Visualizzazione post con etichetta apparire. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta apparire. Mostra tutti i post

sabato 2 maggio 2026

SORRIDI ALLA VITA

 


Ringrazia il buon Dio.

Dona felicità a coloro che incontri sul tuo cammino.

Non cercare te stesso.

Cerca l'incontro con gli altri


Apprezza le luci, accogli le ombre, accetta i limiti, tuoi e altrui.

Supera ogni paura e ogni diffidenza.

Vinci le illusioni dell'apparire e scegli l'essere.

Testimonia valori e non pregiudizi.

«Se i simboli della felicità sono quelli del successo e della perfezione, nell’età in cui cominci a concepire il tuo progetto di felicità ti senti subito schiacciato.

Invece io voglio riscoprire quello stile veramente occidentale di educazione che ci ha insegnato Socrate: conoscerci con le nostre luci e ombre.

Ma oggi sembra che debbano esserci solo le luci: quelle irreali del Photoshop.

La nostra unicità invece passa per i nostri limiti». 

A. D'Avenia

sabato 17 maggio 2025

PRESENZIALISMO

 Apparire o essere? 


Essere presenti 

o essere efficaci?



 Preṡenzialismo s. m. [der. di presenza, con accostamento a presenziare]. – Tendenza ad essere sempre presente ad avvenimenti di qualche importanza, a intervenire a manifestazioni pubbliche, a incontri mondani, a dibattiti televisivi, a partecipare a iniziative culturali, e sim., per lo più per far parlare di sé, per esibizionismo o snobismo, per vanità (soprattutto quando si tratti di personalità della politica e della cultura): ministri e personaggi pubblici peccano spesso di eccessivo p. televisivo. Treccani.

L'autoreferenza e l'onnipresenza

 come tentazioni ammalianti e costanti.

 Nel web, in particolare, sussiste una forma strumentale di persuasione in cui il sensazionalismo individuale è trattato al pari di nuova tendenza sociale.

 Di Marco Managò

 La visibilità a tutti i costi rappresenta un’aspirazione molto diffusa che, nell’era del web e dei social, punta alla vetrina nazionale (e internazionale) attraverso condivisioni e like, per influenzare morale e costumi.

Il web, spesso, produce “contenuti vuoti” che, in nome del puro raggiungimento del protagonismo, non si basano su credibilità. Tale contraddizione anziché essere stroncata in modo naturale (poiché senza appigli e valori), risulta oltretutto potenziata, senza cura per la fondatezza della notizia.

La società attuale, infatti, galleggia fra un complottismo severo, anche dinanzi all’evidenza, e un’ingenuità acritica, sensoriale, robotica.

Le conseguenze, spesso gravi e negative (bullismo, violenza, ignoranza, superficialità, divisione), sono ben note ma, al momento, ancora ardue da estirpare.

Un tempo erano le minoranze, nel bene o nel male, a cercare una visibilità mediatica, ora si aggiungono casi isolati (che utilizzano le nuove frontiere di Internet e dei social) disposti a tutto, pur di ottenere fama. Tale assoluta disponibilità sconfina nel perdere anche la propria dignità pur di raggiungere l’agognato obiettivo.

Occorre responsabilità, anche da parte del singolo utente, nel non concedere troppa enfasi e spazio a notizie senza senso, introdotte solo per ricevere notorietà. Molte hanno di mira il matrimonio. Fra queste, a esempio, un anonimo navigatore del web che dichiara di sposarsi con se stesso, oppure un altro con un albero, con un animale, con il proprio piumone/coperta, con una mucca, con una bambola, anche gonfiabile. A tali “esche” non bisogna abboccare. Si tratta, infatti, di notizie assurde e montate ad arte da alcuni sconosciuti per ottenere visibilità nel web, quella che non avrebbero ottenuto anni fa, quando sarebbero stati ignorati o derisi.

Papa Francesco, nel Messaggio per la XXXIII Giornata Mondiale della Gioventù, l’11 febbraio 2018, affermò “E voi giovani, quali paure avete? Che cosa vi preoccupa più nel profondo? Una paura ‘di sottofondo’ che esiste in molti di voi è quella di non essere amati, benvoluti, di non essere accettati per quello che siete. Oggi, sono tanti i giovani che hanno la sensazione di dover essere diversi da ciò che sono in realtà, nel tentativo di adeguarsi a standard spesso artificiosi e irraggiungibili. Fanno continui ‘fotoritocchi’ delle proprie immagini, nascondendosi dietro a maschere e false identità, fin quasi a diventare loro stessi un ‘fake’. C’è in molti l’ossessione di ricevere il maggior numero possibile di ‘mi piace’. E da questo senso di inadeguatezza sorgono tante paure e incertezze. Altri temono di non riuscire a trovare una sicurezza affettiva e rimanere soli”.

La professoressa Gabriella Taddeo è l’autrice del volume “Social. L’industria delle relazioni”, pubblicato da “Einaudi” il 27 febbraio 2024. Parte dell’estratto recita “I social negli anni sono diventati sempre più mezzi di informazione, di intrattenimento e di crescita personale. Allo stesso tempo, con pari o maggiore intensità, li interpretiamo come zone franche, in cui allentare la morsa sociale per lasciarci andare al divertimento infantile, al narcisismo, all’esaltazione tribale o alla semplice apatia. Essi sono, oggi, una vera e propria ‘industria delle relazioni’. In questa industria, i mezzi di produzione appartengono a pochi, ultrapotenti monopolisti mondiali, che concepiscono e dettano le regole del gioco. Con la conseguenza, spesso, di farci sentire succubi, se non vittime, di dinamiche costruite per noi e allo stesso tempo senza di noi”.

Il 21 febbraio scorso è stata pubblicata una ricerca realizzata da Ipsos, Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e Parole O_Stili. L’Istituto Toniolo, al link https://www.istitutotoniolo.it/giovani-e-fake-news-il-51-utilizza-whatsapp-instagram-e-tiktok-come-fonti-di-informazione/, offre una serie notevole di dati della ricerca. Fra questi, si legge “Nell’indagare la relazione tra studenti di medie e superiori e le fake news, la ricerca ha rilevato che, in media, il 31% dei giovani utenti mette like alle fake news presentate, mentre una percentuale molto minore pari al 7% le condivide, suggerendo una netta distinzione tra engagement passivo e attivo. Delle 10 fake news proposte, il 73% degli studenti non ne condivide nessuna, mentre il 5% è responsabile di quattro o più condivisioni. Per i like, la distribuzione è più uniforme: il 35% non ha mai messo like, mentre il 34% ne ha messi quattro o più. Sull’approccio alle fake news emergono, inoltre, alcune differenze significative sia relativamente al genere, le ragazze condividono il 61% in più di notizie non verificate, sia geografiche, con gli adolescenti delle regioni del sud del Paese che, mostrano tassi più elevati sia di condivisioni sia di like rispetto ai giovani del centro e nord Italia. Tra i fattori che influenzano maggiormente la possibilità di contribuire al diffondersi delle fake news, il principale è il tempo che si trascorre sui social media: infatti, chi usa i social 3-4 ore al giorno condivide 5,5 volte più fake news e mette 12 volte più like rispetto a chi invece li usa meno di un’ora”.

Essere protagonisti. L’aspirante protagonista deve selezionare gli argomenti che possono catturare la curiosità del pubblico della Rete.

La cultura non è fra questi: implica uno sforzo, può divenire noioso e, al massimo, interessare una nicchia di fruitori. Tutti gli argomenti che richiedono impegno e attenzioni, peraltro per parecchi minuti, sono condannati all’isolamento.

I post devono essere leggeri e superficiali, immediati, arrivando alla pancia delle persone senza codificazioni e interpretazioni di rilievo.

In una discussione politica, interna o internazionale, non conviene snocciolare la cronistoria o gli eventi: si arriva dritti al dunque, con una conclusione a effetto, a esempio “è tutta colpa di…”.

La massa dei navigatori predilige emozioni classiche, risate o, al contrario, argomenti commoventi, purché percepibili, sensorialmente, in breve tempo.

Messaggi, immagini, video di carattere umoristico o che evocano esplicitamente la bellezza femminile o maschile, sono tra i più seguiti.

I sondaggi hanno molto seguito purché molto diretti e volti a scatenare l’opinione, a schierarsi radicalmente, a delimitare il proprio recinto, il proprio autorevolissimo parere.

Uno spazio a parte, considerevole, è riservato alle notizie “bomba”, quelle ritenute più ridicole, sensazionali, strane, impossibili o che urtano la (residua e presunta) morale. In tal caso, non è necessario approfondire la validità e la fondatezza dell’informazione: si assimila e si condivide il più possibile, cavalcandone la notorietà, senza filtro.

L’esigenza smodata di visibilità stravolge l’onestà intellettuale, piega la persona a non essere autentica, a veicolare messaggi capziosi, a plagiare, a catturare l’altrui benevolenza, a rendere tendenza sociale una (eventuale) personale opinione.

L’obiettivo è quello, subdolo, di cambiare gli atteggiamenti e di lavorare, in un’ottica di “finestra di Overton”, attraverso una persuasione graduale, lenta ma crescente, fino ad accettare alcuni presunti valori. Creare tendenza e rendere accettabile ciò che, in realtà, non lo è.

Molte volte si introduce la notizia “inopportuna” cercando di alleviarne il peso, come frutto di goliardia, di eccentricità positiva. Raramente (solo nei casi gravi) la notizia disdicevole riceve un commento e una risposta di condanna. Il limite dell’annosa questione dello spazio mediatico è, ora, più sottile: la pubblicazione di notizie e comportamenti sconcertanti può avere, nell’ottica contemporanea dei social, un’accettazione controversa ma progressiva nel tempo.

La realtà (e la storia), del resto, insegna come la notizia cattiva o falsa attiri più attenzione di quella buona e vera.

L’insicurezza, la mancanza di identità e personalità si scambiano con l’esigenza di essere “qualcuno”, attraverso un riconoscimento mediatico. La tribuna, un tempo, era riservata al circolo sotto casa o al bar dello sport e lì rimaneva, anche nelle conseguenze e negli effetti; ora, con i social, travalica confini e arriva ovunque, rischiando di lasciare esiti gravi.

Il limite è elastico poiché lo scandalo è ritenuto un elemento essenziale e quasi fisiologico della società, soprattutto se funzionale a trasmettere messaggi.

Un caso singolo non può essere esteso all’intera popolazione attraverso un processo di generalizzazione, peraltro non fondata da evidenza scientifica.

Si tratta di una visibilità funzionale che, oltre a veicolare l’immagine personale, tende a instaurare una letteratura dominante, imposta, unica, da accettare senza alternativa.

La censura mediatica è un’arma utilizzata a scopo propagandistico: offusca, silenzia principi per veicolare, attraverso filtri volutamente più flessibili, un anticonformismo apparentemente innocuo, ma con sostanziale “verità”, da dosare e somministrare gradualmente.

La pazzia (finta o vera) diventa funzionale ma, al di là dello stupore, è saggio non offrire risalto a notizie idiote: un pessimo esempio, peraltro, per bambini e ragazzi che leggono o ascoltano “informazioni” così fuorvianti. Occorre impedire (rinunciando a inviare, a esempio, meme e link di tale bassezza), che possa divenire virale ogni messaggio negativo, violento e anche subdolamente stupido ma in grado di trasmettere, scavando passo passo, contenuti distorti sulla sessualità, sulla personalità e sui valori. Questi ultimi non galleggiano su instabile scalpore e tendenza: godono di assolutezza.

 In Terris

Immagine

 

 

martedì 11 febbraio 2025

E' o APPARE ?

 


Un saggio potente e coraggioso che mira a indagare le dinamiche della comunicazione manipolativa e che sottolinea come la realtà sia il frutto della narrazione.

  • Il mondo complesso è l’unico possibile.
  • La manipolazione è un bisogno di onnipotenza.
  • Le parole necessarie nel mondo complesso.

 

In un’epoca dominata dalla superficialità, Non tutto è come appare rilancia il valore della complessità come antidoto alla cultura del pensiero binario che riduce la realtà a dicotomie ingannevoli.

Con esempi reali, neuroscientifici e filosofici, Simona Ruffino mostra come la semplificazione, spesso usata come strumento di controllo nei media, alimenti la polarizzazione e impoverisca la nostra capacità critica.

Grande attenzione viene data alla manipolazione in ambito politico evidenziando i meccanismi cognitivo-emozionali capaci di orientare il consenso e limitare la libertà di pensiero delle masse.

Il libro si conclude con una riflessione sul potere di parole come libertàcompassione e utopia, da riscoprire per vivere in modo più consapevole.

Un saggio potente e coraggioso che mira a indagare le dinamiche della comunicazione manipolativa.

Un manifesto per chi desidera orientarsi nel caos contemporaneo, valorizzando il linguaggio e la complessità come strumenti di emancipazione.

 

Non tutto è come appare - Contro la cultura della manipolazione

di Simona RuffinoPaolo Di Paolo (prefazione)

ed. Apogeo


 

sabato 28 dicembre 2024

GIOVANI. ESSERE o APPARIRE ?

Galimberti, per esistere bisogna mettere in mostra la propria immagine ed è per questo che, almeno nella nostra società, è più complicato "essere" che "apparire".

 I giovani devono riappropriarsi della loro identità, della loro essenza, riscoprendo quei valori guida che indicano la strada giusta da percorrere.

 Nella società odierna l'apparenza sembra aver completamente preso il sopravvento sull'essenza all'insegna di un'esistenza priva di significato in cui i più giovani stentano a trovare una loro identità, omologandosi a stereotipi privi di senso, determinando ciò sicuramente degli effetti deleteri nel loro processo evolutivo di crescita.

Ed è proprio per tal motivo che una ragazza di ventun anni, Chiara, si rivolge al filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti per trovare delle risposte ad alcuni suoi interrogativi.

Le parole della ragazza celano, in realtà, le difficoltà e le insicurezze dei giovanissimi alle prese con un mondo che pretende di plasmare ogni soggetto a suo piacimento, trasformandolo e facendolo diventare diverso da ciò che è realmente . L'influenza che subiscono è così forte ed incontrollabile che inconsapevolmente le nuove generazioni si comportano non come vorrebbero ma come la società ritiene più corretto ed opportuno, sottostando a delle rigide regole che presuppongono l'approvazione degli altri per poter sentirsi bene con se stessi, mostrando la propria immagine o meglio la maschera che, giorno dopo giorno, si finisce con l'indossare, dimenticando chi si è realmente.

In tale prospettiva il confine è labile e si finisce col perdersi, non distinguendo più ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, i colori diventano sbiaditi e la confusione predomina incontrastata, senza valori che svolgano una funzione guida.

Da ciò deriva la profonda solitudine e tristezza che connota i più giovani, spesso disorientati ed incapaci di scegliere consapevolmente e responsabilmente, insicuri e privi di una personalità forte.

A tal fine Umberto Galimberti coglie l'occasione per sottolineare come oggi sia più complicato "essere" che "apparire" all'interno di una società in cui l'uomo stesso si è degradato al livello di merce e perciò si può esistere solo mettendosi in mostra, pubblicizzando la propria immagine.

Di conseguenza chi non si espone, chi non si mette in mostra, non viene riconosciuto, quasi neppure ci si accorge di quella persona.

"Siamo infatti nelle mani degli altri, al punto che il nostro pensare e il nostro sentire, la nostra gioia e la nostra malinconia non dipendono più dai moti della nostra anima che abbiamo perso e probabilmente mai conosciuto, ma dal "mi piace" o "non mi piace" espresso dagli altri, a cui ci siamo consegnati con la nostra immagine, che, per non aver mai conosciuto noi stessi, è l'unica cosa che possediamo e che vive solo nelle mani degli altri. Ci siamo espropriati e alienati nel modo più radicale, perdendo ogni traccia di noi", così sottolinea Galimberti.

Pur di metterci in mostra abbiamo perso la nostra intimità, interiorità, essenza, il nostro pudore. La spudoratezza diviene una virtù e viene meno la vergogna. Di intimo è rimasto solo il dolore, la malattia, la povertà, che ciascuno cerca di nascondere per non essere isolato dagli altri.

Ecco dunque l'importanza per i giovani di riappropriarsi della loro identità, della loro essenza, riscoprendo quei valori guida che indicano la strada giusta da percorrere per non perdersi mai e che illuminano il cammino come un faro nella notte così da permettere loro una crescita sana, all'insegna dell'essenza e non dell'apparenza.

 Scuola Oggi

Immagine

 

domenica 15 dicembre 2024

APPAIO, DUNQUE SONO !

 

APPARIRE 

PER ILLUDERSI 

DI ESSERE




Galimberti, oggi per esistere

 bisogna mettersi in mostra,

 pubblicizzando la propria immagine, 

ed è per questo che nella nostra società

è più complicato "essere" che "apparire"

"Siamo infatti nelle mani degli altri, al punto che il nostro pensare e il nostro sentire, la nostra gioia e la nostra malinconia non dipendono più dai..."

Nella società odierna l'apparenza sembra aver completamente preso il sopravvento sull'essenza all'insegna di un'esistenza priva di significato in cui i più giovani stentano a trovare una loro identità, omologandosi a stereotipi privi di senso, determinando ciò sicuramente degli effetti deleteri nel loro processo evolutivo di crescita.

Ed è proprio per tal motivo che una ragazza di ventun anni, Chiara, si rivolge al filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti per trovare delle risposte ad alcuni suoi interrogativi.

Le parole della ragazza celano, in realtà, le difficoltà e le insicurezze dei giovanissimi alle prese con un mondo che pretende di plasmare ogni soggetto a suo piacimento, trasformandolo e facendolo diventare diverso da ciò che è realmente. L'influenza che subiscono è così forte ed incontrollabile che inconsapevolmente le nuove generazioni si comportano non come vorrebbero ma come la società ritiene più corretto ed opportuno, sottostando a delle rigide regole che presuppongono l'approvazione degli altri per poter sentirsi bene con se stessi, mostrando la propria immagine o meglio la maschera che, giorno dopo giorno, si finisce con l'indossare, dimenticando chi si è realmente.

In tale prospettiva il confine è labile e si finisce col perdersi, non distinguendo più ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, i colori diventano sbiaditi e la confusione predomina incontrastata, senza valori che svolgano una funzione guida.

Da ciò deriva la profonda solitudine e tristezza che connota i più giovani, spesso disorientati ed incapaci di scegliere consapevolmente e responsabilmente, insicuri e privi di una personalità forte.

A tal fine Umberto Galimberti coglie l'occasione per sottolineare come oggi sia più complicato "essere" che "apparire" all'interno di una società in cui l'uomo stesso si è degradato al livello di merce e perciò si può esistere solo mettendosi in mostra, pubblicizzando la propria immagine.

Di conseguenza chi non si espone, chi non si mette in mostra, non viene riconosciuto, quasi neppure ci si accorge di quella persona.

"Siamo infatti nelle mani degli altri, al punto che il nostro pensare e il nostro sentire, la nostra gioia e la nostra malinconia non dipendono più dai moti della nostra anima che abbiamo perso e probabilmente mai conosciuto, ma dal "mi piace" o "non mi piace" espresso dagli altri, a cui ci siamo consegnati con la nostra immagine, che, per non aver mai conosciuto noi stessi, è l'unica cosa che possediamo e che vive solo nelle mani degli altri. Ci siamo espropriati e alienati nel modo più radicale, perdendo ogni traccia di noi", così sottolinea Galimberti.

Pur di metterci in mostra abbiamo perso la nostra intimità, interiorità, essenza, il nostro pudore. La spudoratezza diviene una virtù e viene meno la vergogna. Di intimo è rimasto solo il dolore, la malattia, la povertà, che ciascuno cerca di nascondere per non essere isolato dagli altri.

Ecco dunque l'importanza per i giovani di riappropriarsi della loro identità, della loro essenza, riscoprendo quei valori guida che indicano la strada giusta da percorrere per non perdersi mai e che illuminano il cammino come un faro nella notte così da permettere loro una crescita sana, all'insegna dell'essenza e non dell'apparenza.

Scuola Oggi

Immagine

domenica 26 febbraio 2023

APPARIRE PER ESSERE o ESSERE PER APPARIRE ?

Apparire sui social network sembra essere un desiderio spinto da un bisogno associato all'approvazione sociale, al voler essere accettati e spalleggiati dagli altri.

L'affanno di apparire sui social network

Oggigiorno l’affanno di apparire sui social è molto forte: siamo davvero così felici come dimostriamo sui nostri profili? La domanda nasce dal concetto di “felicità”, forse fittizia, mostrata di continuo.

Navigando su qualunque social network, è facile imbattersi nei post di conoscenti che viaggiano per il mondo mentre sfoggiano sorrisi smaglianti o magari nelle foto di quell’amico, che non sentiamo da tempo, ritratto con la sua fidanzata, tremendamente felici e innamorati come in un film.

Bisogna dire che secondo lo Studio Annuale sui Social Network elaborato dalla IAB Italiana, trascorriamo circa 37 ore a settimana connessi a Internet, ovvero circa il 22% del nostro tempo libero.

Per questo motivo, secondo questo studio, la nostra vita sociale è perlopiù vincolata alle piattaforme social offerte da internet. Non deve sorprendere dunque l’utilizzo che facciamo di questo strumento per lanciare messaggi alle persone che fanno parte della nostra cerchia.

Per riassumere, siamo strettamente connessi a Internet e ai social network; essi fanno parte della nostra quotidianità. Così come fanno parte della nostra routine quotidiana concetti come “postare” o “farsi un selfie”. Da qui sorge la domanda: quale parte della realtà mostriamo attraverso i social? In cosa consistono i concetti sopra nominati? A seguire affronteremo questi punti.

Abbiamo un chiaro bisogno di far sapere al mondo quanto siamo felici, anche se poi non è davvero così.

Postare sui social network: bisogno di approvazione sociale?

Proviamo un bisogno genuino di piacere agli altri, rappresentato dal desiderio di approvazione sociale e di apparire sui social network, così come affermato in un studio dell’Università del Messico sula disabilità sociale. Questa ricerca ci dice che più che una distorsione, questa impellenza non è altro che un bisogno di approvazione sociale.

L’affanno di apparire sui social network sembra quindi essere stimolato da un correlato bisogno di approvazione sociale, dal sentirsi accettati e spalleggiati dagli altri. Per esempio, la sensazione di benessere che proviamo quando carichiamo un selfie che riceve molti Mi piace o commenti lusinghieri (perché a chi non piacciano i complimenti?).

L’affanno di apparire: postare per essere

Ma cosa significa postare? Postare è un’espressione raccolta dall’Accademia della Crusca e che fa riferimento All’abitudine di adottare determinati costumi o attività allo scopo di voler apparire o fare una buona impressione sugli altri, soprattutto sui social.

 Lo psicologo José Elías, presidente dell’Associazione Spagnola di Ipnosi, definisce il concetto di postare come “l’adozione di determinati abitudini, gesti e comportamenti che hanno lo scopo di proiettare un’immagine positiva (ovvero una che riceva feedback positivi), allo scopo di dimostrare agli altri che siamo felici, sebbene non sia davvero così o non ne siamo davvero convinti”.

In altre parole, secondo lo psicologo spagnolo, un post è il bisogno di sentirsi accettati socialmente, mostrando un’immagine di noi che non rispecchia la realtà.

Viviamo in un bisogno costante di approvazione sociale, da qui nasce il “postare” così conosciuto sui social.

L’effetto “felicità contagiosa” e l’affanno di apparire

Secondo uno studio dell’Università della California, lo stato d’animo delle persone si modifica ed è condizionato dai post che vedono sui social network. Allo stesso modo, afferma che “il contenuto pubblicato ha lo scopo di dare un’immagine di felicità contagiosa”. Secondo lo studio, percepire l’allegria e il benessere altrui ci spinge a voler raggiungere il medesimo stato. Ovvero, ci stimola a pubblicare contenuti simili, producendo l’effetto di “felicità contagiosa”.

In questo senso, mostrare in rete che siamo felici è contagioso, favorisce quell’affanno di apparire sui social network, ovvero quella continua ondata di messaggi e di foto “felici”.

Quello che pubblichiamo fa parte della realtà?

Yolanda Pérez, dottoressa in psicologia, assicura che “c’è di tutto. Gente che mostra la verità, persone che mostrano qualcosa di irreale e poi ci sono persino quelle che dimostrano la verità a metà, e questo è il gruppo più numeroso”. Allo stesso tempo, l’autrice aggiunge che “mostriamo quanto siamo belli, simpatici e sorridenti in un istante, ma quelle foto che di per sé sono reali, non mostrano la nostra realtà, solo parte di essa, perché la giornata ha 24 ore ed è impossibile sorridere così a lungo”.

La verità che proiettiamo sui social non è di certo completa, visto che è impossibile sentirci felici per tutto il tempo; la vita è piena di emozioni positive e negative e ignorare le seconde per principio ci farà solo del male.

Per riassumere, è chiaro che non tutto quel che vediamo sui social è un riflesso della realtà. L’apparenza sulle piattaforme sociali, così come abbiamo spiegato, è relativa. Non cadiamo nell’errore di pensare che esistono persone che vivono 24 ore al giorno in uno stato di massimo benessere. Tutti noi abbiamo dei momenti di tristezza, di angoscia e in cui abbiamo l’umore a terra.

Avere delle brutte giornate fa parte della vita e ci fa apprezzare maggiormente i momenti positivi. In conclusione, nessuno ha una vita del tutto perfetta.

 ATTUALITÀ E PSICOLOGIA