiente culturale parigino si connotava allora per una forte tendenza platonica che, anche in virtù degli apporti successivi di pensatori come Plotino, sembrava la meglio conciliabile con i dogmi della fede cristiana per la sua impostazione nettamente trascendente. Sostenuta da Agostino e dallo Pseudo Dionigi, che i medioevali identificavano erroneamente con un convertito da Paolo durante il suo discorso all’Areopago, questa interpretazione appariva la sola possibile.

Del resto la visione aristotelica del mondo che le si opponeva era sospetta per più di un motivo: tradizionalmente poco incline alla trascendenza, lo Stagirita era stato largamente commentato dagli infedeli, e per loro tramite, dopo un lungo oblio era tornato nella sua interezza a disposizione del mondo cristiano. Alberto, maestro di Tommaso, si era interessato proprio ad Aristotele anche se caldeggiava, in una prospettiva sincretistica, la sua conciliazione con Platone.

Sarà Tommaso ad elaborare quella sintesi creativa che liberò Aristotele dal soffocante abbraccio degli arabi e dei neo-platonici, senza dissimulare la distanza tra i due grandi maestri della grecità. E mentre i Francescani deploravano “quella nuova dottrina che distrugge tutto quello che Agostino insegna”, Tommaso assumeva Aristotele come punto di riferimento essenziale, anche se non esclusivo, della sua filosofia, tanto da designarlo sempre come “il filosofo”.

L’autore ripercorre con un’enfasi pregna di passione questi primi, fondamentali, momenti della vicenda umana e spirituale di Tommaso, presentandoci una figura inedita, ma, proprio per questo, attuale. Oggi molti intellettuali appaiono prigionieri di un totalitarismo del politicamente corretto che condiziona a priori il modo di pensare delle persone, e sono sovente ossessionati da un narcisistico desiderio di visibilità quantomai distante dalla prospettiva di Tommaso. Il frate domenicano, infatti, amava rendersi invisibile, affinché a brillare fosse l’oggetto della sua ricerca.

Un brillare icasticamente rappresentato da una feconda simbiosi che unisce, nell’orizzonte tommasiano, la riflessione  filosofica alla luce.  Il pensiero interpreta non se medesimo, ma la realtà, proprio come la luce che “non è l’oggetto del nostro sguardo, ma la condizione per vedere i colori”.

Ed alla luce di quella stessa (solo apparente) semplicità, che rappresenta in realtà la conquista di uno spirito temprato dai marosi della vita, Tommaso elabora il suo sistema. Un pensiero che, come sottolinea argutamente Savagnone, è frutto non solo di energie psichiche, derivando piuttosto da “quella abissale tranquillità dell’oceano divino dell’essere, in cui egli parla”. Una ricerca capace di divenire preghiera, oltre la scissione, oggi dominante, tra persone che vivono in modo irriflesso le verità di fede, e teologi, spesso capaci di una notevole profondità di pensiero, che però non si riverbera  nell’esistenza. 

Oltre questo iato l’Aquinate ci rammenta che l’uso dell’intelligenza implica sempre una responsabilità fondamentale: quella di impostare in modo corretto i rapporti tra ragione e fede. Prima di analizzare la tesi tommasiana, Savagnone illustra tre posizioni che, pur se tra loro antitetiche, rendono inutile il confronto tra questi due ambiti. Secondo alcuni esponenti del monachesimo benedettino la fede fagocita la ragione. In questa prospettiva il solo filosofo degno di tal nome è Cristo ed al pensiero umano non resta alcuno spazio. Posizione questa insostenibile prima che errata perché, volendo entrare nel tempo, Dio stesso si serve in certo modo di categorie razionali.

Non meno assurda si rivela l’alternativa del razionalismo moderno secondo cui, da Hegel in poi, la fede sarebbe un momento provvisorio, destinato ad essere superato dall’inesorabile incedere del sapere filosofico. Tale posizione, anche nella sua variante positivistica, ignora i limiti della ragione per la quale un mondo ridotto a misurabilità risulta oltremodo angusto.

Seducente, ma non meno fallace, appare anche la dottrina della doppia verità che fa leva su una presunta incommensurabilità tra fede e ragione che rischia di divenire una minaccia per la stessa unità della persona. Fede e ragione, ecco la posizione tommasiana, sono certo distinte, ma non incommensurabili: distinguere per unire, è appunto il motto che riassume meglio il punto di vista dell’Aquinate. Fede e ragione sono come due ali con cui il pensiero umano si innalza verso la contemplazione della verità. Metafora cogente quella delle ali, perché pur restando distinte, quindi autonome, cooperano al medesimo scopo.

Il supremo problema dell’esistenza di Dio è affrontato da Tommaso in base alla fondamentale distinzione tra l’ordine dell’essere e quello del conoscere: occorre partire dal mondo, dal contingente, per mostrare l’esistenza di quel primo motore che chiamiamo Dio, grazie agli effetti a noi noti Ma la conoscenza dell’esistenza di Dio è un preambolo, necessario certo a far comprendere, per quanto possibile, le verità di fede. Una premessa alla quale può accompagnarsi il salto nella fede vera e propria, ma questa è solo una possibilità, visto che le vie per mostrare l’esistenza di Dio interpellano in primo luogo l’intelligenza.

Un salto che però non implica l’annullamento della ragione, necessaria a comprendere, per quanto possibile ciò che si crede. In questo orizzonte “il dubbio non è il nemico, ma il compagno e lo stimolo di una fede matura, e non bisogna rifuggirlo, come molti fanno, ma salutarlo, come un dono e un invito a cercare ancora”. Tommaso non è un algido dispensatore di risposte prefabbricate, ma piuttosto un inesausto suscitatore di interrogativi “perciò le domande sono sempre più numerose delle risposte contenute nelle definizioni dogmatiche. Il cristianesimo non è uno schedario di certezze definitive, ma un pellegrinaggio nell’abisso insondabile del mistero divino”.

In Tommaso si profila una circolarità tra fede e ragione, tra filosofia e teologia, autrici entrambe di conoscenze distinte, ma intimamente unite. Sul piano antropologico una medesima circolarità coinvolge il vedere e l’ascoltare, entrambi limitati e, per questo, destinati a completarsi: chi vede a bisogno di credere e chi crede, ascoltando, comunque desidera anche vedere.

Ma il vedere, l’ascoltare, presuppongono che fuori di noi vi sia un mondo, un reale attingibile conoscitivamente: ed è proprio questo presupposto che crolla nell’età moderna, abbagliata dal soggetto, capace di accedere solo a sue rappresentazioni. E se con la postmodernità il soggetto rappresentante entra in crisi, ecco profilarsi da un lato il nichilismo, e dall’altro l’ermeneutica in cui la comune appartenenza dell’interpretato e del interpretante ad un contesto, parrebbe dissolvere i fatti in un orizzonte meramente linguistico e interpretativo.

Ancor più sconvolgente, in questa temperie risulta la tesi tommasiana del primato dell’essere: noi scopriamo, in primo luogo che qualcosa è, e pensare, da Parmenide in poi, significa pensare l’essere. Un’idea questa, nota acutamente Savagnone, che si palesa anche quando ci soffermiamo su enti come l’unicorno, inesistenti in natura, o su personaggi fittizi come quelli della mitologia omerica che sono comunque presenti, almeno nella nostra immaginazione.

 L’essere ed il suo primato rappresentano il vasto orizzonte della riflessione dell’Aquinate che è oltremodo necessario riguadagnare anche per depotenziare  “il dualismo problematico tra soggetto pensante e mondo” entrambi ricompresi nello spazio dell’essere. Ma affermare il primato dell’essere e, conseguentemente, l’esistenza di alcune leggi concernenti tanto il pensiero quanto la realtà, significa anche  ribadire il primato della ragione, perché chi negasse i suoi supremi principi a rigore dovrebbe tacere. Qualora infatti io affermassi che il principio di non contraddizione non esiste rigetterei implicitamente la tesi opposta e quindi, anche per negarlo, sarei contraddittoriamente costretto ad applicare proprio quel principio.

Ma la scoperta dell’essere non riguarda unicamente chi si occupa di filosofia: qualunque uomo, purché esca dal frenetico turbinio della vita quotidiana, proverà meraviglia, e conseguentemente gratitudine, per il fatto che qualcosa esiste. Occorre pensare in termini di dono, in una prospettiva in cui nulla è al nostro servizio, la natura non va soggiogata, gli stessi legami debbono essere riparametrati oltre il paradigma del possesso esclusivo. È questa gratitudine che ci costituisce radicalmente come responsabili di tutto ciò che, con la sua sola esistenza, emerge dall’anonimo orizzonte del nulla: un sì detto ad ogni sasso, a ciascun essere vivente, a partire da noi stessi.

Il primato dell’essere possiede anche intrinseche ricadute bioetiche: tramite il concetto di potenza, non riducibile a mera possibilità, consente di costruire un antropologia ontologica, assai più feconda di quella prestazionale che oggi appare dominante. Travalicando l’alternativa tra chi fa consistere la persona unicamente nelle sue relazioni, e chi insiste sul suo essere come soggetto sussistente, una rivisitazione dell’idea tommasiana di persona come creatura razionale può sostenerci nel rifuggire la sterile ed apparente contrapposizione tra individualismo e massificazione, impedendo al soggetto di dissolversi nella anonima pluralità di infinite relazioni.

Occorre tornare a concepire l’uomo non come il padrone dell’ente, ma alla stregua del “pastore dell’essere”, secondo la celebre espressione di Heidegger . L’essere sfugge alla presa dei concetti, allude al mistero del reale, di cui il pastore con la sua stessa indigenza è, in qualche modo, segno. L’essere esige rispetto e custodia, non può venire manipolato alla stregua di un qualunque utilizzabile, perché, come detto, l’orizzonte della potenza eccede radicalmente quello della mera possibilità. È proprio il concetto tommasiano di atto d’essere che dischiude all’uomo questa apertura originaria che Savagnone situa nel quadro di un’ecologia integrale. Se, abbassando l’uomo al livello delle cose, pare riduttivo ingaggiare la battaglia ambientale nell’orizzonte di un naturalismo sterile, si può affrontare la questione e da una prospettiva in cui tutto, certo non confusamente, è e, per questo solo fatto, merita rispetto.

Così la creazione diventa via verso l’assoluto. Come ha osservato Benedetto XVI Tommaso d’Aquino ha insegnato che la nozione di creazione deve trascendere l’origine orizzontale del dispiegamento degli eventi. Tommaso ha osservato che la creazione non è né un movimento né una mutazione. È piuttosto il rapporto fondazionale e costante che lega le creature al creatore. Più semplicemente la nozione di creazione si pone su un piano ontologicamente diverso da quello della scoperta scientifica e quindi nessuna innovazione può renderla residuale, perché essa riguarda non il rapporto cronologico, ma l’apparizione ontologica dei singoli esseri.

Il creato, con il suo divenire finalistico, allude al divino, come le cinque vie mostrano, ma non è Dio, perché solo in Lui essenza ed essere coincidono: Dio è l’essere, le cose hanno l’essere per partecipazione. Una mentalità questa che unicamente la Rivelazione cristiana rende possibile, rescindendo, in radice, ogni equivalenza tra Dio e la natura.

Sempre dalla Rivelazione rampolla l’idea, ignota tanto a Platone quanto ad Aristotele, di un Dio che non si conosce, ma ci conosce; non si pensa ma ci pensa fino allo scandaloso abbraccio della Croce. Un abbraccio che racchiude il mondo intero, noto al suo autore fin nei suoi più reconditi interstizi, come nota gli è la vita di ciascuno di noi.

Ma forse l’insegnamento più profondo Tommaso lo offre in quel prolungato silenzio che precedette la sua morte, un silenzio di cui, oltre ogni semplicistica contrapposizione, possono fungere da chiosa queste parole di Agostino: “Che ho mai detto, Dio mio, vita mia, dolcezza mia, santa? Che dice mai chi parla di te? Eppure, sventurati coloro che tacciono di te, perché, pur pronunziando tante parole, in realtà sono muti”. Un silenzio, presago di quel futuro che diverrà presente, anzi eterno, solo oltre la fugace curva dei nostri giorni. 

www.tuttavia.eu

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venerdì 30 maggio 2025

LO STUPORE DELL'ESSERE


  Tommaso d’Aquino,

 ottocento anni di luce




- di Vittorio Possenti

Luce alta sui monti e stella orientatrice del cammino della Chiesa e dei popoli è stato ed è il pensiero di san Tommaso d’Aquino, di cui in quest’anno giubilare ricorre l’800° anniversario della nascita: 1225-2025. Egli è stato dalla Chiesa chiamato in vari modi: Doctor AngelicusDoctor CommunisDoctor Humanitatis, etc. Giovanni Paolo II nel discorso all’Unesco (giugno 1980) lo indicò come uno dei più grandi geni del cristianesimo, non solo teologo ma pure filosofo. Da quasi due secoli e con alterne vicende il Tommaso filosofo e metafisico è ritornato ad essere meditato, sia pure fiocamente, dai filosofi che cercano sin dai tempi più lontani la verità dell’essere. Dico fiocamente in quanto rimane in una parte della cultura, forse però in declino, una diffidenza quasi sprezzante per il Medioevo e per l’Aquinate, in specie nell’area continentale, e in minor misura in ambito anglosassone. Meditare sull’essere, la vita, Dio, l’uomo e la verità fu il suo itinerario, mosso dallo stupore e dalla sete di conoscenza; coloro che anche oggi lo seguono provano lo stesso sentimento. Un bel libro di Giuseppe Savagnone (Lo stupore dell’essere. Il pensiero alternativo di Tommaso d’Aquino, Marcianum Press, pagine 280, euro 23,00) invita il lettore a percorrere un cammino simile al suo. Savagnone incontrò il pensiero di Tommaso quando era giovane, trovandovi” una chiave di lettura della realtà alternativa alle mode culturali che oggi dominano la scena”, e un vivaio inesauribile di itinerari.

Il libro si compone di dodici conversazioni che, partendo dalla situazione culturale del giovane Tommaso (1240 e oltre), descrivono il suo stile di pensiero e la ricerca, anche filosofica, vissuta come la compenetrazione tra ricerca intellettuale e ricerca spirituale, in cui hanno parte l’intelletto, la volontà e il cuore. Chi filosofa con tutto sé stesso non è semplicemente assimilabile all’esperto accademico che dispensa saperi specializzati. Le dodici conversazioni concernono le questioni massime di una filosofia che si volge a tutta la realtà, senza operare esclusioni preliminari, tra cui frequente quella relativa alla trascendenza: un rapporto positivo tra ragione e fede, la scoperta dell’essere e delle sue leggi, l’esistenza di Dio, la creazione, l’identità della persona umana, il fascino del bene e le domande sull’amore. Nel percorso dell’autore si avvertono la meraviglia, la gratitudine, la responsabilità dinanzi all’essere e alla vita di cui fu testimone l’Aquinate. L’esposizione si dipana entro un costante riferimento ai suoi testi, ampiamente citati per offrire al lettore un appoggio di verifica e di ricerche ulteriori, e con il ricorso a pensatori contemporanei che osservano la condizione umana. Il cammino è necessario per distinguere il pensiero di Tommaso da quello di Aristotele. Certamente il primo conobbe e commentò a fondo l’opus aristotelico, ma non fu un aristotelico in più, perché oltrepassò l’aristotelismo in nuclei essenziali. Il testo ricorda i punti su cui Tommaso segue Aristotele non meno di quelli in cui va oltre. Da molti decenni numerosi studiosi hanno notato che la formula “filosofia aristotelico-tomista”, a lungo in auge, emette un suono non genuino e dovrebbe essere posta da parte.

In certo modo il nucleo primario dell’esposizione di Savagnone riguarda il rapporto del soggetto con la realtà: qui Tommaso non fu né un cartesiano né un hegeliano o un’idealista ante litteram. Egli afferma il primato del piano reale dove vivono ed operano solo gli enti reali, gli individui e le sostanze individuali. L’Aquinate aborre dall’assumere che il piano reale sia quello delle Idee, di modo che l’approccio alla realtà diventa essenzialmente logico. Il reale non è una deduzione dell’idea, ma è la cosa stessa da cui si deve partire, e il reale è composto di individui concreti. Non si può modellare il mondo concreto sul pensiero; occorre viceversa prendere le mosse dal mondo di vita, dagli enti che si danno e che stupiscono. Tommaso non poteva prevedere che una parte più che consistente della filosofia moderna avrebbe preso la via senza uscita del primato dell’idea e della deduzione dell’esistenza dall’essenza, ossia la schematizzazione logica del Tutto. Ci ha però fornito gli strumenti essenziali per rigettare l’identità hegeliana di Logica e di Metafisica. Bisogna dimenticarsi di sé e delle categorie a priori quando ci si confronta con l’oggetto. Questo è ciò che ci sta dinanzi e con cui occorre fare i conti. Allontanare il proprio narcisismo e lasciare il campo ad un ‘puro guardare’: nel nostro connaturale desiderio di conoscere il primato compete perciò all’ente e all’essere che dovunque ci circondano Proprio su questi aspetti spicca il contributo preziosissimo dell’Aquinate che contemplando le cose e il cosmo, intende che una corrente universale di vita e di esistenza percorre il tutto. Il suo fu un esistenzialismo metafisico: la grande scoperta dell’atto d’essere (actus essendi) che vivifica dall’interno ogni esistente concreto. Siamo così posti dinanzi alla questione di Dio quale esse ipsum per se subsistens che è causa di tutto l’essere diveniente. Dio abbraccia tutto e niente lo può abbracciare. La cultura tardo moderna e contemporanea manifesta in genere una considerevole indifferenza verso Dio, già notata da Nietzsche. Nella “civiltà della Tecnica” in cui siamo immersi fino al collo, col palpabile rischio di essere da essa soverchiati, il pensiero dell’Aquinate rappresenta l’oltrepassamento di tutte le chiusure cui spesso ci inchiniamo e una rivendicazione della dignità umana: non siamo solo soggetti di consumo o oggetti di manipolazione tecnica. Anche per questo la sua “filosofia dell’essere e dell’uomo” è in potenza attiva verso il futuro. Il libro di Savagnone lo mostra con persuasiva chiarezza.

www.avvenire.it

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lunedì 11 marzo 2024

LEGGE NATURALE e SVILUPPO UMANO

 Nella legge naturale la via dell’autentico sviluppo umano

 In occasione 750° anniversario della morte di san Tommaso d’Aquino si è svolta all’abbazia di Fossanova la due-giorni di studio che ha avuto come sottotitolo “Approfondimenti per e dalle Scienze Sociali”. L’incontro si è articolato in quattro sessioni: Ontologia sociale e chiavi teologiche; Diritto naturale e mondo sociale;  Economia, Politica e Governance;  Natura umana, tecnologia e cambiamento sociale, Il Doctor Angelicus morì il 7 marzo 1274.

  Pubblichiamo di seguito una traduzione dall’inglese del messaggio inviato da Papa Francesco ai partecipanti al Laboratorio su “L’ontologia sociale e il diritto naturale dell’Aquinate in prospettiva” patrocinato dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

 Mi ha fatto molto piacere apprendere che la Pontificia Accademia di Scienze Sociali abbia scelto di celebrare il 750° anniversario della morte di San Tommaso d’Aquino sponsorizzando un Laboratorio sul tema: “Ontologia sociale e diritto naturale dell’Aquinate in prospettiva. Approfondimenti per e dalle Scienze Sociali”. Esprimo la mia gratitudine a tutti i partecipanti a questo importante incontro e nella preghiera offro i miei auspici per la fecondità delle vostre discussioni.

 Sicuramente San Tommaso non ha coltivato le scienze sociali così come noi le intendiamo oggi. Tuttavia, il suo studio rigoroso delle implicazioni filosofiche e teologiche del dato biblico che l’uomo è creato: «a immagine di Dio» (Gn 1, 27), che trovò espressione nei suoi vari scritti, si può dire che abbia contribuito a preparare la strada allo sviluppo di queste scienze moderne. L’opera di Tommaso dimostra sia il suo impegno a comprendere la Parola di Dio rivelata in tutte le sue dimensioni, sia, al tempo stesso, la sua notevole apertura a ogni verità accessibile alla ragione umana. Il Dottore Angelico era profondamente convinto che, dal momento che Dio è la verità e la luce che illumina ogni comprensione, non ci possa essere alcuna contraddizione di fondo tra la verità rivelata e quella scoperta attraverso la ragione. Centrale alla sua comprensione del rapporto tra fede e ragione era la sua convinzione del potere del dono divino della grazia di risanare la natura umana indebolita dal peccato e di elevare la mente attraverso la partecipazione alla conoscenza e all’amore di Dio, e di conseguenza di abilitarci a comprendere e ordinare in modo corretto le nostre vite come singoli e come società.

 Le scienze sociali contemporanee si accostano alle tematiche dell’uomo e al perseguimento dello sviluppo umano attraverso una serie di approcci e metodi che dovrebbero essere fondati nell’irriducibile realtà e dignità della persona umana. L’Aquinate è stato in grado di attingere ad una ricca eredità filosofica che ha interpretato attraverso le lenti del Vangelo, allo scopo di affermare che la persona, come «quanto di più nobile si trova in tutto l’universo» (ST I, q. 29, a. 3) [testo in italiano tratto da Somma Teologica, Nuova Edizione in lingua italiana a cura di P. Tito S. Centi e P. Angelo Z. Belloni, 2009, ndt], è il pilastro dell’ordine sociale. Creati ad immagine e somiglianza di Dio Unitrino, gli individui sono destinati, attraverso relazioni personali e interpersonali, a vivere, crescere e svilupparsi in comunità. Per questa ragione, «è naturale che gli esseri umani vivano in società con molti altri, per procurarsi, con il loro lavoro manuale e fisico, illuminati dalla luce della loro intelligenza e dalla forza della loro volontà, i beni materiali e spirituali per il loro benessere e buon vivere, per la loro felicità» (De regno, B. I . c. 1).

 Attingendo da principi già stabiliti da Aristotele, Tommaso così sosteneva che i beni spirituali precedono quelli materiali e che il bene comune della società precede quello degli individui, in quanto l’uomo è per natura un “animale politico”. Il suo legame con le opere etiche e politiche dei grandi pensatori classici appare evidente dai suoi commentari, e si riflette specialmente nelle questioni che dedica alla giustizia, in particolare nel suo celebre Trattato sul Diritto (ST I-II , qq. 90-108). Mentre è indubitabile la sua influenza nel dar forma al pensiero morale e giuridico moderno, un recupero della prospettiva filosofica e teologica che ha informato la sua opera può risultare alquanto promettente per la nostra disciplinata riflessione sulle pressanti questioni sociali del nostro tempo.

 L’Aquinate sostiene l’intrinseca dignità e unità della persona umana, che appartiene sia al mondo fisico in virtù del corpo che a quello spirituale in virtù dell’anima razionale: una creatura capace di distinguere tra vero e falso in base al principio di non-contraddizione, ma anche di discernere il bene dal male. Questa capacità innata di discernere e di ordinare o disporre atti al loro fine ultimo attraverso l’amore, chiamata tradizionalmente “legge naturale”, come dichiara il Catechismo della Chiesa Cattolica, citando Tommaso: «altro non è che la luce dell’intelligenza infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che si deve evitare. Questa luce o questa legge Dio l’ha donata alla creazione» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1955).

 Oggi è essenziale recuperare una considerazione di questa «inclinazione naturale a conoscere la verità su Dio, e a vivere in società» (ST I-II, q. 92, a. 2) al fine di modellare il pensiero sociale e le politiche in modalità che promuovano, anziché impedire, l’autentico sviluppo umano dei singoli e dei popoli. Per questo motivo, il mio Predecessore e io abbiamo riaffermato costantemente l’importanza della legge naturale nelle discussioni concernenti le sfide etiche e politiche del nostro tempo. Con le parole di Benedetto XVI , «una tale legge morale universale è saldo fondamento di ogni dialogo culturale, religioso e politico e consente al multiforme pluralismo delle varie culture di non staccarsi dalla comune ricerca del vero, del bene e di Dio» (Lett. Enc. Caritas in Veritate, 59).

 La fiducia di Tommaso in una legge naturale scritta nel cuore dell’uomo può così offrire freschi e validi spunti al nostro mondo globalizzato, dominato dal positivismo giuridico e dalla casistica, anche se continua a cercare solide fondamenta per un giusto e umano ordine sociale. Infatti, seguendo Aristotele, Tommaso era ben consapevole della complessità che comporta applicare la legge alle azioni concrete, e perciò enfatizzava l’importanza della virtù di epikeia. Con le sue parole: «gli atti umani, che sono oggetto della legge, consistono in fatti contingenti e singolari, che possono variare in infiniti modi […]. Ma in certi casi osservare queste leggi sarebbe contro la giustizia e contro il bene comune, che è lo scopo della legge». Di conseguenza: «è invece un bene seguire ciò che esige il senso della giustizia e il bene comune, trascurando la lettera della legge» (ST II-II , q. 120, a. 1).

 Se il Dottore Angelico fonda la sua comprensione della dignità dell’uomo e le esigenze di un’“ontologia sociale” nella natura umana, e dunque nell’ordine della creazione, come pensatore cristiano egli, necessariamente, aggiunge anche che la nostra natura umana, ferita dal peccato, è guarita ed elevata dalla grazia, frutto della redenzione operata da Cristo. All’inizio della sua grande Cristologia, la terza parte della Summa Theologiae, Tommaso afferma, in continuità con l’insegnamento delle Scritture e dei Padri della Chiesa, che l’Incarnazione del Figlio di Dio rivela la suprema dignità della natura umana. Questa convinzione è stata eloquentemente riaffermata nel nostro tempo dall’insegnamento del Concilio Vaticano II , che cioè: «Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a sé stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (Cost. Past. Gaudium et spes, 22). La pienezza di grazia presente nell’umanità del Redentore è poi comunicata alle membra del suo Corpo, la Chiesa, a cui tutta l’umanità è chiamata. Come Capo di quel Corpo, Cristo distribuisce la sua grazia in vari modi a ciascun membro, a seconda dei suoi unici doni e vocazioni.

 L’intuizione di Tommaso circa questa effusione di grazia redentiva e la varietà dei modi in cui tale grazia è comunicata per l’edificazione del Corpo ha ricche implicazioni per la comprensione delle dinamiche di un solido ordine sociale fondato sulla riconciliazione, sulla solidarietà, sulla giustizia e sulla cura reciproca. In questo senso Benedetto XVI poteva affermare che, proprio come oggetto dell’amore di Dio, l’uomo e la donna divengono a loro volta soggetti di carità, chiamati a riflettere tale carità e a tessere reti di carità (cfr. Caritas in Veritate, 5) a servizio della giustizia e del bene comune.

 È questa maggiore dinamica di carità ricevuta e donata che ha dato vita alla Dottrina sociale della Chiesa (cfr. ibid), che cerca di esplorare come i benefici sociali della Redenzione possano rendersi visibili nella vita di uomini e donne, in quanto esseri sociali la cui individualità è ineluttabilmente immersa in una storia, cultura e tradizione più grande. Qui, fa notare Tommaso, vediamo il cuore della vita Cristiana come atto di culto sacerdotale volto alla glorificazione di Dio e alla santificazione del mondo. In questa prospettiva, il Dottore Angelico sostiene risolutamente la priorità delle opere di misericordia. Con le sue parole: «Noi non esercitiamo il culto verso Dio con sacrifici e con offerte esteriori a vantaggio suo, ma a vantaggio nostro e del prossimo: egli, infatti, non ha bisogno dei nostri sacrifici, ma vuole che essi gli vengano offerti per la nostra devozione e a vantaggio del prossimo. Perciò la misericordia ... è un sacrificio a lui più accetto, assicurando esso più da vicino il bene del prossimo» (ST II-II , q. 30, a. 4 ad 1).

 Cari amici, in questi anni del mio pontificato ho cercato di privilegiare il gesto della lavanda dei piedi, seguendo l’esempio di Gesù, che nell’Ultima Cena si è tolto il mantello e ha lavato i piedi dei suoi discepoli uno ad uno. La lavanda dei piedi è senza dubbio un simbolo eloquente delle Beatitudini proclamate dal Signore nel Discorso della Montagna e della loro concreta espressione in opere di misericordia. Con questo gesto, il Signore ha voluto lasciarci: «un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13, 15). Di fatto, come insegna l’Aquinate, con un’azione così straordinaria Cristo: «ha mostrato tutte le opere di misericordia» (In Ioan. XIII ). Gesù sapeva che, quando si tratta di ispirare il cuore dell’uomo, gli esempi sono più importanti di un fiume di parole.

 In questi giorni, mentre vi accostate al ricco patrimonio di pensiero religioso, etico e sociale che San Tommaso d’Aquino ci ha lasciato in eredità, ho fiducia che troverete ispirazione e illuminazione per i vostri propri contributi alle varie scienze sociali, nel rispetto dei loro propri metodi e obiettivi. Rinnovo i miei buoni auspici per le vostre decisioni e prego affinché ciascuno di voi, nel proprio lavoro e nella propria vita, trovi realizzazione nel nostro comune impegno di contribuire ad un futuro di fraternità, giustizia e pace per tutti i membri della nostra famiglia umana. Su ciascuno di voi, e sui vostri cari, invoco di cuore abbondanti benedizioni dal Signore.

 Dal Vaticano, 7 marzo 2024

 FRANCESCO


Osservatore Romano



mercoledì 6 marzo 2024

TOMMASO, UN MAESTRO PER LA NOSTRA FEDE


L’arcivescovo e teologo Bruno Forte, nei 750 anni dalla morte del frate domenicano, ripercorre la vita e il lascito teologico del pensatore che dal 1567 è dottore della Chiesa

 Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento che l’arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte ha tenuto nell’ambito della conferenza sul tema «San Tommaso d’Aquino: teologia, vita spirituale e ministero apostolico.

Di seguito il testo dell’arcivescovo Forte.

Come Tommaso d’Aquino ha unito teologia, vita spirituale e ministero apostolico? Per rispondere a questa domanda occorre anzitutto riflettere sull’uomo Tommaso, in particolare su alcune delle scelte che hanno qualificato la sua esistenza e il suo servizio alla Chiesa. La prima - decisiva per le sue conseguenze - è stata la scelta mendicante, vissuta tanto nell’aspetto della povertà, quanto in quello della piena disponibilità al cambiamento, a seconda dei compiti da assolvere. L’altra - non meno importante - è la scelta culturale, in forza della quale Tommaso si è consacrato a servire la causa del Vangelo con gli strumenti dell’intelligenza e della parola, scritta e parlata. Entrambe sono l’espressione della sua scelta fondamentale per Dio, vissuta nella sequela umile e convinta del Signore Gesù Cristo. La povertà appare agli occhi di Tommaso come la forma concreta del dono di sé al Signore fino alla fine: «Il Cristo è stato privato di ogni bene esteriore, fino alla nudità corporale… È questa povertà della croce che vogliono seguire coloro che abbracciano la povertà volontaria, specialmente coloro che rinunciano a ogni tornaconto…». Dietro queste parole si avverte l’amore profondo di Tommaso per il Signore Gesù, alimento del desiderio di unirsi a Lui e di imitarlo il più possibile: è la fede innamorata, sorgente di vita e di speranza, che motiva tutto l’essere e l’agire del Domenicano. L’altro aspetto della scelta mendicante è la piena disponibilità alla mobilità e al cambiamento: questa condizione di frequente itineranza porta Tommaso a conoscere i rivolgimenti culturali del suo tempo in maniera diretta, da Napoli a Parigi, a Orvieto, a Roma, e poi nuovamente a Parigi e a Napoli. La sua elaborazione teologica risente fortemente dell’influenza degli eventi storici, politici e culturali che andavano svolgendosi intorno a lui.

Col secolo XIII l’uomo nuovo della borghesia comunale, di ampi contatti e di orizzonti vasti, è ormai adulto: la nascita della città in senso moderno, vero crocevia di traffici e di scambi d’ogni genere, stimola lo sviluppo della dialettica come forma di ragionamento e di argomentazione. Essa riflette un mondo attraversato da relazioni molteplici, in cui la molteplicità degli stimoli induce gli spiriti all’impiego sempre più sistematico e sviluppato della quaestio. Essa vive della tensione del “sic et non”, e cioè di un’attenzione profonda e sincera agli interlocutori più diversi, anche a volte su posizioni opposte a quelle del Maestro. Tommaso recepisce in pieno la sfida di questo nuovo pensiero, ne fa anzi una scelta di vita: quella che si potrebbe chiamare la scelta per il dialogo con la cultura del tempo. Consapevole che in un mondo in profonda trasformazione non sarebbe più bastato indurre gli uomini a credere mediante argomenti di sola autorità, l’Aquinate mette la sua intelligenza e la sua fede al servizio dell’incontro fra il Vangelo e i nuovi orizzonti culturali. Giovanissimo lascia Montecassino, dove avrebbe potuto esercitare i metodi tradizionali di conoscenza della teologia monastica, basati sulla “lectio” e sulla “meditatio” orante delle Sacre Scritture e delle “auctoritates” riconosciute, per andare a formarsi nei nuovi luoghi del sapere, dove anche la fede andrà ormai pensata nel conflitto delle interpretazioni, e cioè nelle “scholae” legate alla vita urbana, di tipo universitario, dove la “sacra doctrina” è insegnata accanto ad altre scienze o arti, che la provocano e la inducono ad usare procedimenti simili ai loro.

Nasce in quest’epoca lo spirito laico, che tanto fortemente caratterizzerà l’evo moderno. Si dà per scontato il valore e la legittimità del conoscere per conoscere. Tommaso lo ammetterà nella linea del suo maestro, Alberto Magno, al punto da aprire la Summa Theologiae con la domanda, in altri tempi impensabile: «Utrum sit necessarium, praeter philosophicas disciplinas, aliam doctrinam haberi» (Summa Theologiae I q. 1 a. 1.). Quello che è messo in discussione non è la consistenza del pensare umano, espresso dalle discipline filosofiche: quello che deve essere giustificato e fondato è il processo di un altro pensiero, che sia dottrina dell’avvento divino. E non meno significativo è il fatto che Tommaso argomenti dialetticamente in rapporto da una parte ai tradizionalisti, che invocavano il principio “altiora ne quaesieris”; dall’altra, in rapporto agli innovatori, che tutto riconducevano all’orizzonte di quanto è afferrabile da parte della ricerca umana. La sfida che Tommaso raccoglie è quella di fondare il pensiero della fede in modo che siano rispettate contemporaneamente la dignità dell’umano, inquieto e problematico, e il primato di Dio: come sviluppare una teologia che, senza tradire l’obbedienza alla rivelazione, risponda alle esigenze dell’epistemologia aristotelica e possa perciò dirsi scienza? L’interrogativo riflette l’impatto della sensibilità spirituale e culturale dei tempi nuovi con la tradizione viva della fede. Tommaso non si rifugia in sterili chiusure: alimentandosi incessantemente alla Scrittura e ai Padri, la cui “lectio” è stata per lui assidua, egli assume la dialettica e la filosofia aristotelica senza tradire il dogma cristiano. Lo fa attraverso la teoria della “subalternanza”, in base alla quale alcune scienze sono riconosciute come subalternanti, tali cioè che dai loro principi dipendono altre scienze, dette appunto subalternate. Entrambe sono scienze a pieno titolo, regolate dal rigore della concatenazione e della deduzione, lo “scire per causas” dell’epistemologia aristotelica.

In questo quadro, la teologia è vista da Tommaso come scienza subalternata rispetto alla scienza di Dio e dei beati, comunicata agli uomini nella rivelazione: essa è perciò scientifica proprio nella misura in cui è totalmente in ascolto della Parola di Dio. In tal modo, il primato dell’avvento divino è affermato senza riserve, mentre senza riserve è operata anche l’assunzione dello statuto scientifico aristotelico. Sta qui la genialità di Tommaso: pienamente contemporaneo al suo tempo, egli è rimasto non di meno pienamente fedele al Mistero rivelato. La sua teologia è vera scienza agli occhi del nuovo pensiero di matrice aristotelica: scienza dell’avvento divino, costruita rilevando i rapporti di causalità, di prossimità e di differenza, fra il mondo del Dio veniente e il mondo degli uomini, in cui l’Eterno si rende presente. La soluzione è stupefacente, proprio perché logicamente impostata in quel sistema intellettuale aristotelico, che ben veniva a esprimere lo spirito del tempo, segnato ormai dalla rivoluzione culturale del XII secolo, che sembrava escludere la possibilità di ogni “sacra doctrina”. È un’età nuova quella che si affaccia, in cui coesistono inizialmente teologia sapienziale monastica e teologia scolastica, per lasciare poi il campo al trionfo di questa seconda, caratterizzata dalla ricerca delle cause e delle ragioni. È anzitutto in questa forte contemporaneità al suo tempo, vissuta senza compromettere la fedeltà all’avvento, che Tommaso resta maestro di pensiero per ogni stagione della fede. Alla sua scuola la teologia nasce nella storia aprendosi all’avvento del Dio vivo, che solo strappa la storia alla sua solitudine e all’imminenza finale nel nulla. Oggi come ieri, la teologia o è appesa alle parole e agli eventi dell’auto-comunicazione divina o, semplicemente, non è. Viverla così fra fedeltà alla storia e fedeltà all’Eterna, è seguire Tommaso come maestro attualissimo e fecondo.

Avvenire

 

sabato 28 gennaio 2017

28 gennaio - SAN TOMMASO D'AQUINO, la "santità dell'intelligenza"



TOMMASO D'AQUINO  “fu un uomo meravigliosamente contemplativo. Se la sua santità è stata la santità dell’intelligenza, è perché in lui la vita dell’intelligenza era interamente sostenuta e transilluminata dal fuoco della contemplazione infusa e dei doni dello Spirito Santo. Egli è vissuto in una specie di rapimento e di estasi incessante. Egli pregava continuamente, piangeva, digiunava, desiderava (...) Il capolavoro dell’intellettualità pura e rigorosa straripa così da un cuore posseduto dalla carità”. Questo è il profilo che un celebre studioso ha tratteggiato di Tommaso. Lui stesso, commentando, verso la fine della sua vita, il Vangelo di Giovanni, scriverà che “come la lucerna non può dare luce se non viene accesa dal fuoco, così la lucerna spirituale non illumina, se prima non arde ed è infiammata dal fuoco della carità”.