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mercoledì 13 agosto 2025

LA PAROLA E LA VERGOGNA


Le guerre ci ammutoliscono: 

cercano di far passare noi come stupidi, 

opponendo alla sterilità del nostro dire disarmato 

l’efficacia della violenza. 

La preghiera restituisce forza alla parola.



  Pierangelo Sequeri 

Facciamo macchine sempre più intelligenti e guerre sempre più stupide. 

(Non è un’attenuante, è un’aggravante: l’orrore, che si legittima senza vergogna, insulta anche la mente umana). La devastazione programmata – il campo di battaglia sono direttamente le case e le chiese, le scuole e gli ospedali – fa impressione, se pensiamo alla boria dei nostri proclami di civiltà e progresso. Sono guerre orribili, pogrom civili più che scontri militari, pulsioni di puro annientamento, le cui argomentazioni si nascondono dietro il pretesto – fasullo – di vantaggi territoriali, politici, economici, strategici. 

Questo pretesto, che porta in campo spiegazioni alle quali i libri di scuola ci hanno abituato, è in realtà sempre più fasullo, a uso dell’Onu e dei media. Il grado di evoluzione e di diffusione delle possibilità di convivenza, di cooperazione, di nutrimento, di istruzione e di cura, infatti, sono ora di portata planetaria. E la loro distribuzione non conflittuale è – forse per la prima volta – realmente possibile. (Persino l’intelligenza artificiale – combinatoriamente utile e sentimentalmente ottusa com’è – troverebbe soluzioni soddisfacenti, senza passare attraverso la distruzione totale di interi popoli e di interi habitat). Il “nemico”, in questi chiari di luna, è sempre più ciecamente individuato in qualcuno – una religione, una popolazione, un insediamento umano – che non dovrebbe “esistere”. 

Questa pulsione è un effetto senza causa, una fede senza ragione. Come fai ad argomentare la sua necessità? Come fai a cercare una morale nell’olocausto che essa predica? 

 Messe a confronto con l’enormità dello sviluppo e della distribuzione dell’intelligenza umana – di cui la nostra epoca si vanta! – le guerre portano oggi in campo anche l’ammutolimento della parola. (La stessa diplomazia, guardate come arranca). In altri termini, le guerre odierne cercano sempre più di far passare noi come stupidi, opponendo alla sterilità della parola disarmata l’efficacia della violenza armata. 

 È così che siamo rimasti senza parole. L’indecenza e la vergogna della brutalità sono scese in campo e dilagano, approfittando di un clima favorevole. Quale clima? Quello che anche da noi, dove la guerra è al momento sospesa, insegna ai nostri ragazzi a farsi valere con ogni mezzo. L’obiettivo dell’accrescimento illimitato della potenza arriva a giustificare l’abbattimento dell’altro che lo ostacola. E la vendetta di chi è oggetto di questa prevaricazione è fatalmente sospinta ad apprenderne la logica. 

Dunque, la nostra accorata preghiera per la pace, che il presidente della Cei, il cardinale Zuppi, ripropone con forza, dovrà stressare la misericordia di Dio come la vedova importuna del Vangelo. E che cosa chiede, anzitutto? Chiede maggiore determinazione nei confronti della violenza che sbeffeggia e ammutolisce la parola. 

 La reazione della preghiera sta in primo luogo nella restituzione della forza alla parola. Dio può farlo. Senza parole con cui parlarsi, del resto, cosa faranno le generazioni che sopravvivono a queste guerre brutali e stupide? 

Come cresceranno insieme generazioni umane tra le quali sta soltanto il silenzio di parole della convivenza in cui sono stati resi sordi, ciechi, muti? 

La preghiera ci dà la forza di dirle adesso, e di dire già ora, insieme con loro, le parole che ristabiliscono i legami degli affetti di cui gli umani – tutti – vogliono vivere. Troveremo il coraggio di dirle e di farle dire a tutti coloro che non vogliono semplicemente farsi inghiottire dall’ottusità della logica dell’annientamento? Dovremo fare miracoli coi sordi, i ciechi i muti, come Gesù. E va bene, se ci assiste, faremo anche quelli. 

 Il secondo tratto della nostra preghiera porterà i segni e le parole della vergogna, che accetteremo di condividere e di portare con i più vulnerabili alla odiosa ottusità della guerra. «Signore, noi siamo impressionati della mancanza di vergogna che la guerra di odio riesce a esibire, come se fosse un vanto di identità, una forza d’animo, una prova di coraggio. Ci vergogniamo di non essere stati abbastanza pronti a smascherare la vergogna di questa esibita impudenza. Ci vergogniamo del fatto che il genere umano al quale tutti apparteniamo si aggrappi a discorsi di auto-celebrazione così stupidi e a pulsioni così vergognose. Un’immensa misericordia è necessaria, per far scoprire agli uomini e alle donne di questo tempo la loro vergognosa nudità, bisognosa della tua protezione» (Gn 3, 21). 

 Il cristianesimo, che in molti luoghi conosce a sua volta la brutalità delle deprivazioni e delle persecuzioni, sarà lievito anche in questo. La nostra preghiera per la pace, ormai, dovrà avere, come fattore visibile di testimonianza che l’accompagna, un generoso gemellaggio istituzionale con le comunità cristiane ferite del pianeta. Da cambiare la faccia della Chiesa. Ne dovrà venire uno scuotimento salutare anche per il resto del mondo, che è tentato di mettersi in salvo per proprio conto.

 Avvenire

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lunedì 23 settembre 2024

IL SUMMIT DEL FUTURO


Verso il vertice Onu.

La ragione deve aiutarci 

a superare

 la logica del conflitto

 


-       -  di Mauro Magatti

-          

Nelle intenzioni del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, il “Summit del futuro” ha l’ambizione di realizzare «una visione inclusiva e sostenibile del nostro pianeta attraverso l’adozione di patti e dichiarazioni strategiche in grado di orientare le politiche e le azioni globali».

I temi all’ordine del giorno (sviluppo sostenibile, pace, innovazione tecnologica, giovani, governance globale) sono tutti fondamentali.

E saranno affrontati nella prospettiva di un multilateralismo basato su cooperazione e dialogo.

Se si guarda allo stato attuale del pianeta – attraversato da gelidi venti di guerra, in fase di de-globalizzazione e sempre più incerto sugli impegni presi in tema di lotta al riscaldamento globale – il Summit può apparire una iniziativa velleitaria.

Un incontro di “anime belle” incapaci di confrontarsi con la dura realtà delle cose, che va in tutt’altra direzione.

Prova evidente di un’Organizzazione delle Nazioni Unite ormai irrilevante e che perciò si rifugia in dichiarazioni generiche, a fronte della sua incapacità di contribuire a risolvere le crisi che scuotono il mondo.

Una lettura di questo tipo non è priva di buone ragioni.

Non c’è dubbio, infatti, che le tante crisi globali sono la prova dell’inadeguatezza degli assetti istituzionali costruiti dopo la Seconda guerra mondiale.

Che vedevano proprio nell’Onu l’embrione di un una nuova forma di governance internazionale.

Una crisi che ha nell’involuzione del Consiglio di sicurezza, bloccato dai veti incrociati delle grandi potenze (Usa, Cina, Russia, Regno Unito e Francia), la sua manifestazione più evidente.

In realtà, il Summit intende sollevare proprio tale questione: come va riprogettata l’Onu di fronte alle sfide del tempo presente?

Negli ultimi novant’anni il mondo ha fatto enormi passi in avanti, tutti nella direzione di rendere ancora più urgente il rafforzamento di una governance globale.

Citiamo tre grandi trasformazioni: la possibilità della guerra atomica che minaccia l’umanità; l’integrazione tecno-economica che ha ormai tessuto un’interdipendenza da cui non ci si può più separare; l’emergere del cambiamento climatico che colpisce il pianeta nella sua interezza.

In tali nuove condizioni storiche, la linea di Guterres è quella della ragione contro la stupidità, del dialogo contro la sopraffazione.

Al contrario, è la visione del mondo che domina nelle cancellerie della maggior parte dei Paesi – tutta centrata sugli interessi nazionali e sui relativi obiettivi di potenza – a essere anacronistica e irrealistica. Il tema della guerra, ad esempio, lo avvertiamo tutti molto vicino.

Ma, come è stato ripetuto da tante voci autorevoli, nel contesto contemporaneo l’idea stessa di “vittoria” perde di significato.

A dimostrarlo l’insensato attacco di Putin all’Ucraina (con più di un milione di morti!) che ha creato una situazione disastrosa da cui ora nessuno sa più come uscire: comunque andranno le cose, il vincitore non ci sarà.

Avranno, avremo perso tutti.

Lo stesso si può dire per quanto riguarda l’economia.

Se la globalizzazione pensata ingenuamente come panacea di tutti i problemi ha manifestato i suoi limiti, allo stesso modo l’idea di rinchiudersi in una guerra commerciale tra aree del mondo, oltre a essere senza futuro, non è neppure praticabile.

I temi dell’energia, delle materie prime, della finanza, della tecnologia riguardano necessariamente tutti.

E, d’altra parte, non ci può essere alcuna crescita economica senza continuare il processo di integrazione di quella quota di popolazione ancora esclusa dal benessere che oggi siamo in grado di generare.

Per non dire delle grandi questioni delle migrazioni e del riscaldamento climatico, questioni che possono essere affrontate solo nello spirito del dialogo e della collaborazione, cercando di trovare quei compromessi – sempre difficili, ma necessari – per andare nella direzione del bene comune, sempre più pre-condizione di ogni sviluppo locale.

Ha dunque ragione Guterres: il mondo ha bisogno di una nuova governance se non vuole sprofondare nella spirale di una “guerra civile globale”.

Affinché questa visione possa affermarsi è però necessario che l’opinione pubblica si mobiliti.

A cominciare dai giovani.

Non è vero che il mondo è andato avanti perché il più forte ha sconfitto il più debole.

La storia piuttosto insegna che si avanza perché di fronte alle sfide più difficili la ragione, nella sua integralità, è capace di illuminare la strada del futuro, animando quella speranza di un mondo migliore che letteralmente smuove le montagne.

L’auspicio, pertanto, è che nelle scuole, nelle università, nelle associazioni e nelle parrocchie si parli nelle prossime settimane dei risultati o delle mancanze di questo summit.

Aiutiamoci a sconfiggere la logica triste della potenza e del conflitto per abbracciare con speranza l’unica via che la nostra ragione ci indica per il futuro di tutti.

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mercoledì 5 giugno 2024

LA RAZIONALITA' NON BASTA


Parla il vincitore della medaglia SINe 2024 e fondatore della neuroetica, la disciplina nata nei primi anni 2000 dalla stretta collaborazione tra neuroscienze e filosofia.

«Contro la disinformazione offrire argomentazioni e prove non è sufficiente 

Dobbiamo superare la profonda sfiducia che caratterizza le nostre società»


 

-         di SOFIA BONICALZI e ANDREA LAVAZZA

 Libertà umana e l’assenso a false credenze: temi chiave che non possono più essere affrontati soltanto da pensatori “in poltrona”. Ma il rapporto tra filosofia e scienze empiriche non è sempre idilliaco. “Nei secoli passati – spiega il filosofo Neil Levy, uno dei più prolifici e versatili nell’ambito analitico, in Italia in questi giorni –, la filosofia ha intrattenuto un serio dialogo con le scienze e alcuni filosofi erano a loro volta scienziati di spicco (si pensi, ad esempio, a Cartesio). Nel XX secolo, e soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, la filosofia ha cominciato a distaccarsi dalle scienze. Sebbene un certo grado di indipendenza sia probabilmente necessario (i metodi della filosofia non sono identici a quelli della scienza), molti filosofi ora credono che questo divorzio abbia rappresentato un passo falso. Io appartengo a coloro che pensano che, su molte questioni, la possibilità di progresso richieda l’apporto delle discipline scientifiche”.

 Studioso dalle molteplici linee di ricerca, Levy ha legato precocemente il suo nome alla neuroetica, disciplina che nasce negli Stati Uniti nei primi anni 2000: «Nel 2007 ho pubblicato il libro Neuroetica (tradotto anche in italiano) e nel 2008 ho lanciato la rivista “Neuroethics”. La neuroetica nasce dalla stretta collaborazione tra neuroscienze e filosofia. Ha due focus differenti. In primo luogo, si occupa delle questioni etiche che emergono all’interno delle neuroscienze. Pensiamo alle preoccupazioni relative all’invasione della privacy che potrebbero derivare dalla nostra crescente capacità di “leggere” le menti con la tecnologia di scansione cerebrale. In secondo luogo, la neuroetica si occupa di come le scienze della mente possano aiutarci a rispondere alle tradizionali questioni filosofiche. Si pensi che molti problemi filosofici sorgono perché abbiamo due convinzioni in conflitto. Per esempio, molte persone trovano difficile rinunciare alla convinzione che gli esseri umani abbiano il libero arbitrio, ma trovano anche molto convincente l’idea che ogni azione sia determinata dalle leggi della natura. Le scienze della mente potrebbero aiutare a dimostrare che una di queste convinzioni è un pregiudizio psicologico non affidabile. Ad esempio, alcuni filosofi hanno argomentato che la credenza nel libero arbitrio deriva dalla forte emozione che proviamo quando contempliamo azioni ritenute sbagliate che hanno conseguenze rilevanti. Questo argomento è di matrice neuroetica nel momento in cui un filosofo utilizza metodi psicologici per sostenere la propria tesi (altri filosofi peraltro hanno utilizzato gli stessi metodi per sostenere la tesi opposta)». Fra le varie discipline che si intersecano con la neuroetica, Levy è interessato in particolare alla psicologia e a come questa può spiegare il fenomeno della disinformazione: «Lavoro sulle false credenze. Perché le persone convivono con la disinformazione? Ad esempio, perché così tante persone sono restie ad accettare i risultati e i metodi della scienza? In molti Paesi, abbiamo visto importanti forme di disinformazione affermarsi durante la pandemia di Covid-19, e le persone sono morte a causa di false credenze. Questo non è un fenomeno nuovo. Il tasso di vaccinazione tra i bambini era diminuito già molto prima della pandemia, e la disinformazione ne era una delle cause. Inoltre, la nostra incapacità di affrontare la crisi climatica è in parte derivata dal rifiuto della scienza. Che cosa spiega questi fenomeni? Il motivo per cui le persone accettano la disinformazione è oggetto di un vivace dibattito in psicologia».

 Secondo Levy, la teoria più diffusa è forse quella secondo cui le persone si comportano così a causa dei loro pregiudizi cognitivi o di qualche altra forma di fallimento della razionalità. «Ma la mia prospettiva è molto diversa - spiega -. Mi baso sugli studi relativi all’evoluzione culturale. Questi sottolineano che siamo essenzialmente animali sociali. Gran parte delle nostre conoscenze sono sociali: le generiamo insieme, e la capacità individuale di comprenderle autonomamente è spesso molto limitata. Poiché la conoscenza sociale è così importante per noi e per la nostra sopravvivenza, ci siamo evoluti per essere sensibili alle testimonianze: se qualcuno sembra più esperto di noi, o se sembra rappresentare il consenso su un certo tema, prendiamo molto sul serio ciò che dice. Allo stesso tempo, siamo sensibili alla possibilità di essere ingannati, quindi preferiamo le testimonianze di persone che condividono i nostri valori. Chi non li condivide potrebbe ingannarci o semplicemente non preoccuparsi di ciò che dobbiamo sapere. Ci sono abbondanti prove del fatto che abbiamo questo tipo di sensibilità, e personalmente sostengo che questo atteggiamento sia razionale».

 Ma – se ci si riflette - è anche tutto ciò di cui abbiamo bisogno per spiegare perché le persone accettano la disinformazione. «La accettiamo – afferma Levy – quando proviene da persone che pensiamo siano dalla nostra parte, ma che sono più esperte di noi. Questo non è irrazionale (le persone accettano le informazioni corrette esattamente per gli stessi motivi), né deriva dai limiti di coloro fra noi che esperti non sono. Tutti accettano le informazioni sulla stessa base, anche gli esperti, perché nessuno è esperto in più di un’area molto limitata. Qualcuno potrebbe essere un esperto in un particolare settore della chimica, della sociologia o della teologia, ma sono nella stessa posizione di tutti gli altri riguardo a ogni altra area di indagine».

 Le prospettive non sembrano molto rosee: «La mia idea, secondo cui gli esseri umani sono dopotutto animali razionali - continua Levy - è ottimistica sotto alcuni aspetti. Tutti rispondiamo alle prove e agli argomenti. Ma questi non sono indipendenti dalla posizione sociale e politica di chi li sostiene. Quando, ad esempio, uno scienziato del clima presenta dati che mostrano che gli aumenti di temperatura sono causati dalle emissioni di carbonio, alcune persone potrebbero razionalmente respingere le prove offerte. Questo non perché non le capiscano (probabilmente no, ma neanche la maggior parte di coloro che le accettano le capiscono davvero), ma perché la loro fiducia nei dati e nelle conclusioni è razionalmente sensibile a quella che ritengono sia l’identità politica dello scienziato e alla loro valutazione della probabilità della conclusione. Siamo animali razionali, ma non dovremmo concludere da ciò che, se solo insegnassimo il pensiero critico nelle scuole o garantissimo che tutti siano esposti a informazioni affidabili, tutti sarebbero d’accordo sui fatti. Non possiamo cancellare le nostre identità politiche e sociali, e gli agenti razionali rispondono alle prove e agli argomenti in modi che sono plasmati da queste identità». Come si può, dunque, pensare di combattere la disinformazione? «Per fare progressi – conclude Levy - su alcuni dei nostri problemi più difficili offrire più argomentazioni e prove non è sufficiente. Dobbiamo superare la profonda sfiducia che caratterizza le nostre società. E questo è un progetto essenzialmente politico. Dobbiamo riconoscere che questa sfiducia è troppo spesso giustificata: per esempio, le persone possono accettare certe teorie complottiste non fidandosi delle fonti ufficiali, e questo accade perché le istituzioni non hanno saputo rendere credibili quelle fonti. Superare la sfiducia richiede di offrire motivi per fidarsi, e ciò richiede un vero cambiamento politico».

 www.avvenire.it

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mercoledì 19 aprile 2023

FEDE E RAGIONE IN DIALOGO

 Fede e ragione, 
un confronto tra pensanti.

 Staglianò e Odifreddi 

in dialogo

22 aprile - ore 18.30

In occasione della Festa di Scienza e Filosofia, il presidente della Pontificia Accademia di Teologia e il noto matematico daranno via ad un incontro “basato su argomenti e non su ruoli”

Vatican News

“Dialogo tra pensanti”, e non tra un uomo di fede e un matematico ma “semplicemente” tra “due persone pensanti”. La Pontificia Accademia di Teologia spiega così in un comunicato il confronto su fede e ragione, Sabato 22 aprile 2023 alle ore 18.30 nella Sala Antonelli dell’Auditorium San Domenico a Foligno, tra il vescovo Antonio Staglianò, presidente della medesima Accademia, e Piergiorgio Odifreddi, matematico logico e, saggista, nell’ambito della XII Festa di Scienza e Filosofia, quest’anno dedicata al tema "Ulisse del XXI secolo. La scienza strumento per affrontare le crisi globali".

Un incontro di argomenti

“Spesso – si legge nel testo - quando si discute di fede e ragione, si suppone che la fede stia automaticamente dalla parte dei religiosi, e la ragione automaticamente dalla parte degli scienziati”, in questo dialogo, moderato da monsignor Domenico Sorrentino, Vescovo della Diocesi di Foligno e della Diocesi di Assisi, Gualdo Tadino e Nocera Umbra invece, secondo gli organizzatori, a confrontarsi “non saranno un vescovo e un matematico, ma semplicemente due persone pensanti”. Il che significa che “saranno i loro argomenti, e non i loro ruoli, a decidere da che parte stiano la fede e la ragione. E, soprattutto, se e come i religiosi intendano e vivano la ragione, e gli scienziati la fede”.

22 apr 2023, 18:30

Oltre che in presenza, sarà possibile seguire l’evento in diretta streaming online.

Programma: Festa di Scienze e filosofia


 

lunedì 7 marzo 2022

RIPENSARE IL SENSO COMUNE


 «Ritrovare la sintonia 
con i ritmi del vivente»

 

Parla il filosofo franco-argentino Miguel Benasayag. Nel suo ultimo libro ha messo al centro l’esigenza di un ritorno dell’uomo dall’esilio dalla natura prodotto dalla ratio cartesiana. «Va attivata un’estetica dei cicli della vita, i quali custodiscono fragilità e il negativo, attraverso esperienze concrete»

 

-         di SIMONE PALIAGA

-          

«Assumere la nostra appartenenza al vivente e al campo biologico implica il fatto di riconoscere che ciascuno dei nostri atti si inscrive in una complessità che non possiamo dominare né orientare a nostro piacimento», ammonisce il filosofo e psicoanalista, oggi parigino ma originario dell’Argentina, Miguel Benasayag nel libro, scritto a quattro mani con il giornalista e storico Bastien Cany, Il ritorno dall’esilio. Ripensare il senso comune, appena pubblicato da Vita e Pensiero (pagine 136, euro 16,00).

A quale esilio allude il titolo del suo libro, professore?

Si tratta naturalmente di un esilio immaginario, con conseguenze reali però. Quando parlo di esilio intendo l’esilio promosso da Cartesio, vale a dire l’esilio dell’uomo dalla natura di cui, peraltro, si considera padrone e possessore. Occorre precisare però, a differenza di quanto auspicato dal progetto moderno, che l’uomo in realtà non si è mai separato da essa, ma il suo esilio immaginario ha avuto conseguenze su di lui. Questo modo cartesiano di abitare il mondo ha trovato al giorno d’oggi la sua acme. Mai come ora il massimo di produzione genera il massimo di distruzione. Si tratta di una situazione non più sostenibile. Per questo quasi tutti oramai sostengono che l’uomo appartiene alla natura. Il sentirsi parte di essa è una sfida che non deve ridursi al solo rispetto ma bisogna imparare a coabitarla. Non è un caso che i giuristi oggigiorno riconoscano gli animali, i fiumi, le foreste come soggetti di diritto. Accade perché l’uomo non può più pensarsi da solo e isolato.

Accanto però all’esilio di cui parla oggi emerge quello che nasce dall’uso eccessivo di piattaforme e social network...

In effetti l’esilio è la rottura del legame, che è ciò che ci costituisce. L’essere umano. separandosi dalla natura e dagli altri per l’uso di app, smartphone, social network, ha perduto anche se stesso. Non sono tecnofobo e penso che la rete sia comoda ma la comodità, per il vivente, rischia di tradursi in una trappola. In Africa, per allontanare le formiche dalle proprie abitazioni, si cospargono di zucchero le vicinanze del formicaio. Le formiche però, dopo i primi momenti, anziché rimanere dove c’è abbondanza di zucchero si avventurano più lontano per cercarne altro. Non si accontentano dei comfort. Sanno che è pericoloso per il vivente abbandonarsi alla comodità perché impedisce l’esplorazione del possibile. E quello che avviene sul web, quando si naviga alla ricerca di informazioni, non è esplorazione perché non c’è esperienza.

Perché oggi l’uomo incontra così tanta difficoltà a pensare un futuro e dei possibili praticabili?

All’acronimo Tina, there is not alternative, non dobbiamo rispondere proponendo un’alternativa animata da un progetto politico come in passato è stato il comunismo.

Può spiegare questa idea?

Dobbiamo riflettere sul futuro che, in passato era considerato una promessa oggi invece è una minaccia. È importante che il futuro si pensi come una possibilità del presente e liberarlo dal giogo dell’istantaneità. Va pensato insieme al possibile e non considerarlo solo come uno sviluppo lineare del presente. Solo così è possibile riconoscere che la vita è la trascendenza dentro l’immanenza, o, per dirla diversamente, vivere significa riconoscere l’irreversibile dentro l’effimero e cercare qualcosa oltre l’effimero.

Sembra il sogno dei transumanisti...

Tutt’altro. Occorre rifiutare la trascendenza che la macchina ci offre e che i transumanisti rilanciano agitando davanti gli occhi il miraggio dei cyborg. Dobbiamo ritrovare la familiarità con il fragile e l’effimero e non espellere il negativo dalla vita come la modernità ha tentato di fare. Occorre attivare un’estetica per desiderare i cicli della vita, che custodiscono anche fragilità e il negativo, attraverso esperienze concrete, locali e situate. Le semplici esperienze morali non bastano.

E i riti di cui parla aiutano in questo?

I riti corrispondono ai ritmi del vivente e ai ritmi tellurici. La rapidità delle macchine ha schiacciato il vivente intaccando i suoi ritmi. Ne siamo così condizionati al punto che per noi è impossibile seguire la cerimonia del tè come avviene in Giappone. Spendere due ore per bere l’infuso per gli occidentali è troppo. Come la macchina abbia attaccato i ritmi del vivente lo si riscontra in ambito psichiatrico, dove molti pazienti sono affetti da patologie dovute al fatto che loro funzionano troppo bene ma a scapito dell’esistere.

Reputa che il senso comune sia una via d’uscita da questa situazione?

Per senso comune intendo tutti i saper fare che sono in sintonia con i ritmi del vivente. Sono i saper fare che non possono essere sistematizzati e razionalizzati e nascono dalle esperienze e non dagli esperimenti. Il problema è che l’Occidente ha contrapposto, a differenza di altre civiltà, il senso comune alla razionalità. E in Occidente, alla fine, questa ha soffocato l’esperienza staccandosi dalla realtà. Non dico che si debba tornare al passato ma come Goethe, quando parla del passaggio dall’alchimia alla chimica, credo che sia importante accogliere i contributi della chimica senza però dimenticare gli apporti dell’alchimia. Da qui il nostro compito di riattivare il senso comune come esperienza.

Come farlo?

Intanto occorre promuovere degli atelier sociali locali e situati che aiutino a ricreare un rapporto di legame con la natura e con l’esperienza rompendo così con l’esilio di cui si parlava all’inizio. Un ruolo importante poi lo può giocare la scuola purché resista alla pedagogia delle competenze oggi tanto di moda perché non sono altro che un sapere utile all’industria e al commercio.

E cosa deve fare?

La scuola deve coltivare il tempo dell’inutile e il gusto dell’esplorazione. I bambini non possono conoscere le piante esplorando il web, ma devono farne esperienza in giardino. Per riattivare il senso comune la scuola deve resistere all’idea che gli uomini siano sempre in difetto di qualcosa, sempre in una condizione di mancanza. Non si tratta di modificare se stessi ma di insegnare ai bimbi a esplorare il proprio possibile. A scuola occorre imparare a esistere e non a funzionare, consapevoli che le competenze possono essere sviluppate solo se un bambino è prima strutturato. L’educazione vale se è in grado di renderlo capace di abitare la propria vita, convincendolo che non deve cercare di essere qualcuno perché è già qualcuno.

 

www.avvenire.it 

 

giovedì 14 ottobre 2021

DIO, UN'IPOTESI?


MA DIO NON È UN'IPOTESI (È AMORE NELLA STORIA)

  Ragionando sulle ragioni di Parisi e su un riacceso dibattito pubblico


-         Di GIUSEPPE LORIZIO *

-          

La notizia del conferimento del premio Nobel per la fisica all’italiano Giorgio Parisi ci ha riempiti di orgoglio 'nazionale' (speriamo non 'nazionalistico'), anche perché questo grande scienziato ha compiuto la scelta, certamente scomoda, di restare nel nostro Paese, e ha fatto sgorgare fiumi di inchiostro sulle pagine dei giornali. C’è stato anche chi, dando voce alla sensibilità credente, ha inteso esprimere il proprio 'sconforto', avendo incrociato un’espressione pronunciata dal fisico in una intervista al quotidiano 'La Repubblica' del 31 dicembre 2010, rilasciata in occasione dell’assegnazione della medaglia Planck per la matematica, tanto più che il personaggio non appare affatto come un 'uomo a una sola dimensione', bensì si sottolinea che ama la storia e la musica, la letteratura e la fantascienza e, nei giorni scorsi, si è anche evidenziata la sua passione per la danza. In quella intervista alla domanda, rivoltagli dal giornalista Antonio Gnoli: «Lei crede in Dio?», il fisico rispose seccamente «Dio per me non è neanche un’ipotesi». Da qui lo 'sconforto'. Come può, infatti, una persona colta, inserita profondamente nella cultura occidentale, pensare così bruscamente di poter eludere la questione di Dio?

Ma si è trattato di uno sconforto fecondo, innanzitutto perché ha offerto occasione al neo-Nobel di chiarire il suo pensiero, in una lettera al direttore Tarquinio, dalla quale apprendiamo che l’elusione del ricorso a Dio concerne l’ambito della fisica e, diremmo in generale, delle scienze empiriche, che se adottassero tale ricorso dovrebbero coerentemente bloccarsi nella loro ricerca. Si tratta del versante epistemico della laicità, che pure trova le sue radici nel Vangelo del «Restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» (Mc 12, 17),

che tradotto significa 'date alla scienza (fisica in questo caso) ciò che le appartiene e alla fede ciò che le è proprio'. La questione di Dio non appartiene alla fisica, ma alla metafisica, con tutto quanto ciò può ancora significare e nonostante il discredito, di cui gode (si fa per dire) anche fra i teologi. Sicché quando cerchiamo di individuare tracce dell’Infinito nel cosmo, pur interpellando le scienze, non pensiamo da fisici o da scienziati tout court, ma applichiamo la filosofia (metafisica appunto) alle altre forme dell’umana conoscenza.

Lo 'sconforto' risulta altresì fecondo in quanto, come si nota nelle lettere al direttore di 'Avvenire', ha avviato un dibattito-confronto sulla questione decisiva della nostra esistenza: Dio. Infatti, se non parliamo di Lui, di cosa parliamo? «Bla, bla, bla…», direbbe Greta Thunberg. E la speranza è che il dibattito diventi dialogo fra credenti, non credenti o diversamente credenti, ma comunque esistenze pensanti. Ponendoci al livello della fisica, anche teorica, infatti, all’epoca del determinismo, oltre la posizione tranchant del marchese di Laplace, cui si ispira la frase attribuita a Parisi, c’è stata fior di filosofia credente che ha fatto ricorso al principio di causalità efficiente, in senso appunto deterministico, per formulare prove dell’esistenza di Dio, così come, al tempo dell’«indeterminazione» ( Werner Karl Heisenberg), dei teoremi dell’«incompiutezza » (Kurt Gödel) e del «disordine» (Parisi in fisica e Marcello Buiatti in biologia) nei flussi dei sistemi complessi, si è cercato e si cerca da parte di qualche teologo o filosofo credente di rilevarne l’affinità con il mistero cristiano, individuando in queste acquisizioni della meccanica quantistica elementi per la riflessione su Dio. L’orizzonte della laicità impone estrema cautela nell’adozione di inferenze, che preludano a posizioni fondamentaliste. Il che non ci impedisce di stupirci di fronte alle acquisizioni delle scienze e di riflettere sulle 'tracce' considerandole per quelle che appunto sono e non sbandierandole come 'prove'. In realtà, sono sempre ancora benevolmente perplesso di fronte al pudore di Gödel rispetto alla sua «prova matematica dell’esistenza di Dio», testo che non ha voluto pubblicare, pur ritenendolo soddisfacente (lo abbiamo in italiano edito da Bollati Boringhieri, Torino 2006). In ogni caso, e per usare il linguaggio comune alle discipline scientifiche, Dio non è né un’ipotesi, e neppure una teoria. Nel momento in cui ha fatto irruzione nella storia, il Dio della rivelazione biblica si presenta come una realtà. E la sua res è quella dell’Amore incondizionato, che chiede di essere corrisposto e accolto («con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» Mc 12,30), oppure rifiutato col gesto della restituzione del biglietto d’ingresso, che il genio di Fëdor Michajlovi? Dostoevskij attribuisce a Ivan Karamazov. Insomma « Il faut parier! » (bisogna scommettere) parola di Blaise Pascal (scienziato anche lui, oltre che filosofo). E questo perché si tratta dell’amore, nel quale non è coinvolta solo la conoscenza e la ragione, ma anche l’affettività e la libertà dell’uomo.

Certo il nostro lavoro teologico è quello di mostrare la ragionevolezza della scommessa ed esplicitare le ragioni del credere, ma nella consapevolezza che tale dimensione non esaurisce tutto lo spettro dell’adesione. La stessa scelta di 'ignorare' l’a(A)more traccia un confine e sarebbe interessante scorgerne le motivazioni, anche se un indizio l’ho rinvenuto proprio nell’intervista di Parisi sopra citata: «In un lontano incontro, Cabibbo [Nicola, il maestro credente del Nostro] disse che la fede è comunque un bel vantaggio. Non dubito, se uno crede. Ma uno non è che può credere per vivere meglio». Infatti, il rischio per chi crede e di essere posto dinanzi alla necessità di scomodare le proprie certezze per accogliere l’Amore crocifisso.

 

·        * professore ordinario di Teologia fondamentale nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense

 

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sabato 10 ottobre 2020

LA NOVITA' DI "FRATELLI TUTTI"

Probabilmente la novità dell’ultima enciclica di papa Francesco, Fratelli tutti, va cercata più nella sua forma che nei contenuti. Non perché questi ultimi siano irrilevanti , o almeno scontati, come qualche critico ha sostenuto, ma perché la loro carica – che non esiterei a definire “rivoluzionaria” – si sprigiona in tutta la sua forza dirompente precisamente a causa delle modalità nuove in cui viene comunicata.

                                                                                                        di Giuseppe Savagnone

 

La forma tradizionale delle encicliche

Finora per “enciclica” si è intesa una lettera pastorale del Papa ai vescovi della Chiesa cattolica e, attraverso di loro, a tutti i fedeli. Ancora nella Lumen fidei (2013) – la prima enciclica dell’attuale pontefice (dichiaratamente ispirata, però, a un testo già elaborato dal suo predecessore) – questa impostazione era stata mantenuta. Il documento si rivolgeva «ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate, e a tutti i fedeli laici» e partiva dai testi della Rivelazione. Benedetto XVI, nella sua enciclica sociale Caritas in veritate (2009), aveva aggiunto, ai suddetti destinatari, anche «tutti gli uomini di buona volontà». In ogni caso il punto di partenza era la fede che accomunava i membri della Chiesa. Perciò le encicliche normalmente si aprivano con una esposizione dei fondamenti biblici e magisteriali del messaggio che volevano comunicare, passando poi alle applicazioni ai problemi della comunità cristiana e della società.

La svolta della «Laudato si’»

Già con la Laudato si’ (2015) papa Francesco ha cambiato questo struttura tradizionale. L’enciclica sulla crisi ecologica si apre con un capitolo dedicato alla rassegna dei fenomeni negativi che contrassegnano il nostro rapporto con la terra. E ne spiega il motivo: «Le riflessioni teologiche o filosofiche sulla situazione dell’umanità e del mondo possono suonare come un messaggio ripetitivo e vuoto, se non si presentano nuovamente a partire da un confronto con il contesto attuale, in ciò che ha di inedito per la storia dell’umanità» (n.17).

Perché la voce della Rivelazione?

Solo nel secondo capitolo, intitolato «Il vangelo della creazione» e aperto da una sezione dedicata a «La luce che la fede ci offre», entrano in gioco la Rivelazione e il suo insegnamento. E che questo non sia scontato lo evidenzia l’interrogativo con cui questa sezione si apre: «Perché inserire in questo documento, rivolto a tutte le persone di buona volontà, un capitolo riferito alle convinzioni di fede?» (n.62).

Il Vangelo come contributo alla riflessione umana

Due le risposte date a questa domanda. La prima, che «se si vuole veramente costruire un’ecologia che ci permetta di riparare tutto ciò che abbiamo distrutto, allora nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa con il suo linguaggio proprio» (n.63); la seconda, che «anche se questa Enciclica si apre a un dialogo con tutti per cercare insieme cammini di liberazione, voglio mostrare fin dall’inizio come le convinzioni di fede offrano ai cristiani, e in parte anche ad altri credenti, motivazioni alte per prendersi cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili (…). Pertanto, è un bene per l’umanità e per il mondo che noi credenti riconosciamo meglio gli impegni ecologici che scaturiscono dalle nostre convinzioni» (n.64). Dove è chiaro che il discorso deve parlare a tutti gli uomini, anche al di fuori della Chiesa, non prescindendo dalla prospettiva cristiana, ma tenendola presente come un «forma di saggezza», dunque nelle sue implicazioni umane; e ai credenti fornendo loro «motivazioni alte», legate alla fede, che dovrebbero renderli più direttamente protagonisti nella lotta per la salvaguardia del creato.

Il dialogo aperto di «Fratelli tutti»

Nella nuova enciclica di Francesco questa intenzione di parlare a tutti gli uomini e le donne del pianeta, e non solo ai cristiani è ancora più evidente. Il papa la dichiara, del resto, espressamente, all’inizio: «Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà» (n.6).

Il primato della trascendenza

Non è un caso che in Fratelli tutti il riferimento esplicito alla prospettiva religiosa e a quella più specificamente evangelica compaia solo nell’ottavo capitolo, l’ultimo. Dove Francesco sottolinea che «quando, in nome di un’ideologia, si vuole estromettere Dio dalla società, si finisce per adorare degli idoli, e ben presto l’uomo smarrisce sé stesso, la sua dignità è calpestata, i suoi diritti violati» (n.274). Una rivendicazione del primato della trascendenza, comune a molte religioni, che ha il suo ulteriore sviluppo nella precisazione che per il cristiano la «sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo» (n.277). È coerente con questa apertura alle altre religioni il reiterato richiamo al documento firmato ad Abu Dabi col Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb. Mentre, come lo stesso Francesco ricorda, ad ispirarlo nella redazione della Laudato si era stato il Patriarca ortodosso Bartolomeo – non cattolico, ma comunque cristiano, ora il punto di riferimento è il suo dialogo con un autorevole rappresentante dell’islam (cfr. n.5).

Un manifesto illuminista?

Non stupisce che l’enciclica sia apparsa, agli occhi di una parte del mondo cattolico che da tempo accusa l’attuale pontefice di eresia e di sincretismo, «il manifesto ideologico del bergoglismo». Lo ha scritto sul quotidiano «La Verità» (6 ottobre 2020) un noto intellettuale di destra, Marcello Veneziani, sostenendo che «la fratellanza a cui allude Papa Francesco è il terzo principio della Rivoluzione Francese, dopo liberté ed égalité» e che, con questa enciclica, l’ideologia di Bergoglio cerca un posto alla Chiesa postcristiana nella modernità laica in nome della fratellanza (…) inserendo la Chiesa dentro il mondo moderno, ateo e laicista, disceso dalla Rivoluzione francese e cercando ispirazione anche da altre religioni come l’Islam».

Una Chiesa che vuole uscire dal tempio

In realtà, se proviamo a decrittare questo messaggio, scopriamo che in fondo Veneziani coglie abbastanza bene l’intenzione fondamentale del papa: fare uscire la Chiesa e il suo annuncio del Vangelo dal ghetto in cui la cultura del mondo moderno li hanno da tempo relegati e puntare sui valori che questa stessa cultura ha accolto e celebrato, per mostrare le loro radici cristiane e denunciare l’incoerenza della società attuale rispetto ad essi. Che questo diventi un’accusa lo si comprende alla luce della pressante e ricorrente richiesta, da parte di esponenti politici della destra, che i pastori della Chiesa “si facciano gli affari loro”, se ne restino, cioè, ben chiusi fra le mura dei loro templi a parlare di una fede senza il minimo riscontro nella vita reale degli uomini, a cominciare dagli stessi fedeli.

Una fede che pretende di parlare anche alla ragione umana

È interessante, però, che questa sia anche la pretesa di intellettuali di segno opposto, come Paolo Flores d’Arcais, il quale, in uno scritto di alcuni anni fa, sottolineava la necessità di combattere «l’idea, criticamente insostenibile, che abbia qualche fondamento la pretesa della “fides” di essere anche “ratio”, la pretesa del magistero della Chiesa, con le proprie dottrine morali, di essere anche la custode della natura umana in quanto ragione».  Perché, «se la “fides” di cui si tratta è (…) “follia per la ragione” (…), nessuna Chiesa potrà pretendere che questa sua “follia”, che pure chiederà ai suoi fedeli di praticare, diventi regola della civile convivenza». Invece, avvertiva Flores d’Arcais, «una religione che pretende di fare tutt’uno con la ragione, anzi di essere il compimento della ragione, inevitabilmente torna (…) alla richiesta di far valere erga omnes, credenti e non credenti (…) i propri precetti morali». Infatti, se si accettasse questa logica, «ogni norma in contrasto con la “legge naturale” di ragione, inglobata nella fede, sarebbe irragionevole e disumana, e nessuno può volere che la convivenza civile si autodistrugga con leggi positive disumane» («Micromega» 3/2007, pp.14-215).

La sfida di Francesco

Ora, è proprio questo che papa Francesco ha cercato di fare, già nella Laudato si’, più decisamente in Fratelli tutti: mostrare che la Chiesa ha qualcosa da dire al mondo contemporaneo, non in termini confessionali, ma per rispondere a un problema che sta davanti agli occhi di tutti, credenti e non credenti, evidenziando che la fraternità, centrale nel messaggio cristiano, è anche un valore umano e che un mondo che la misconosce – come il nostro – è disumano. È una sfida. La parabola del buon Samaritano – a lungo analizzata nell’enciclica come modello di fraternità, ma che nel Vangelo è il racconto dell’umano fatto da Dio –, ci rassicura che a porre questa sfida non è solo l’ideologia di Bergoglio.

 

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venerdì 28 agosto 2020

L'INSEGNAMENTO DI AGOSTINO ALL'UOMO CONTEMPORANEO

-    Da lui si apprende l’introspezione interiore e la ricerca di Dio attraverso la ragione e la fede. Ma Sant’Agostino, che la Chiesa ricorda oggi, insegna anche a leggere la storia alla luce della Provvidenza. Il nuovo priore della Provincia Agostiniana d’Italia: "Agostino parla molto all'uomo di oggi". Lettera del priore generale a tutti gli agostiniani

di Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Padri della Chiesa sono giustamente chiamati quei santi che, con la forza di fede, la profondità e la ricchezza dei loro insegnamenti, nel corso dei primi secoli l’hanno rigenerata e grandemente incrementata”.Così scriveva Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Patres Ecclesiae. E tra i Padri della Chiesa è annoverato Sant’Agostino, vescovo di Ippona, che con il suo ministero pastorale e le sue opere ha contribuito enormemente allo sviluppo della dottrina cristiana.
Sant’Agostino pastore
Se con la sua esperienza di vita il presule africano insegna a percorrere la via dell’interiorità per trovare Dio e a comprendere la sua Parola con fede e ragione, attraverso svariati scritti risponde anche alle grandi domande dell’uomo sull’esistenza, sul bene e sul male, sulla storia. E sono tantissime le omelie in cui Agostino affronta temi di attualità, redarguisce i suoi fedeli sui costumi pagani, li aiuta a leggere la realtà alla luce del Vangelo. Come pastore, per 35 anni, guida la sua diocesi nell’ortodossia cristiana e, spettandogli la episcopalis audientiae, deve dirimere quelle controversie civili che i cittadini di Ippona gli sottopongono come arbitro di liti, cosa che lo avvicina ancora di più alla sua gente; gli si rivolgono per avere il suo lodo arbitrale folle di litiganti, pagani e cristiani. Tutto questo lo porta a trattare problemi concreti e ad affrontare via via eresie e questioni teologiche, mentre le sue prediche ammaliavano l’uditorio tanto da riuscire a trattenerlo pure per ore.
La Provvidenza nella storia
In età matura, fra il 413 e il 426, Agostino scrive La città di Dio, offrendo una lettura della storia attraverso la lente della fede cattolica. Nei 22 libri che la compongono il mondo viene descritto come frutto della “città terrena”, segnata dal peccato dell’uomo e dall’amor di sé, e della “città celeste”, luogo della Grazia e dell’amor di Dio. Ma, per il vescovo di Ippona, in tutte le civiltà ci sono uomini che appartengono all’una o all’altra. Inoltre, scorgendo la Provvidenza a guida dell’intera storia, ogni avvenimento e ogni singola vicenda personale s’illuminano di significato.
A ricordare il pensiero di Sant’Agostino è il tweet di oggi del Papa, che invita proprio ad intravedere la mano di Dio nella storia degli uomini. “Fidatevi del Signore e sforzatevi di entrare nei suoi disegni, accettando che la sua salvezza possa giungere a noi per vie diverse da quelle che ci aspetteremmo”: scrive Francesco esortando ad accogliere la volontà di Dio, pur se divergente dalle nostre aspettative, perché dono di salvezza. E propio questo si può comprendere con la lettura de La città di Dio, nelle cui pagine Agostino sviluppa una riflessione filosofica, teologica e politica. Padre Giustino Casciano, priore provinciale della Provincia Agostiniana d’Italia, spiega cosa recuperare oggi di quest’opera:
Ascolta l'intervista a padre Giustino Casciano
R. -“La città di Dio” è stata scritta da Agostino nel momento in cui Roma è caduta nelle mani dei Goti. Questo evento veramente epocale ha scosso molto le persone, le coscienze di allora, e ha fatto sorgere l’accusa contro i cristiani di essere loro la causa della rovina della città di Roma, della città eterna. E Agostino vuole, scrivendo “La città di Dio”, proprio rispondere a queste accuse. E lui dice che non è a causa del cristianesimo che Roma è diventata debole ed è caduta nelle mani dei barbari, ma è a causa della corruzione morale, della corruzione dei costumi, che Roma ha perso il suo splendore e la sua grandezza. É diventata debole a causa dell’uomo, che ha seguito più le passioni che la propria intelligenza, il proprio destino eterno. Credo che sia interessante riflettere sulla situazione attuale del mondo, sul fatto che viviamo questa crisi della epidemia globale che ha colpito tutti i popoli. La riflessione di Agostino può essere molto interessante per avere una visione della storia del mondo, dove il cristianesimo può dare tanta luce, dove la fede cristiana può offrire tante vie di uscita.
Come si rivolgerebbe Agostino al mondo di oggi?
R.- Devo dire che Agostino parla molto all’uomo di oggi. L’uomo contemporaneo lo sente molto vicino; è lontano più di 1600 anni ma il suo linguaggio, la sua maniera di essere e di porsi, lo rende veramente molto, molto attuale. Credo che Agostino parlerebbe, soprattutto, a livello antropologico, parlerebbe al cuore delle persone, al loro bisogno di felicità, di sicurezza. Credo che sarebbe veramente interessante sentirlo parlare o scrivere nella società di oggi. Ed è compito di noi agostiniani renderlo vivo, attuale, nella nostra società.
Lei è stato appena eletto priore della Provincia Agostiniana d’Italia, quali sono le priorità delle comunità agostiniane italiane?
R.- Sentire insieme alla Chiesa e camminare insieme alla Chiesa cattolica. Agostino è stato, dopo la conversione, un grande pastore molto attento a tutte le problematiche della società e della Chiesa di allora. E lui, nella regola, nei suoi scritti, dona a noi proprio questo insegnamento: mettere al primo posto le necessità della comunità cristiana e lasciare da parte anche un legittimo bisogno di ricerca, di contemplazione, di studio, purché al primo posto ci siano le necessità della carità. Quindi noi vogliamo, come agostiniani, avere questa priorità: aiutare il Papa, aiutare i vescovi, camminare insieme alla Chiesa cattolica nella missione di evangelizzare il mondo in cui viviamo.
La Provincia Agostiniana d'Italia come  affronta questo momento particolare della storia?
R. - Con l’annuncio del Vangelo, sia con la parola che con la vita. Però non un annuncio del Vangelo fatto da soli, ma fatto insieme alla comunità religiosa. Il nostro carisma è soprattutto questo della comunione: i religiosi vivono insieme, si aiutano, cercano di camminare uniti nella fede, nella preghiera, nel servizio, per poter annunciare il Vangelo con un cuore solo e un’anima sola. É un ideale difficile, perché la vita comune è una palestra, è un continuo allenamento, un continuo combattimento, per superare le differenze e trasformare le individualità in una ricchezza, superare le difficoltà a volte che sono di carattere, di culture, di provenienze diverse, facendo diventare queste differenze una ricchezza. E questo è possibile con il dono della carità. La carità al di sopra di tutto. Noi abbiamo in Italia grandi santuari, come il santuario di Santa Rita a Cascia, abbiamo grandi parrocchie, come a Milano o a Roma o in altre città; noi non ci distinguiamo per un apostolato particolare; molti di noi, sono professori, abbiamo un grande centro di cultura nell’Augustinianum di Roma, abbiamo un centro medico di eccellenza in provincia di Bari. Quello che ci distingue è soprattutto questo evangelizzare insieme, come comunità.
Come vede il futuro delle comunità agostiniane in Italia?
R. - È un futuro sicuramente con molte difficoltà, dovute soprattutto alla carenza delle vocazioni, per cui l’urgenza più importante è avvicinare i giovani, camminare insieme ai giovani, annunciare Gesù alle nuove generazioni e chiedere con la preghiera incessante il dono di avere nuove e sante vocazioni alla vita consacrata e al ministero ordinato. Noi non vorremmo chiudere dei conventi, noi vorremmo, con l’aiuto di Dio, aprire nuove realtà; però questo, è chiaro, si può fare solo attraverso le nuove vocazioni, senza dimenticarci che camminiamo insieme alle famiglie, insieme ai laici. Noi siamo un tutt’uno con i laici e le famiglie agostiniane che vivono nei nostri contesti. Le difficoltà della Chiesa sono le nostre difficoltà.
C'è una frase, un pensiero, di Agostino che, secondo lei, può essere un po' il motto della Provincia Agostiniana Italiana per i prossimi anni?
R.- Mi vengono in mente, naturalmente, diverse frasi. Una riguarda la ragione e la fede: “Credi per poter comprendere e comprendi per poter credere”. Credo che sia importante per noi unire sempre di più tutte le capacità della scienza, della tecnica, dell’intelligenza umana, però alla fede. Solo se siamo capaci di avere queste due ali, l’ingegno umano e la fede in Dio, noi possiamo veramente volare. Se manca una di queste due ali c’è rischio che rimaniamo per terra e non riusciamo a sollevarci. E mi piace molto anche la frase che riguarda la Grazia di Dio. Mettere insieme la libertà umana e la Grazia di Dio, quindi fare tutto quello che puoi con le tue forze, ma soprattutto affidarti alla Grazia di Dio con la preghiera. Credo che Agostino sia proprio capace di unire sempre queste realtà fra di loro; è il dottore della Grazia ma è anche il dottore della libertà.
La lettera del priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino
Il priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino, padre Alejandro Moral, in occasione della solennità che tutti gli agostiniani celebrano oggi, ha scritto una lettera per invitare i religiosi a vivere con un cuor solo e un’anima sola protesi verso Dio. “Restiamo (…) fortemente uniti. Diamo testimonianza della comunione tra noi e il Capo, che è Cristo – si legge nella missiva –. Egli ci aiuterà a leggere e interpretare la realtà e le esigenze dei nostri fratelli. Uniti e in comunione con Cristo, possiamo confidare nella sicurezza di superare le situazioni difficili che dovremo vivere”.
Uniti e orientati verso il bene comune di fronte alla pandemia
Ricordando, poi, l’emergenza coronavirus che tutti i continenti stanno vivendo, padre Moral aggiunge: “Anche la celebrazione della solennità del nostro Padre Sant’Agostino è coinvolta nei problemi di attenzione sanitaria che dobbiamo mantenere. Per questo motivo le S. Messe e le celebrazioni di altro tipo vedranno una partecipazione ridotta nella maggior parte dei luoghi, o addirittura in altri non si potranno neanche celebrare pubblicamente”. Infine il priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino esorta ad orientare mente e cuore all'essenziale del carisma agostiniano. “Cerchiamo il bene comune, la comunione con i nostri fratelli – conclude – lavorando sulla nostra interiorità e relazione con Dio, offrendo una testimonianza di fraternità e di solidarietà con gli uomini colpiti dai problemi causati dalla pandemia”.